Alta fedeltà, di Nick Hornby (1995, Ed. Guanda, pp.263, ed. 2017)

 

alta fedeltà

Il romanzo ha più di vent’anni.
Si parla di musica dei “vecchi tempi”, quando la musica era qualcosa di più sensoriale, la potevi toccare, anche annusare, c’erano i vinili, si doveva fare “più fatica” per scovare le perle, dovevi scartabellare, informarti, girare per negozi, avere un rapporto stretto con il negoziante, che diventava un confidente. Un vinile conteneva otto, dieci brani, non tutti erano bei pezzi, dovevi ascoltartelo tutto, per fare la tua scelta di preferenza, e alla fine adoravi o odiavi tutto il disco, e te ne ricordavi, era impresso nel cuore e nella mente, e partiva poi la ricerca della collezione, e ti costava tempo e soldi. Oggi c’è internet, oggi la compilation te la porti in viaggio sul telefonino, dove puoi tenerti duemila brani, e magari la maggioranza sta lì solo a far numero, e in maggioranza è tutto download gratuito. Sotto questo profilo il romanzo è “datato”, ed è più adatto a chi è nato alla fine dei Sessanta o nei Settanta. Eppure…questo romanzo riesce a non essere datato, non fino in fondo.
Si resta affascinati dalla storia e dal modo in cui è raccontata. Anche se chi legge ha vent’anni e non cinquanta. Oggi i vinili sembrano tornati di moda, ma soprattutto è il relazionarsi, i rapporti, che sono alla fine sempre gli stessi. Desiderio,insicurezza, gelosia, insoddisfazione, incapacità di gestire amori e amicizie, difficoltà di fronte agli ostacoli che la vita ti pone sul suo cammino, senso di immaturità, voglia di fuggire via da tutti e rifugiarsi tra le quattro mura di casa, povere ma nostre e solo nostre, sono temi che scavalcano gli anni e si ripresentano ciclicamente così come l’ansia di “farsi una posizione”, le guerre psicologiche con i genitori. Rob può essere anche un personaggio detestabile, per molti, è uno che combina cazzate sia che si muova sia che resti fermo, che non trova quasi mai un equilibrio razionale o un equilibrio qualunque sia, ma le sue paturnie, le sue elucubrazioni mentali superflue e continue sono in parte quelle che abbiamo avuto tutti, sia da trentenni come lui che anche da ventenni o da sessantenni. La sua mania di fare classifiche su tutto e tutti, dischi o donne o film che siano, è il desiderio smanioso di trovare dei punti fermi, quando tutto intorno sembra muoversi e non aspettarti mai. Il suo quasi crogiolarsi nel non voler essere felice. Non voler accettare i cambiamenti, nell’altro ma soprattutto in se stesso, per paura di fallire, di cadere, di perdere l’entusiasmo nelle cose.
La paura di sentirsi “inchiodato” “… sarebbe più bello se potessi sentire che ci sono ancora quelle dolci possibilità e quella sognante aspettativa che provavi a quindici anni, o a venti, o addirittura a venticinque, quando sentivi che da un momento all’altro la persona più perfetta del mondo poteva capitare nel tuo negozio, o nel tuo ufficio, o alla festa del tuo amico.. sarebbe più bello se quelle emozioni fossero ancora qui, da qualche parte, nella tasca posteriore dei jeans o in fondo a un cassetto”. 
La paura che il meglio sia alle spalle e non tornerà più, che non vedrai mai più per la prima volta la persona che ami, mai più starai in agitazione per giorni in attesa del primo appuntamento, mai più arriverai al pub con mezz’ora di anticipo, mai più fisserai un articolo di giornale senza leggerlo, sbirciando l’orologio ogni trenta secondi.
È un racconto amaro, malinconico, ironico, divertente, commovente e romantico, pieno di musica bellissima e anche sconosciuta, e anche non bellissima, ma è la vita, che funziona così, ognuno ha la sua colonna sonora e cerca di adattarla a se stesso al meglio che può. E a me la musica piace, è una passione travolgente. È un libro che ti frega, la copertina può sembrarti leggera e scanzonata, ma quando vai “all’ascolto” la musica che viene fuori è profonda, e stai lì a riflettere sulle relazioni amorose, a porti le domande e a cercare di darti le risposte, e a sorridere, spesso, con ironia, sul senso della vita, che a volte non ne ha davvero molto.

