La casa degli spiriti, di Isabel Allende

 

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Quando lo stato di grazia che pervade una scrittrice si riflette in ogni pagina di un romanzo. Questo succede ne La casa degli spiriti. Non so cos’altro ci sia da dire. Perchè è proprio difficile commentare una meraviglia simile.

Un agglomerato di emozioni, di rabbia, di paura, di dolore, di gioia, di amore, un infinito incontro e scontro di personaggi, di vite piccole e grandi, una perpetua saga familiare che non si interrompe mai, nemmeno dopo la morte, e che si intreccia con la Storia, grande e dolorosa, di una nazione intera.

Un intero universo creato dalla mente di Isabel Allende. Generazioni di uomini e donne che si susseguono, con i loro sogni, le loro speranze, le solo solitudini e i loro amori, con la realtà continuamente intrecciata al sovrannaturale, con lo spaziare tra una realtà domestica, rurale, e la vita della città, tra nobili e contadini, tra ricchezza e povertà, tra le baracche e palazzi sfarzosi, con le continue trasformazioni sociali e politiche.

Una capacità incredibile di farti sentire dentro tutte quelle storie, vicini a tutti questi personaggi, senza mai sentirti confuso, annoiato, disorientato, se non dalla bellezza assoluta di queste parole. Sei lì, con Blanca e Pedro, sulle rive di quel fiume, sei con Nicolas e le sue follie, i suoi esperimenti pindarici, sei con Jaime e la sua immensa biblioteca, sei con Ferula e la sua dedizione assoluta, sei con Clara, eterea,  e i suoi mutismi e le sue magie e le sue predizioni, sei anche con la rabbia cieca di Esteban e poi col suo solitario e terrificante dolore, sei con i sogni di Alba, e sei con tutto il Paese, la sua povertà e la sua voglia di cambiare e di ribellarsi.

La cosa forse più incredibile che puoi ritrovare un pezzo di te stesso in ognuno di questi personaggi. Ed è forse anche per questo che non riesci a smettere di leggere questo romanzo.

Un libro che vola ad altezza siderale, e che solo gli scritti di Garcia Marquez possono eguagliare o superare. Un libro che ti porta via lontano, che ti fa volare, ti fa sognare. La Grande Casa dell’angolo ti resta nel cuore. Non c’è una sola riga fuori posto, una sola riga superflua. C’è una prosa che il più delle volte sconfina nella poesia, dolce, fluida, appassionante. C’è un’armonia assoluta tra il magico e il reale, che viaggiano insieme come amici che si comprendono con un solo sguardo. Se la perfezione non esiste, qui comunque ci siamo andati proprio vicini.

Ho letto questo romanzo due volte, ma penso siano poche, troppo poche. Quando lo termini, non hai voglia che sia finita così. E in questa sensazione, questa volontà, c’è tutto il significato della Grande Letteratura.

“Clara abitava un universo inventato da lei, protetta dalle avversità della vita, dove la verità prosaica delle cose materiali si confondeva con la verità tumultuosa dei sogni, nei quali non sempre funzionavano le leggi della fisica e della logica.”

“Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.”

 

“Quando li trovarono, il bambino era con le spalle a terra e Blanca stava accoccolata con la testa sul ventre rigonfio del suo nuovo amico. In quella stessa posizione sarebbero stati sorpresi molti anni dopo, per loro sventura, e non sarebbero vissuti abbastanza per scontarlo.”

 

Musica: Entre dos aguas, Paco de Lucia

La versione di Barney, di Mordecai Richler

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Brutto e bello, rabbia e pace, vero e falso, odio e amore.

In questa storia c’è tutto, c’è Barney Panofsky,

“sopravvissuto alla scarlattina, agli orecchioni, a due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e a tre mogli”.

Vecchia carogna incallita, alcolista non anonimo, anzi reo confesso senza limiti, i difetti esposti come un distintivo luccicante, rivendicazione assoluta di imperfezione e di bassezza. Un’infinita lista di errori, di meschinità, di invidie, di rabbiose reazioni, malvagità. Lettere anonime.

Un inferno scuro di scorrettezze.  Un uomo che sembra scollegato del tutto dall’empatia col mondo intero. Eppure no. Arrivano lampi di luce. Per quello che Barney pensa e fa in nome dell’amicizia. Per quello che Barney pensa e fa in nome dell’amore. Sembri così duro, Barney, e invece sei fragilissimo. E scrivi questa biografia per cercare comprensione, aiuto, compagnia, e per aggrapparti alla memoria della tua vita, per cercare disperatamente di non cadere nell’oblio, per tenerti addosso tutti i ricordi belli e tutte le persone che hai amato. Scrivi per chiedere aiuto e perdòno per i tuoi errori, le tue enormi cazzate.

Le donne, sono quelle che segnano i capitoli della tua vita. Sono sempre loro, ad aver scandito il tuo tempo, sempre loro ad aver stimolato la tua fantasia, la tua creatività.

Il tuo modo di raccontare le cose, così leggero, scorretto, brutale, volgare, ma così divertente da far dimenticare tutto il resto.

