L’uomo autentico, di Don Robertson (Ed. Nutrimenti, traduzione Nicola Manuppelli, pp.298)

 

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Mi ha fregato. Dopo aver letto L’ultima stagione ho iniziato questo libro senza leggere la trama né altre recensioni. E mi ha fregato. È un romanzo duro come marmo di Carrara, ci sbatti contro e ti fai male. Prima ti colpisce con l’ironia, ma è la sofferenza che fa diventare ironici.
Leggi la prima volgarità e rimani stupito, come fosse iniziato un libro diverso. Ed è così. O meglio, non era quello che credevi. Un po’ come la vita, che parte forte con ambizioni e certezze e arcobaleni di speranza, e si conclude nella vecchiaia dove tutto ti sembra senza senso, inutile, vacuo, e crudele. Qui ci sono vecchi che dicono parolacce, bevono, scopano anche a ottant’anni senza pudore, ci sono fluidi di ogni tipo, se hai stomaco debole, meglio non leggere.
L’asprezza di questo romanzo ti corrode, soprattutto è terribile quanto ti faccia sentire nel profondo quanto tutto sia fuori controllo, insensato. La cosa brutta della vita non è tanto il dover morire, ma la sensazione di lasciarti dietro il nulla, come una camminata sulla sabbia del deserto, che dopo due secondi ti volti e le tue impronte non esistono più. Non c’è un senso, non c’è un premio, non c’è rispetto, non c’è una speranza, anche se tu la vuoi a tutti i costi, a tutti i costi cerchi il Libro della spiegazione della Vita, anche se dentro di te capisci che nessuno te lo farà mai leggere, perché non esiste. Esiste solo la birra da mandare giù, il piscio, le scopate per dimenticare o per non sentirsi abbandonati, il vomito sulla camicia e sul tappeto e sul mondo, la malattia, e il sangue, il colore e l’odore del sangue che non vanno via nemmeno con una doccia senza fine. E nessuno che ti spieghi il perché, uno straccio di amico sincero. E allora Herman Marshall non ha che una sola soluzione per questo gigantesco enigma.

La solitudine che descrive questo libro forse non l’ho mai trovata in nessun altro. È lancinante. E credo che più anni hai e più faccia male leggerlo. E il finale fa capire il perché Stephen King lo avesse eletto a suo maestro.

Musica: Hurt, Johnny Cash

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Tu guardi le stelle, stella mia, e io vorrei essere il cielo per guardare te con mille occhi.

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X agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

Giovanni Pascoli, da Myricae

 

Chi mi conosce un po’ sa che le mie preferenze musicali divergono ampiamente rispetto a questo autore e a certe canzoni…ma alle volte capitano momenti in cui divergi da te stesso…sei sovrappensiero e subdolamente, mentre ti capita di guardare una puntata di Linea Verde in tv, un motivetto ti colpisce, senza motivi apparenti…e divergi. Improvvisamente ti va di essere in quella trattoria, in riva al mare, a febbraio, in quel momento preciso ti va di ascoltare e di cantare proprio questa canzone, cancellando tutte le cattive notizie. E, senza motivo, ti accorgi che hai gli occhi lucidi. Magari il motivo c’è. Magari la vita oscilla tra la bellezza che vedi e che vivi e la bellezza che vorresti vedere e vivere. Non siamo mai contenti. É la natura dell’uomo, la ricerca, l’insoddisfazione. Comunque sarebbe bello fosse una giornata di febbraio, oggi, sarebbe bello essere al mare, a mangiare e a pensare di fronte alle onde. Non fateci caso, magari è il caldo che ha fatto divergere i miei neuroni. Buoni sogni a tutti. Specialmente a chi ne ha più bisogno.

