Dona Flor e i suoi due mariti, di Jorge Amado

 

DONA FLOR

Flor, quanto ti abbiamo immaginata, sognata, desiderata.
Ma anche criticata, compatita.
Ma anche amata, invidiata.
Con il tuo sguardo “perso, che sembrava guardare dentro al proprio cuore”.
Con quegli occhi “pieni di languore”,
“al di là del tempo, come se intorno a lei non fossero esistite
lacrime di lutto né risa festose, ma soltanto solitudine”,
con la tua bellezza senza dimensione.

“Vadinho, pazzo e tiranno, fuoco e brezza”.
Vadinho, che lo ami e poi vorresti spaccargli la faccia.
Che vai con tutte, che la lasci sola la notte, che la maltratti,
che ti giochi anche le mutande,
che vivi di espedienti.
Ma che sorridi alla vita, che per te è sempre Carnevale,
e che per te Flor è la più bella donna del mondo,
che non ti stanchi mai di toccarla,
di possederla, di farla venir meno sotto i tuoi baci.

Perché quel letto di ferro è inutile e ghiacciato, senza di lui.
Perché la vita, senza di lui, è “un asfissiante pantano di fango”.
Senza di lui finito il divertimento, finita la sorpresa.
Senza di lui tutto è paccottiglia, presunzione, non vale la pena…

Poi Teodoro. Un altro uomo.
Un altro amore. Opposto.
La precisione, la meticolosità.
Ogni cosa al suo posto
L’adorazione assoluta.
Lui non ti tradisce, lui è tutto per te.
Lui non ti lascia, lui c’è sempre, su di lui puoi contare.
Lui non è una barcaccia che naviga in altri mari impetuosi
e non sai quando torna. Lui è una nave poderosa, massiccia,
sicura, ancorata al tuo porto.
Teodoro lo prendiamo un po’ in giro, sì, a volte è fastidioso.
La sua normalità senza mai una piccola follia diventa insopportabile.
La stabilità è un pregio, ma anche un difetto.
Ma Teodoro non merita le prese in giro,
Teodoro non merita di essere tradito.

Qual’è la strada per la felicità, Flor?
“La felicità non ha storia, con una vita felice non si può scrivere un romanzo.”

Ecco, la felicità è sorriso ed è pianto.
E’ vita e morte che si rincorrono, si alternano.
La felicità è sregolatezza e un posto sicuro dove tornare.
La felicità è avere due uomini insieme, due vite da far coincidere.
La felicità è la ricchezza, ma anche la povertà.
E’ nell’avere, ma anche nel dare.
La felicità è Bahia, le sue strade, i suoi balli,
i suoi canti, la sua miseria, i suoi truffatori,
le vicine di casa pettegole e cattive, le amiche che ti amano,
la generosità, la gente che ti sta accanto sempre,
il gioco d’azzardo, e soprattutto il sesso, che è il vero gioco,
come il cibo,
che si deve vivere senza mortificazioni, liberi, gioiosi,
senza colpe.
E soprattutto è nell’accettarci per come siamo,
imperfetti, contraddittori, umani.
E anche accettare di chiudere questo libro con un sorriso sulle labbra
e un pizzico di malinconia.

...un’ amore così grande che resiste oltre la vita disastrosa, così grande, che, dopo di non essere, sono tornato ad esistere, e sono qua. Per darti gioia, sofferenza e godimento., sono qui. Ma non per restarti accanto, essere la tua compagnia […]per questo no, amore mio. Questo è compito del mio nobile collega di letto…..e migliore di lui non ne troverai…io sono il marito della povera dona Flor, colui che viene a risvegliare la tua ansia, a mordere il tuo desiderio, nascosti nel fondo del tuo essere, dietro al tuo ritegno…lui si occupa della tua virtù, del tuo onore, del tuo rispetto…lui è il tuo volto mattutino, io sono la tua notte, l’ amante di fronte al quale non hai né possibilità di fuga, né forza. Siamo i tuoi due mariti, i tuoi due volti, il tuo sì e la tua negazione. Per essere felice hai bisogno di tutti e due. Quando eri sola con me, avevi il mio amore ma ti mancava tutto, e quanto soffrivi! Poi avesti solo lui: avevi tutto, non ti mancava nulla, e soffrivi ancora di più. Ora, si, sei dona Flor intera, come devi essere……

