Undici solitudini, di Richard Yates

 

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Undici solitudini, undici sogni infranti.
“Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice. Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia”. Firmato, Richard Yates.

Undici fotografie, undici scatti col flash, che vanno a mettere a nudo, in piena luce, il momento in cui undici vite hanno un sussulto, che sia di orgoglio, di ambizione, di vanità, o di violenza, non importa.
Conta coglierlo, questo attimo. Senza sconti, senza pietà, quasi. Duro, diretto, spietato, molto onesto.
Conta cogliere il momento in cui il sogno emerge e dopo un attimo si infrange, conta cogliere l’attimo in cui il protagonista viene illuminato dalla convinzione di essere un fallito, un mediocre, e quel sussulto si placa, e si torna immersi nelle proprie vite senza ambizione.
Yates ti lascia barcollante, interdetto, senza punti di ancoraggio. Non sai bene cosa pensare, resti con la sensazione che in mezzo a tutti quei difetti dei suoi protagonisti si nascondano anche i tuoi.
E allora resti a pensarci, e, se ne hai coraggio, ad affrontarli.
I finali sono comunque tutti aperti, siamo noi a decidere che cosa fare dei protagonisti.
Probabilmente un invito a fare lo stesso delle nostre vite, uno spiraglio aperto, un piccolissimo pertugio.

“E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

Yates non ha trovato la sua luce. Ha combattuto contro una vita che gli ha dato addosso da subito. Ha combattuto fumando, bevendo e scrivendo. In tutti questi racconti c’è lui, lui che è malato, lui con un matrimonio fallito, lui con la sua bottiglia, lui con le sue sigarette, lui coi suoi lavori malpagati, lui con i suoi sogni, con la sua macchina da scrivere, con tanti fogli di carta stracciati e gettati nel cestino.
Ma senza mai mettersi a piangere, senza mai guardare indietro.

Dalla prefazione di Paolo Cognetti:
Come lettore io ho un nuovo libro nello scaffale dei grandi racconti americani, tra quelli di Salinger e quelli di Cheever, che nel mio cuore gli sono fratelli. Come scrittore ho scoperto un maestro, e vorrei tanto essere tra gli allievi che lo incontrarono, celebri o sconosciuti o per sempre aspiranti, alle cui prove Yates applicava l’onestà e il rigore che riservava alle proprie, e di cui parlava così:

“E dannazione, vorrei che fossero tutti qui adesso, in carne e ossa, così potremmo sederci e bere e litigare e affrontare gli argomenti più selvaggi e violenti della narrativa, e finire a cantare canzoni e raccontare barzellette e fare gli scemi: e poi, quando tutti se ne andranno a casa per riprendersi dalla sbronza e rimettersi al lavoro, mi piacerebbe proprio stringergli la mano e augurargli buona fortuna. Perché la fortuna pura e semplice, dopotutto, è la cosa di cui uno scrittore ha più bisogno. Penso che questo sia il mestiere più duro e solitario al mondo, questa folle, ossessiva faccenda del cercare di essere un bravo scrittore. Nessuno di noi sa mai quanto tempo gli rimane, né come sarà in grado di usare questo tempo, e in ogni caso, anche se lo userà bene, il suo lavoro dovrà sempre affrontare la terribile, inesorabile indifferenza del tempo stesso.”

Gli voglio bene, come a Carver, come a Dubus, come a tutti coloro che hanno il coraggio di guardare nel buio.

Musica: Praying for time, George Michael

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I tempi non sono mai così cattivi, di Andre Dubus

 

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È un libro magnifico.
Non c’è altro da dire.
Nove racconti in cui ti senti spettatore partecipe, stai guardando un film, ma nello stesso tempo ci sei dentro. Con una postfazione di Manuppelli stupenda, commovente.
L’America periferica, quella di cui si parlava poco.
Un’America fatta di città definite ricchissime, ma quella è solo una parte.
Ce n’è un’altra, accanto, ed è povera, brutta, sporca. E anche nera, quella da evitare del tutto.
E la devi attraversare fisicamente, per capirlo.
Ci devi passare dentro, magari in bicicletta, e rallentare,
e guardare negli occhi le persone che ci abitano.
Allora lo capisci, e magari ne sei spaventato.
Eppure non sono alieni, sono americani come chi li sta guardando.
Chi è stato fortunato e chi lo è stato molto meno.
Alla fine è il destino, che divide, che segna un confine.
Alla fine, probabilmente, meriti e colpe non sono segni così distintivi.
Alla fine c’è del cattivo e c’è del buono in tutti.
Il violento contiene il tenero, l’innocente contiene un seme di violenza dentro se stesso.
Tutti colpevoli, tutti innocenti.

