Umami, di Laia Jufresa

 

Jpeg

 

 

Che strano libro.
C’è un condominio, Villa Campanario.
Un cortile, un viottolo a forma di campana.
Come per chiamare a raccolta.
Cinque abitazioni. Ognuna dedicata ad un gusto.
Acido. Amaro. Salato. Dolce. E Umami.
Cosa diavolo sarebbe, l’umami?
E’ la domanda chiave.
Alfonso, l’ideologo del complesso, tenta di spiegarlo più volte.
Questo libro parla di tante cose.
Al centro, però, come fosse un cuneo, c’è il dolore per una perdita.
Muore il tuo coniuge. Muore una figlia. Muore una sorella. Una madre abbandona tutti.
Come ne esci?
Soprattutto, ne esci?
Che sapore , che gusto ti resta in bocca, dopo il dolore?
Cinque persone parlano, è un romanzo collettivo.
A ritroso. Dal 2004 al 2000. Sembra complicato, più voci, tornare indietro nel tempo,
quasi quasi mi veniva voglia di andare alla fine del libro e leggere al contrario.
Ma va bene così. Alla fine il puzzle si ricompone.
E un po’ capisci la storia, e un po’ capisci la vita.
Capisci che devi adattarti.
Che non superi. Ti adatti, ti ridimensioni, convivi con lutti, dolori, perdite.
E capisci che ci convivi meglio, se condividi.
Se ti ritrovi con uno che ha perso quanto te, e ti siedi
al tavolino di un bar senza bisogno di parlare,
perchè il bello è questo, in questa vita un po’ di merda c’è di bello
che la Storia non è solo quella scritta sui libri, fatta dai popoli come entità astratta,
la storia siamo noi, siamo noi padri e figli (cit.), certi pensieri e certi sentimenti
sono universali, e non c’è bisogno di traduzione, beviamo una birra insieme e ci leggiamo nel pensiero.
Il dolore e il lutto non possono essere spiegati per bene.
C’è la nostalgia per i momenti.
Quelli belli, le colazioni insieme, le risate,
le ironie, la nostalgia anche per i litigi,
le incompresioni, i difetti esposti.
Ci scappa un sorriso malinconico.
Ma c’è anche il dolore disperato.
Lo sbandamento da cui non ci si riprende, da cui si diventa un’altra persona,
ci si scollega da tutto quanto si era collegati prima di quella linea nera.
Arrivano quelle ondate in cui c’è davanti agli occhi il nitido quadro che ci fa capire
che indietro non si tornerà più, che niente sarà più uguale, che nessuno ci ridarà quella persona, che abbiamo perso quella quotidianità che ci apriva e chiudeva le giornate.
C’è il bisogno di dimenticare, ma vive nella stessa casa in cui abita il bisogno assoluto di ricordare.
E allora, anche in mezzo a Città del Messico, in mezzo a venti milioni di persone,
dove ognuno ha la sua casa, la sua strada, le sue finestre chiuse, la sua vita,
ognuno allo stesso tempo può connettersi con l’altro,
come a Villa Campanario, dove il viottolo conduce la mia vita dentro quella altrui,
in un continuo incrocio di ricordi e di esperienze comuni,
per tentare di sopravvivere, per tentare di non lasciarsi travolgere, e andare avanti.

«Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante.
Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra. Certi giorni no.
Ci sono giorni in cui si potrebbe credere che siamo ancora vivi,
i cinque rimasti della famiglia: mi viene un brufolo,
Theo riceve una telefonata da una ragazza,
Olmo dà il suo primo concerto,
papà torna da una tournée,
mamma fa una torta.
Ma poi entri in cucina e c’è la torta,
ancora cruda, sul tavolo di legno,
la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta,
l’altra ancora liscia,
mamma con la forchetta sospesa per aria,
la forchetta immobile, lei imbambolata,
e allora capisci che a casa saremo per sempre quasi sei»

Fast car, di Tracy Chapman

 

 