Musica: O que será (A flor da terra) – Chico Buarque

Il condominio, di James G. Ballard

 

condom

Devastante. Spietato. Lucido.
Oppure no. Lucido nella sua follia.
La descrizione lucida e precisa della regressione umana verso la preistoria.
L’abbandono totale della razionalità, del controllo, e l’abbraccio pieno
all’istinto primordiale.
Come se l’uomo in realtà fosse questo, bestiale, barbaro, inumano.
Come se la vita che conduce in realtà sia una costrizione, una finzione,
una messa in scena ipocrita, in verità quello che vogliamo è solo essere crudeli, sadici o masochisti, fare del male agli altri e a noi stessi,
senza motivo apparente ma solo per il gusto immenso di farlo.
Come se fossimo immensi contenitori di odio represso.
Pronti ad esplodere se capita l’occasione,
e l’occasione può essere vivere insieme in spazi ristretti
e senza alcun controllo esterno.
Ballard è come lo scienziato pazzo che ci mostra questo
esperimento, freddo, asettico, senza alcun coinvolgimento morale.
Osserva questi esseri umani alla stregua di formiche in un formicaio,
spingendoli alla lotta per la sopravvivenza, distruggendo ogni infrastruttura sociale e mostrando solo nervi ed ossa.
Il grattacielo mostra crepe nel funzionamento tecnologico
e i suoi abitanti non reagiscono, anzi sembrano soddisfatti,
come aspettassero questo segnale per togliersi la maschera rassicurante e mostrare finalmente i denti aguzzi.
Il cibo, il sesso, la caccia, la difesa del territorio.
Solo questo, conta, in un’ipnosi collettiva devastante.
Esci dalla lettura disturbato, angosciato, sconvolto.
Quello che più disturba è l’apparente mancanza di motivazioni
per diventare così crudeli.
È così che siamo? Il mondo è quello di Cecità di Saramago? Siamo in un’immensa Arancia Meccanica pronta all’esplosione?
Il finale non fornisce risposta.
Anzi, ci conduce verso un’angoscia più cupa.

Musica: Dogs, Pink Floyd

Un’imprecisa cosa felice, di Silvia Greco

IMG_20170510_133005408

Pessoa, subito. “Fu un momento”
Wislawa, a chiudere. “Sotto una piccola stella”.

“Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido”.

No, non è una storia pesante.
No, non leggerai e dirai “Dio, che pugno nello stomaco”.
Staccherai un po’ dal tuo mondo quotidiano, magari noioso e asettico,
e viaggerai di fantasia, che ti farà bene.
Leggerai e sorriderai. Ti commuoverai un po’.
Leggerai della morte, ma sarà un sospiro, e poi farai un sorriso.
Capirai che le persone importanti che ci lasciano no, non ci lasciano mai.
Sfoglierai quei capitoli brevi, che a me piacciono tanto, perchè sono come le fotografie.
Immediati. Ti sentirai come a teatro, a vedere una commedia.
Come al teatro delle marionette.
Sai che è per bambini, ma rifletti e ti diverti lo stesso.
La bellezza è bellezza, anche sotto un’apparente ingenuità.
Abbraccerai Nino, che arriva in ritardo su tutto, ma la lentezza gli fa restare negli occhi il sogno,
e fa fuggire via le cose brutte.
Nino, che si incanta ad ascoltare una storia, Nino che ritaglia gli sguardi e i volti.
Nino, che, mentre leggo, penso no eh, non fargli succedere niente di male, a Nino,
che non lo potrei sopportare.
Che quando penso a “ritardo cognitivo” mi viene un brivido.
In cui c’è tutto, dentro, da un pianto a dirotto a Forrest Gump e alla sua piuma.
Marta è sveglia, invece. Marta corre, Marta pretende, Marta si incazza, Marta che la sofferenza se l’è ingoiata tutta.
Entrambi, a loro modo, hanno in mente un piano di risalita.
Non conoscono bene la strada, ma la troveranno.
Alla fine c’è un sorriso che li aspetta.
E’ una fiaba, una piccola magia, una poesia delicata, questo libro.
Che quando lo chiudi, alla fine, stai bene, senza dover spiegare bene perché.
Ascoltate musica. Mangiate marmellate di consolazione.
Fate a gara di stelle. Mettete un cartello con scritto “oggi chiuso per cose mie”.