 

Musica: Let’s get it on, Marvin Gaye

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Stamattina mi sono collegato ad internet e mi sono accorto di aver perso un amico. Uno mai visto di persona, mai guardato negli occhi, uno di cui non ho mai conosciuto la stretta di mano.  Ma uno che ha saputo entrarmi nel cuore usando solo lo schermo di un televisore.  Ho tanti ricordi legati a lui. La serie dei film di Toy Story, la voce del cowboy Woody, è qualcosa che ormai fa parte di me e della mia famiglia. E non andrà mai via.      Andremo avanti come sempre. Ma ogni tanto sulla nostra strada ci si imbatte in persone che ci fanno subito capire che non saranno sostituibili.  Ecco, ci saranno altri programmi, altri conduttori, torneremo a ridere e fare gli stupidi. Ma in questo caso penso sia chiaro a tutti che il vuoto umano non potrà essere colmato. Era una gran persona, trasparente, unico nel suo genere, quello che si immaginava dallo schermo era realtà, e capita ben poche volte, quando si parla di spettacolo. Un uomo generoso a parole e nei fatti.  Ho un rispetto infinito, infinito. Non mi interessa la qualità delle trasmissioni, penso solo all’uomo, e quest’uomo qui è nato speciale ed è andato via speciale. Sono state lacrime ben spese, quelle che ho versato oggi, e sono tante, lo confesso. E non sono ancora finite. Una giornata brutta, ho un magone senza fine.  Eri un ragazzo ed un signore antico insieme, per la tua voglia di giocare e la tua signorilità. Non ti dimenticherò mai.

Grazie, Fabrizio

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Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie (2015, Ed.Einaudi collana Super Et, pp. 512, trad. Andrea Sirotti)

 

 

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Tema principale, il razzismo, in viaggio tra tre continenti.
Una descrizione onesta, secca, sincera, senza zuccherini ad indorare pillole amarissime.
Riflessioni e domande che ti fanno pensare. Noi siamo bianchi, non ci siamo mai posti questioni simili, non abbiamo mai affrontato un colloquio di lavoro o una conversazione con una persona pensando a se il colore della nostra pelle potesse cambiare un qualsiasi stato delle cose, decidere del nostro destino, piccolo o grande che fosse. Non conosciamo nemmeno pensieri e sogni di ragazzi e ragazze africane, non ci rendiamo conto delle loro difficoltà, soprattutto non pensiamo mai a quanto i sogni siano simili ai nostri, a quanto ambizioni e sogni siano uguali ad ogni latitudine.
Un libro che si pone da una prospettiva nuova, la protagonista è una nera nigeriana, che decide di provare a costruire il proprio futuro negli Stati Uniti.
E scopri il passaggio dall’entusiasmo alla disillusione.
Ecco che Ifemelu si accorge di essere nera, improvvisamente. Nera non Americana.

«Vengo da un Paese in cui la razza non è un problema; non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America.»

