Cime tempestose, di Emily Brontë

 

cime

È amore, quando dilaga in ossessione, malattia, sete di vendetta, voglia di distruzione totale, a partire da se stessi?
Non lo so proprio. La risposta d’istinto sarebbe no, non lo è.
Ma chi può dirlo?
Non è amore, spesso, nemmeno quando tutto è pacifico, sorridente, conviviale.
Vai a capire.
Qui di certo c’è l’aspirazione all’immortalità, anche se sembra patologia, malattia, odio, violenza.
Non posso vivere senza di te, ma scelgo di farlo comunque.
Siamo diversissimi, eppure senza la tua anima di fianco alla mia io non esisto, e nulla deve esistere, nulla ha più un senso e nulla vale la pena continuare.
E ovviamente tutto il mondo è fuori di noi, solo noi due, Heathcliff e Catherine, ci capiamo, noi due parliamo un linguaggio che agli altri risulta totalmente incomprensibile, e anche detestabile, ma chi se ne frega, contiamo solo io e te.

“Non lo amo perché è bello, Nelly, ma perché è ancora più uguale a me stessa di quanto possa esserlo io.”
Eh la miseria ladra…

“…non potrebbe amarla in ottant’anni quanto l’amerei io in un sol giorno.”
Eh la miseria ladra (2)

E quando uno dei due scompare, l’altro preferisce essere perseguitato dal suo spettro, anche se venisse a tormentarlo tutte le notti senza mai farlo dormire, questo sarebbe preferibile al dover fare i conti con la sola propria anima per il resto della vita.

“non lasciarmi, ti prego, in questo abisso, dove non posso trovarti! Oh Dio, è un dolore indicibile!”

Emily Brontë non deve aver avuto una vita facile, se ha popolato tutte queste pagine scritte di fantasmi, di solitudine, di disperazione, di sete di vendetta, di pace mai raggiunta, di amore ferito e che ferisce, di esseri umani incarogniti, imbestialiti, cattivi, egoisti, malsani per il mondo intero. Personaggi con gli stessi nomi, tanto per sottolineare l’uniformità del genere umano, tutti uguali sia nei nomi che nella cattiveria. Un libro che ti fa incazzare a morte, dove a un certo punto sogni di prendere il cavallo più nero e furibondo che esista e spronarlo al galoppo furioso, con in mano due torce bollenti di fuoco per andare a bruciare tutte le case e le campagne descritte. Lo leggi perché ti chiedi voglio proprio vedere fino a quale abisso vuole farti arrivare questa scrittrice, ti incaponisci sia per rabbia che per interesse, perché comunque non ti stacchi dalle pagine, eh. Uno dei pochi libri in cui uno schiaffo scritto ti arriva come fosse uno vero, e la tua guancia la senti scottare allo stesso modo. O lo odi, o lo ami. Io mica lo so. Io sono perplesso. Però quasi sento il vento della landa inglese sulle spalle e sulla faccia, lo sfrigolio dei camini, il freddo delle stanze gelide, e una cupezza addosso che pesa quanto una coperta bagnata.  Sarà un bene?

Musica:Sing For Absolution, Muse

 

 

 

 

 

 

Mar del Plata, di Claudio Fava (ADD Editore, pp. 127, 2013)

 

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Una storia da ricordare. l’Argentina di Videla, il boia. I militari, l’Esma, gli assassini e gli assassinati. Cinquemila persone fatte sparire, trucidate, gettate per strada o nel mare dagli aerei.
Una piccola grande squadra di rugby, ragazzi di vent’anni che lavorano e poi si divertono e si sfogano in campo, dietro a una palla ovale, una palla storta come il loro Paese e come la vita.
Tutti uniti. Fino alla fine. Tutti impauriti, tutti a pensare se sia “davvero giusto farsi ammazzare solo per un puntiglio, per un cazzo di principio”. 
Da Javier in poi inizia il massacro. Perché, perché?