Probabilmente tutti sconfitti, spesso disperati, ma tutti determinati a proseguire la loro strada, possibilmente senza piangere.

“Per parecchio tempo non aveva avuto paura delle persone o di ciò che poteva accadere in una giornata, perché credeva di poter sopportare il normale dolore di essere vivi; il cuore le era stato spezzato da amiche e da ragazzi, e lo aveva sopportato, e anche lei aveva spezzato, sopportando anche questo, e l’imbarazzo , la vergogna, l’umiliazione e il fallimento, e non era una di quelle persone che, una volta o piu’ volte ferite, attendono con paura l’errore successivo o la crudeltà o la propria porzione di sfortuna. Aveva paura invece di ciò che stava attraversando adesso: provare più di un sentimento in una sola volta, cosi che si sentiva contemporaneamente orgogliosa e forte e disperata e rassegnata, la teneva lì seduta, spaventata. Dunque è questo il mondo reale di cui si sente sempre parlare.”

C’è tanta disperazione, c’è l’accettazione della sconfitta, dell’impossibilità di cambiare le cose, spesso.

“Non è difficile sopravvivere a un giorno, se puoi sopravvivere a un momento. Ciò che crea la disperazione è l’immaginazione, che finge ce ci sia un futuro, e insiste a predire milioni di momenti, migliaia di giorni, e ti prosciuga al punto tale che non riesci più a vivere il momento che hai davanti”.

La vita è fatta di esperienze dolorose, che devi attraversare per vedere uno spiraglio di luce.
Gli sbagli che aiutano a crescere.

“A volte,” scrive Dubus in una lettera a un aspirante scrittore, “le storie diventano come ombre e luci dello spirito. Ci saranno sempre ombre nella tua vita, ma spero che continuerai a muoverti verso la luce.”

Siamo spesso tutti una delusione per gli altri, per le loro aspettative.
Dobbiamo imparare a convivere con questo dato di fatto, e ripartire, fare pace con le illusioni finite e crescere.
In questi racconti ci sono i rapporti tra padri e figli, tra coniugi, tra fratelli, tra amici, descritti tutti nel loro piccolo quotidiano, il loro piccolo-grande quotidiano, in cui vengono fuori tutte le debolezze ma anche le gioie della vita. Un cammino verso la conoscenza reciproca e di se stessi, lo specchio della verità, che può far male, ma con cui dobbiamo fare i conti.
L’America a cui viene strappato via il velo che mostra la facciata del benessere, e che ci fa vedere cosa c’è
dietro quelle casette ordinate, dietro quelle tendine tirate e stirate.
C’è la rabbia, c’è la sofferenza, c’è la sopravvivenza, la povertà, ci sono persone che non hanno mai viaggiato e non hanno mai visto più di cento dollari nel loro portafogli. La realtà non è quella della facciata, ma quella che le sta dietro.
C’é il fiume di alcol e c’è la pistola nella fondina e nella borsetta, ogni arma è buona per esorcizzare la paura e sopravvivere alla giornata.
Ma la realtà è anche quella che non è tutto cattivo. C’è la speranza, continua, che si possa trovare il buono in ognuno di noi. Dubus ci crede. Dubus, con i suoi tanti divorzi, Dubus con la sua vita in sedia a rotelle, Dubus colpito più volte dal destino, ma anche Dubus tanto amato dai suoi allievi e circondato sempre da amicizie eterne, come quella di Vonnegut, come quella di Yates, come quella di Stephen King.
Penso che qui, in questi racconti, ci sia tutto Dubus, tutta la sua sofferenza, patita da figlio, alla disperata ricerca di rendere il padre orgoglioso di sè, e di marito e padre, qui c’è descritta la partenza di un figlio per il fronte, e il pianto intimo di un padre militare, una storia molto simile a quella vissuta da Dubus stesso, e c’è la sofferenza di un marito lasciato dalla moglie, un matrimonio finito e dei figli che vanno via, la sofferenza di un padre che resta solo in una casa improvvisamente vuota dopo un fine settimana fatto di risate e di pranzi e cene insieme.
C’è soprattutto Storia di un padre, il racconto finale, che non è possibile definire meraviglioso, perché sarebbe un termine che non darebbe giustizia.
Non so per quale motivo molti si ostinino a definire il racconto come qualcosa di minore, in letteratura.
Non so perché il racconto venga percepito come qualcosa di incompiuto.
E non so perché oggi si esalti tanto Haruf e si dimentichi così tanto uno come Andre Dubus.
C’è una precisione, un lavoro di scavo, una profondità, un’empatia, un coinvolgimento, una perfezione assoluta, in certi racconti, che non posso proprio comprendere le ragioni delle critiche.
Dubus non ha mai avuto paura delle domande, Dubus non ha mai avuto paura delle risposte.
Le ha sempre cercate, per quanto esse siano state nascoste.
Perché l’uomo le nasconde, le mette nel cassetto più nascosto e polveroso della propria casa e della propria vita, per evitare di incontrarle, di averci a che fare. Dubus le trova, te le mette davanti, ma lo fa evitando crudeltà e giudizi, lo fa con amore. L’amore che provava nel leggere e nello scrivere, un amore infinito, che ha battuto la sua sofferenza.
Un essere umano nel vero senso della parola, un grandissimo scrittore ma soprattutto un bellissimo essere umano.

