La Storia, di Elsa Morante

IMG_20181005_175700398
Non ho mai pensato che un singolo libro possa aver cambiato realmente la vita di qualcuno. Soprattutto la mia. Però ci sono dei libri che non dimentichi. E questo è uno di quelli. Il libro che parla degli ultimi.
Un libro che parla di noi. Parla di un’epoca che non abbiamo mai vissuto, di cui abbiamo solo letto nei libri di “storia”, appunto. Di qualcosa che ci hanno raccontato i nostri nonni, o i nostri genitori. E quando il racconto diventa personale, ci racconta della vita quotidiana, ecco che ti appaiono volti, ti sembra che la Storia ti arrivi più vicina, che non sia più solo un qualcosa di inesplicabile, inavvicinabile. Questo è un romanzo pesantissimo. È un macigno difficile da reggere. Non ti lascia scampo, non ti permette di dormirci su, ti regala piccole speranze e poi te le distrugge, ti fa soffrire. La Storia macina l’umanità, come se fosse un deus ex machina che schiaccia gli uomini e invece non fosse responsabilità degli uomini stessi. È un libro che parla di una madre che evita di pensare a quello che è più grande di lei, perché lei deve pensare a sopravvivere e a far sopravvivere i suoi figli e basta, non ci sono altri obiettivi, il mondo e la Storia non li cambi, ti ci devi solo adattare. È un libro infame, che ti regala delle perle inaudite di poesia quando descrive la purezza di un bambino che rappresenta la purezza originaria dell’umanità intera, ma anche quando descrive la morte di un soldato italiano in Russia, è un libro che le lacrime te le succhia da dentro. Un libro sulla crudeltà del vivere da poveri, sulla crudeltà del vivere da parte di chi non ha speranze, ma anche da parte di chi vive da entusiasta, da parte di chi è convinto di spaccare il mondo con le azioni e con i sogni, e che la vita respinge, ricaccia indietro, schiaccia. Anche se sei troppo limpido, pulito, questo mondo non fa per te. Eppure è un libro che parla della bellezza della vita, anche se questa bellezza la trovi solo nel quotidiano, negli attimi che il quotidiano, qualunque esso sia, ti regala. La bellezza di una corsa in moto per Roma, la bellezza di un dialogo commovente tra un bambino e un cane, i loro sguardi d’intesa, la protezione reciproca.
È un libro che parla del nostro essere spauriti, persi, di fronte al mondo e ai suoi misteri, quella sensazione di essere destinati a perire, non solo fisicamente, che ogni tanto ci prende e ci stringe alla gola. 


” A’ mà….pecché?”
In realtà, questa sua domanda non pareva rivolgersi proprio a Ida là presente: piuttosto a una qualche volontà assente, immane e inspiegabile.Quella domanda: pecché? era diventata in Useppe una sorta di ritornello, che gli tornava alle labbra fuori tempo e fuori luogo, forse per un movimento involontario ( se no, si sarebbe preoccupato di pronunciarla bene con la erre ). Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: ” pecché? pecché pecché pecché pecché?? “. Ma per quanto sapesse di automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degli asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche destinazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi”.

Siamo gente che non ce la fa. Ma che ci prova lo stesso, perché a questo siamo destinati, a provarci, sempre, col fardello sulla schiena. Come noi lettori, che mentre leggiamo sappiamo che finirà male, ma non possiamo far altro che andare avanti. Troppo barocco, troppo melenso, troppo deamicisiano, come diceva Pasolini. Ma non si può sempre essere distaccati, analitici, complessi, nella vita e nella scrittura, e allora viva questo romanzo immortale, che ha reso immortale la sofferenza dei poveri.
E che dovrebbe essere testo obbligatorio in tutte le scuole.
Ciao Ida, ciao Nino, Davide, Bella. E ciao, Useppe, piccolo monumentale Useppe, piccolo e troppo puro Useppe.