“Mike mi ha ripetuto per l’ennesima volta che avrei il pianoterra tutto per me. Dà sul giardino, ingresso indipendente. E per i bambini, che sono pazzi di Venerdì 13, sarebbe fantastico passare un po’ di tempo col nonno. Peccato che io detesti di essere nonno. Lo trovo indecente. Dentro di me continuo ad avere venticinque anni, massimo trentatré, to’. Certo, non sessantasette, con quel che ne segue – la puzza di stantio e di sogni infranti, l’alito cattivo, le gambe che avrebbero un disperato bisogno di una bella lubrificata. E ora che mi è toccato farmi mettere un’anca in vera plastica, non sono neppure più biodegradabile. Gli ambientalisti mi negheranno il diritto alla sepoltura”.

Ubriacone, traditore, bugiardo, egocentrico, invidioso, maleducato, e bastardo, perché alla fine non si può non tifare per te, non si può non essere dalla tua parte, non avere la voglia di abbracciarti, e anche di ringraziarti, perché ci fai capire che anche un uomo così è capace di amare alla follia.

“Quando mi ritrovavo a passeggiare in quelle stanze nel cuore della notte, con l’ennesimo bicchiere in una mano ed il miliardesimo Montecristo nell’altra, chiudevo gli occhi e ripensavo a Miriam, a come mi era apparsa il giorno delle mie nozze con la Seconda Signora Panofsky. La donna più bella che avessi mai visto. Lunghi capelli neri come l’ala di un corvo. Occhi blu da perdere la testa. Un vestito da cocktail di chiffon azzurro, e una grazia meravigliosa, meravigliosa. Dio, quella fossetta. E quelle spalle nude… Sono tre anni che Miriam se n’è andata, ma continuo a dormire da una parte del letto, e appena mi sveglio la cerco. Miriam, mia adorata Miriam.”

E sì, perché in mezzo a tutte queste bassezze, collere, intrattabilità, menzogne, beh c’è anche una storia d’amore come poche altre è capitato di leggere. Una lunghissima dichiarazione d’amore, in sostanza il libro è questo, prima di ogni altra cosa. Un amore che non ha fine, mai.

“A un certo punto mi ha preso la mano sotto il tavolo e ha detto che ero la donna più bella che avesse mai visto, e che una volta aveva osato sperare che saremmo morti insieme a novant’anni, come Filemone e Bauci, e che uno Zeus misericordioso ci avrebbe trasformati in alberi, con i rami che d’inverno si tengono caldo a vicenda, e le foglie che in primavera si intrecciano”. Ok, dite qualcosa, adesso…

Non è la storia di una perfezione umana, è quanto di più lontano dalla perfezione, tutto questo. Perché  “i grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose. E questo sortisce un effetto benefico, perché risparmia all’umanità la disperazione”.

Ma è un uomo vero, uno che non si tira indietro di fronte a se stesso, uno che si toglie la dentiera per prendere pugni, per combattere. Un mascalzone, ma di sincerità vivida, limpida. Capace di slanci di umanità infinita. Un uomo che attacca e colpisce ovunque intraveda ipocrisia, conformismo, banalità, mediocrità. Un uomo che ama la genialità, e la premia sempre, la riconosce sempre, e sempre si incazza se vede che non viene sfruttata.

E sì, Barney,  ti si vuole così bene che, appena si chiude il libro, arriva la sensazione di abbandono, ci si sente orfani, sento di aver perso un amico. Un senso di malinconia che ti avvolge, ti toglie un po’ il fiato.

Musica:Chopin Etudes Op.10 No.1-4, Louis Lortie

Denti bianchi, di Zadie Smith

 

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Multiculturalismo, il tema principale trattato è questo. Il libro è del 2000, scritto da una ragazza universitaria, allora venticinquenne.

Fa parecchio impressione il suo stile e soprattutto la sua lucidità e lungimiranza sul tema.

Non è un romanzo facilissimo. E questo nonostante una dose abbondantissima di ironia. Ti ci catapulta subito dentro, centrifuga immediata, poi arrivano i personaggi, molteplici, e si rischia la confusione, si rischia di smarrirsi.

Le vicende vengono narrate in quattro sezioni, da quattro punti di vista diversi, e non certo a caso. Tutto si allinea al tema.

E’ una storia che fa sorridere, ma nello stesso tempo soffrire. E non poco.

Perché c’è tutta la difficoltà dei protagonisti a vivere in un mondo di cui si vogliono sentire partecipi a pieno titolo, ma che nello stesso tempo si sentono esclusi da esso.

Di fronte a questo mondo moderno ognuno di questi personaggi londinesi di vari colori reagisce a suo modo. Sono divisi, a tratti dilaniati, tra l’accettazione e la repulsione per la cultura dell’Occidente, tra la ricerca della propria identità culturale e il disgusto per i costumi corrotti, la voglia di rivincita che può sfociare anche in risposta violenta, integralista, tra la ricerca delle origini tribali e la curiosità del futuro e della conoscenza scientifica.

In tutto questo si innestano altri temi, primo tra tutti l’atteggiamento verso la religione, tra l’agnosticismo, Geova, Allah, la paura di un Dio vendicativo e le tentazioni della società occidentale, che pone diavoli ad ogni angolo di strada.

“Se la religione è l’oppio dei popoli, la tradizione è un analgesico ancora più sinistro, semplicemente perché di rado appare sinistro. Se la religione è un laccio fasciato stretto, una vena pulsante e un ago, la tradizione è una misura assai più casalinga: semi di papavero macinati nel tè; una dolce bevanda al cioccolato spruzzata di cocaina”

E’ difficile vivere, ancora più difficile vivere se si cercano in modo spasmodico radici su cui piantare in modo solido la propria vita, soprattutto in terra considerata straniera, quando tu non hai scelto di essere davvero lì, ma sono le circostanze più grandi di te, ad averti catapultato lì.