L’uomo nero e la bicicletta blu, di Eraldo Baldini

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Empatia. Nostalgia. Amore. Rabbia. Compassione. Dolore.
Un’altra storia della nostra Italia di provincia.
I nostri bisnonni, i nostri nonni, i nostri genitori, le loro storie, la nostra identità, le nostre origini.
Un mondo antico, ma genuino.
Dove tutti avevano la loro importanza, il loro ruolo sul palcoscenico della vita,
anche gli strani,gli strambi, gli originali.
Le feste di paese, la raccolta del grano, gli amici del cuore, quelli che non dimenticherai mai,
i focolari, le famiglie, la povertà e la ricchezza, la prima tv, il festival di Sanremo, la scuola che a volte non finisce mai e a volte finisce troppo presto, le estati agognate, le avventure, i sogni, una bicicletta nuova e il primo amore di ragazzini.
Quel continuo rincontrarsi nelle case e nei bar e quel continuo raccontarsi le stesse vecchie storie, che alla fine diventano come leggende,  e se pure le conosci a memoria non puoi non fermarti a riascoltarle.
Questo è un libro che ti trascina indietro.
Che ti fa ricordare le tue corse, le tue prime emozioni, i primi casini, i primi schiaffoni subiti, le prime gioie, le prime ingiustizie, i primi digiuni per protesta o per amore.
La prima volta che stringere una mano nella tua vuol dire volare.
Ho rivissuto la Purezza. Ma qui c’è momento preciso in cui l’infanzia si spezza.
La prima volta che arriva il Male.
L’attimo preciso in cui l’adulto irrompe e fa male.
Anche se la stragrande maggioranza di noi non ha avuto uno strappo cosi doloroso.
Due terzi di storia in cui ho riso e sorriso.
L’ultimo terzo che ti strazia il cuore.
Ho rivisto Ammaniti, ho rivisto Stand By Me, ho rivissuto tutte le storie di bambini innocenti e sognatori, quelli che avrei voluto abbracciare ed aiutare, quelli che mi hanno fatto vivere i loro undici anni e fatto ripensare ai miei.
Parole semplici, dirette, che mi sono arrivate dritte al cuore. Gigi resterà nella mia mente per molto tempo. Insieme alle lacrime che ci ho versato in un pomeriggio estivo.
Resti con la nettissima sensazione che tutto sia accaduto davvero, e ti senti un vuoto dentro vivissimo.
Così bello, così crudele.

 

Musica: Uno per tutte, Tony Renis

Dente per dente, di Francesco Muzzopappa

 

muzzopappa

Divertente, è il primo e scontato aggettivo.
E mi dispiace che sia scontato, perché tutte le battute contenute in questo libro non lo sono.
L’autore riesce a far sorridere e poi a ridere di gusto, di pancia, senza mai essere prevedibile.
Sembra un libro anch’esso scritto di pancia, di getto, mi sa che invece dietro c’è un lavoro notevole di cesellatura.
Le battute sono a raffica, e ti costringono ad essere sempre pronto, attento.
E riderai ad alto volume, la gente ti guarderà incuriosita e pure infastidita, preparati.
Ed è un libro che difficilmente potrai chiudere prima di averlo concluso.
Ironia e sarcasmo a pacchi, molto pungente, molto tagliente, dissacrante, verso molti dei nostri tic, delle nostre manie,
dei nostri difetti, le nostre ipocrisie, la nostra falsissima moralità, il nostro razzismo, il nostro essere cattolici al riparo dietro a un cartellone di pura facciata integralista.

Sono solo un tizio un po’ bohémien che ha avuto un’adolescenza da disadattato. 
Uno come Johnny Depp, su una roba del genere. ci ha costruito la carriera!

Cominciamo dalla parte triste.
Perdere due dita a quindici anni ti rende popolare come la sifilide o la gonorrea.
L’adolescenza non l’ho vissuta, l’ho subita.
Prendiamo le ragazze: quelli come me li fiutavano a distanza. Ero quel tipo di ragazzino triste con una leggera peluria sul labbro, destinato a ragazzine tristi con una leggera peluria sul labbro. Mi spettinavano i capelli dicendomi «come stai, campione?», dove campione era ovviamente ironico.
Nessuno chiama campione un vero campione.
Andava male con le ragazze, socializzavo poco con i ragazzi.
Convinti di possedere un raffinato umorismo, si divertivano a inventare per me deliziosi nomignoli come “Ottodita” o “Moncler” (da Monco, ah-ah).
Il mio passatempo preferito era ormai scrollare le spalle. Mi sentivo sbagliato: non riuscivo a stare in mezzo agli altri, a seguire le lezioni, a stringere amicizia, a presentarmi a una ragazza. Ero considerato una rara forma d’acne sulla pelle liscia della società. Mi esplodeva il cervello. Se avessero inaugurato la fiera del mal di testa ne sarei stato l’ospite d’onore.