Musica: La storia, di Francesco De Gregori

 

 

 

 

Il pianista di Yarmouk, di Aeham Ahmad (Ed. La Nave di Teseo, pp. 348, 2018)

 

yarmouk

Un racconto, un diario, uno stile colloquiale, non un romanzo nel vero senso della parola, ma il racconto di un orrore quotidiano nel quale la speranza però non marcisce mai.
In mezzo alle bombe, in mezzo agli spari dei cecchini, in mezzo alle macerie, alla fame, a gente che mangia l’erba strappata lungo le vie, che ha dimenticato il gusto del cibo vero da anni, che si mette in fila per un pacco di zucchero rischiando ogni volta la morte, in mezzo a tutto questo c’è un pianoforte che scivola via su un carretto in mezzo alle rovine e c’è un ragazzo e poi un uomo che suona, che piange mentre suona, che urla la sua voglia di non arrendersi, che grida al mondo che Yarmouk esiste ancora, in una Damasco devastata, in una Siria spezzata, sconvolta dalla guerra e in larga parte dall’indifferenza del mondo.
Non voglio dire molto, su questo libro. Non sono uno che abbia mai attaccato Assad, ritenuto dalla maggioranza un dittatore, e anche l’autore del libro l’ha pensata in questo modo. E chi sono io, dal mio comodo divano di casa, per mettermi a discutere? Non sono io quello che ha passato anni della sua vita in mezzo ai bombardamenti, che ha avuto la casa distrutta, a cui è scomparso un fratello insieme a molti altri amici, non sono io quello che ha rischiato di vedere morti i propri figli. Dunque non mi va di intavolare un
discorso politico. Dico solo che la civiltà europea è ben lontana da tutto questo, anche dal solo immaginare una simile sofferenza, e quando questa sofferenza gli si presenta alle porte a chiederne il conto o a chiedere aiuto, non riesce a comprendere quella lingua che parla di dolore. Non riusciamo nemmeno a capire che esiste ancora la speranza, nell’uomo, una disperata speranza che è passata attraverso un lungo tunnel di orrore ma che non è morta. Non capiamo proprio niente. E nemmeno la lezione di questo ragazzo ce lo farà capire, nemmeno la lezione dell’arte che sopravvive alle bombe, della Musica che in qualche modo le sovrasta, niente da fare. Eppure la gente continua ad esistere, a voler vivere, anche se noi giriamo la testa, anche se noi teniamo le mani in tasca.

“Oggi, in Germania, a volte la gente mi chiede: di che colore era la tua tenda, lì al campo profughi palestinese? Santo cielo, e chi ha detto che abitavo in una tenda? Avevo un appartamento di proprietà, grande e bello! Il nostro negozio di musica andava a gonfie vele! Fino a quando non è arrivata la guerra, che ha distrutto ogni cosa: una granata mi ha tranciato i tendini di due dita, una ragazzina è stata uccisa a due passi dal mio pianoforte, l’Isis ha bruciato il mio piano. Mi hanno sbattuto in una cella, sono riuscito
a fuggire. Quando scappi dalla fame e dalle bombe abbandoni il tuo mondo. E ti trasformi in uno di quei loschi figuri che hanno sempre vissuto nella miseria e adesso arrivano in Europa per prendere parte alla grande ricchezza. Così la vedono quelli che non capiscono chi siamo e da dove veniamo. Chi ha paura di noi.
La mia storia,però,è diversa”.

Musica:

1

 

Non ti salvare

Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare il giubilo
non amare con noia
non ti salvare adesso
ne mai
non ti salvare
non ti riempire di calma
non riservarti del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi
non restare senza labbra
non ti addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non giudicarti senza tempo

ma se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli il giubilo
e ami con malavoglia
e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e riservi del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
sul bordo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me

Mario Benedetti

Cattiva, di Rossella Milone

 