“Così la brezza / dice sui rami senza saperlo / un’imprecisa cosa felice”.

Musica: Felicità, Lucio Dalla

Cade la terra, di Carmen Pellegrino

Screenshot_2017-05-09-07-00-58 (1)

Ti trovi a camminare per questo paese, e non sai se ti trovi in Abruzzo, in Calabria oppure in Sud America.
Alento, dove il sole non scalda mai.
Alento, “una malora che aveva le montagne da tutte le parti, incorruttibili guardiani di un buco dove si andava a morire, mai a nascere”.
Non sai sei sia prosa o sia poesia.
Non sai se si parli di morte oppure di vita.
Estella, che si prende addosso un fardello pesante.
Ricordare i morti e farli rivivere.
Tutti vanno via, la frana spinge via case ed abitanti, ma lei resta.
Lei resta per tramandare quello che è stato e per consolare se stessa, rifugiandosi sotto il grande ombrello del rimpianto e della nostalgia.
Come l’edera, che di tutto si ciba e testarda vive e si arrampica, caparbia si aggrappa ai ricordi di chi non c’è più.
Sento il rumore dei suoi passi, il suo sguardo che vaga tra quel che resta di quelle case, uno sguardo in bianco e nero che diventa colore, che fa rivivere la quotidianità perduta, misera o ricca che fosse stata, sostando in una dimensione indefinibile, tra morte e vita, tra questi fantasmi che ci parlano, che siedono a tavola con noi, che raccontano, si difendono, vorrebbero ma non possono.

“Quando pure questa casa cominciò a diruparmi addosso, un frullio di calcinacci dietro l’altro, io ero già cotta e mi facevo sera da sola, senza più voler sapere in che punto preciso del tempo ero. Non chiedevo nulla: sedevo presso i muri che dilungavano il loro sibilo di vita e non chiedevo nulla. Aspettavo, questo sì, ma sapevo bene quanto l’attesa fosse vana, perché nulla poteva venire”.

Ma finché c’è l’amore, ci sarà il ricordo. Una lampadina, un berretto da banditore, un pezzo di cioccolato, una lettera da un figlio che è partito in cerca di fortuna, gli oggetti della vita di ogni giorno che rappresentano la tangibilità del ricordo, del passaggio indelebile su questa terra che cade, che frana, ma nulla può contro il cuore di chi non dimentica.

Un omaggio ai più deboli, a coloro che hanno sofferto, che si sono dovuti piegare al destino.
Come Lucia Parisi, che aveva sempre in testa le parole della madre “come passi in salita lungo le scale della rassegnazione”.
Come la vecchia Mariuccia, che sistema “la mantella a mo’ di tappeto perché la vita che stava per nascere non toccasse subito la polvere”.
Come Marcello, che “non era che l’ultimo anello di una catena di odi che risalivano per le generazioni”, “una tradizione centenaria di risentimenti”.
Come Cola Forti, che, perse le illusioni, “si sedette sotto questa pergola e non si mosse più, le gambe ferme, gli occhi lacrimosi come un cane che ha smesso di correre, persino in sogno”.

Tutti riuniti sotto il grande olmo
“Questo grande albero dal sonno insonne, questo generoso fracassone dall’odore povero credeva nella gioia di darsi, come fa il frutto che cade, felice com’è di farlo, perchè solo ciò che non si dà muore.”

Il segreto evidentemente è questo, non tenersi tutto per sè, non aver paura di donarsi, di muoversi, non aggrapparsi alla terra, ma assecondarne il movimento, trovare l’equilibrio tra lo stare con i piedi sulla palude e il guardare al cielo, vivere tra le crepe e, attraverso esse, cercare le nuvole.

I morti reclamano, protestano un diverso destino.
“Se non riuscite a fare a meno di noi, chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo. Chiamateci per farci indossare abiti di vento. Toglieteci da questa pena di polvere, è insano lasciarci bocconi. Fateci camminare in mezzo a voi con passi burattini, leggeri e volubili. Chiamateci per cambiarci i destini”.