Musica: Sometimes we cry, Van Morrison

 

 

 

 

 

 

 

 

Una solitudine troppo rumorosa, di Bohumil Hrabal

 

solitudine troppo rumorosa

“A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero”

La trama è questa.
Ma conta poco.
Qui conta di più la scrittura. Le metafore, l’immaginario che può scaturire da una parola, da un pensiero.
Per me è stata una lettura molto, molto impegnativa.
Non so, mi attendevo qualcosa di più lineare e quindi per un po’ sono rimasto disorientato. Mai attendersi qualcosa di preciso, quando intraprendi una lettura.
Questo piccolo libro è un romanzo, è un racconto, è un trattato di filosofia, è flusso di coscienza ininterrotto, ed è poesia, poesia vera, almeno in parte.
L’alienazione dell’essere umano e del lavoro che conduce. La solitudine pura.
La claustrofobica solitudine, l’incomunicabilità, i sentimenti repressi.
Da tutta questa cupezza disperata cosa ci può salvare?
La letteratura. La bellezza. L’arte. I libri. Sempre.

“e io divenni bello a me stesso, per aver avuto il coraggio di non diventar folle per tutto ciò che in quella mia solitudine troppo rumorosa avevo veduto, sperimentato e vissuto con il corpo e con l’anima.”

 

“… non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualcosa che ancora non so.”

I libri aprono, spalancano, la porta della bellezza che teniamo chiusa dentro di noi.
I libri aprono un varco nel cielo e ci mostrano le stelle.
Ci elevano ad altezze che non potevamo immaginare di raggiungere.

“… mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me.”

Basta la capacità, l’intuizione di poter sognare, per sentirci degni dell’Universo e di capire che tutto ha un senso.

“… guardai la macchina con quel sorriso spasmodico e poi sentii lo scatto della macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito…”

Niente resta fermo, immutabile, se noi non lo vogliamo. La bellezza del mondo sta nella volontà di poterlo cambiare, trasformare.

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti”.

Penso di aver compreso il senso, almeno in parte. È un piccolo libro in cui sono disseminate tante perle, e per questo sono rimasto colpito. E sono queste parle, che in parte ho citato, ad avermi tenuto lì, anche quando la lettura sembrava troppo, troppo complessa, troppo onirica, troppo difficile per me. È stata una sfida di resistenza, in ogni caso ne valeva la pena.

“… tutti gli amanti della lettura, dei libri, conoscono bene quella tendenza al vagheggiamento che li accompagna per l’intera giornata, come se oltre alla verità tangibile e lavorativa ce ne fosse sempre un’altra al di sopra, sospesa, all’interno della quale si trova costantemente un cantuccio confortevole.”.