Non è un libro che condanni la speranza di integrazione, ma è un libro che vuole metterne in luce tutte le drammatiche difficoltà, che descrive la sensazione di chi si trova come intrappolato e senza uscita.

“In questi giorni ho la sensazione che quando si entra in questo paese si fa un patto con il diavolo. Si consegna il passaporto, si riceve un timbro, si vuole guadagnare qualcosa, si comincia… ma allo stesso tempo di vuole tornare indietro! E chi vorrebbe mai restare? Freddo, umido, miseria; cibo orribile, giornali spaventosi… e chi vorrebbe mai restare? In un posto dove non si è mai benaccetti, ma solo tollerati  all’improvviso non sei più adatto al ritorno, i tuoi figli diventano irriconoscibili, non appartieni più a nessun posto”.

Le difficoltà che aumentano quando arrivano le seconde generazioni, e lo scontro diventa doppio, tra due mondi diversi e tra genitori e figli, quando persone e cose si mescolano ancora di più. Qui non c’è la Londra del turismo, con la sua bella facciata da mordi e fuggi, qui c’è la periferia oppressa, dove più che vivere si sopravvive, dove il razzismo non è una parola ma è un fatto con cui si deve fare i conti giornalmente, da bambini.

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Non è facile vivere tra due culture, tra due mondi, nella linea di intersezione tra Oriente ed Occidente, sapendoti a malapena tollerato.

“Sapeva che lui, Millat, era un pakistano, da qualunque parte venisse; sapeva di puzzare di curry; di non avere un’identità sessuale; di rubare il lavoro agli altri; o di non avere lavoro e di vivere con i quattrini dello stato; o di dare tutti i lavori ai propri parenti; di poter fare il dentista o il proprietario di negozio o il commerciante di curry, ma non il calciatore o il regista cinematografico; sapeva di dover tornare al suo paese; o restare là a guadagnarsi la fottuta pagnotta; di adorare gli elefanti e portare il turbante; sapeva che nessuno che assomigliasse a Millat, o parlasse come Millat, o sentisse come Millat, arrivava mai a fare notizia, a meno che non fosse stato assassinato di recente. In breve, aveva saputo di non avere una faccia, in quel paese, una voce nel paese, fino a due settimane prima, quando la gente come Millat era comparsa in tutte le stazioni televisive e radiofoniche e su tutti i giornali, ed era arrabbiata, e Millat aveva riconosciuto la rabbia, aveva pensato che la rabbia riconoscesse lui, e l’aveva afferrata con le due mani”.

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Il dramma nasce dalla vera mancanza di integrazione, che è mentale, oltre che sociale. Da qui deriva il chiudersi in se stessi, radicalizzare, escludere ogni possibilità di dialogo tra padri, madri e figli, ognuno si sistema sul bus sedendo in fila indiana, non l’uno accanto all’altro, non ci si capisce più, si finisce col perdersi, col non amarsi più, scaricando sul vicino le colpe di tutto. In un mondo in cui ci si sente in colpa per i capelli crespi. In un mondo dove devi camminare tenendo un braccio sulla pancia per non farla vedere, perché il modello non corrisponde alle attese.

“Vedete, Millat non l’amava. E lei pensava che Millat non l’amasse perché non poteva. Pensava che fosse così danneggiato da non poter più amare nessuno. E voleva trovare chi l’aveva danneggiato fino a quel punto, danneggiato in modo tanto terribile, voleva trovare chiunque l’avesse reso incapace di amarla. Che strano, il mondo moderno. Nelle toilette si sentono ragazze che dicono: “Sì, mi ha scopata e poi se n’è andato. Non mi amava. Era completamente incapace di amare. Era troppo incasinato per sapermi amare”. Ora, com’è accaduto? Che cosa, in questo secolo così poco amabile, ci ha convinti che malgrado tutto siamo da amare come persone, come specie? Chi ci ha portato a pensare che chiunque non ci ami sia in qualche modo danneggiato, mancante di qualcosa, malfunzionante? E in particolare se ci sostituiscono con un dio, o con una madonna piangente, con la faccia di Cristo in un telo di stoffa…allora gli diamo dei pazzi. Degli illusi. Dei regrediti. Siamo così convinti della bontà di noi stessi, e della bontà del nostro amore, che non sopportiamo di credere che possa esistere qualcosa di più degno d’amore di noi, di più degno d’adorazione. I cartoncini per le varie festività continuano a ripeterci che tutti meritano amore. No. Tutti meritano aria fritta. Non tutti meritano amore in ogni occasione”.

Unica consolazione, unica via di uscita, è l’amicizia. Anche se evidentemente forzata dagli eventi, anche se spuria, anche se a tratti ipocrita, tanto da sembrare qualcosa avvertita nettamente come a tempo determinato.

“Discutevano su idee che Archie non capiva a pieno, e nelle fresche serata Samad rivelò segreti che non erano mai stati raccontati ad alta voce. Fra loro passavano lunghi silenzi confortevoli, simili a quelli delle donne che si conoscono da anni. Guardavano le stelle che illuminavano un paese sconosciuto, ma nessuno dei due si aggrappava in particolar modo al ricordo di casa. In breve, era esattamente il tipo di amicizia che un inglese stringe durante una vacanza. Un’amicizia che supera le classi e il colore della pelle, un’amicizia che ha come base la vicinanza fisica e sopravvive perché l’inglese presume che quella vicinanza fisica non durerà.”