“Avete vent’anni. Vi ammazzano perché non conoscono i vostri pensieri e questo li fa impazzire”.

Possono salvarsi. Rinnegando se stessi o fuggendo via, la Francia li aspetta.
Ma no. Alla fine avere vent’anni significa un po’ tutto, significa incoscienza, coraggio, e anche speranza, significa sentirsi intoccabili.


«Il rugby era servito anche a questo, a pensare che lo cose sarebbero girate sempre bene»


E allora si resta. E si gioca. Non si può fare altro. Possono solo entrare in campo e dilatare il minuto di raccoglimento per Javier in dieci minuti di silenzio assoluto, ma assordante quanto mille urla.
E Videla non lo accetta, quel silenzio, non accetta quelle urla.
Ma loro corrono lo stesso.


“A vent’anni la vita è un vento che ti si arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri.”


Una storia da ricordare, sempre. Perché la libertà pesa, non è un regalo, è una conquista.
È una palla ovale da fermare, un rimbalzo da catturare.

Musica: Informe de la situacion- Victor Heredia

Mio fratello, di Daniel Pennac (Ed. Feltrinelli, pp. 121, 2018)

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Daniel e Bernard, due fratelli.
Bernard il maggiore, il prediletto dalla famiglia, quello che si stava sempre ad ascoltare, quello che sapeva cosa dire e cosa non dire e come farlo, bene. Bernard scompare. E Daniel improvvisamente cadeva. Improvvisamente si accorge che gli mancano le fondamenta. Daniel cade psicologicamente e fisicamente, cade ovunque, “ho perso l’uso del corpo, dice:

“A Parigi ho rischiato più volte di finire sotto una macchina e mi sono fatto prendere a botte nella metropolitana, sono caduto da una scarpata, ho fatto un testacoda e sono finito con il muso dell’auto sopra un burrone. E non ho avuto paura. Né sul momento né ripensandoci. Per riprendere in mano la situazione, mi sono detto che avrei scritto qualcosa su di lui. Su di noi.”

Ma Daniel Pennac si accorge che la sua mente è bloccata. Il dolore è troppo invasivo, non gli permette di mettere su carta i ricordi, che pure sono tanti, che spesso ti cingono alle spalle senza preavviso, e ti ritrovi a fischiare per chiamare un taxi solo perché con tuo fratello era così che vi chiamavate, te lo ha insegnato lui. E ti ritrovi a girare il cucchiaino nella tazzina di caffè e a fermarti di colpo, sognante, esattamente quello che faceva lui, nello stesso identico modo suo, con lo stesso ritmo, la stessa sonorità.
Sei tuo fratello morto che gira il cucchiaino nel caffè.
La tua voce è uguale alla sua, tuo nipote ti scambia per lui.
Passano dieci anni, prima che Daniel Pennac riesca a trovare il modo per omaggiare suo fratello con la scrittura. E lo fa con l’aiuto di un parallelismo letterario, è Melville con il suo scrivano Bartleby, ad aiutarlo. Bernard era come Bartleby. Rifiutava gli orpelli, le cose inutili della vita.
“Evitiamo di aggravare l’entropia”, questo era il suo motto.
Come Bartleby evitava di infilarsi in discorsi pleonastici, in tutto quello che non serviva. Ma non con fare antipatico o saccente, Bernard era un uomo dotato di un’ironia straordinaria.
Preferirei di no. Preferirei non dilungarmi, preferirei badare al sodo, all’essenza della vita, a non dover star sempre a spiegare che cosa provo e il perché lo provo. Ho voglia di essere leggero, spesso impalpabile, ma non invisibile, voglio essere importante ma senza disturbare nessuno. Una grande lezione, con gli occhi di oggi. Una famiglia in cui si era abituati a fare battute per evitare di parlare di sé. 