Musica: Talking book, Lou Reed

Chi manda le onde, di Fabio Genovesi

 

 

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La trama è strampalata. Inverosimile.
La prosa sembra semplice, elementare.
I personaggi sono peggio della trama, inverosimili.
Spesso ti fanno incazzare.
Ti fanno dire “ma perché?? perché hai detto questo e hai fatto quest’altro??”
Perché sei triste quando dovresti essere allegro e viceversa?
Tutti sfigati, tutti pazzi, tutti incoscienti.
Tutti senza una meta.
Tutti che si svegliano al mattino senza sapere cosa fare e dove andare.
Un completa recita a soggetto.
E tu dici e dai, così è troppo, una roba esagerata, vabbè che sei scrittore
e inventi, ma insomma, datti un limite…
Non c’è compiutezza alcuna, in queste persone.
Sono tutte un vorrei, ma forse non posso, oppure non posso, sono sicuro.
Sono tutte prese a sognare.
Perché il sogno è il rifugio di chi vuole cambiare ma non riesce,
non vuole, non può. Oppure lo farà, ma più tardi, non oggi,
magari tra nove anni, che c’è sempre tempo.
Che le onde non finiscono mai, tanto.
Ne arriva sempre una nuova nel momento in cui l’altra se ne va,
e le passa sopra.
E allora, piano piano, come le onde sulla battigia,
alla fine questo libro un po’ ti ipnotizza.
Con la sua estrema semplicità.
Con la sua confusione.
Con quel suo proseguire che sembra un po’ a tentoni.
Ma è la vita, esattamente così.
Tragica, e dopo un secondo arriva la risata di cuore e di pancia.
Poi lo sconcerto, la paura, poi di nuovo l’estasi, la bellezza.
Non c’è mai un’onda uguale all’altra.
E magari quello che ti sembrava così strano, così strampalato,
così assurdo, forse un po’ ti somiglia, forse un po’ sei tu.
Forse anche tu non trovi le parole quando c’è bisogno di dirle,
oppure ce ne metti duemila quando ne servivano solo due.
Bisogna lasciarsi andare, a volte, lasciarsi trasportare,
trovando ognuno un pezzetto di legno a cui aggrapparsi per andare avanti.
E magari stare insieme alle persone grigie come te, che magari insieme
si diventa colorati.

 

Musica: Voglio vivere così, Claudio Villa

L’altra figlia, di Annie Ernaux

ernauxDentro una foto ovale, il volto di una bambina.
C’è solo questo, la trama è questa.
Esilissima, un fantasma.
Eppure quanto pesa, questa visione eterea.
C’è un’altra bambina, l’altra figlia, esiste.
Ed esiste sull’assenza della prima.
La bontà contro la cattiveria.
Il sentimento contro la ragione.
Annie vive sull’assenza di Ginette, è solo per questo che è venuta al mondo.
Per sopperire, per coprire, per attenuare, per occupare una culla vuota, una sedia vuota, una camera vuota.
Quello che ti colpisce di più, di questa lettera postuma,
è l’abisso tra la scrittura in apparenza asettica, fredda, razionale,e la sofferenza indicibile che la Ernaux prova, se leggi te ne accorgi subito.ti arriva addosso.
Ê flusso di coscienza, è confessione, è rimorso, è senso di colpa, è gelosia,è dolore. Ed è la sofferenza trattenuta per tutta la vita, che trova il modo di uscire fuori, finalmente esce questo fiume di risentimento, finalmente la verità, finalmente il coraggio di affrontare il demone di tutta una vita e guardarlo negli occhi.
È il passato che, prima o poi, torna, torna sempre, torna per chiunque, a chiedere il pegno che gli spettava.
Della nostra storia non possiamo liberarci mai.
In pochissime pagine, qui c’è tutta la storia di una famiglia.
La storia di una persona che ha subito una sofferenza che non meritava, che ha dovuto fare una guerra silenziosa e per questo più dolorosa, che ha dovuto combattere tutta la vita per poi trovare la forza di far pace, questo libro è un armistizio, una richiesta di pace, a nome non solo suo, ma anche a nome dei suoi genitori, delle cui colpe e mancanze lei si è fatta carico.

“Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti. Lottare contro la lunga vita dei morti”.

Potente. Immaginifico. La Ernaux a me piace per questo modo di farti sentire dentro la sua storia, come fossi di fronte ad un album di fotografie,
“..una pellicola conservata in un casetto per sessant’anni senza mai stamparla”.
E soprattutto la ammiro per questa onestà, questo mettersi completamente allo scoperto, a nudo, senza difese, di fronte a chi la sta leggendo. Non è da tutti.