Eppure Archie e Samad resteranno amici. E coinvolgeranno i loro familiari, mogli, figli, nipoti, nella loro amicizia, formandone altre. Capendo però che le certezze che cercavano, e di cui erano anche convinti, in realtà sono destinate ad andare in fumo. Tutta la vita è incertezza totale. L’unica cosa da fare è cercare di restare in equilibrio. Altro non esiste e non va cercato, esiste solo il tentativo di cercare aiuto negli altri, di cercare negli altri i pezzi che sono mancanti in noi stessi, perché ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua personalità, ognuno ha il suo apporto imperfetto da fornire.

“Ti prego. Fammi un grande favore, Jones. Se senti qualcuno, quando torni a casa – se tu, se io, torneremo alle nostre rispettive case – se senti qualcuno parlare dell’ Oriente non emettere giudizi affrettati. Se ti dicono “sono questo e quello” o “fanno questo” o “queste sono le loro opinioni”, non emettere giudizi affrettati finché non hai in mano tutti i fatti. Perché il paese che chiamano “India” ha mille nomi diversi ed è abitato da milioni di persone, e se pensi di aver trovato due uomini uguali in mezzo a quella moltitudine, allora ti sbagli. E’ stato semplicemente un trucco del chiaro di luna.”

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E’ un bel casino, sto libro.  Ti trascina a destra e a manca, ti fa perdere il filo, a tratti ti annoia, si dilunga, si ripete. Eppure è un bel libro. Niente è perfetto, e il casino è la vita, oggi più di ieri. Un casino tale che, per risolvere la situazione , a volte devi tirare una monetina, giocartela a testa e croce. E forse dovremmo pensare più a quello che ci attende appena svoltiamo l’angolo, invece che restare ancorati a ciò che abbiamo appena superato, cercare radici nel futuro più che nel passato. Forse perdiamo troppo tempo a rivendicare e ricordare qualcosa incarognendosi, invece che a vivere.

 «Che esistenza tranquilla. Che gioia dev’essere, la loro vita. Aprono una porta, e dietro ci sono solo un bagno o un soggiorno. Solo spazi neutrali. E non questo interminabile labirinto di stanze presenti e stanze passate e le cose dette dentro quelle stanze dieci anni fa, e la merda storica di ognuno spiaccicata ovunque. Loro non continuano a ripetere regolarmente i vecchi errori. Non ascoltano sempre vecchie puttanate. Non danno pubbliche esibizioni di Angst per i trasporti pubblici. Davvero, quella gente esiste. Ve lo dico io. I più grandi traumi della loro vita sono rappresentati da cose come il cambio della moquette. Il pagamento delle bollette. La riparazione del cancello. Non si preoccupano di ciò che fanno i loro figli nella vita, finché si comportano in modo, sapete, ragionevolmente sano. Felice. E ogni singolo giorno del cazzo non è un’enorme battaglia fra chi sono e chi dovrebbero essere, ciò che erano e ciò che saranno. Avanti, chiedeteglielo. E loro ve lo diranno. Niente moschee. Forse una chiesetta. Praticamente nessun peccato. Un sacco di perdono. Niente soffitte. Niente merda nelle soffitte. Niente scheletri negli armadi. Niente bisnonni. Sono pronta a scommettere subito venti sterline che qui dentro Samad è l’unico a conoscere la maledetta misura interna della gamba del suo bisnonno. E lo sapete perché loro non la conoscono? Perché non gliene frega un cazzo! Per quanto li riguarda, è il passato. E’ così che va nelle altre famiglie. Non vivono ripiegate su se stesse. Non corrono in tondo, godendo, godendo del fatto che sono mentalmente disturbate. Non passano il tempo a tentare di trovare il modo di rendere più complessa la loro vita. Si limitano a viverla. Bastardi fortunati. Figli di puttana fortunati.»

Musica: Morcheeba, Never an easy way

 

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, di Carlo Emilio Gadda

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E stata una fatica immensa. Inframmezzata da pagine dorate, ma sempre una fatica.         Ho capito il senso.                                                                                                                                         Ho capito che Gadda non intendeva certo scrivere un classico giallo. L’omicidio e le indagini  sono  sempre un classico della letteratura, e lui di certo dai classici ha attinto, ma non voleva di sicuro copiare niente.

Ho capito che qui voleva rappresentare l’animo umano.                                                               Con tutti i difetti, le bassezze, la povertà d’animo, il denaro che tutto guida e tutto vince. Un’elencazione infinita di tipi umani, le loro manie, le loro fissazioni, le ipocrisie, le bugie, il tirare avanti alla meglio, la lotta per la sopravvivenza quotidiana, la giornata da condurre al termine in ogni modo, le gelosie, le invidie, le chiacchiere. Una visione pessimista.      Ma è l’ironia, che salva tutto. Forse.

Ho capito, almeno spero, il messaggio.