Screenshot_2018-08-13-15-11-55Ci ho messo giorni e giorni, per trovare il coraggio di commentare questa storia.
Non sono una madre, non posso sapere cosa si prova nel diventarlo, probabilmente non dovrei scrivere niente,
e dire solo “provate a leggerlo”.
Ma di certo questo è l’unico libro che, finora, mi abbia avvicinato il più possibile a quella sensazione.
Non si poteva fare più di così, più di quanto scritto qui da Rossella Milone.
Non è un libro su una figlia che viene al mondo, ma su come viene al mondo una madre.
La fotografia dell’attimo preciso in cui la tua vita cambia, di colpo. Il paradosso del contrasto tra i tanti consigli e le tante rassicurazioni che precedono quel momento, sarà bello vedrai, e la realtà, che ti sbatte davanti un minuscolo esserino, che fisicamente, appunto, sembra inoffensivo, e che invece spesso appare e apparirà come un muro liscio, senza appigli, su cui devi comunque arrampicarti, un muro che sembra caderti addosso, e che il tuo istinto ti costringe a reggere. Il momento in cui chiudi un libro delle priorità rassicurante e te ne trovi davanti un altro, tutto da scoprire, scritto in una lingua astrusa, che ti farà dire “Basta. lo urlo contro queste pareti sottili, contro questa casa vuota, contro di te in braccio che mi senti, che senti il mio Basta crudele e assassino, tu che manco sai chi sono, riconosci la mia rabbia e la sai spiegare meglio di come me la so spiegare io. Tu urli, io urlo Basta, basta, basta. E poi accovaccio con te in braccio, l’unica cosa che so fare è sbagliata.”

Il momento in cui una madre scopre il terrore della solitudine, perché
“Il tempo da soli con una neonata può essere orrenda. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi se, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto”.
Il momento in cui non sai cosa fare. Che è la cosa peggiore del mondo. Specialmente per chi, fino a quel momento, sapeva sempre cosa fare e non solo per se stessa, ma lo sapeva fare anche per gli altri, sapeva consigliare tutto il meglio.

“Ci guardiamo per ore. Io mi annoio per ore. Altre volte non mi annoio, ma si annoia lei e comincia a piangere. Oppure prova disagio, quello che è. Io mica lo so. Non riesco mai a sapere cosa vuole. Non sapere cosa fare è la cosa più avvilente, ed è per questo che quando sono sola con lei ho paura. Uno spavento ancestrale come il battito cardiaco. Mi terrorizzano i suoi occhi supplichevoli, questa piena, totale, indiscussa fiducia che mi mette addosso. Stringermela sul petto, stringerla così tanto da schiacciarla e rimandarla dentro, mi pare tutto quello che posso fare. Ma per lei no, per lei non può bastare”.

Il momento in cui si cammina a tentoni al buio.
Le migliaia di domande che non hanno risposta, i tuoi genitori nemmeno si ricordano di quando tu eri piccola, ma come è possibile dimenticare?? e ti sale la rabbia più di prima.
La rabbia e la gioia insieme.
La disperazione e la forza.
Il bisogno di scappare, di ritrovare il tuo tempo perduto, quello che dedicavi solo a te, poi viverlo e sentire dentro di te un ruggito, un richiamo, capire che il tempo che passi da sola alla fine ti fa male, perché stare lontana da tua figlia ti provoca dolore.

“Tutti i figli prima o poi dicono Mamma se ne te vai io muoio, e la madre lo sa che è una bugia, ma lei ha bisogno di quella bugia, ché altrimenti che senso avrebbe trasformarsi in qualcun altro, cambiare quello che sei per diventare un essere che deve guidare un altro essere per farlo diventare un uomo o una donna? Una trasformazione così comporta una fatica sovrumana, significa camminare a tentoni, e cosa c’è di più spaventoso del camminare a tentoni? E che senso avrebbe questo spavento senza quella bugia? E quindi rimango con te, bimba, ché senza di me tu muori, ché senza di te io muoio. E dentro questa bugia tutte e due ci diciamo la verità”.

Capisci di essere diventata una persona che ne contiene due.
Essere buona ed essere cattiva.

 

Musica: Non ridere, Paolo Conte

L’uomo autentico, di Don Robertson (Ed. Nutrimenti, traduzione Nicola Manuppelli, pp.298)

 