Ora che la frana ha distrutto e livellato i destini, ora anche chi non c’è più ha l’occasione di tornare in scena con un compito e un destino diverso, ora che “ogni casa ora è un teatro, con le quinte in disfacimento, il palco che crepita sotto i passi, un teatro dove possono esibirsi anche quelli che una scena non l’hanno mai avuta”

Una scrittura da grande classico del novecento, affascinante, ipnotica.

Musica: Le semplici cose, Vinicio Capossela

Le coccinelle non hanno paura, di Stefano Corbetta

le-coccinelle-non-hanno-paura-389009

Molto delicato.
Molto pulito.
Anche molto vero.
Tante riflessioni sulla vita.
Amicizia, amore, nostalgia, malattia, dolore, separazioni.
E jazz, tanto jazz, che si insinua nel rock duro.
Perché la vita ti può sorprendere, anche nel finale, quando meno te lo aspetti.
E’ fatta di tante coincidenze, che sono utili, come dici tu.
Utili per capire gli altri e capire te stesso.
Per scoprire quello che non potevi immaginare.
Per comprendere che la vita è un po’ tutta un’improvvisazione.
Ma bisogna avere la capacità di fare attenzione ai dettagli.
Essere un fotografo come Teo, che di dettagli ci vive.
Che sa immagazzinarli per poi tirarli fuori dal suo archivio mentale quando occorre.
Teo, che scatta le foto con gli occhi.

occhio-tecnolog
Bisogna cercare di andarle incontro, alla vita, anche quando sembra che stia fuggendo,
che ci sia ormai un distacco insormontabile tra lei e le tue speranze.
Assecondarne il ritmo, tanto comanda lei.
Rassegnarsi al destino, all’incrocio possibile delle coincidenze,
al pensiero che nessuno è qui per camminare da solo,
prima o poi il tuo cammino incontrerà un cammino altrui,
e che se smetti di sperare poi non si avvera niente.

Perché

Il destino delle persone si compie mentre altri, da qualche parte, vicino o lontano, se ne stanno seduti a bere un caffè, o passeggiano tra le vie della città con un’attenzione nuova, o fanno l’amore per suggellare un tradimento: tutti indifferenti gli uni agli altri, ognuno dentro una perfezione passeggera o un errore da cancellare, tutti partecipi del grande respiro del mondo.”

 

Un bell’esordio, letto d’un fiato, profondo e leggero, ironico e commovente.

Musica: Somewhere Over the Rainbow, Keith Jarrett

Felici i felici, di Yasmina Reza

FB_IMG_1493756629924

Una scrittrice cinica quanto basta, vera quanto basta, credibile quanto basta.
Sotto accusa il matrimonio.
Coperta sotto cui giacciono corpi e menti insoddisfatte.
Gente che finge, gente che mente.
Gente infelice, gente che cerca.
Quante cose ci raccontiamo, per vivere meglio?
Quante cose nascondiamo, per vivere meglio?
Quante bugie raccontiamo a noi stessi?
Quante parti recitiamo, ogni giorno?
Che razza di capacità di mimetismo siamo in grando di mostrare al mondo, pur di essere lasciati in pace?
Quante illusioni crollate, quanta disillusione incamerata?
Forse non tutto è vero, forse queste storie non sono tutte possibili.
Ma molto è credibile.
Tiriamo su una fortificazione e ci nascondiamo nei suoi viottoli interni.
Ma Yasmina Reza si diverte a colpirci in quegli abissi.
A scoprire le nostre meschinità.
Con una scrittura asciutta, cruda e crudele, sarcastica, ironica.
I personaggi sono tanti e si conoscono tutti tra di loro, sono tutti parenti o amici, e tu finisci col dimenticarti dei loro nomi, ma non contano i nomi, conta il concetto espresso.
Conta il concetto di queste unioni ipocrite, piene di veleno, sempre sul limite della rottura, ma che diventano puro rancore e pura solitudine frustrata.
Quando ti accorgi che puoi solo sopravvivere.
Perchè «Essere felici è un talento. Non puoi essere felice in amore se non hai un talento per la felicità».
E allora non resta che raccontarcela, questa fiaba della felicità.