Ma il problema è lo stile. E direi che sia un grosso problema, perché penso che questo romanzo abbia un suo esclusivo essere proprio per lo stile adoperato, è proprio per lo stile, che è divenuto famoso.                                                                                                                                 E’ una fucina di neologismi, di dialetti mescolati, ci si sente molisani, nella pagina seguente napoletani e infine romani de Roma. L’Italia descritta è quella di quasi cento anni fa, eppure ci si può ritrovare benissimo, non ci si sente sperduti, ci si sente a casa.

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L’ironia si taglia a fette, come l’attacco continuo al fascismo e al Mascellone, non ci sono sconti, non ci sono pause, in questo. L’attacco alla borghesia del periodo dittatoriale, alla sua burocrazia, ai suoi miti fondanti, la virilità maschile e la visione della donna che deve essere sottomessa e feconda, la facciata sorridente e coesa delle famiglie che invece nasconde sopraffazione violenta, insomma un attacco nucleare globale al Pelatone e a tutta la sua “visione” della vita e della politica.

Sono belli i dialoghi, sono belle le descrizioni psicologiche dei personaggi, e riesce a farlo in poche righe.                                                                                                                                               Ma resta la fatica disumana nel seguire i vocaboli, questa pioggia, questa tempesta di metafore, di similitudini, di aggettivi, momenti in cui la voce del narratore si mescola con quella dei personaggi, e decine di digressioni impressionanti, interminabili, che ti trasportano in mondi lontanissimi dalla trama del romanzo, mentre sei lì a cercare di capire chi ha trafugato un topazio, ecco che ti ritrovi a seguire i comportamenti di una gallina e delle sue feci,  e a cui cui nessun ombrello può porre riparo, e che ti costringono a rallentare la lettura fin quasi a fermarti, in senso globale, perché confesso che più di una volta ho avvertito l’impulso di chiudere definitivamente il libro e portarlo in cantina per dimenticarlo per sempre, causa frustrazione. Quando ti capitano intere pagine in cui praticamente non capisci nulla, causa neologismi, è dura andare avanti. Devi intuire, molto più che capire, spesso non serve a niente ricorrere al vocabolario. Ma essendomi intestardito, ce l’ho fatta, a concludere.

Il mondo, per Gadda (e dagli torto…), è un inesplicabile groviglio, di situazioni, di sentimenti, di individui, ognuno a sè stante, ognuno a sua volta pieno di contraddizioni, di azioni e reazioni in contrasto tra di loro, e figuriamoci il groviglio che viene fuori quando le azioni e reazioni dei vari singoli si intersecano tra loro. Nessuno ci può capire niente. L’incoerenza travolge e sommerge l’umanità intera. Tanto che non importa e non ha senso nemmeno dare un finale al romanzo stesso, che resta sospeso, alla mercè di ogni interpretazione possibile da parte di chiunque lo abbia letto. Non contano i fatti, conta il modo in cui vengono raccontati.

“Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuoi dire gomitolo”.

Un libro che è commedia, che è tragedia, che è poesia, come la campana di Santa Maria Maggiore, che scandisce, che regola il dolore e la vita umana.

“Intrappolata dentro il suo gabbione, la campana grossa de li scolari principiò dondolare a sua volta, dagio adagio, con un fremito quasi inavvertito in sulle prime, con un rombo tuttavia sospeso nei cieli, come d’un’ala metallica. L’onda si dilatava lieta sui penzieri, sui terrazzi, ne vibravano i vetri chiusi delle case, ogni più addormita finestra. Una vecchia nonna su la canofiena, che prendesse ritmicamente l’aìre: e grattugiava fuori il suo susurro dolce e un tantino acquoso…Vrùn, vrùn, vrùn, vrùn!…quer segnale de calabrone a pendolo t’oo mollava con tutto er core, a ogni corpo de tutto culo che je dava, da poté pijà la spinta in avanti…Quella perorante cautela avvicinava il male per gradi, in una modulazione sommessa:..il male del ridestarsi a conoscere e a rivivere la verità d’ogni giorno…Ce durava na mezz’ora a cresce, dagio adagio, e n’antra mezzora a piantalla.”

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Un libro eccessivo, in tutto. Un Libro che ha sfidato la mia intelligenza, e ha ovviamente vinto.

Musica: Ma che ne so, Gabriella Ferri

Il suo vero nome, di Charles D’Ambrosio (Minimum Fax, 2008, 250 pagine)

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Bello. Grande bellezza. Grande stile.
Carver era un grande maestro, D’Ambrosio non è Carver, come non lo è stato nessuno, del resto, ma ha un suo percorso, segue un suo stile che lo rende degnissimo interprete del genere racconto.
Carver tendeva a limare. D’Ambrosio aggiunge. Dettagli perfetti, descrizioni di personaggi e di ambienti davvero bellissime.
E probabilmente D’Ambrosio non concede molti sconti ai suoi personaggi, possibilità di tornare indietro o di cambiare radicalmente se stessi, non c’è la stessa comprensione di Carver.
Tutti hanno a che fare con grandi difficoltà, e ci fanno i conti fino alla fine. E tutti sono permeati e ingabbiati dalla religione cattolica, che rende tutto ancora più difficile, i sensi di colpa li attorcigliano e li soffocano.
C’è una disperazione lancinante e dolcissima, in queste persone.
Tutti questi sette racconti contengono la Vita.
Il dolore, la malinconia, lo smarrimento, la scoperta di sé, bambini che diventano adulti, uomini in preda allo sconforto e all’autodistruzione, bisogno di spazi personali, rapporti che si logorano, si concludono, la morte che giunge feroce e improvvisa, spesso, ma anche la speranza, l’amore. La vita, come dicevo. Le piccole cose, le grandi cose. Le domande che tutti ci poniamo quando il dolore ci viene addosso, come farò a sopportarlo, come farò a superarlo?
Il primo racconto, La punta, protagonista un ragazzino, Kurt, senza più un padre, un padre che scriveva queste lettere dal Vietnam:

“Per me, se non altro, è un sollievo sapere che c’è qualcuno, lontano lontano, che non può veramente capire, e spero che non possa capire mai”.