 

 

Musica: Otherside, Red Hot Chili Peppers

La Peste, di Albert Camus

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È necessaria la catastrofe, l’irruzione del Male senza spiegazione, il fascismo, il nazismo, è necessario che l’uomo sprofondi nel baratro della sofferenza fisica, della morte dei suoi compagni di viaggio, affinché si renda conto di quanto inconcepibile sia il suo modo di vivere, si renda conto di quanto davvero la vita sia un bene prezioso e che vale la pena essere umani nella pienezza vera di questo termine, e che solo essere umani ci salva da tutto?
Quali sono i rimedi al Male?
Ce n’è uno, oppure ogni uomo ha il suo?
E tutti i rimedi insieme possono convivere e condurci alla salvezza?
Possiamo convivere col fatto che il Male non verrà mai estirpato definitivamente?
Possiamo convivere col pensiero che siamo sempre in equilibrio precario e che basta un niente per tornare nell’abisso della malvagità, della cattiveria, della distruzione?

“… il bacillo della peste non muore né scompare mai…”
forse sarebbe venuto il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

Possiamo arrivare a comprendere che il Male lo si può combattere e sconfiggere solo dopo aver aperto gli occhi su noi stessi ed aver capito che prima bisogna accettarlo e venirci a patti, per poi, solo poi, tentare di sconfiggerlo?

Tante risposte, qui.

Il senso del dovere, fare il proprio lavoro con coscienza.
La fede in Dio.
Il senso dell’amicizia, della condivisione, dello stare vicini.

Tutte risposte diverse, tutte valide.
Diverse, ma contenenti tutte un vaccino, quello della solidarietà umana.
La battaglia e la vittoria dell’uomo comune, del vicino di casa, di noi stessi, che siamo medici o che siamo operai o baristi o poliziotti, nessuno è eroe, tutti siamo eroi.
Ma appena perdiamo la solidarietà, appena vince l’egoismo, ecco che la Peste torna.
Orano è lontana, ma Orano è ovunque.
Solo l’amore salva.

«Vediamo, Tarrou, lei è capace di morire per un amore?»
«Non so, ma mi sembra di no, adesso».«Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama»

 

 

Musica: Epitaph, King Crimson

Vicolo Cannery, di John Steinbeck

 

Jpeg

Sempre Steinbeck.
Con la sua voglia immutata di raccontare l’altro lato del sogno americano.Quello dove risiede la povertà, la miseria, il difetto e il peccato, anche.
Ma anche quello, il solo, dove puoi trovare la vera umanità, l’amicizia, la compassione, la partecipazione attiva.
Una comunità composta quasi esclusivamente dagli sconfitti dalla vita, ma che non si arrendono mai, che cercano sempre la loro strada verso la dignità.
Steinbeck gliela concede, sempre, è sempre dalla loro parte.
Generoso verso i generosi. Mai moralista, sempre pronto a comprendere.
Perché è nella difficoltà, e nella povertà, che l’umanità si stringe, che appare autentica, che sa divenire comunità vera. La ricchezza ti porta in alto, ma può lasciarti da solo.
Difficile non provare empatia verso questi personaggi così colorati, così simpatici, che si rialzano sempre anche dopo una scarica di pugni subita.
La debolezza diventa forza, gli eroi non sono sempre quelli pieni di virtù, spesso sono quelli che ci provano sempre, ad andare avanti, quelli che ridono in faccia alla sfortuna.
Quelli che sanno riconoscere la bellezza della vita, della natura, che si incantano di fronte ad un lago o di fronte al colore del cielo prima che sorga una nuova alba.
Non è Furore, non è Uomini e topi, non c’è quella potenza, quel fiume in piena, qui c’è più malinconia e sorriso, e apparente leggerezza, ma Steinbeck si riconosce comunque.

 