Leo, con la sua infanzia e adolescenza da disadattato, Leo il tradito, il cornuto, con il quale presto ci identifichiamo, con il quale presto diventiamo empatici e solidali, e seguiamo con passione partecipata la sua vendetta quasi biblica, anche se per larga parte imperfetta ai limiti del disastro.
La sua sofferenza fa sì che questo libro non possa essere considerato esattamente come un “libro che fa ridere”.
Quando trovi il tuo Amore da sogno a cavalcioni su un altro, quando il sogno si spezza, beh insomma, non ti viene tanto da ridere, al momento. Al momento c’è solo voglia di lanciafiamme e sensazione di emorragia interna.
Non c’è niente di “sempliciotto”.
E’ una storia molto acuta, che comunque ti fa pensare, e che fa capire ancora una volta quanto l’ironia possa salvarci la vita. E’ una storia in cui ci ritroveremo, perché ci sono personaggi descritti minuziosamente, nella loro anima, nei loro pregi, nei loro difetti, nella loro piena umanità.
Bellissime e divertenti le ironie sull’arte contemporanea.
Bellissime anche le quattro pagine di scuse con cui l’autore chiude la storia.
Una bella boccata di aria fresca.
Il potere di una risata resta comunque sempre un gran potere.

 

 

Musica: C’eravamo abbastanza amati, Le luci della centrale elettrica

Camere separate, di Pier Vittorio Tondelli

 

Jpeg

Dolore. Sofferenza. Struggente. Malinconico.
La vita che ti abbranca, ti rincorre, ti insegue,
ti domina, tu lotti con tutte le tue forze,
l’amore ti travolge, ma tu vuoi resistere,
non sai quello che vuoi, cerchi la soluzione,
cerchi il tuo posto nel mondo, come lo cercava Holden.

Amore e morte, questi sono i temi.
Ma non solo.

Un libro che merita rispetto, per come è scritto e
soprattutto per come l’autore ha avuto il coraggio
di mettersi completamente a nudo.
Del resto non aveva più niente da perdere.
Diviso tra la voglia di vivere
e la consapevolezza di dover morire in poco tempo.
Diviso tra la voglia di essere e la necessità di nascondersi.
Perché l’amore omosessuale, in quegli anni, ti
costringeva a fingere, a non essere te stesso.

Ma oggi è lo stesso, ed è lo stesso per tutti.
La solitudine è il dato che accomuna tutti.
L’abbandono, la perdita. Quel cavo d’acciaio che ci
attraversa il cuore quando una storia finisce.
Il girare a vuoto, la sensazione di impotenza.
Il parlare un linguaggio diverso dagli altri,
i consigli degli altri che ci sembrano assurdi,
nessuno ti comprende.
La fuga, allontanarsi da tutti per
cercare di ritrovare la pace, e la voglia di ripartire.
Le camere separate le viviamo tutti,
il nodo alla gola lo proviamo tutti,
quando ci accorgiamo della diversità del nostro pensiero
rispetto a quello del mondo.

Il senso di colpa, “per essere nato, per aver occupato
un posto che non voleva, per l’infelicità di sua madre,
per la rozzezza del suo paese si è dislocato in un mondo separato,
quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere,
anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza
che mai la pienezza della vita, come comunemente
la intendono gli altri, sarebbe stata sua”.

Un passaggio terribile, questo brano, che mi ha colpito
al cuore.

La difficoltà del vivere se provi a uscire dalle regole,
dalle aspettative altrui, dall’impronta religiosa,
chi non l’ha mai provata?
Leo e Thomas hanno provato tutto questo in modo
ancora più amplificato.
La società li rifiuta, li vuole piegare.
Passano dalla speranza, dalla convinzione di
aver trovato qualcuno, finalmente, con cui affrontare
i mostri del mondo, alla consapevolezza che non sarà
possibile farlo insieme.

“Erano in guerra contro i valori della società e contro la normalità.
Erano ribelli e si sentivano diversi.
La loro relazione era precisamente una guerra separata.”