Un ragazzino costretto a crescere da solo, e a sbrigarsi a crescere. Le sue riflessioni commuovono, sono adulte, improvvisamente adulte. A trovare il modo per vivere al meglio che si può.

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«L’idea era la seguente: a una certa età, in mezzo alla vita delle persone compariva un buco nero che risucchiava ogni cosa, e da quel momento in poi uno sarebbe stato conscio della sua presenza, di quel denso spazio negativo, eppure andava avanti, si faceva il culo, portava a casa i soldi, metteva al mondo dei bambini, si sbronzava, sempre facendo finta che il buco nero non ci fosse e senza mai guardarci dentro, se ci riusciva».

Ci sono scontri generazionali:

“Mi sentivo come una marea che saliva insensatamente contro il frangiflutti di decenza che mio padre aveva eretto con la sua vita.”

La consapevolezza del momento di passaggio, che ti arriva come un fulmine:

“Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo, lontanissimo dalla felicità, eppure… correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l’eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell’essere vivo.”

D’Ambrosio ha diversi pregi.
Il primo, dopo poche righe ti catapulta dentro la storia, e non ne esci.
E i finali, direi. Che sono qualcosa di unico. Perché sanno chiudere e aprire allo stesso modo. I racconti sono un po’ questo, in generale, un lampo di una vita, un riflettore puntato su un momento, dove il lettore deve immaginare il prima e immaginare anche il dopo. D’Ambrosio ti lascia lì, con un finale meraviglioso, a scegliere quale strada percorrerà quel personaggio un attimo dopo che il libro si sarà chiuso. Niente di banale, niente di scontato, è tutto inaspettato e tutto bellissimo, soprattutto. Perché le nostre esistenze sono così, quando pensi di aver chiuso il cerchio, spesso ti capita qualcosa che esce dal programma, si improvvisa, e devi essere in grado di seguirla, l’improvvisazione. Non è solo il brutto, ma anche il bello della vita, questo.
Non so quale dei sette racconti sia stato il più bello. Forse Lirismo. Ma probabilmente farei un torto agli altri. Leggeteli, e poi mi direte.

Musica: Canone, di Pachelbel
https://youtu.be/NlprozGcs80

Mia figlia, Don Chisciotte. Di Alessandro Garigliano

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Una bambina di tre anni.

Un piccolo vulcano esplosivo, esplosivo di creatività, gioia, emozioni, voglia e coraggio di scoprire il mondo, e ovviamente di impulsività e incoscienza. E di clamoroso interesse per i libri, per le avventure narrate in un libro.

Un padre. Un quarantenne. Diviso a metà tra il coraggio e la paura, o meglio, la prudenza con cui spesso decide di affrontare la vita. E spesso vince la paura.

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Soprattutto quando si tratta della vita della figlia. Un padre che si incanta solo ad osservarla, quella figlia. Un padre senza un lavoro fisso. Ma con una “fissa”, il Don Chisciotte di Cervantes, probabilmente il più grande romanzo di ogni tempo.

Attraverso il quale analizza e vive anche la sua vita reale. E si divide, di nuovo, tra la voglia di scoprire e la fantasia sfrenata del Cavaliere e la prudenza, il pragmatismo e il buon senso del suo fedele scudiero e compagno di avventure.

“E a questo punto mi tolgo la giacca. Seduto nello studio tempestato di libri accatastati ovunque (colonne di volumi impilati contro i muri senza librerie a sorreggerli), più che stare in trincea, mi sembra di essere seppellito dalla finzione. Fisso il protagonista da una distanza incolmabile, ritengo ormai velleitaria ogni ipotesi di cambiamento: non solo non riesco a vivere il presente, non sono nemmeno capace di proiettare un futuro.”

Ed è proprio Sancio, il personaggio a cui lui si sente più vicino. Sancio che lui interpreta come un padre per Don Chisciotte, più che un amico. Così come lui è il padre di questa bambina, che invece rappresenta il Cavaliere errante, senza macchia e senza paura. Un’interpretazione di comodo, magari.. 🙂

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La vita, seguendo il romanzo, diventa un’avventura, segue questo filo logico un po’ folle, questo barcamenarsi continuo tra il coraggio di immaginare ed aprire nuove porte, e la paura di perdere il sentiero battuto da sempre.

Sancio teme, a volte fugge, controlla, mette il freno alle ambizioni e ai voli pindarici spesso pericolosi del suo compagno, ma, nello stesso tempo, quando lo vede a terra sfinito e demoralizzato, comprende quanto sia importante comunque seguire un sogno, e lo rivitalizza, inventa e si ingegna affinché il Cavaliere rimonti in groppa a Ronzinante e prosegua la sua ricerca di avventura, bellezza e amore.

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Perché se è vero che tocca stare con i piedi per terra e non perdere d’occhio la realtà, è anche vero che a volte la realtà è così brutta che l’evasione è assolutamente necessaria.