E va a scontrarsi e confrontarsi con una realtà fatta ancora di paletti e non accettazioni, o accettazioni parziali, il Paese delle Libertà e delle Opportunità, che però non ti accoglie così a braccia aperte come credevi o speravi. E scoprire che esistono diverse “gradazioni di nero” con cui dover dibattere, ci sono gli ispanici, un gradino sopra ai neri americani, che sono sempre alla base della piramide, ci sono i neri che si sentono e vogliono essere meno neri possibile (“non chiamarmi nero, sono di Trinidad”), scoprire che una donna nera in America deve sempre autodefinirsi FORTE, quasi per contratto, e che un uomo nero deve “essere sempre pacatissimo“, “non agitarsi troppo“, altrimenti qualcuno penserà subito che stia per estrarre una pistola, addirittura scoprire che anche di bianco esistono gradazioni, che un ebreo è meno bianco degli altri bianchi, e non saranno scoperte indolori. Soprattutto non sarà facile trovare il proprio posto, superare lo spaesamento, la sensazione di non appartenere né interamente al proprio paese di origine né di aver trovato collocazione piena nel paese adottivo, questo sarà il punto cruciale della storia, lo scendere a compromessi senza quasi nemmeno accorgersene. Lisciarsi e schiarirsi i capelli per adeguarsi ai canoni “bianchi”. Scoprirsi diversi quando ritorni nella tua Nazione, perché sono i tuoi amici di un tempo, a percepirti diversa da prima. E il tuo ritorno diventa così una riscoperta, di ritmi, di concezioni, di profumi, di odori, di riso jollof, di plantano fritto, e soprattutto di te stessa. E dell’orgoglio delle proprie origini.

E poi l’amore, che è un altro tema, e non meno importante.
Alla fine sì, è un romanzo pieno di amore, questo. L’amore vero, quello che viene fuori senza pensare ai colori della pelle, quello che annulla le gradazioni senza pensarci nemmeno un secondo, quello che si occupa solo delle persone, e non delle loro sfumature di colore. Un amore descritto con una delicatezza estrema, ma anche con una profondità estrema, come poche volte capita di leggere.

“Le sue parole erano come musica, e si sentì respirare il modo sconnesso, inghiottendo l’aria. Non voleva piangere, era ridicolo piangere dopo tanto tempo, ma i suoi occhi si stavano riempiendo di lacrime e sentiva un macigno nel petto e la gola che pungeva. Le lacrime le facevano prudere il viso. Non fece rumore. lui le prese la mano nella sua, entrambe strette sul tavolo, e tra loro crebbe il silenzio, un antico silenzio che entrambi conoscevano. Lei era dentro quel silenzio e stava al sicuro.”

Un romanzo che mi ha trasportato in giro per il mondo, che mi ha fatto pensare tanto, soprattutto mi ha fatto pensare a quanto pensiamo e quanto ci autoassolviamo pensando, e a quanto poco agiamo per cambiare lo stato delle cose.
Prezioso.

 

Musica: One love, Onyeka Onwenu

Le Case del malcontento, di Sacha Naspini (pp. 458, edizioni e/o)

 

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A me è piaciuto tanto. E l’ho capito dopo poche pagine, che mi sarebbe piaciuto, come quasi sempre mi succede.
Due anni fa, di questi tempi, leggevo Il cinghiale di Giordano Meacci, due anni dopo mi imbatto di nuovo nell’ambientazione della Maremma. Ma qui si tratta di una Maremma angosciante, cupa, violenta, cattiva anche se non mancano sorrisi e ironia. Altro riferimento è Nella perfida terra di Dio, di Omar di Monopoli. Perché siamo pur sempre in un teatro paesano, un paese inventato ma con riferimenti reali, si vede benissimo quanto Naspini conosca questa realtà, ed è per questo che veniamo letteralmente fatti camminare su quelle pietre, quei vicoli, e finiamo dentro quelle case.
Nemmeno 20 case. Le Case, «Un cuore nero piantato in mezzo al pancione di Maremma, che si traveste piena di sogni e dopo te lo ficca nel di dietro a brutto muso».
Le Case, è il nome del paese, un borgo collinare nato per nascondersi e nascondere, sospeso tra la nebbia in cielo, il terremoto in terra e i suoi scantinati pieni di botole che celano segreti, pettegolezzi, maldicenze, superstizioni, scomparse, gelosie, tradimenti, cattiverie, delitti, gente che spia dietro le finestre, dolori enormi e anche grandi amori. Due bar, due chiese, un’immobilità che nasconde le sconfitte tremende della vita.