“Parlavamo soltanto a proposito di quello che c’era da dire. Spesso commentando i libri che leggevamo. La letteratura ci fungeva da terreno comune”.


Capirsi con uno sguardo, anzi senza nemmeno guardarsi, il silenzio che dice tutto. Undici anni a dividere la stessa camera, milioni di partite a scacchi ma solo 3 o 4 segreti condivisi. Persone per cui la parola ha voluto dire tutto, nella vita, e che tra di loro veniva centellinata.
Ma il volersi bene è fatto di cose talvolta inspiegabili. E quando ci si perde di vista, basta un fischio per sapere dov’è l’altro e correre da lui.
Un libro di una delicatezza incredibile. Ma nemmeno tanto, conoscendo l’autore, un maestro di delicatezza, così come di ironia. Un libro fatto di un grande amore, fondamentalmente questo è un libro di amore puro, tanto tenero quanto potente.

Musica: Someone like you, Van Morrison                                                 

Il sacrificio del fuoco, di Albrecht Goes (2017, Ed. Giuntina, pp. 50)

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“Non una bella storia… questo è sicuro. Ma chi l’ha detto che in una storia buia non possa anche nascondersi una luce, come si fa divampare un fuoco chiaro da una pietra scura?”

Ecco. Un libro leggero come una piuma, ma che contiene una profondità e un dolore immensi, un buio tenebroso e una luce accecante. La disperazione per un mondo che ha perso tutto e la speranza di una rinascita, perché anche un singolo gesto umano può contenere il germe della rinascita.

In sole 42 pagine c’è tutto il genere umano, la sua intera gamma di comportamento. Dal disinteresse alla pigrizia di approfondire, di farsi domande, all’invidia, alla superficialità che sfocia nell’egoismo e nell’odio, e nell’Olocausto ma anche la volontà di non piegarsi al Male, di condividere la pena altrui, fino all’estremo sacrificio, in nome di un’espiazione che salvi il mondo. Il valore di un singolo gesto di abnegazione e di altruismo, che alla fine è l’unica cosa che ci resta, molto spesso, di fronte alla malvagità totale. Un singolo gesto, invisibile, che non si fa notare, eppure pesa, e ci salva, e salva tutti. Oppure non ci salva. Ma almeno ci abbiamo provato, a ricordarci che siamo umani.

Indimenticabile signora Walker, la tua macelleria, la carne che hai dato in più, i cappotti con la stella gialla, i bambini che hai sfamato, la tua cicatrice non è dolore, è amore.

“Questo è il tritacarne che ha distrutto tante vite. E questa è la minuscola, meravigliosa possibilità dell’essere umano”

Musica: The book of love, Peter Gabriel

L’uomo che trema, di Andrea Pomella (Ed. Einaudi, pp.208, 2018)

 

l'uomo che trema

L’argomento è spinoso, ad essere buoni..la depressione, composta di tanto, di troppo, di cose che non possiamo conoscere, magari di un passato in cui si è insinuata con violenza una lacuna, una mancanza, che è poi tracimata in dolore, sofferenza, disistima di se stessi. Sembra un argomento lontano da noi che ci ostiniamo a definirci “normali” come se poi fosse un vanto, un argomento che fa paura, come fa sempre paura parlare di malattie o patologie, come se il solo parlarne o il solo leggerne potesse contagiarci.

Io non mi intendo di depressione, nel senso clinico e nel senso letterario. Può essere un tema che annoia, forse. Ed ecco perché invece penso che questo lavoro di Andrea Pomella sia un grande lavoro, perché sa raccontare. Sa essere quasi chirurgico con se stesso, uno psichiatra che racconta se stesso con professionalità, cura, precisione quasi medica. Ma nello stesso tempo sa coinvolgere, come scrittore, scrive benissimo, ti avvolge, ti coinvolge. A un certo punto della lettura ti ritrovi in alcuni passaggi, e resti sorpreso, perché non te lo aspettavi. Alla fine credo che il mal di vivere ci riguardi tutti, tutti abbiamo sfiorato quel confine che invece Pomella ha attraversato del tutto.