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Un romanzo che rivela il grande amore per il Don Chisciotte, un amore da vero studioso, e in generale per la letteratura e il potere infinito della fantasia. Un amore che lo porta a ragionamenti e intuizioni che non devono essere per forza esatti, ma che comunque sono affascinanti.

Avevo intenzione di rileggere il Don Chisciotte, quest’anno, e, se lo farò, non potrò certo fare a meno di pensare a questo scritto, e a sentirmi molto piccolo, rispetto ad una persona che studia il capolavoro di Cervantes da anni e anni.

Un libro in cui non mancano momenti di commozione, di sentimento vero, di poesia, dove si descrive l’affannoso, sofferente, preoccupato, emozionante e gioioso percorso di un padre, e sono i più belli.

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Ma anche un libro a tratti molto “tecnico”, ricercato, in cui sembra assolutamente necessaria la conoscenza del Don Chisciotte. E qui a volte mi sono ovviamente arenato, specialmente dopo due terzi del romanzo.

Che fa capire benissimo quanto la letteratura, a volte, si intersechi con la vita, e quanto una lettura possa condizionarla (magari troppo).

E speriamo di essere stati un po’ Don Chisciotte e un po’ Sancio Panza, e di esserlo ancora, perché c’è bisogno di entrambi.

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Musica: On an island, David Gilmour

Quale allegria (senza di te, molta di meno)

Ce l’hai fatta anche stamattina. Sono cinque anni che non sento la tua voce dal vivo, che non ti vedo più in televisione, che non sento più i tuoi gargarismi e vocalizzi, che non faccio più battute sulla tua pelliccia naturale, che non dico “Dio mio, quanto sei bravo” al tuo apparire in qualsiasi luogo sia.

Eppure anche stamattina ce l’hai fatta, a farmi piangere sul bus. Con quel signore seduto davanti a me che avrà capito poco o niente. Sono cinque anni che ce la fai, in questo giorno. Con questa canzone, che metto sempre, che tanto mi ha donato e tanto mi ha rappresentato, più di una poesia, più di un libro, più di ogni altra cosa al mondo. Un contrasto tra quello che sembravi essere e quello che dici in questa canzone. Un istrione sempre ironico, sempre allegro, dissacrante, con lo sguardo sempre rivolto al futuro, ottimista. E qui, invece, una dichiarazione di umanissima sofferenza, quasi una resa, un senso di colpa per la vita stessa. Ma tu eri questo, eri tutto, in quel piccolo corpo contenevi un mondo, e penso che tu abbia detto di te solo un decimo, di quel che avevi da dire. Una volta hai detto, prima di cantarla, che preferivi cantare i contrasti, la sofferenza, anche il litigio, nell’amore, e che l’amore viene meglio a cantarlo che a viverlo. E mi sa che avevi ragione.

 

Quale allegria

se ti ho cercato per una vita senza trovarti

senza nemmeno avere la soddisfazione di averti

per vederti andare via

quale allegria

 

quale allegria

se non riesco neanche più a immaginarti

senza sapere se volare se strisciare

insomma, non so più dove cercarti

quale allegria

 

quale allegria

senza far finta di dormire

con la tua guancia sulla mia

saper invece che domani ciao come stai

una pacca sulla spalla e via…

quale allegria

 

quale allegria

cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino

di essere un bambino

con un sorriso ospitale ridere cantare far casino

insomma far finta che sia sempre un carnevale…

Sempre un carnevale.

 

Senza allegria

uscire presto la mattina

la testa piena di pensieri

scansare macchine, giornali

tornare in fretta a casa

tanto oggi è come ieri

 

Senza allegria

anche sui treni e gli aeroplani

o sopra un palco illuminato

fare un inchino a quelli che ti son davanti

e son in tanti e ti battono le mani.

 

Senza allegria

a letto insieme senza pace

senza più niente da inventare.

Esser costretti a farsi anche del male

per potersi con dolcezza perdonare

e continuare.

 

Con allegria

far finta che in fondo in tutto il mondo

c’è gente con gli stessi tuoi problemi

e poi fondare un circolo serale

per pazzi sprassolati e un poco scemi

 

facendo finta che la gara sia

arrivare in salute al gran finale.

Mentre è già pronto Andrea

con un bastone e cento denti

che ti chiede di pagare

per i suoi pasti mal mangiati

i sonni derubati i furti obbligati

per essere stato ucciso

quindici volte in fondo a un viale

per quindici anni la sera di Natale…

 

 

Come un respiro interrotto, di Fabio Stassi

 

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Dalle prime pagine, subito, Stassi ti proietta al centro della storia, ti ritrovi dentro in un secondo senza nemmeno avere
tempo per pensarci. E ti ritrovi in mezzo a questi personaggi come se li conoscessi.
Matteo e Sole, un legame che solo il tempo può mettere alla prova.
Non c’é bisogno per forza di un letto da condividere, tra due persone, per creare un legame solido, che vinca differenze e distanze, soprattutto, e anni trascorsi lontanissimi, conducendo vite ed esperienze diversissime.
Ma non è solo una storia tra Sole e Matteo.
E’ anche la storia della famiglia di Sole.
Una famiglia eterogenea, ma compatta.
Fatta di gente che parla, è polemica, che urla, e gente che sussurra. O gente che non parla per niente, che si esprime solo con gesti e lavori che fanno rumore. Perché chi si vuol bene, chi si conosce bene, spesso non ha bisogno di parole per comunicarselo, e per farsi capire. Ma non una famiglia da Mulino Bianco, una famiglia vera, dove si possono anche rompere
legami teoricamente indistruttibili, come quelli tra un padre e un figlio.
Ma è anche la storia di una generazione di ragazzi, che hanno vissuto gli anni ’70 e ’80.
Ragazzi che lottano a livello politico, sociale.