“Così ecco la mia versione, caro maresciallo: alla fine la colpa è di questo posto. Le Case è l’albero. I fatti della gente che ci abita dentro, i frutti marci. Il carattere della gente è il carattere di questo mostro che di tanto in tanto dà un fremito, e allora vediamo muovere le tende e i soprammobili sembrano camminare da soli. Per un attimo ci prende una specie di svenimento. Così, tanto per tenerci in bilico. E per dirci che siamo tutti più suoi che nostri. Chi se ne va in tempo si salva. Quelli che vengono ributtati su queste alture tornano mezzi matti. Oppure sono mostri in cerca di silenzio…Infine ci sono tutti gli altri.”

È un romanzo a più voci, un coro di personaggi che racconta la sua vita, i propri sogni spezzati, la propria rabbia, delusione, ma anche la propria cocciuta volontà di resistere contro ogni evidenza in un posto così sperduto, che contiene magia ma anche la disperazione della prigione che ti toglie fiato e speranza, un paese che ti offre un panorama meraviglioso, che ti fa sognare da ragazzo e che ti imprigiona da adulto, chi va via continua a pensarci, chi resta rischia di impazzire.
“Le giornate sprecate ti urlano dentro senza fine, non c’è attimo che ti lascino tregua”

Ma resta in fondo la speranza, nella bellezza di un gesto, di un bacio, di un sogno, in fondo anche la cattiveria deriva dall’amore che non si è riusciti ad ottenere, schiacciati da un destino ineludibile. E allora tutti cercano la rivalsa, anche effimera, tutti vogliono disperatamente lasciare un segno che urli al mondo io ci sono stato, io ho contato, per una sola volta, magari, ho vinto, o ci ho provato, almeno, tutti parte di quella scacchiera su cui Naspini ce li mostra, quel gioco, gli scacchi, su cui tutto il paese resta inchiodato, un gioco in cui anche un analfabeta può trovare la sua gloria. E così anche un attimo prima della fine può arrivare l’immagine di una donna,e ti ci avvinghi, perché non puoi “sprecare il colpo di fortuna importante di crepare bene, con il cuore in fiamme”.

I personaggi ti vengono addosso uno alla volta, ognuno racconta la sua versione degli stessi fatti. Ti ci affezioni, ad uno ad uno, fino a Samuele ed Eleonora, sui ci si lascia un po’ di cuore e qualche lacrima.
Mi sono ritrovato a voltare le pagine in modo quasi febbrile, fino ad un finale che non mi aspettavo per niente. 458 pagine col vento di tramontana alle spalle, lette in due giorni. Ma fino all’ultima pagina ho preso ceffoni e carezze, dettati da una lingua che oscilla dall’aulico al dialettale, una lingua corposissima che mi ha affascinato. Unico difetto, forse, le troppe sorprese, i troppi rovesciamenti di fronte, perché forse la vita non ne ha così tanti, la vita si trascina molto più stancamente di quel che accade a Le Case…in ogni caso la bellezza di questo romanzo è il tratteggio dei personaggi, molto più delle loro vicende.

 

Musica: Terra e acqua, Francesco De Gregori

Parlarne tra amici, di Sally Rooney (Einaudi, pp. 290,trad. di Maurizia Balmelli)

 