“La paura che ho di me stesso è a sua volta collegata alla profonda disistima che nutro nei miei confronti. Disistima intellettuale, fisica, caratteriale, pratica. Io disistimo la mia ampiezza di pensiero, disistimo il mio aspetto, il mio corpo, il mio temperamento, la mia capacità di far fronte ai problemi della vita quotidiana. Ecco quindi che se mi immagino costretto a badare a me stesso, in una condizione di spazio aperto, di agorà, sono sicuro di soccombere in poco tempo. È una paura illogica e infondata. Sono in grado di badare a un figlio, di portare a compimento un lavoro, quando entro in un locale pubblico la gente non si volta a guardarmi disgustata, e ho incontrato nella mia vita un discreto numero di persone con le quali sono andato d’accordo. Tuttavia è una convinzione che mi frena nell’esercizio pratico quotidiano. È un impedimento che incontro in qualsiasi situazione, è il primo pensiero, il problema principale da affrontare e da risolvere. Se devo fare una telefonata, ho bisogno di quei trenta secondi in cui fronteggiare me stesso, la mia congenita convinzione che disturberò la persona che sto per chiamare, che non sarò in grado di apparire disinvolto nella conversazione, che mi incepperò piú e piú volte finendo per fare la figura dell’irresoluto. Io sono sempre il mio primo ostacolo. Sono vittima di un atteggiamento troppo analitico. Il calcolo, nel mio caso, disintegra la volontà. La misura della complessità di ogni cosa, dalla piú piccola alla piú grande, causa l’insorgere dello spavento.”

“Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»”

Lo spavento di essere inferiore. Di essere di meno. Di essere nulla. Di disturbare il mondo. Di essere la nota, l’unica nota dissonante in un grande concerto umano. Fronteggiare le mie mancanze e giustificarle di fronte a tutti gli altri, sentirsi in colpa solo di far parte del grande respiro del mondo.

“Io sono un abusivo, uno che non può permettersi di abitare il mondo in scioltezza.”

Non deve essere facile vivere così, né raccontarlo, con verità, onestà, come in questo libro.

Non deve essere facile essere sensibili, intelligenti, e per questo motivo provare ancor di più il proprio fallimento, quando si hanno grandi progetti, grandi aspettative per se stessi e sentirsi lontanissimo dalla meta prefissata. Nello stesso tempo il dover essere genitore, dopo essere stati abbandonati dal proprio padre, cercando di rassicurare il proprio figlio che percepisce chiaramente il tuo stato d’animo, la tua paura di vivere, e a sua volta il suo timore di essere abbandonato.

Molto bravo nello scrivere, molto coraggioso, nel mettersi a nudo e farci partecipi, da un punto d’osservazione privilegiato. La considero una lettura da intraprendere, per tutti.

Musica: Speed trials, Elliott Smith (da Either/Or)

 

(scelta obbligata, dal libro:

“Ascoltando le canzoni di Either/Or sono ancora capace di provare delle emozioni, d’intristirmi e di godere della bellezza e del piacere che la vita è in grado di procurarmi. Ed è sorprendente che a mettere in moto tutto questo, nel mio caso, sia la voce di qualcuno che è stato definito il più infelice uomo sulla faccia della Terra”.)

I formidabili Frank, di Michael Frank

i formidabili frank

È stata una lettura, per me, carica di tensione fin dal primo rigo.

“Quello che provo per Mike è qualcosa di straordinario. È un sentimento più forte di me. Non riesco a spiegarlo. È semplicemente il bambino più meraviglioso che io abbia mai conosciuto, e lo amo più della vita stessa. Vorrei tanto che fosse mio”.

È così che si comincia, ma non parla una mamma, parla una zia.
“Un fratello e una sorella hanno sposato una sorella e un fratello.
La coppia più anziana non ha figli e quindi quella più giovane glieli presta.”