È da giorni sul tavolo. Un’amica
me l’ha regalata senza alcun motivo,
come viene e va la felicità,
senza alcuna intenzione che potesse
farla simbolo di qualcosa.
Ora che ha perso il colore
e che sono seccati i suoi petali
e ha l’odore delle cose perdute
ora dice che non se ne vanno solo
la felicità o l’amore,
ma che passano anche i giorni vuoti,
che non c’è modo di nascondersi dalla vita,
che la fine è la stessa,
che quello che non è neppure cominciato tuttavia finisce.
E la vita, è già compiuta? È tardi per riviverla?

Martín López-Vega

«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua».

 

La tregua, di Mario Benedetti


Questo è un libro che ho commentato, ma credo che quella specie di recensione non gli abbia reso nemmeno un’oncia di rispetto. Non penso di poter essere stato in grado di rendere giustizia a quello che questo romanzo mi ha fatto provare. E oggi riprendo questa citazione, perché ho bisogno di farlo. È stato forse l’unico libro per il quale abbia versato davvero un fiume di lacrime. Ripensarci, oggi, fa male. Molto. Ma sono stato felice di averlo letto.

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La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel (Ed. Keller, pp. 158, 2013)

 

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Questo libricino è un sogno ad occhi aperti. Mentre leggi ti accorgi che gli occhi si spalancano da soli, sempre di più. Ota Pavel ci ha regalato emozioni a non finire. Ota Pavel, un giornalista sportivo che si getta nella scrittura per gioco e per passione e per dimenticare e curare un mostro che lo divorava da dentro, la depressione. Pensare che abbia scritto quasi tutto quello che ha scritto nel periodo in cui era in cura psichiatrica fa riflettere molto.
Questo libro è un grande gioco che contiene la Storia vera, di una famiglia e di un periodo terribile, una famiglia capitanata da un padre coraggioso, strampalato, sognatore, Leo, il più grande tra tutti gli ottimisti che si possano immaginare, mai domo dalle sconfitte e dalle delusioni, deciso a sognare e a far sognare sua moglie e i suoi tre figli. La mamma è quella che prova a contenere le sue esuberanze, si arrabbia, gli intima di ritornare alla ragione, ma alla fine non smette mai di danzare e ridere con lui.

“La mamma era una bellezza e di lei Lustig era un pochettino innamorato. Una volta era venuto a invitarla un bel signore alto e biondo e papà aveva fatto cenno che sì, la mamma poteva andare in pista con lui.
E quel signore aveva cominciato a farle la corte e a metà del ballo le aveva detto:«Lei è così bella» e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
La mamma aveva sorriso, a quale donna non avrebbe fatto piacere.
E poi quel bel signore aveva aggiunto: «Ma sarei curioso di sapere cos’ha in comune con quell’ebreo».
«Tre figli» aveva detto la mamma, aveva finito il ballo ed era tornata a sedersi accanto al papà.”

Leo e i suoi sogni milionari. Leo che vende aspirapolveri dove non c’è necessità che esistano o dove non esiste nemmeno una presa di corrente, che incanta tutti quando parla, che vende acchiappamosche ad un’intera nazione senza che nessuno veda una mosca in casa propria, e lo stesso fa con l’allevamento di conigli, come si conviene ad un prestigiatore sopraffino. Per Ota, il figlio più piccolo, papà è l’eroe per eccellenza. Il
padre migliore che si possa sognare.

Ma la vita non è un fumetto. Arriva il nazismo. Ma Leo Popper non molla mai. Tra carpe nei laghetti e conigli nelle gabbie, Leo assicura sempre il pasto ai suoi figli, nonostante arrivi la deportazione per loro, inevitabile. Leo non accetta le angherie, Leo si dispera per il fatto che l’essere ebreo cancelli tutto il bene che ha fatto nella società. Ma compie l’impresa di far restare unita la sua famiglia, mantenendo intatta l’atmosfera di avventura nelle loro vite. E l’amore.
Il segreto resta sempre quello, riuscire a guardare sempre la vita con lo sguardo di un bambino.