Musica: Hungry heart, Bruce Springsteen

Gli addii, di Juan Carlos Onetti

addii
Romanzo brevissimo.
Ma è come un sogno.
Una scrittura onirica, poetica, che dilata spazi, luoghi, tempi,
facendo sembrare tutto più lungo.
Un uomo che deve dare il suo addio alla vita,
ma che ne sceglie lui le modalità, che non si addicono alle aspettative degli altri.
E c’è un narratore che offre il suo sguardo ci guida alle interpretazioni altrui con delicatezza infinita, è Onetti, che parla.
Un narratore psicologo, amico, che non si limita ad osservare,
ma che vuole entrare nella mente e nel cuore di quest’uomo malato.
Ne riceve le lettere femminili a lui destinate, due grafie diverse, due vite possibili che si incrociano come i due inchiostri differenti usati. Ne riceve gli sguardi, le poche parole, i tanti gesti, i sorrisi e le tristezze. Che si affeziona.
Poi ci sono gli altri, la gente.
Che cerca di indovinare, che offre la sua interpretazione, che giudica, che fa illazioni, e in qualche caso condanna, pure, senza sapere effettivamente altro che non sia il linguaggio del corpo e parole solo sussurrate e immaginate.
Un uomo a cui resta pochissimo tempo,
ma che sfrutta benissimo, a differenza di tutte le altre persone,
che sono vive, che vivranno ancora a lungo, ma che restano come asfissiate dalla loro vita monocorde, senza possedere la sua bellezza, la sua capacità di dare e ricevere amore, e anche senza la possibilità e la forza di gestire la propria morte.
Alla fine è lui, il vincitore, e gli altri gli sconfitti, tutti.
Ci vuole uno sguardo attento e partecipe, per comprendere gli altri. Altrimenti avremo solo una serie di immagini sfuggenti, labili, non definite.
E la morte poi arriverà a rendere il tutto simile a un sogno.

 

Musica: Goodbye stranger, Supertramp

KHORAKHANE’, Fabrizio De André

 

I “Khorakhané” ( “Amanti del Corano”) sono una tribù rom musulmana di origine serbo-montenegrina.

«L’emarginazione deriva anche da comportamenti acquisiti da culture antichissime. Gli zingari girano il mondo da più di duemila anni, se vogliamo credere a Erodoto. Questi Rom, questo popolo libero è affetto da dromomania, cioè desiderio continuo di spostarsi. Non credo abbiano mai fatto del male a qualcuno, malgrado le strane dicerie; è vero che rubano – d’altra parte non possono rinunciare a quell’impulso primario presente nel DNA di ciascun essere umano: quello al saccheggio, di cui abbiamo avuto notizie in queste ultime amministrazioni – però non ho mai sentito dire che abbiano rubato tramite banca. Inoltre non ho mai visto una donna Rom battere un marciapiede. Girano senza portare armi; quindi se si dovesse dare un Nobel per la pace ad un popolo, quello Rom sarebbe il più indicato.»

(Presentazione del brano da parte di Fabrizio durante il concerto al Teatro Valli di Reggio Emilia (6/12/1997)

……….

Mi dispiace per mille motivi del fatto che tu non ci sia più, Fabrizio.
Certo se fossi vivo oggi soffriresti. Molto più di quando tu hai scritto questa meraviglia.
Il mondo è diventato una cloaca tracimante di cattiveria, Fabrizio.
Lo è sempre stato, siamo nati cattivi.
Ma ci siamo “evoluti”, abbiamo scelto di andare avanti per la strada dell’odio.
E oggi lo rivendichiamo a viso aperto, non ci nascondiamo più,
oggi con orgoglio diciamo al mondo che abbiamo ragione, nell’essere cattivi.
E’ questo, che non stai vivendo. E forse meglio così, per te.
Ma certo ci manchi. Ci manca la tua voce umana. Il tuo pensiero aperto.
Ci manca e mi manca quella tua capacità di scrivere un rigo e fulminarmi.
Come in questa canzone, che per me è tra le più bella mai scritte da un essere umano, anzi due, perché c’è Ivano Fossati, con te, e non lo dimentico mai.
Perché eravate diversi, molto diversi. Due geni, ma diversi. Ti sei scontrato, con lui, perché avevate idee diverse nel comporre. Eppure tu hai sempre voluto qualcuno con te, e specialmente qualcuno che potesse farti ascoltare un parere diverso dal tuo, sapevi che sarebbe stata dura, ma sapevi anche che ne saresti usciti arricchiti entrambi.
Che grande lezione di vita, è stata, e quanto lo sarebbe oggi.
Sei stato un migrante vero, il primo, un migrante della vita e dell’arte,
uno che non ha mai avuto paura di salpare e di quello che avrebbe potuto trovare.
Per te la vita era questo, andare incontro all’ignoto con fiducia.
Una canzone sui Rom, una canzone come questa, oggi, accompagnata dalle parole di cui sopra, con cui l’hai presentata, oggi vorrebbe dire uno scontro mediatico senza fine.
Ma tu sei sempre stato questo. Senza paura, dalla parte di chi è all’angolo della vita.
A dialogare, a cercare di capire, a stringere mani sporche.
E a scrivere versi folgoranti.