Michael aspetta tutti i giorni alla finestra della sua camera l’arrivo di un’automobile e il suono del suo clacson, è sua zia Hankie che lo chiama, lo vuole, lo desidera con sè, per condurlo a scovare la bellezza del mondo. Una zia dal doppio volto. Un pigmalione che dona amore, ma che nello stesso tempo, mentre sembra donarti senza riserve tutto, il tutto te lo toglie, ti toglie l’aria, ti toglie la possibilità stessa di essere un bambino, di avere amici, di avere un’idea che sia davvero solo tua.
Le affinità elettive che sono come una droga di cui si ha sempre bisogno, quando pensi che una sola persona ti capisca al mondo, che una sola persona sappia chi sei e cosa vuoi diventare,e per te quella persona è la migliore in assoluto. Quindi, chi più fortunato di Michael?

All’inizio mi sento fortunato a essere così benvoluto, scelto come l’oggetto di un amore tanto grande…ma poi ci penso un attimo. E non capisco, in realtà, cosa significhi essere amati più della vita stessa.
È così che io amo mia madre? È possibile amare qualcuno in questo modo?”

“Lei era il sole e io il suo pianeta”.

Quando nella tua famiglia esiste un personaggio così ingombrante, sfarzoso, pressante, psicologicamente pesante quanto un macigno, finisce che ti perdi. Perdi te stesso, il significato stesso di te e di cosa sei, per diventare l’immagine riflessa di chi ti sta educando, l’immagine dei suoi sogni e dei suoi desideri, non più dei tuoi. Quando l’amore sfocia in patologia. Prima sei il migliore, il più bello, poi diventi il peggiore essere sulla Terra, la più grande delle delusioni, quando dimostri di avere un’opinione diversa, quando finalmente è la tua voce, che si fa sentire.
È un libro autobiografico, un libro sui Frank, non so quanti di noi ci si potranno riconoscere, eppure penso che molti possano prendere spunto per riflettere sulla propria vita e su quanto contino i rapporti familiari, di quante ramificazioni complesse siano costituiti, di quanto si mente in famiglia, di quanto si sopporta, di come ci si adatta, quanto si può condurre e quanto si possa essere condotti anche quando non ci sembra affatto. Ma anche di quanto si possa amare, di quante modalità sia costituito l’amore, una madre può amarti in un modo, una zia nel modo opposto, e una nonna in un altro ancora, nel modo che ti può salvare da tutto, quello a cui ti aggrappi, quello in cui ti rifugi perché sai che lì non esiste tempesta, ma solo amore puro:

“In quella casa ero libero di essere me stesso in compagnia di una donna che in cambio non chiedeva altro che la mia compagnia. Non aveva secondi fini, o delle idee da inculcarci, nessuna gara da vincere, nessuna storia da controllare. Niente da offrire se non amore”.

Forse un romanzo con alcune parti ripetitive, con alcuni personaggi poco empatici e tanto complicati, ma è un romanzo sulla crescita, sulla formazione di Michael, e che coinvolge da subito, dalla prima pagina, un romanzo che ci costringe a pensare a quanto il mondo degli adulti e la loro influenza possano forgiare la vita di un bambino e il tipo di adulto che diventerà. E quanto poi sia difficile per questo bambino fare la scrematura tra brutti ricordi e capacità di conservare quelli che comunque sono affetti profondissimi.
Bello, davvero un bel libro.