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I rapporti interpersonali e sentimentali ai tempi delle mail e delle chat.
Un romanzo che parla di legami, amicizia, amore, relazioni intrecciate al proprio percorso personale di crescita e di consapevolezza. Frances e Bobbi, due ventenni, una poetessa e la sua migliore amica, nonchè fonte di ispirazione, nonchè primo amore. E altri due protagonisti, un’altra coppia, Melissa e Nick, una fotografa e un attore, di una decina d’anni più vecchi di Frances e Bobbi. Tutta la storia ruota su questo rapporto a quadrilatero, ma non si riduce tutto alla pura descrizione di questo. La storia è più complessa, intima, introversa, psicologica, così come introversa e complessa è Frances, la vera protagonista. Frances, con le sue ambizioni, i suoi sogni, la sua confusione, la sua insicurezza congenita, la sua invidia verso Bobbi e verso il mondo, che è sempre migliore di lei, Frances che si guarda allo specchio e si detesta, ma poi capita che Nick, il bellissimo, si invaghisca proprio di lei, Frances, sempre attenta a dare un’immagine precisa e sicura, attenta a mantenere la sua vita in equilibrio costante, un equilibrio basato su punti fermi, come i beni materiali, “la camicetta bianca appesa ad asciugare in bagno, i romanzi in ordine alfabetico sullo scaffale, le tazze di porcellana verde”, cose che la fanno sentire al sicuro, “normale”.
Ecco, questo romanzo è la descrizione della nuova generazione, in bilico tra aspirazioni, ricerca della propria identità, paure, crisi, ricerca di equilibrio e di una collocazione utile nel mondo, ancor più in difficoltà perché deve barcamenarsi, in amicizia e in amore, tra la comunicazione via chat e via mail e la necessità ineludibile del parlarsi e vedersi dal vivo, con tutti i contrasti che ne conseguono, perché davanti a uno schermo c’è la possibilità di fermarsi, riflettere e studiare ogni parola da trasmettere, ma poi, quando ci si trova faccia a faccia con chi si ama, ecco che le parole mancano, ecco che il fiato si spezza “lo desideravo talmente che mi sono sentita completamente stupida, e incapace di dire o fare alcunché”, “come se stessi giocando a un videogioco senza conoscere i comandi”.
Non è facile, la vita, quando pensi di essere sempre inadeguata ma, allo stesso tempo, desideri con tutto il cuore essere speciale e unica per qualcuno. Non è facile trovare la propria quadratura del cerchio.
Il romanzo risulta essere molto credibile e affascinante proprio perché i personaggi descritti contengono tutte queste credibili insicurezze, autolesionismi, esitazioni e contraddizioni, bugie, omissioni, gelosie e tradimenti.
Che, alla fin fine, l’amore e l’amicizia saranno anche 2.0 o 3.0, ma, nonostante questa tecnologia, di base restano sempre la stessa cosa.
“Prima di capire certe cose, le devi vivere”.

Quella tra i 20 e i 30 non è più la mia generazione da un pezzo, ma comunque è stato interessante e rifletterci, ed utile darci un’occhiata, per capire di più la precarietà del mondo.

 

Musica: I’m a foool to want you, Billie Holiday

L’estate muore giovane, di Mirko Sabatino (pp.304, ed. nottetempo)

 