“Saper leggere il libro del mondo con parole cangianti e nessuna scrittura”

“Questo filo di pane tra miseria e fortuna”.

Dio mio, quanta bellezza ci hai dato e quanta ci hai costretto ad immaginarne.

…………….

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio 
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina 
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Čvava sero po tute (**)
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kašta
vašu ti baro nebo
avi ker.

kon ovla so mutavla
kon ovla
ovla kon aščovi
me ğava palan ladi
me ğava
palan bura ot croiuti.

– – – –
(**) In lingua romanes-khorakhané, versi di Giorgio Berzecchi, rom harvato (croato),
cantati da Dori Ghezzi (splendidamente) , nel corso degli anni, anche dalla figlia Luvi (altrettanto splendidamente)

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

L’urlo e il furore, di William Faulkner

 

urlo e furore

“La vita è un racconto detto da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla.”
Queste parole sono pronunciate da Macbeth.
Da qui Faulkner ha preso l’ispirazione.
E cosa dovevo aspettarmi, dopo una premessa simile?
Questo libro è uno sguardo sul baratro.
Qui non c’è consolazione, qui non c’è scampo, per nulla e per nessuno.
Siete razionali, tendete a razionalizzare tutto,
tendete a cercare assolutamente una spiegazione logica
nei confronti di tutto quello che leggete e che vi capita?
Lasciate stare, qui non attacca.
Qui non c’è conforto, qui non c’è sollievo.
Qui, se non ti lasci andare alla corrente,
se ti metti a fare resistenza,
se non ti metti in riga con le intenzioni di Faulkner,
se non sei disposto a guardare la realtà
con gli occhi di un alcolizzato, di un disabile,
di un sordomuto, di un razzista, di una puttana, di un disperato,
se non sei disposto a dare credito al tatto, alla vista,
all’udito, all’immaginazione, più che alla ragione,
se non vuoi nuotare nei flussi di coscienza
dei personaggi, allora non fa per te, questo romanzo.
E lo stesso, anche se ti ci metterai di impegno e sarai disposto
a lasciarti andare, lo stesso proverai più e più volte la disperata voglia
di gettare questo libro tra le fiamme di un camino,
o di farlo volare via dalla finestra più alta,
o di stracciarlo in mille pezzi nel tentativo di dimenticare ogni
astrusa sillaba letta, dimenticare questi quattro capitoli
declamati come se fossero scritti da un predicatore invasato.
Meno male che c’è l’appendice finale,
che ti spiega chi sono queste persone, ma peccato l’abbiano messa alla fine,
continui a tenere tutti questi pezzi di puzzle in mano per trecento pagine
e solo alla fine scopri il disegno che dovevi costruire.
Qui trovi una famiglia, i Compson. Marito, moglie, quattro figli.
E Dilsey, la cuoca nera.
Una volta erano ricchi, oggi si arrabattano, la grande crisi è alle porte.
Romanzo a quattro voci, indietro e avanti nel tempo.
Dopo aver letto due sole pagine ti trovi pieno di domande.
Chi diavolo è tutta questa gente? Chi cavolo sta parlando, chi è Caddy,
chi è Maury, quanti Quentin ci sono, perchè c’è questo maledetto corsivo
che interrompe il discorso ogni due per tre??
Devi capire chi sono, altrimenti chiudi il libro e te ne vai.

6 aprile 1928.
Chi parla è Benjiamin. Il fratello ritardato.
Il trentatreenne, corpo da adulto e mente da bambino.
Ci avete mai pensato, a quello che passa per la mente,
a come può vedere la vita un uomo con disturbi mentali?
Ci avete mai pensato, che potrebbe guardare il fuoco di un fornello
e passare il tempo a correre dietro alle fiamme
proiettate sul muro? Ci avete mai pensato alla paura
che potrebbe avere di essere abbandonato
dalla sorella che ama? Ci avete mai pensato,
che un essere umano assegni un odore di albero ad un’altra persona?
Benji, sei l’unico innocente.
E’ un capitolo tremendamente difficile, ma è geniale.