Make Your Own Kind of Music, Cass Elliot

La Storia, di Elsa Morante

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Non ho mai pensato che un singolo libro possa aver cambiato realmente la vita di qualcuno. Soprattutto la mia. Però ci sono dei libri che non dimentichi. E questo è uno di quelli. Il libro che parla degli ultimi.
Un libro che parla di noi. Parla di un’epoca che non abbiamo mai vissuto, di cui abbiamo solo letto nei libri di “storia”, appunto. Di qualcosa che ci hanno raccontato i nostri nonni, o i nostri genitori. E quando il racconto diventa personale, ci racconta della vita quotidiana, ecco che ti appaiono volti, ti sembra che la Storia ti arrivi più vicina, che non sia più solo un qualcosa di inesplicabile, inavvicinabile. Questo è un romanzo pesantissimo. È un macigno difficile da reggere. Non ti lascia scampo, non ti permette di dormirci su, ti regala piccole speranze e poi te le distrugge, ti fa soffrire. La Storia macina l’umanità, come se fosse un deus ex machina che schiaccia gli uomini e invece non fosse responsabilità degli uomini stessi. È un libro che parla di una madre che evita di pensare a quello che è più grande di lei, perché lei deve pensare a sopravvivere e a far sopravvivere i suoi figli e basta, non ci sono altri obiettivi, il mondo e la Storia non li cambi, ti ci devi solo adattare. È un libro infame, che ti regala delle perle inaudite di poesia quando descrive la purezza di un bambino che rappresenta la purezza originaria dell’umanità intera, ma anche quando descrive la morte di un soldato italiano in Russia, è un libro che le lacrime te le succhia da dentro. Un libro sulla crudeltà del vivere da poveri, sulla crudeltà del vivere da parte di chi non ha speranze, ma anche da parte di chi vive da entusiasta, da parte di chi è convinto di spaccare il mondo con le azioni e con i sogni, e che la vita respinge, ricaccia indietro, schiaccia. Anche se sei troppo limpido, pulito, questo mondo non fa per te. Eppure è un libro che parla della bellezza della vita, anche se questa bellezza la trovi solo nel quotidiano, negli attimi che il quotidiano, qualunque esso sia, ti regala. La bellezza di una corsa in moto per Roma, la bellezza di un dialogo commovente tra un bambino e un cane, i loro sguardi d’intesa, la protezione reciproca.
È un libro che parla del nostro essere spauriti, persi, di fronte al mondo e ai suoi misteri, quella sensazione di essere destinati a perire, non solo fisicamente, che ogni tanto ci prende e ci stringe alla gola. 


” A’ mà….pecché?”
In realtà, questa sua domanda non pareva rivolgersi proprio a Ida là presente: piuttosto a una qualche volontà assente, immane e inspiegabile.Quella domanda: pecché? era diventata in Useppe una sorta di ritornello, che gli tornava alle labbra fuori tempo e fuori luogo, forse per un movimento involontario ( se no, si sarebbe preoccupato di pronunciarla bene con la erre ). Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: ” pecché? pecché pecché pecché pecché?? “. Ma per quanto sapesse di automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degli asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche destinazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi”.

Siamo gente che non ce la fa. Ma che ci prova lo stesso, perché a questo siamo destinati, a provarci, sempre, col fardello sulla schiena. Come noi lettori, che mentre leggiamo sappiamo che finirà male, ma non possiamo far altro che andare avanti. Troppo barocco, troppo melenso, troppo deamicisiano, come diceva Pasolini. Ma non si può sempre essere distaccati, analitici, complessi, nella vita e nella scrittura, e allora viva questo romanzo immortale, che ha reso immortale la sofferenza dei poveri.
E che dovrebbe essere testo obbligatorio in tutte le scuole.
Ciao Ida, ciao Nino, Davide, Bella. E ciao, Useppe, piccolo monumentale Useppe, piccolo e troppo puro Useppe.