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Altro romanzo che si legge velocissimamente. La storia ti inghiotte e non ne puoi uscire finché non arrivi all’ultima pagina.
Estate 1963, siamo sul Gargano, un piccolissimo paese, con la sua piazzetta, i suoi vicoli, le sue case e i suoi abitanti, la sua chiesa, i ruoli soliti, quelli che conosciamo tutti, il prete, il pazzo del paese, la banda dei ragazzini bulli e violenti, e la banda dei ragazzini “buoni”, in cui c’è sempre quello che ha più coraggio e carisma, e ogni giorno è un’avventura da ricordare. Un’estate calda, come quelle del Sud, un paese che sembra immobile, noioso, sempre gli stessi gesti, le stesse facce, la stessa vita.
Fin qui niente di nuovo, la provincia italiana la conosciamo bene, benissimo, ormai.
Infatti non è questo, il tema principale del romanzo di Sabatino.
Niente è come sembra. Dietro l’apparente stabilità, la ripetitività, la noia, si celano segreti, bugie, tanto di inconfessabile e inatteso. È la vita, il tema. La vita di tre ragazzini, il rito di passaggio tra adolescenza ed età adulta, è uno Stand by me a marchio foggiano, ed è un rito di passaggio senza sconti, brutale, violento.
C’è una violenza che non ti aspetti, in questo libro, che ti farà star male. La vita spesso è così, a volte i ragazzini non hanno il tempo che gli spetterebbe di diritto, non hanno il tempo di godersi la spensieratezza della gioventù che subito la realtà adulta gli si para davanti con la sua crudeltà, insensibilità, cattiveria. Quando gli adulti ti tradiscono, la tua verginità è persa per sempre, e l’estate finisce di colpo, e arriva il buio di un’età fatta di regole e di ingiustizie. Questa storia è la storia della perdita dell’innocenza nello spazio di pochi giorni.
Questa storia è la storia di un patto di sangue, di amicizia vera, come solo può esistere tra ragazzini, quando l’amicizia sembra contare più di ogni altro legame, anche di quelli familiari. È la storia di una crescita improvvisa, devastante. Tutto il libro è pervaso da un senso di malinconia e di ansia, si avverte fin dalle prime pagine, con chiarezza, che il cielo diventerà plumbeo, ma solo nelle ultime cento pagine questa chiarezza subisce un’accelerazione devastante e ti terrà incollato alla storia, fino all’epilogo.
La vita è una mietitrebbia, che ti tritura, ti inghiotte, ti trafigge. Da questa realtà microscopica e asfissiante, come la provincia italica, ci si salva solo se si fugge via. Oppure ci si salva solo se si muore.
In ogni caso il destino sembra comunque qualcosa di molto più forte delle piccole volontà individuali.
Questo libro è una corsa che ti lascia alla fine senza fiato, le immagini sono vivide e crude, è un altro libro con un taglio molto cinematografico, un esordio che mi ha colpito.

 

 

Musica: Vecchio frack, Domenico Modugno

Nella perfida terra di Dio, Omar Di Monopoli

 

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McCarthy, fratelli Coen, Ammaniti, Faulkner, Tarantino.
Questi i riferimenti che ho trovato.
Una scrittura barocco/dialettale che ammalia, stupisce, a volte stordisce, ma nello stesso tempo non si adagia, non si autoelogia, non si specchia, non perde tempo a provocare puro stupore, perché si mette al servizio diuna storia piena di ritmo, un film d’azione vero e proprio, comprese pistolettate e fucilate, e quindi è vietato ed impossibile annoiarsi, più sfogli pagine e più sei legato e costretto al piano inclinato ma in salita, di un interesse crescente, fino al finale abbastanza sorprendente. Non posso dire molto altro rispetto a quanto già detto e ridetto da altri prima di me, soprattutto sull’uso poderoso della lingua, antica, pura, vitale, originale, selvaggia, come i luoghi dove la vicenda ha il suo svolgimento, luoghi disperati e gente disperata.
«Dio non c’è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c’è altro»

L’abile scelta dell’alternanza dei due piani temporali, quel prima e quel dopo che all’inizio ti disorienta ma poi prendi il ritmo e sei tu a non poterne fare a meno.
Un modo di scrivere e di raccontare che è molto cinematografico, vedi davanti a te i personaggi che parlano, ne osservi i movimenti, ne percepisci pensieri ed emozioni, cammini con loro sopra quelle zolle aride e tossiche, tra sudore, lacrime e sangue, puzza di polvere da sparo. Una bella sfida, una bella penna.

 

 

Musica: Vado a ballare in Puglia, Caparezza ft. Al Bano

Una rosa per Emily, di William Faulkner

 

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Le donne protagoniste assolute.
La scrittura di Faulkner. Allucinata. Disperata. Folle. Vivida. Densa. Poetica fino all’inverosimile. Carica di vita, di miseria, di umanità, lacerante nella sua profondità di scavo dei personaggi.
Le storie di un Sud statunitense provato, sconfitto, gente rassegnata e colpita dalla vita, la caduta delle illusioni, lo spegnersi dei sogni.
I maschi, qui, senza scampo per alcuno, fanno una figura terribile. Sono solo personaggi senza cuore, senza dignità, gente che scappa alla prima occasione, che preferisce vagabondare piuttosto che tenere insieme la famiglia, tutti nel cono d’ombra di donne più forti di loro.