Jpeg

Mi ha fregato. Dopo aver letto L’ultima stagione ho iniziato questo libro senza leggere la trama né altre recensioni. E mi ha fregato. È un romanzo duro come marmo di Carrara, ci sbatti contro e ti fai male. Prima ti colpisce con l’ironia, ma è la sofferenza che fa diventare ironici.
Leggi la prima volgarità e rimani stupito, come fosse iniziato un libro diverso. Ed è così. O meglio, non era quello che credevi. Un po’ come la vita, che parte forte con ambizioni e certezze e arcobaleni di speranza, e si conclude nella vecchiaia dove tutto ti sembra senza senso, inutile, vacuo, e crudele. Qui ci sono vecchi che dicono parolacce, bevono, scopano anche a ottant’anni senza pudore, ci sono fluidi di ogni tipo, se hai stomaco debole, meglio non leggere.
L’asprezza di questo romanzo ti corrode, soprattutto è terribile quanto ti faccia sentire nel profondo quanto tutto sia fuori controllo, insensato. La cosa brutta della vita non è tanto il dover morire, ma la sensazione di lasciarti dietro il nulla, come una camminata sulla sabbia del deserto, che dopo due secondi ti volti e le tue impronte non esistono più. Non c’è un senso, non c’è un premio, non c’è rispetto, non c’è una speranza, anche se tu la vuoi a tutti i costi, a tutti i costi cerchi il Libro della spiegazione della Vita, anche se dentro di te capisci che nessuno te lo farà mai leggere, perché non esiste. Esiste solo la birra da mandare giù, il piscio, le scopate per dimenticare o per non sentirsi abbandonati, il vomito sulla camicia e sul tappeto e sul mondo, la malattia, e il sangue, il colore e l’odore del sangue che non vanno via nemmeno con una doccia senza fine. E nessuno che ti spieghi il perché, uno straccio di amico sincero. E allora Herman Marshall non ha che una sola soluzione per questo gigantesco enigma.

La solitudine che descrive questo libro forse non l’ho mai trovata in nessun altro. È lancinante. E credo che più anni hai e più faccia male leggerlo. E il finale fa capire il perché Stephen King lo avesse eletto a suo maestro.

Musica: Hurt, Johnny Cash

X agosto

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

Giovanni Pascoli, da Myricae

 

Chi mi conosce un po’ sa che le mie preferenze musicali divergono ampiamente rispetto a questo autore e a certe canzoni…ma alle volte capitano momenti in cui divergi da te stesso…sei sovrappensiero e subdolamente, mentre ti capita di guardare una puntata di Linea Verde in tv, un motivetto ti colpisce, senza motivi apparenti…e divergi. Improvvisamente ti va di essere in quella trattoria, in riva al mare, a febbraio, in quel momento preciso ti va di ascoltare e di cantare proprio questa canzone, cancellando tutte le cattive notizie. E, senza motivo, ti accorgi che hai gli occhi lucidi. Magari il motivo c’è. Magari la vita oscilla tra la bellezza che vedi e che vivi e la bellezza che vorresti vedere e vivere. Non siamo mai contenti. É la natura dell’uomo, la ricerca, l’insoddisfazione. Comunque sarebbe bello fosse una giornata di febbraio, oggi, sarebbe bello essere al mare, a mangiare e a pensare di fronte alle onde. Non fateci caso, magari è il caldo che ha fatto divergere i miei neuroni. Buoni sogni a tutti. Specialmente a chi ne ha più bisogno.

È da giorni sul tavolo. Un’amica
me l’ha regalata senza alcun motivo,
come viene e va la felicità,
senza alcuna intenzione che potesse
farla simbolo di qualcosa.
Ora che ha perso il colore
e che sono seccati i suoi petali
e ha l’odore delle cose perdute
ora dice che non se ne vanno solo
la felicità o l’amore,
ma che passano anche i giorni vuoti,
che non c’è modo di nascondersi dalla vita,
che la fine è la stessa,
che quello che non è neppure cominciato tuttavia finisce.
E la vita, è già compiuta? È tardi per riviverla?

Martín López-Vega

«È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente anche che mi ha concesso una tregua. All’inizio, ho riluttato a credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e l’ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua».

 

La tregua, di Mario Benedetti


Questo è un libro che ho commentato, ma credo che quella specie di recensione non gli abbia reso nemmeno un’oncia di rispetto. Non penso di poter essere stato in grado di rendere giustizia a quello che questo romanzo mi ha fatto provare. E oggi riprendo questa citazione, perché ho bisogno di farlo. È stato forse l’unico libro per il quale abbia versato davvero un fiume di lacrime. Ripensarci, oggi, fa male. Molto. Ma sono stato felice di averlo letto.

tregua