Musica: La storia, di Francesco De Gregori

 

 

 

 

Il pianista di Yarmouk, di Aeham Ahmad (Ed. La Nave di Teseo, pp. 348, 2018)

 

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Un racconto, un diario, uno stile colloquiale, non un romanzo nel vero senso della parola, ma il racconto di un orrore quotidiano nel quale la speranza però non marcisce mai.
In mezzo alle bombe, in mezzo agli spari dei cecchini, in mezzo alle macerie, alla fame, a gente che mangia l’erba strappata lungo le vie, che ha dimenticato il gusto del cibo vero da anni, che si mette in fila per un pacco di zucchero rischiando ogni volta la morte, in mezzo a tutto questo c’è un pianoforte che scivola via su un carretto in mezzo alle rovine e c’è un ragazzo e poi un uomo che suona, che piange mentre suona, che urla la sua voglia di non arrendersi, che grida al mondo che Yarmouk esiste ancora, in una Damasco devastata, in una Siria spezzata, sconvolta dalla guerra e in larga parte dall’indifferenza del mondo.
Non voglio dire molto, su questo libro. Non sono uno che abbia mai attaccato Assad, ritenuto dalla maggioranza un dittatore, e anche l’autore del libro l’ha pensata in questo modo. E chi sono io, dal mio comodo divano di casa, per mettermi a discutere? Non sono io quello che ha passato anni della sua vita in mezzo ai bombardamenti, che ha avuto la casa distrutta, a cui è scomparso un fratello insieme a molti altri amici, non sono io quello che ha rischiato di vedere morti i propri figli. Dunque non mi va di intavolare un
discorso politico. Dico solo che la civiltà europea è ben lontana da tutto questo, anche dal solo immaginare una simile sofferenza, e quando questa sofferenza gli si presenta alle porte a chiederne il conto o a chiedere aiuto, non riesce a comprendere quella lingua che parla di dolore. Non riusciamo nemmeno a capire che esiste ancora la speranza, nell’uomo, una disperata speranza che è passata attraverso un lungo tunnel di orrore ma che non è morta. Non capiamo proprio niente. E nemmeno la lezione di questo ragazzo ce lo farà capire, nemmeno la lezione dell’arte che sopravvive alle bombe, della Musica che in qualche modo le sovrasta, niente da fare. Eppure la gente continua ad esistere, a voler vivere, anche se noi giriamo la testa, anche se noi teniamo le mani in tasca.

“Oggi, in Germania, a volte la gente mi chiede: di che colore era la tua tenda, lì al campo profughi palestinese? Santo cielo, e chi ha detto che abitavo in una tenda? Avevo un appartamento di proprietà, grande e bello! Il nostro negozio di musica andava a gonfie vele! Fino a quando non è arrivata la guerra, che ha distrutto ogni cosa: una granata mi ha tranciato i tendini di due dita, una ragazzina è stata uccisa a due passi dal mio pianoforte, l’Isis ha bruciato il mio piano. Mi hanno sbattuto in una cella, sono riuscito
a fuggire. Quando scappi dalla fame e dalle bombe abbandoni il tuo mondo. E ti trasformi in uno di quei loschi figuri che hanno sempre vissuto nella miseria e adesso arrivano in Europa per prendere parte alla grande ricchezza. Così la vedono quelli che non capiscono chi siamo e da dove veniamo. Chi ha paura di noi.
La mia storia,però,è diversa”.

Musica:

1

 

Non ti salvare

Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare il giubilo
non amare con noia
non ti salvare adesso
ne mai
non ti salvare
non ti riempire di calma
non riservarti del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi
non restare senza labbra
non ti addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non giudicarti senza tempo

ma se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli il giubilo
e ami con malavoglia
e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e riservi del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
sul bordo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me

Mario Benedetti

Cattiva, di Rossella Milone

 