Poi parla Quentin. 2 giugno 1910. 18 anni prima.
E ti commuove.
Quentin che ha capito che il tempo è una truffa.
Quentin che stacca le lancette dal suo orologio,
perchè il tempo esiste solo quando si ferma.
Ma il passare del tempo è nella sua mente, non può staccarlo da lì.
Quentin, la sua passione incestuosa, che lo divora,
la passione che scrive in corsivo, che si mangia la sua vita e i suoi pensieri.
Quentin, che desidera l’inferno come punizione,
perché, se così’ fosse, sarebbe molto meglio di questa vita.

7 aprile 1928
Jason.
Il rancore fattosi uomo.
Un rancore da fuoco e fiamme.
Una vita di aspettative andate in fumo.
La rivalsa verso tutti, senza sconti.
Odio puro.Veleno puro, urlo e furore, contro
tua madre, contro i tuoi fratelli, contro tua nipote.
Soldi, vuole solo i soldi, per la sua rivincita col mondo.
Poche volte mi sono imbattuto in un personaggio così
pieno di fiele, cattivo, intossicato dal veleno della cattiveria.

“Puttana una volta puttana per sempre, dico io.
Io dico che sei fortunata se tutto quello che ti preoccupa
è il fatto che salta la scuola.
Io dico che adesso dovrebbe essere giù in quella cucina,
anziché su in camera sua, a spalmarsi la faccia di belletto
e ad aspettare che sei negri che non sono neanche capaci
di alzarsi da una sedia se non hanno vuotato un tegame di pane e di carne per tenersi in equilibrio le preparino la colazione.”

8 aprile 1928.
Dilsey, la serva nera.
L’unico punto di vista lucido,
il più lucido, comunque.
I suoi passi faticosi, pesanti,
come faticosa e pesante è la famiglia
per cui lavora. Una pazienza infinita,
per cercare di tenere tutti a bada,
per cercare di capire, conoscere,
difendere ed attaccare a seconda dei momenti
e delle persone. Una voglia incrollabile di crederci ancora.

Questo libro bisogna affrontarlo con coraggio,
e tenacia, soprattutto. E’ capace di distruggerti e di scaraventarti via
come fossi un fuscello. Non è un libro che puoi chiudere prima che sia finito.
Hai il terrore costante che se provassi
a chiuderlo non ti ci ritroveresti più,
non riusciresti mai a riprenderlo.
E’ una droga tossica, una sfida immane,
il buio ti accompagna dalla prima riga e non ti lascia più.
Devi essere disposto a vagare nel buio,
ad accettare duecento pagine incomprensibili,
ad accettare che il destino ti massacri.
Ad accettare che tutte quelle persone così disperate,
grette, meschine, cattive, crudeli,
ecco, siamo noi, alla fine, chi più chi meno.
Siamo noi, è l’umanità, che nonostante
questa Malvagità senza fine, nonostante i suoi errori,
le sue mancanze, resiste, non cede, va avanti.
Benji, l’unico innocente. Dilsey, l’unica a cui stia a cuore una famiglia unita.
E deve andare avanti avendo il coraggio di guardare
nel proprio abisso più nero, prenderne atto.
Difficilmente vi imbatterete in un libro così pieno di dolore e di angoscia.
Difficilmente odierete altri personaggi in altri romanzi come in questo.
Difficilmente odierete un romanzo come odierete questo.
Ma difficilmente vi resterà in mente un altro romanzo come vi resterà questo, in mente.

“Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo.
È fin troppo facile dire che l’uomo è immortale
perché destinato a resistere: che quando l’ultimo din don
del giudizio universale risuonerà svanendo dall’ultima
inutile rupe sporgentesi sull’assenza di mare,
nell’ultima sera rossa e morente, anche allora un suono resterà:
quello della sua flebile ma inesausta voce che continua a parlare.
Mi rifiuto di accettarlo. Io credo che l’uomo non si limiterà a resistere:
egli prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra tutte le creature
ha una voce che non si esaurisce, ma perché ha un’anima,uno spirito
capace di compassione, di sacrificio e di resistenza.
Il compito del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose”.

Quando vi verrà voglia di bruciare questo libro,
e ve ne verrà, è sicuro, pensate a queste parole
da lui pronunciate.
Pensate a Garcia Marquez, a Bolano, alla Munro,
a McCarthy, a tutti gli scrittori che lo hanno considerato
e lo considerano il loro Maestro, il loro mentore.
Per quanto mi riguarda, è un pensiero a cui ho fatto ricorso
di continuo, durante la lettura.

 

Musica: Sinnerman, Nina Simone