“Stavamo sempre peggio ma l’importante per papà era che esistevano l’amicizia, la fratellanza e soprattutto l’uguaglianza tra le razze.
Questo valeva tutto l’oro del mondo.”

Questo libro lo chiudi col sorriso tra le labbra,con la malinconia che arriva quando lasci un personaggio che sai ti mancherà, con la consapevolezza di aver ricevuto un regalo, lo sguardo leggero e sorridente sulla vita di un amico.

Musica: Here comes the sun, The Beatles

Beautiful Music, di Michael Zadoorian (Ed. Marcos y Marcos, 2018, pp.400)

 

Jpeg

È risaputo, amo questo scrittore. Così semplice, così chiaro, così diretto e commovente.
Detroit, 1967, i neri contro i bianchi, rivolta soffocata nel sangue.
Il mondo cambia, e Daniel assiste a questi mutamenti.
È un romanzo di iniziazione alla vita, alle sue difficoltà e alla sua bellezza, alle sue gioie e ai suoi dolori. Daniel è ancora un bambino, non è pronto, ma deve esserlo subito, un ragazzino che subito deve diventare adulto, mettere i dolori in un cassetto e diventare grande, per schivare le randellate della vita, mandare avanti quel che resta della sua famiglia, badare lui ad una madre ormai fuori controllo, diventare invisibile nei corridoi della scuola per non incappare nelle angherie dei bulli, trovarsi un lavoro ed evitare ancora altre angherie.

Come si fa a far questo? Daniel ha un solo modo, è solo suo. Ha la sua “bolla”, il suo scudo protettivo, è la Musica. Tutto questo libro è il punto di vista dagli occhi di questo ragazzino, ed ogni sua azione, ogni suo respiro è un battito a tempo di musica. La musica è la sua passione, la sua vita, il suo rifugio, l’unico posto dove nessuno lo sconfigge, nessuno lo può toccare, ed è il mezzo con cui Daniel entra a far parte degli altri, del mondo, in cui riesce ad essere accettato.
Daniel è invincibile, quando ascolta la musica.

 

“Mi arriva una scossa al cervello che mi calma dentro. E non c’entrano soltanto le parole. C’entra come la musica ci porta fuori da noi stessi, lenisce i nostri dolori, scioglie qualcosa nel nostro cuore, ci fa star meglio in modi che non credevamo possibili.
La musica è la mia lingua, la colonna sonora che squilla nella mia testa, fatta apposta per soffocare la rabbia di mia madre. È tutto quello che mi dico per sopportare una giornata di spintoni, prese per il culo, insulti. È la mia coperta di Linus, il mio campo di forza, la mia sonora, elettrica, urlante martellante versione audio della bolla. È il mio Babbo Natale, la mia fatina dei denti, il mio coniglietto di pasqua. Con la differenza che la musica esiste davvero.”

 

Mi sono preso la briga di contare e appuntarmi tutti i titoli delle canzoni che Zadoorian cita. Una playlist composta da 130 canzoni. E senza tener conto degli album. Questo libro ti riporta indietro nel tempo, cinquant’anni indietro, ma la storia ha sempre dei collegamenti con il presente.
Per chi è appassionato di musica, specialmente di quella degli anni ’70, questo è un libro praticamente imperdibile, da conservare e da regalare a chi si ama. Io ci vivo, per la musica, e questo libro mi ha fatto sognare, ci ho messo tanto a leggerlo perché ogni pagina mi ha costretto a fermarmi e ad andare a cercare la musica corrispondente, anche se molta ne conoscevo già. Ma anche se si è più giovani è evidente che si troveranno sempre collegamenti, perché moltissimi di noi hanno trovato rifugio nella musica, nella loro adolescenza e in tutti i momenti più importanti della vita, la musica ha accompagnato la nostra crescita così come accade a Daniel in questo romanzo. E magari qualcuno di noi potrà riconoscersi in lui, nel ragazzino troppo silenzioso, troppo impaurito, troppo curvo sui libri, terrorizzato dagli sguardi altrui, costretto a cercare l’invisibilità per uscirne illeso. Ma anche così sognatore, così entusiasta, così curioso della vita. Tanti di noi si riconosceranno nel suo percorso di crescita, quando ti accorgi che il mondo non è tutto profumato come credevi, quando ti accorgi delle differenze e di chi le fa pesare, del conto che molti devono pagare per il solo fatto di dover vivere in mezzo agli altri. Lo spaesamento che si prova quando non si capisce il perché della cattiveria, il perché le persone, anche i tuoi genitori, magari, pensino cose che a te sembrano crudeli, assurde, senza motivazione.