“Io voglio vivere seguendo la mia natura.
Perché la mia libertà deve essere giudicata
dalla coscienza altrui? Perché devo essere biasimato per cose di cui rendo grazie?
Questo è scritto nella prima lettera ai Corinti.
E allora perché devo pentirmi?
Io desidero essere felice.
Come espiazione mi pare già sufficiente il fatto di dover essere vivo.
Non sono stati dieci, o cento o mille
uomini a salvarci, padre, ma uno solo;
e se è bastata una vita, una soltanto,
a riconciliare in Dio quella di miliardi
di creature, questo può solo significare
l’enormità del dolore di vivere.
Io non posso amare la religione del cilicio
e della pena. Io vorrei amare la religione della
pienezza. Vorrei essere felice nella mia religione,
perché la sto sentendo come un bisogno biologico,
come mangiare, come bere, come fare l’amore.
Ma voi sembrate non capire questo.
Io cerco di parlare con sincerità,
ma voi negate la mia stessa esistenza.
Eppure per quello che lei o io ne possiamo sapere,
anche i cani hanno un Dio”.

 

Musica: We can’t live together, Joe Jackson

 

Preghiera per Černobyl’, di Svetlana Aleksievic

 

Jpeg

Il libro che fa parlare i morti.
Che fa parlare coloro che hanno dato la vita per gli altri.
Che fa parlare i sopravvissuti.
Un coro di commenti, pareri, invettive,
preghiere, domande, disperazioni.
Che dà la voce, un libro che ascolta, che non commenta,
che è un’inchiesta umana e psicologica.
Che pone interrogativi,
che sgretola certezze.
Che dimostra quanto l’uomo possa essere superficiale.
Che dimostra anche quanto l’uomo possa essere pieno di amore profondo.
Un diario del dolore e della sofferenza.
Un diario dell’amore familiare.
Un diario della distruzione di una fede.
L’esplosione di una centrale
nucleare ha fatto esplodere o implodere una
dottrina politica, un regime, un Credo intero,
e hanno infilato tutto in quel sarcofago di cemento.
Il regime ha sottovalutato,
il regime ha coperto,
il regime ha depistato.
“Fosse accaduto qui o in un’altra nazione, no,
non sarebbe andata così.”
Sicuri? Io no.
Mi ricordo ancora di Seveso,
mi ricordo che dopo una settimana
non ci avevano ancora detto niente,
e mi ricordo che quarant’anni dopo la gente
ancora ne moriva.
Mi ricordo dei vigili del fuoco
delle Torri Gemelle,
e delle malattie per cui sono morti.
Mi ricordo di Fukushima,
di cui ancora sappiamo poco e niente.
Eppure si va avanti.
Non siamo tutti portati al comando,
ci affidiamo ad altri, per vivere al meglio.
Siamo probabilmente colpevoli, ma anche innocenti.
Abbiamo bisogno di credere.
In qualcosa.
In qualcuno.
In un’idea.
Se sei abituato a credere in un ideale,
quando questo crolla tu non riparti,
resti senza guida, spaesato, distrutto.
Muori anche tu.
Ecco, m’interessa la normalità,
m’interessa la pietà che questi racconti
suscitano.
Il libro parla di una sola esperienza, comune a tutti,
ma ognuno ha il suo dolore, il suo percorso privato di lacrime.
All’autrice interessano più i sentimenti e i pensieri
di chi è morto, chi si è ammalato, chi ha perso tutto,
rispetto alle colpe.
Anche a me interessano gli uomini, le donne, i bambini.
I bambini, che diventano passivi, tristi,
immobili, pensierosi, rivolti alla morte
e non alla vita.
Non so se abbiamo imparato qualcosa, da Cernobyl.
Non so se abbiamo imparato a rispettare il mondo, la natura,
e noi stessi per primi.
A me non sembra, che abbiamo imparato.


Musica: Marooned, Pink Floyd

Il buio fuori, di Cormac McCarthy

 

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“È la gente dura che rende duri i tempi.
Ho visto tanta cattiveria fra gli uomini
che non so perché Dio non ha ancora spento il sole
e non se n’è andato.”

 