“La paternità lo toccava appena: come i maschi della sua specie, considerava l’inevitabile arrivo dei figli uno degli inconvenienti ineludibili del matrimonio, come il rischio di bagnarsi i piedi quando si va a pescare.”

Una solitudine, dall’una e dall’altra parte, che fa spavento.
Una scrittura che descrive l’uomo così com’è. Senza filtri. L’odio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’amore, l’affetto. In queste tre storie di donne viene fuori la provincia americana in tutta la sua grettezza, il suo essere così meschina, puritana, la descrizione di un mondo misero, povero, dagli orizzonti chiusi, a difesa di un passato che non esiste più e con il bagliore di un futuro di cui non si intravedono contorni e speranze.
Tre donne diverse, ma nello stesso tempo simili. Tre donne incorniciate alle finestre. Zilphia, che guarda il mondo dalla sua finestra sbarrata, il suo vivere è scandito da una madre “con l’abilità di un uomo, la pertinacia di una parca, con la serena impenetrabilità di una vestale che esce da un tempio violato”. Zilphia, che osserva il suo amore dalla finestra, una felicità che non riesce a prendere mai come avrebbe desiderato, una felicità da guardare ma non toccare.
Emily, anche lei passa la sua vita chiusa in una casa, sotto strati di polvere che si aggiungono l’uno all’altro, a protezione di un segreto.
“Di tanto in tanto la vedevamo a una finestra del pianterreno – aveva evidentemente chiuso il piano superiore della casa -, simile al busto scolpito di un idolo in una nicchia, che ci guardava oppure non ci guardava, era impossibile dirlo. Così passò da una generazione all’altra, amabile, eneluttabile, impervia, tranquilla e perversa.” Tutto un paese ad osservarla, ad immaginarla, a volerla dirigere, condannando, stabilendo, giudicando, con un sacco strapieno di pregiudizi e di malelingue, e i pregiudizi, si sa, non capiscono, non sanno, non ci arrivano, specialmente se c’è un dolore, da comprendere.
Poi c’è Juliet, l’adolescente selvaggia. La ribellione, l’odio tra le generazioni. Un’amicizia a corpo nudo con un ragazzo, una cosa pulita, bella, piena di vita, senza i pensieri malati e malevoli degli adulti, un rapporto scandito solo dal passare e dal ripetersi delle stagioni. E di nuovo il sogno interrotto dalla meschinità puritana della famiglia, con una nonna in prima fila a bastonare, e a ricordarti che tutto va avanti, che i sogni finiscono, che la vita ti aspetta per farti soffrire.

“Finalmente anche lei piangeva apertamente, perchè tutto sembrava così effimero e insensato, così futile: che ogni sforzo, ogni impulso verso la conquista della felicità fosse ostacolato dal cieco caso.”

 

 

Musica: At last, Etta James

Ho rubato la pioggia, di Elisa Ruotolo

 

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“Bisogna pure avercela una mira nella vita: un figlio che arriva, un rumore di passi fuori dalla porta, un programma fisso alla radio, una speranza in fondo a tutto”