“È una finta? È ipocrisia? Si può essere un reazionario gentile? È possibile avere lati opposti di qualcosa nel proprio cuore? Puoi credere che le cose stiano in un modo, mentre le tue azioni rivelano qualcos’altro? Puoi temere l’idea di certe persone, ma non le persone stesse, viste da vicino? Proprio non lo so.”

Non si può non voler bene a Daniel, con i suoi vestiti fuori moda, con il suo essere non in tono con l’universo, con la sua ricerca di assestamento, la sua gioia della prima radio e dei primi dischi acquistati, quella sensazione del passare a sentirsi sottoterra a camminare due metri sopra il livello del suolo, solo per una maglietta dei Blue Oyster Cult o un disco degli Zeppelin sotto braccio.
Siamo stati un po’ tutti Daniel, alla ricerca continua di esistere, di esserci, di essere importanti per noi stessi e per qualcun altro, nella nostra ricerca di visibilità, di gridare ci sono, anch’io sono capace, anch’io sono come voi e anche meglio di voi, e, come Daniel, l’unica paura è che il disco finisca, e che tutto diventi dissolvenza.

“L’attimo prima che la puntina tocchi il disco, quel piccolo rombo cupo e crepitante sospeso nell’aria. C’è una pesantezza buona, una sensazione eccitante, viva, che è l’opposto di come ti senti quando una canzone che ami va in dissolvenza.
È possibilità allo stato puro. Il click amplificato della puntina che si abbassa su un disco che ascolti per la prima volta, il leggero sfrigolio mentre la punta scivola nel solco. Il tempo si ferma proprio lì.
Finché non parte la musica. Non è più soltanto possibilità, è realtà
Quel momento dopo il click e lo sfrigolio è un momento dove tutto è possibile – musica incredibile, parole gentili, gente che va d’accordo, buon cibo, niente bulli, nessuno che muore. È l’antidissolvenza.”

Musica: Doctor Jimmy, The Who

22.11.63, di Stephen King (Ed. Sperling & Kupfer, 2014, pp. 767)