Il mondo è una landa desolata.
Il cuore di tutti, è una landa desolata.
McCarthy è sempre lui, si diverte a mostrarci
come sarà l’universo e come diventeranno i suoi abitanti
dopo averlo distrutto, depredato, spolpato, massacrato,
ridotto ai minimi termini.
Che cos’è che resta?
Resta il Buio.
Il Buio non fa distinzioni.
Il Buio non è razzista.
Il Buio azzera chiunque, buoni, cattivi, bianchi, neri, rossi.
C’è un fuoco che brucia tutto, c’è una polvere che investe tutto,
e c’è un gelo che invade tutto e tutti.
C’è sempre un fuoco da accendere, con quattro sterpi,
più per avere una luce che per ottenere calore.
Il mondo è composto da zombie che di umano mantengono solo le sembianze.
Persone che hanno commesso errori imperdonabili, cattiverie inaudite,
comunque persone divorate dai loro sensi di colpa,
costrette, come questi due fratelli, a camminare perpetuamente
alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro sanno esattamente cosa sia.
Culla, un uomo con un nome singolare.
Un nome in qualche modo rassicurante, ma è solo un nome.
Culla, che deve espiare la sua colpa.
E lo fa lungo tutto il suo cammino,
ad ogni passo incontra persone che lo accusano
di ogni Male. La sua espiazione è la fuga affannosa,
sono le ferite fisiche, sono le pallottole che scansa per un soffio,
il dito accusatorio puntato sempre addosso.
Rinthy, il suo viaggio è diverso.
E’ durissimo, ma affrontato con uno scopo diverso.
I suoi seni gonfi di latte in qualche modo causano
compassione, pietà, in chi la incontra.
Il suo cammino è l’unica luce in tutto il romanzo.
E non dobbiamo sottovalutarla.
Anche se il destino è identico.
Il dolore, la sofferenza, il disagio, l’angoscia.
Tutte le sfumature del Nero, questa è la vita.
Il Nero è dentro di noi, il Buio è dentro di noi,
possiamo solo adattare la nostra vista e il nostro istinto
a questo colore, per sopravvivere.
Non ci sono amici, non ci sono parenti, nessuno ci aiuta.
Tutto è meschino, tutto è indifferente, e molto è malvagio.
Viene da dire lasciate ogni speranza,
o voi che vi imbattete nella strada di McCarthy,
perchè qui non ci sono aiuti, non ci sono speranze,
non c’è alcun Dio che si interessi a voi,
non avete nemmeno le scarpe giuste per affrontarlo,
e quando le avrete, ve le ruberanno,
qui ci sono tre maligni che seminano Morte senza averne motivo,
c’è un Male che non fornisce nè reclama ragioni,
sullo sfondo di un paesaggio senza tempo,
paludoso e fosco, desolato e vinto e marcio,
come gli uomini a cui appartiene.
Siete soli, e da soli dovrete cercare di sopravvivere e di rimettere
in sesto le cose al meglio che vi sarà possibile.
Ed ecco, il bello, nel Buio.
McCarthy ha parlato pochissimo, due interviste nella vita.
McCarthy ha detto di aver avuto una vita difficile.
Di essere stato povero in canna per lungo tempo.
Ma ha detto di essersi sempre sentito fortunato.
Che la vita gli ha sempre fornito un’opportunità.
Quello che scrive lo scrive in buona parte per
ricordarci che dobbiamo godere di ciò che abbiamo,
e farlo fruttare. Non fermarsi, non arrendersi nemmeno
quando sembra che il Mondo ci abbia chiuso ogni porta
e portato sull’orlo del baratro, nemmeno quando
sappiamo di aver combinato un disastro e qualcuno ce la
sta facendo pagare, fa parte di questo gioco.
Una fede epica, uno scrittore fantastico,
per me il migliore tra i viventi,
una folgorante e potente Poesia.
Quando tutto è Buio, anche quando sei cieco,
cerca la luce, perché esiste.

 

“Una volta non avevo nemmeno i quaranta dollari al mese per pagarmi l’hotel. Sì, e mi hanno buttato fuori. Allora ero molto ingenuo. Ero convinto che in un modo o nell’altro tutto sarebbe andato bene. Ed è stato proprio così. Sono sempre stato molto fortunato. Quando la situazione era particolarmente dura, succedeva sempre qualcosa di assolutamente imprevisto.
Sì. Vivevo in una baracca nel Tennessee e avevo finito il dentifricio. E un mattino sono andato all’ufficio postale per vedere se era arrivato qualcosa. E nella mia cassetta delle lettere c’era un dentifricio.
Era un campione omaggio. Ma la mia vita è piena di episodi come questo. E’ sempre stato così: quando la situazione si faceva critica, succedeva sempre qualcosa
Ecco, mi basterebbe che gli uomini prendessero a cuore le cose e le persone e che apprezzassero maggiormente ciò che hanno. La vita è bella anche quando sembra brutta. E dovremmo apprezzarla di più. Dovremmo essere riconoscenti. Non so a chi, ma dobbiamo essere riconoscenti per ciò che abbiamo.”

 

“Non mi interessa scrivere storie brevi. Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena”.