Screenshot_2018-08-13-15-11-55Ci ho messo giorni e giorni, per trovare il coraggio di commentare questa storia.
Non sono una madre, non posso sapere cosa si prova nel diventarlo, probabilmente non dovrei scrivere niente,
e dire solo “provate a leggerlo”.
Ma di certo questo è l’unico libro che, finora, mi abbia avvicinato il più possibile a quella sensazione.
Non si poteva fare più di così, più di quanto scritto qui da Rossella Milone.
Non è un libro su una figlia che viene al mondo, ma su come viene al mondo una madre.
La fotografia dell’attimo preciso in cui la tua vita cambia, di colpo. Il paradosso del contrasto tra i tanti consigli e le tante rassicurazioni che precedono quel momento, sarà bello vedrai, e la realtà, che ti sbatte davanti un minuscolo esserino, che fisicamente, appunto, sembra inoffensivo, e che invece spesso appare e apparirà come un muro liscio, senza appigli, su cui devi comunque arrampicarti, un muro che sembra caderti addosso, e che il tuo istinto ti costringe a reggere. Il momento in cui chiudi un libro delle priorità rassicurante e te ne trovi davanti un altro, tutto da scoprire, scritto in una lingua astrusa, che ti farà dire “Basta. lo urlo contro queste pareti sottili, contro questa casa vuota, contro di te in braccio che mi senti, che senti il mio Basta crudele e assassino, tu che manco sai chi sono, riconosci la mia rabbia e la sai spiegare meglio di come me la so spiegare io. Tu urli, io urlo Basta, basta, basta. E poi accovaccio con te in braccio, l’unica cosa che so fare è sbagliata.”

Il momento in cui una madre scopre il terrore della solitudine, perché
“Il tempo da soli con una neonata può essere orrenda. Non passa, è pesante, è pericoloso. Ti fa guardare in faccia chi se, e alla fine sei qualcuno di solo e inesperto”.
Il momento in cui non sai cosa fare. Che è la cosa peggiore del mondo. Specialmente per chi, fino a quel momento, sapeva sempre cosa fare e non solo per se stessa, ma lo sapeva fare anche per gli altri, sapeva consigliare tutto il meglio.

“Ci guardiamo per ore. Io mi annoio per ore. Altre volte non mi annoio, ma si annoia lei e comincia a piangere. Oppure prova disagio, quello che è. Io mica lo so. Non riesco mai a sapere cosa vuole. Non sapere cosa fare è la cosa più avvilente, ed è per questo che quando sono sola con lei ho paura. Uno spavento ancestrale come il battito cardiaco. Mi terrorizzano i suoi occhi supplichevoli, questa piena, totale, indiscussa fiducia che mi mette addosso. Stringermela sul petto, stringerla così tanto da schiacciarla e rimandarla dentro, mi pare tutto quello che posso fare. Ma per lei no, per lei non può bastare”.

Il momento in cui si cammina a tentoni al buio.
Le migliaia di domande che non hanno risposta, i tuoi genitori nemmeno si ricordano di quando tu eri piccola, ma come è possibile dimenticare?? e ti sale la rabbia più di prima.
La rabbia e la gioia insieme.
La disperazione e la forza.
Il bisogno di scappare, di ritrovare il tuo tempo perduto, quello che dedicavi solo a te, poi viverlo e sentire dentro di te un ruggito, un richiamo, capire che il tempo che passi da sola alla fine ti fa male, perché stare lontana da tua figlia ti provoca dolore.

“Tutti i figli prima o poi dicono Mamma se ne te vai io muoio, e la madre lo sa che è una bugia, ma lei ha bisogno di quella bugia, ché altrimenti che senso avrebbe trasformarsi in qualcun altro, cambiare quello che sei per diventare un essere che deve guidare un altro essere per farlo diventare un uomo o una donna? Una trasformazione così comporta una fatica sovrumana, significa camminare a tentoni, e cosa c’è di più spaventoso del camminare a tentoni? E che senso avrebbe questo spavento senza quella bugia? E quindi rimango con te, bimba, ché senza di me tu muori, ché senza di te io muoio. E dentro questa bugia tutte e due ci diciamo la verità”.

Capisci di essere diventata una persona che ne contiene due.
Essere buona ed essere cattiva.

 

Musica: Non ridere, Paolo Conte