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Accidenti, è finito.
Il Maestro mi ha colpito ancora.
È un genio, non sono parole nuove, di nuovo non dirò nulla.
Tornare indietro nel tempo per cambiare il corso della nostra vita e di quella altrui, lo faremmo?
In questo romanzo c’è tutto, tutto. La fantascienza di un viaggio nel tempo, c’è passato, presente e futuro,
c’è la politica, c’è la violenza, il sangue, la vendetta, c’è l’amicizia, ma soprattutto c’è l’amore.
Una storia d’amore tra le più grandi, che travalica i tempi e gli spazi.
La vicenda di Kennedy e di Oswald è solo un pretesto o un corollario.
A King piace raccontare una storia. È uno dei più grandi “raccontastorie” del mondo. E gli piace raccontare il senso dell’umanità del mondo, gli piace raccontare degli uomini che sono pieni di difetti e di dubbi, ma che si lanciano con coraggio verso le loro paure, e in nome di un’idea o di un sogno le combattono a viso aperto, sia quel che sia, anche se il destino sembra segnato. Che si tratti di uomini, di ragazzi o di bambini, fa lo stesso.
È paradossale osservare come uno scrittore famoso per la descrizione del buio più nero dell’animo umano sia comunque in grado di descrivere al contempo anche la luce più luminosa, di questo animo.
Ma soprattutto il suo potere immaginifico, come riesca a far sentire il lettore immerso nelle sue storie, quasi dalla prima pagina. Siamo lì a Derry, a Dallas, a Jodie, siamo in un bar a bere quella birra di 60 anni fa, in mezzo ad odori e profumi che non abbiamo mai avuto la possibilità di saggiare ma che ci sembra di avere addosso, siamo in quelle aule e in quei teatri scolastici, e siamo al ballo della scuola a ballare il lindy hop.
È la forza di King, quella di farti sentire un lettore e, dopo un attimo, spettatore di un film avvincente, i suoi personaggi sono vivi, sono reali, sono credibili, è cinema puro. L’unico difetto è che è troppo americano, ma non si ci può far niente.
L’idea del portale attraverso cui viaggiare nel tempo o la teoria dell’effetto-farfalla sono cose già lette, già sentite. Ma King ha la capacità di rinnovare tutto, di rilucidare emozioni già provate tanto da renderle nuove di zecca. Ha la capacità di tenerti incollato alle pagine, di farti maledire il momento in cui devi dormire e non vorresti chiudere il libro, ha la capacità di farti sognare, di parlarti con credibilità di tante cose insieme, di farti arrabbiare, impaurire, sorridere e commuovere nello stesso tempo.
Ti incanta, quando parla degli uomini e della forza che è nascosta dentro di loro, e che viene fuori nei momenti cruciali, quando bisogna trovare la motivazione per resistere. Vale la pena danzare.

“Ma io credo nell’amore, sapete. L’amore è vera magia portatile: non credo sia nelle stelle, ma credo che sangue chiami sangue e mente chiami mente e cuore chiami cuore”.

Chiudo il libro con malinconia, mi mancherà. È un romanzo che dimostra la forza del suo autore, un libro che ogni volta che lo riponevo sul comodino mi chiamava, mi diceva dai, resta ancora un po’, non tornare subito nel mondo reale, troppo adulto, resta ancora qui a pensare da bambino, a sognare ancora.
Il Re è Magia.

 

Musica: In the mood, Glenn Miller

 

Canzoncina.
Così sembra.
Melodia carina, la puoi fischiettare al supermercato mentre col carrello passi davanti al banco formaggi,
oppure la puoi canticchiare sorridendo mentre in macchina stai per raggiungere il mare.
Per poi dimenticartene cinque minuti dopo.
E invece no. Perché conosci le parole. E ti senti male.
C’è qualcuno, e quel qualcuno sei tu, che entra in un bar che si chiama Cielo.
Bel nome.
Entri e c’è un complesso che suona la tua canzone. Bello.
Entri e c’è un sacco di gente. Ci sono tutti.
E c’è una festa. E la musica va. Poi la festa finisce, ok, tutti a casa, è stato bello.
No, ricomincia. Ancora la stessa gente, la stessa musica, stesso complesso.
Bello, di nuovo.
Poi finisce, e ricomincia, stavolta c’è un bacio. Che inizia, finisce. Ricomincia.
Lo stesso bacio.
Ecco che capisci. Senti che arriva la noia. Senti che arriva l’angoscia.
L’angoscia che deriva dalla troppa perfezione delle cose.
Mi sa che qualcuno ci vuole fregare con la perfezione. Mi sa che qualcuno ci ha preparato un paradiso artificiale.
Siamo nel Truman Show, nulla di male ti può accadere, ma tutto è previsto e tutto è scontato, in modo tale che tu resti tranquillo,
inoffensivo.
La senti la voce di Byrne che sale un po’ di tono, che si dispera?
Il Cielo è un posto dove tutto è eccitante, ma dove niente mai succede.
Ecco, il Paradiso non fatevelo costruire. Createvelo da soli, che non sia noioso, che sia pieno di errori, ma dove possa sempre accadere qualcosa.