 

“Il tuo futuro si accorcia e tu te ne rendi conto. Negli ultimi anni non ho voglia di fare nient´altro che lavorare e stare con mio figlio John. Sento qualcuno che parla di andare in vacanza o cose del genere e io penso: ma a che serve? Non ho nessun desiderio di fare un viaggio. La mia giornata perfetta consiste nello starmene seduto in una stanza con un po´ di fogli bianchi. Questo è il paradiso. È oro puro e tutto il resto è solo una perdita di tempo.”

 

“I «buoni scrittori» sono Melville, Dostoevskij, Faulkner, quelli, insomma, «che affrontano questioni relative alla vita, alla morte»; Proust e Henry James non gli interessano, «non li capisco, per me quella non è letteratura. Molti scrittori che in molti considerano grandi per me sono inutili”.

 

“Il lavoro creativo spesso è stimolato dal dolore. Se non avessi qualcosa nel profondo del tuo cervello che ti fa diventare matto, forse non faresti niente.”

 

“Io non penso che la bontà sia qualcosa che impari. Se vieni lasciato alla deriva a imparare dal mondo a essere buono, non è facile. Ma ogni tanto la gente mi dice che mio figlio John è proprio un bambino d´oro. Io dico che lui è talmente superiore a me che mi sento stupido a correggerlo su certe cose, ma qualcosa devo fare, sono suo padre. Non puoi fare molto per cercare di trasformare un bambino in qualcosa che non è. Ma qualunque cosa sia, di sicuro puoi distruggerla. Se sei meschino e crudele, puoi distruggere la persona migliore del mondo.”

 

“Ho degli amici al Santa Fe Institute. Sono persone brillantissime che fanno un lavoro veramente difficile risolvendo problemi difficili, e loro dicono: “È molto più importante essere buoni che essere intelligenti”. E io sono d´accordo, è più importante essere buoni che essere intelligenti. È tutto quello che posso offrirvi.”

Ditemi se non è speranza, questa, per tutti.

 

 

Musica: Black Heart, Calexico

Dischi da possedere: Music of my Mind, Stevie Wonder

Aveva 21 anni.
Steveland Judkins Morris, detto Stevie Wonder.
Forse non è il suo disco più bello, ma è bello da impazzire.
Da questo disco in poi parte davvero il Mito, capace di influenzare generazioni e generazioni di musicisti.
Music of my Mind è una fontana da cui sgorga Innovazione continua, a moto perpetuo.
Lui è stato, ed è, uno dei più grandi Maghi Musicali. In questo, come in tanti altri suoi capolavori, trovi
un pentolone in cui c’è dentro rock, funky, soul, black music, rythm and blues, gospel, jazz, folk. Una roba assurda.
Intanto ripetiamo quel che è noto, che questo album, così come altri, è INTERAMENTE creato e SUONATO da Stevie Wonder. Ripeto, interamente suonato da lui. Ogni singola nota, ogni singolo strumento lo suona lui.
Ci sono solo due “presenze estranee”, il chitarrista Buzzy Feiton su “Superwoman” e un assolo ditrombone di Art Baron in un altro pezzo. Basta così. Al massimo ci sono i cori, quelli non poteva farli tutto da solo, anche se forse ci sarebbe riuscito.
Uno che a nove anni sapeva già suonare piano, armonica e percussioni, penso possa fare tutto, nella vita.
Uno che a 21 anni aveva già dischi alle spalle, già vendeva da matti, uno sotto contratto con la Motown, il Colosso della Musica, da ragazzino.
Uno che appunto a ventun’anni, un secondo dopo la scadenza del contratto, chiama la Motown e gli dice ridatemi tutte le royalty che avete messo da parte nel mio fondo fiduciario, che da oggi faccio da solo.
Prende quei soldi e si costruisce tre studi di registrazione favolosi.
Poi si riaccorda con la Motown, ma alle sue condizioni: i dischi li produco io, ho la mia etichetta, ho il mio studio, invento la mia musica e la incido senza le vostre interferenze.
In questo disco si sentono pianoforte, batteria, armonica, organo, clavicordo, clavinet e sintetizzatori.
Ed è sempre il piccolo grande Stevie, che suona.
Non sono un musicista, non sono un tecnico. Penso che di difetti ce ne siano, nel disco. Ma non me ne frega niente.
Provate ad ascoltare “Keep On Running” restando seduti sulla sedia. Provateci. Se doveste riuscirvi, prenotate una visita da un luminare, perché non state bene, c’è qualcosa che non va.
Provate ad ascoltare “Superwoman”, oppure “Happier Than The Morning Sun” senza sognare di prendere un vecchio camper e andarvene affanculo di fronte ad una spiaggia oceanica, percorrendo tutta la costa senza pensare ad un domani, come se il domani fosse inaspettato e non voluto.
Lui era felice, quando ha composto il disco.
Si sentiva libero.
E questo senso di libertà ti arriva addosso come una doccia fresca, ascolti “I Love Every Little Thing About You” e ti senti al di fuori di tutta la bruttezza del mondo, non ti ci senti manco più, in questo mondaccio, apri una porta e ti trovi in mezzo ai fiori appena sbocciati, come se ti fossi fatto dell’erba migliore al mondo, insieme a chi ami e se non ami nessuno, beh corri in mezzo a quel campo e te la trovi, subito, per ascoltare questo pezzo meraviglioso insieme.
Perchè la gioia va condivisa.
Andate e condividete.
Moltiplicatevi solo se volete.