In questa frase ho trovato il senso di tutti e tre questi bellissimi racconti di Elisa Ruotolo.
Tre personaggi che vivono nei loro rispettivi gusci, fatti di un paese, di una realtà ben delimitata e conosciuta, ma che provano ad uscirne, ad andare incontro al mondo, ma il mondo li disillude e li respinge. il destino è avverso. Ma queste storie non conducono alla mesta sconfitta, al ritorno a casa con la coda tra le gambe, depressi e sconsolati.
Un sogno spezzato può servire a conoscere meglio se stessi, a capire che i limiti personali possono comunque condurre ad altri sogni, altri obiettivi. Le sconfitte li hanno piegati, ma non li hanno atterrati. Il piccolo calciatore resta leggenda, la donna che sembrava non raggiungere nulla trova un cuore che singhiozza ma che batte solo per lei, l’uomo che non parla mai e che non riesce a dire ti amo alla fine trova chi ha voglia di dividere il suo tempo con lui, una donna e un amico con cui piantare nuove radici. La vittoria è questa, la scoperta del poter piantare ancora una radice di se stessi, trovare una nuova linfa per rivendicare la propria esistenza e resistenza, come tanta gente del Sud che qui Elisa Ruotolo descrive. Avevo amato il suo Ovunque proteggici, ero quindi prevenuto positivamente, non sono rimasto deluso, leggendo questo suo esordio. Con la sua scrittura così bella, le sue parole scintillanti, la solita eleganza antica ma così brillante.
Un infinito rispetto per le parole, trattate come un oggetto prezioso, da curare e tramandare. E con rispetto ed attenzione vanno lette.

 

 

Musica: È ancora tiempo, (feat. Pino Daniele), Enzo Avitabile

Hotel Silence, di Audur Ava Olafsdottir

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È un libro sul cambiamento. Sulle riparazioni. Un libro su un uomo che sa aggiustare le cose, ma non sa aggiustare se stesso, o che crede di non saperlo fare.

“Quasi quarantanove anni. Maschio. Divorziato.Eterosessuale. Senza nessun potere. Vita sessuale pari a zero. Buona manualità.”

Un uomo deciso ad arrivare alla fine il più presto possibile.
Legge i suoi diari di gioventù e realizza che ha perso i punti di riferimento.
“Io non so chi sono. Non sono niente, non possiedo niente”.
Meticoloso, organizza l’addio al mondo.
Forse i nordici, gli islandesi, sono più sgomenti di noi, di fronte al mondo. Vivono a contatto diretto con una Natura che sovrasta, che decide quando farti bene e quando farti male, e soprattutto può farti sentire minuscolo, insignificante, e può farti pensare che la tua presenza non sia utile a nulla, Paesi in cui la solitudine è solitudine spesso reale, fisica. Forse è per questo che il pensiero di abbandonare la vita li sfiora più di quanto non faccia con altri. Ma questa è solo una mia riflessione, probabilmente sbagliata.
Jonas sceglie un Paese lontano dalla sua Islanda, sceglie un Paese martoriato dalla guerra, non sappiamo quale sia con esattezza, ma anche questo non ha importanza. Sceglie questo Hotel del Silenzio, è in silenzio che vuole andarsene, senza disturbare nessuno, lontano dalla sua vita, da sua madre, dalla sua ex moglie e da sua figlia,
che non è nemmeno sua, biologicamente. Ma l’amore non è solo un fatto biologico.

“Pensavo in metri: lunghezza, larghezza, centosettanta per ottanta, o novantadue per sessantadue. Sono d’accordo con la mamma: è più facile mettere in cifre la sofferenza, che il desiderio, ma quando penso alla bellezza penso tuttavia a 4252 grammi e 52 centimetri”.

Un uomo che ha ferite profonde, un uomo pieno di cicatrici. Ecco, è anche un libro sulle cicatrici della vita.
Sulle ferite che si rimarginano, ma mai fino in fondo.
Ma la vita ti sorprende sempre. Ti abbranca quando pensi che non ti voglia più e che tu non voglia più lei.
È un libro sull’amore, sulla capacità di amare e di essere amati, sempre, un libro sulle possibilità eterne della rinascita. Un libro sulla sopravvivenza e sulla vita. Quando riscopri la possibilità di essere ancora utile al mondo, allora si riapre il cielo.
Francamente un libro che mi ci voleva, un po’ di poesia e di pace ci servono come potrebbe servirci respirare aria pura.

 

Musica: One way ticket to the moon, Dave Stewart