Musica: You Know I’m No Good, Amy Winehouse

Prendila così, di Joan Didion

did

Tristezza infinita.
Scrittura scarna e scarnificata.
Sofferenza scritta a pezzetti, frammenti.
Difficile seguire il corso degli eventi, chiamiamoli così.
Perchè alla fine qui si tratta del nulla.
Di nuovo, ancora lui, il famigerato sogno americano che
va in frantumi, stavolta a Hollywood.
Maria fugge. Fugge dai problemi, fugge dalla realtà
Prende e scappa in automobile, in autostrada, e beve,
beve.
Meglio bere che pensare.
Meglio bere che affrontare.
E chi le sta intorno forse beve meno di lei, ma è un
fallito come e più di lei.
Nessuna mano tesa verso chi sta male.
Maria provoca compassione in chi legge, anche se decide di essere vile. Anche se ti fa incazzare per l’apatia della quale decide di nutrirsi.  Ma subisce comunque troppo, dalla vita, per non provare compassione.
Amici finti, amanti finti.
Anche il sesso è triste, quasi recitassero tutti un
copione, anche fuori dal set.
Si vive perché si deve. E basta.
So che significa nulla.. eppure continuo a giocare.
Nessuna speranza, nessuna gioia.
E’ tutto fuori fuoco, tutto ripetitivo, troppo.
Il caldo fortissimo fuori, cinquanta, sessanta gradi di
un deserto accecante.
Il freddo, il gelo disperato dentro al cuore.
Gelo anche per me. Ho le mani congelate, e sono
stranito, affaticato, sgomento, inacidito, infastidito, intossicato.

Musica: Free Fallin’, Tom Petty

Scritto sul corpo, di Jeanette Winterson

 

Screenshot_2017-04-28-11-08-33

Una corsa. Senza respiro. Un libro che mangi, letteralmente. Un libro che ti trascina via, ti turba. Ti rende felice, emozionato, poi triste, addolorato, ferito, muori e poi ti risollevi.

L’amore è questo? O dovrebbe essere questo, forse. Un rollercoaster continuo.

Soprattutto è un bene primario universale. L’io narrante si nasconde, cela la sua identità di genere. Perché non conta essere uomo o donna, conta il sentimento e contano le parole che si dicono. Le parole sono le vere, uniche protagoniste illuminate sulla scena, l’unico Dio a cui rivolgersi e dare ascolto. Qui le parole spesso sono dirette, crude. Anche incoerenti, ripetitive, ossessionanti. Ma molto più spesso finiscono per essere poesia, in una storia che non ha una trama classica, ma è continuamente in evoluzione, un mostro dolce a più teste e a più voci, tragiche, romantiche, ironiche, dissacranti.

E’ una storia che si può riguardare chiunque di noi.

Una passione sconvolgente, ma anche razionale, in fondo ha una sua logica. Un libro che costringe a fermarsi improvvisamente a pensare. A rileggere certe frasi, periodi interi, che sfiorano la perfezione, a centellinare. Parlare d’amore è sempre stato l’argomento numero uno dei romanzi, ma proprio per questo ci sembra difficile, perché ci sembra sempre che in fondo sia stato detto tutto.

Ma questo libro ne parla in un modo unico. Questo libro è un viaggio, dalla prima riga ci sei dentro, e si parte, via, verso la passione, l’eros, la gelosia, la possessività, la dolcezza, una sconcertante altalena di sensazioni. E’ un viaggio in cui il CORPO è il centro, il nucleo fondante del rapporto amoroso. Attraverso il corpo capiamo le origini di tutti i nostri sentimenti e le nostre sensazioni. E’ il corpo che viene descritto in un modo mai visto prima, minuziosamente, da tutte le angolazioni, sia fisiche che psichiche.  Louise è un demone tentatore dai capelli rossi fiammeggianti, un demone tentatore che ti conduce all’adulterio, senza scampo.

“Non desideravo solo la carne di Louise, desideravo le sue ossa, il suo sangue, i suoi tessuti, i tendini che la tenevano insieme… l’avrei tenuta stretta finché lo scheletro fosse diventato polvere.”

Un desiderio famelico.

“Gli odori del corpo della mia amata sono ancora impressi nelle mie narici. La mia amata è un pezzo di selvaggina…andrò a trovarla nella sua tana angusta e mi ciberò di lei”.