 

Appunti per un naufragio, di Davide Enia

Jpeg

E’ un libro sull’ascoltare.
Sulla capacità che abbiamo di ascoltare gli altri,
e anche noi stessi.
Sulla capacità di ascoltare le nostre paure,
le nostre angosce.
C’è chi attraversa un continente,
a piedi, senza nient’altro che la propria speranza,
e inseguito dalle proprie paure.
Poi si mette in mare, va incontro alla speranza
di un approdo, uno qualsiasi.
Mette in gioco tutto.
E noi, cosa mettiamo in gioco?
Noi che stiamo sulla terraferma, al riparo,
apriamo la porta del cuore o la teniamo rigidamente chiusa?
Chi è, il vero disperato, il vero naufrago della vita?
Il fuggiasco o noi?
Qui c’è Lampedusa.
Un’isoletta, che sembra chiusa, impervia, inospitale,
piccolissima.
Ma che decide di aprire. E diventare immensa.
Decide senza pensare. Magari decide suo malgrado.
I numeri sono contro di lei.
Ma sa che allargare le braccia è l’unica via.
Conta solo cercare di salvare una vita.
Questi uomini così duri, così forti,
ma così provati. Che scoppiano a piangere senza preavviso,
rivivendo il dolore. Che improvvisamente ammutolivano.
Perché quando sei in mezzo a quel mare,
in mezzo a quelle onde, tra tutte quelle grida,
tra tutte quelle donne, quei bambini, quei ragazzi,
quasi sempre devi scegliere. Con una sola occhiata,
scegli chi devi tirare su e chi devi lasciare
affondare nel buio.
E allora ecco che arriva il punto da cui non si torna
più indietro.
Il punto in cui quando guardi il mare sai che non è
più uguale a prima.
E’ la storia di urla, di pianti, di ferite, di cadaveri che galleggiano
e scompaiono, di bambini chiusi in sacchi neri di plastica.
Ma è anche la storia di approdi. Di sirene delle barche che suonano.
Di un molo che si anima e si rianima.
Del sorriso di chi riemerge e di chi accoglie.
Della sofferenza e della felicità di essere vivi
che si mescolano, tra disperati e soccorritori.
E’ anche la storia di fratelli, e di un figlio e di suo padre.
Perché anche all’interno di una famiglia ci sono naufragi silenziosi
e braccia che devono aprirsi e parole che devono essere dette,
anche lì ci sono viaggi da affrontare con coraggio.
Entrare in comunione e in relazione con gli altri
è un’azione che probabilmente resta la nostra unica
speranza di trovare una casa, un luogo dove andare,
un obiettivo da raggiungere, la nostra salvezza.
E’ stata dura, leggere.
Per me il più esaustivo e chiaro
racconto di quello che sta accadendo.
Un dolore nitido, senza scampo.
Ma anche l’onesta speranza di
chi ci crede ancora, nell’Uomo.

 

Musica: Solo andata – Canzoniere Grecanico Salentino

La caduta, di Albert Camus

 

Jpeg

Un avvocato e un interlocutore.
Dialogo? No, è finto.
È un monologo,
a tratti divertente,
a tratti angoscioso,
a tratti estenuante e noioso.
Un diluvio di parole per fingere
di essere colpevole, e invece mettere
tra sè e gli altri uno specchio,
in modo tale che saranno loro,
a sentirsi accusati e colpevoli.
L’essere umano è un mentitore.
Che si pente solo per egoismo,
per sentirsi pulito e di nuovo
far la morale agli altri.
Ogni azione di questo mondo
è perpetrata solo per il bene personale.
Facciamo del bene al prossimo
per avere un applauso,
sentirci considerati,
non perché ne siamo convinti.
Vili, codardi, bugiardi,
fatevi avanti, non abbiate timore
di riconoscere quanto vivete con doppiezza,
sfruttando gli altri,
perché solo riconoscendolo potrete davvero
essere liberi di vivere al meglio.
O al peggio, ma in ogni caso
questo è il massimo che si possa fare.
Tutto è caduto, cadono i sogni, le speranze,
cadono le maschere, cade la pretesa di
essere felici, una volta riconosciuta la nostra
pochezza e la nostra vanità, non resta che
accettare la Caduta verticale.
Tutti colpevoli, nessuno si salva.
Tutti a massacrarci.
Tutti giudici l’uno dell’altro,
per questo tutti colpevoli.
Vince chi più si adatta a portare
la maschera e più sa riconoscere
quella altrui.

“Mi accuso per lungo e per largo. Non è difficile,
adesso la memoria mi aiuta.
Ma attenzione, non mi accuso grossolanamente,
a pugni sul petto. No, navigo con destrezza,
moltiplico le sfumature e le digressioni,
insomma adatto il discorso all’ascoltatore,
lo induco a rincarare la dose.
Mescolo quel che mi concerne e quel che riguarda gli altri.
Prendo i tratti comuni, le esperienza sofferte insieme,
le debolezze che abbiamo entrambi, le buone maniere,
l’uomo d’oggi insomma, quale inferisce in me e negli altri.
Con questi ingredienti, fabbrico un ritratto di tutti e di nessuno.
Una maschera insomma, abbastanza simile a quelle di carnevale, fedeli e semplificate al tempo stesso,
davanti a cui si è portati a dire
«Guarda un po’, quel tipo l’ho già incontrato!».
Quando il ritratto è terminato, come stasera,
lo mostro, tutto sconsolato:
«Ahimè, ecco chi sono».
La requisitoria è finita.
Ma in quel preciso istante, il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio.”

Pessimismo e fastidio, sì, lo so.

Musica: I promise, Radiohead

Ricordami così, di Bret Anthony Johnston

Jpeg

Un incipit che ti presenta subito il conto.
L’antipasto in cui assaggi
l’incombere della tragedia, e che ti getta
nell’atmosfera che regnerà per tutto il romanzo.
Justin, dove sei?
Cosa accade, quando un figlio o un fratello scompare,
non esiste più?
In un solo attimo, il sole diventa nero.
Il forte diventa debole.
Le difese crollano.
La famiglia si sfalda, si sventra,
il dolore la penetra come lama incandescente
nel burro.
La normalità, tanto derisa e bistrattata,
quanto manca, adesso.
Ma dopo quattro anni si è venuti a patti,
col Signor Dolore.
In qualche modo, un modo terribile e imperfetto,
ma ci si è assestati.
E qui arriva il colpo di scena.
Il momento in cui si ritrova la normalità
è esattamente quello da cui comincia il vero dolore.
Quello in cui ci si accorge che era un’illusione,
pensare che tutto potesse tornare come prima.
Il Dolore ci cambia. Il Dolore ci ribalta,
disintegra le convinzioni,
cambia tutte le priorità. Per sempre.
Ci scava una fossa sotto i piedi.

Quasi cinquecento pagine di tensione,
di sofferenza soffocante,
come l’afa dei luoghi descritti,
te la senti addosso,
come i volti e i pensieri
di queste persone e della loro tragedia,
descritti in modo chirurgico,
in un clima da thriller,
in un infinito ping pong
di flussi di coscienza e
di cose taciute, che pesano
molto di più di quelle non taciute.
Perchè quello che non si dice,
quello che non si sa, è davvero
quello che mette paura.
Il faro puntato sui posti segreti
dove andiamo a rintanarci quando
il dolore ci stringe il collo
come un pitone, e su cosa accade quando
anche quei rifugi personali e solitari
li sentiamo crollare.
Non esiste mai un equilibrio, qui.
Mai un pavimento solido su cui
finalmente poggiarsi e dire a se stessi ok, ci siamo,
finalmente posso stare sereno e fidarmi.
Mai.
Tutti si agitano come insetti
intrappolati, alla ricerca di aria,
di un modo per ricominciare a respirare.
Nessuno si muove in simbiosi,
ognuno scende nel suo bunker,
nel suo burrone,
ognuno è solo sul cuor della terra…

 

 
Musica: Can’t find My Way Home, Blind Faith