E’ una celebrazione assoluta dei sensi, vista, tatto e olfatto pienamente coinvolti.

Il corpo è passione, desiderio, è una cartina geografica da esplorare in ogni recesso, il corpo è un libro, scritto in un codice segreto, che è decifrabile  e visibile solo dai due amanti.

Sublimazione dei sensi, ma, nello stesso tempo, conta solo il cuore, per decifrare e carpire i segreti dell’altro conta solo l’amore, il sentimento. Ci si riconosce anche al buio, se si parla con il cuore.

«Il movimento delle dita, il linguaggio dei sordomuti, scrivere sul corpo il desiderio del corpo. Chi ti ha insegnato a scrivere col sangue sulla mia schiena? Chi ti ha insegnato a usare le mani come ferri per marchiare? Hai inciso il tuo nome sulle mie spalle, hai apposto su di me il tuo marchio. I polpastrelli delle tue dita sono diventati punzoni, trasmetti un messaggio alla e sulla mia pelle, il messaggio viene recepito nel mio corpo. Il tuo codice Morse intralcia il battito del mio cuore. Avevo un cuore sano prima di incontrarti, potevo contare su di lui, era stato in prima linea ed era diventato forte. E adesso alteri il suo incedere con il tuo ritmo, lo suoni per me, pizzicandomi come una corda di violino. Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì. In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille. Preferisco tenere il mio corpo ripiegato, al riparo da occhi indiscreti. Mai aprirsi troppo, svelare tutta la storia. Non sapevo che Louise avesse mani capaci di leggere. Mi aveva tradotto nel suo libro personale.»

Capirai che l’autrice ha voluto letteralmente sezionare, smontare ogni paradigma amoroso classico, mescolare e rimettere in discussione, scrivere d’amore in un modo nuovo, originale. Il narratore è uomo o donna? Te lo chiederai fino alla fine e non lo capirai. Perché non devi capirlo. Devi concentrarti sulle parole e basta, sui sentimenti e basta. E sul nuovo modo di descrivere l’amore, che ribalta tutto quello che conosci. Elenchiamo prima le basi banali e le frasi fatte classiche, facciamo a pezzi i clichés, “sono i clichés, il problema”.

“Il sistema di sicurezza più affidabile, benedetto dalla Chiesa e approvato dallo Stato, è il matrimonio. Giura che ti concederai solo a lui o solo a lei e per magia sarà così. L’adulterio ha a che fare sia con l’illusione sia con il sesso. L’incantesimo non ha funzionato. Hai speso tutti quei soldi, hai mangiato la torta nuziale e non ha funzionato. Il matrimonio è l’arma più inefficace per combatter il desiderio.”

«L’amore richiede espressione. Non rimarrà fermo, in silenzio, non sarà buono, modesto, non sarà visto e non sentito, no. Irromperà in canti di lode, la nota più alta che rompe il bicchiere e fa versare il liquido. Non è un conservatore, l’amore. È un grande cacciatore e noi siamo la preda del suo gioco. Come puoi continuare a giocare se le regole cambiano in continuazione? Mi chiamerò Alice e giocherò a croquet con i fenicotteri. Nel paese delle meraviglie tutti imbrogliano e l’amore è un po’ come il paese delle meraviglie, non è vero? L’amore fa girare il mondo. L’amore è cieco. Tutto ciò di cui hai bisogno è amore. Nessuno è mai morto per un cuore spezzato. Lo supererai.»

Ma è impossibile distruggere tutti i clichés dell’amore. Le citazioni abbondano, infatti. Il narratore non può fare a meno di citare Madame Bovary, Jane Eyre, Romeo e Giulietta, Anna Karenina, e canzoni, e film…

Il loro amore è circondato da queste immagini e queste parole immortali, e costretto a vivere solo nello spazio di un letto, il resto non esiste. L’amore è un vero rompicapo, un labirinto attraverso il quale devi passare e che devi risolvere, altrimenti ne resterai per sempre prigioniero.

Non riuscirai a non essere coinvolto. La sincerità assoluta, l’originalità delle parole scelte con cura, unite al mistero di fondo di questo personaggio, ti tratterranno dentro questa storia, facendotela vivere fino all’estremo, attraversandone ogni fase. Subirai le provocazioni continue di questa autrice, dovrai porti domande che forse non ti sei mai posto, sarai costretto a metterti in discussione, e a tentare di decifrare il codice che è impresso sulla tua pelle.

«Voglio che tu venga da me senza passato, le frasi che hai imparato, dimenticale, dimentica di aver frequentato altri luoghi. Vieni da me come fosse la prima volta, non dire mai che mi ami fino al giorno in cui non me lo dimostri.»

«cos’è che uccide l’amore? Soltanto la disattenzione. Non vederti quando mi stai davanti. Non pensare a te nelle piccole cose. Non spianarti la strada, non prepararti la tavola. Sceglierti per abitudine e non per desiderio, passare davanti al fioraio senza accorgermene. Lasciare i piatti da lavare, il letto da rifare, ignorarti al mattino, usarti la notte. Desiderare un’altra persona mentre ti bacio sulla guancia. Dire il tuo nome senza ascoltarlo, dare per scontato che sia mio diritto pronunciarlo.»

«Perdere qualcuno che ami ti sconvolge la vita per sempre. Non riesci a superarlo, perché si tratta della persona che amavi. Il dolore si ferma, ci sono nuove persone, ma quella distanza non si chiuderà mai. Come potrebbe? La peculiarità di qualcuno che significava così tanto da essere rimpianto non è anestetizzata dalla morte. Questo buco nel mio cuore ha la tua forma e nessun altro può riempirlo. Perché dovrei volere che qualcuno lo riempisse?»

Musica: True love waits, Radiohead

 

 

quella
Atmosfera che sembra pacifica, di cose ne accadono poche, invece c’è molta tensione, fino alla fine. I dialoghi tra i personaggi, ma anche i loro silenzi e i loro segreti non svelati reggono tutto il romanzo, sono duelli psicologici. È una storia leggera, elegante, surreale, ma non mi ha rapito. È un intreccio di uomini e donne che sembrano aver trovato la loro strada nella vita, ma alla fine ognuno instillerà dubbi nell’altro, e nuove prospettive si apriranno per tutti. Forse i dialoghi si ripetono, forse non sono tutti di alto livello. Ma non sono all’altezza di criticare Cameron su niente. Scrive benissimo, penso che su questo non ci piova. Posso solo parlare emotivamente. È un romanzo che ti tiene lì incollato, quasi ipnotizzato, per me il maggior pregio è questo. Le zone d’ombra che restano sui protagonisti contribuiscono al fascino della narrazione, e ti lasciano lì a pensarci su dopo aver chiuso la storia. Il non detto sembra pesare molto più del detto. E voi mi direte “oh, e ti pare niente?” Rispondo no, certo che non è niente. Eppure non sono rimasto convinto, non mi sono sentito trascinato e travolto. E il finale mi ha lasciato un po’ di amaro. Non mi sono emozionato come in Un giorno questo dolore ti sarà utile. È mancato qualcosa. (E la traduzione del titolo originale mi provoca il solito prurito).

Lacci, di Domenico Starnone

lacci

 

Storia di un matrimonio. Realtà amarissima, ai limiti della ferocia. Storia di persone che cambiano, perché è proprio così che accade. Si cambia. Ci si lega con dei lacci invisibili e spesso inconsapevoli. Poi si cerca di liberarsene. E se ne creano altri. Ipocrisia, questo lega le persone. Ipocrisia e parlare il meno possibile. Amarezza totale, perché proprio nel luogo deputato alla sicurezza, sociale e sentimentale, la famiglia, lì può nascere, e nasce, un distacco e un odio mortale. Persone che dividono un tetto ma che non si incontrano mai, come treni su binari diversi. E allora si vive moltiplicando i lacci, e sopravvivendo in mezzo ad essi, con la massima cautela possibile, tentando di non fare movimenti bruschi per non restarne strangolati. Questo libro può far sorridere, qualcuno può annoiarsi, anche. Ma può far male, molto male, che tu sia stato figlio, genitore, coniuge o amante di qualcuno. Può far male come un bisturi. Una lama che ferisce e scarnifica quell’ordine spesso apparente di cui è fatta una famiglia. Si sente il sinistro scricchiolio che precede il crollo, e poi il rumore dello schianto, e il dolore che invade tutto, tracimante.

Musica: I miei complimenti, Marina Rei