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Le occupazioni degli alloggi. Le manifestazioni. Gli scontri, le manganellate subite.
Le soddisfazioni e le sconfitte. Gli irriducibili e quelli che vanno in India o in Sudamerica per ritrovare stimoli o cercare nuove strade.
La storia di chi ha lottato per cambiare il Paese e sè stesso, a cui personalmente devo il mio rispetto. Il rispetto della generazione seguente, che ha poco lottato e molto perduto, senza lottare.
La storia di un mondo di “compagni”, quando questa bellissima parola aveva ancora un significato pieno, corposo, meraviglioso.
Un romanzo che parla di tante cose, e per questo difficile da raccontare.
Un romanzo pieno di musica, di una voce sopra le altre, diversa, quella di Sole, che cerca la propria affermazione attraverso un levare piuttosto che attraverso un battere.

La nostra è una storia in levare, Sole, un mosaico di parti che mancano, un gioco di specchi. Si può suonare soltanto sulla tastiera spezzata di un contrabbasso

Una voce fatta di mancanze, di richiesta di aiuto invece che di occupazione di
pensiero e di parole.

“Chi ti aveva sentita cantare diceva che davi a tutti la stessa sensazione: di mettere un piede nel vuoto. Una nota eri a terra, e quella dopo spaesamento”

Una voce e una fisicità che fa innamorare ogni uomo in cui si imbatte.

Non mi sarebbe dispiaciuto continuare a camminare con questa ragazza. Anche senza dire una parola. Sembrava una cosa semplice. 

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Ma anche una storia di dolori, di malattie gravi, di lutti.
Di sogni e di fallimenti, di potenzialità enormi ma insoddisfazioni altrettanto enormi.
E ci sono tanti, troppi, per me, respiri interrotti. Troppi viaggi, troppe partenze.
Troppe sospensioni temporali ed emozionali.
E’ un romanzo pieno di poesia e commozione, ma che mi ha lasciato appunto sospeso, in attesa di un avvenimento finalmente definitivo.
Che non c’è stato.
E’ un romanzo molto ma molto intimo, sussurrato. Credo rientri perfettamente nel suo stile, rarefatto, sognato, quasi evanescente. A tratti così evanescente che forse mi ha lasciato distaccato dai personaggi.
Probabilmente questo è un mio problema, sempre quello, la voglia di risposte, magari di stabilità.
Ma probabilmente Stassi voleva proprio ottenere questo effetto.
La vita forse è questo, un’accelerazione improvvisa e una frenata, una corsa e una lunga pausa stagnante, una sequela di respiri brevi, ognuno concatenato all’altro, un percorso al buio, in cui la voce dell’altro è l’unica strada che possiamo
seguire, braccia sulle sue spalle e andare. E dove le cose inaspettate sono sempre dietro ad ogni angolo.
Alla fine non è il mio libro preferito, ma è comunque un bel libro, stilisticamente notevolissimo.

Musica: Vuelvo al Sur, Astor Piazzolla

Holden, Lolita, Zivago e gli altri, di Fabio Stassi

 

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Un libro che non è un libro.
E’ un viaggio letterario tra il 1946 e il 1999.
Stassi è uno che scrive mentre viaggia in treno, e, durante questi tragitti, ci presenta i personaggi incontrati e conosciuti durante le sue innumerevoli letture. E me lo sono immaginato su quei sedili, a guardare di fuori dal finestrino e a scrivere, pensando a Zivago, a Gugliemo da Baskerville o a Zazie nel metrò..

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Sono sicuro che questa specie di enciclopedia non sarà gradita a molti, perché diranno che è solo un elenco, magari noioso e pedante.
Posso capire. Ma non posso concordare.
Ovviamente è un libro personalissimo.
L’autore fa parlare i protagonisti dei romanzi in prima persona. E dalle loro parole conosciamo le impressioni che romanzi e personaggi hanno lasciato in Fabio Stassi.
E altrettanto ovviamente non è affatto detto che queste impressioni siano coincidenti con le nostre.
Possiamo criticare quanto vogliamo. Possiamo chiederci il perché abbia scelto un dato romanzo e non un altro. Ma una cosa è certa, qui si vede quanto Stassi sia appassionato.
Quanto la lettura sia per lui un pilastro fondamentale e coinvolgente.
Per scrivere un libro in questa modalità ci vogliono passione e cultura enormi.
Per riassumere in venti righe un personaggio di un romanzo ci vogliono abilità, intelligenza, maestria non comuni, capacità di sintesi, dote a me totalmente ignota.
Per quanto mi riguarda, naturalmente non ho letto la stragrande maggioranza dei libri da lui citati.
Molti non li leggerò, di molti mi sono segnato i titoli, ma chissà se li leggerò tutti.
Di quelli che ho letto ho apprezzato e ho letto con trepidazione la sua interpretazione.
Ed è come una macchina del tempo, torni indietro con la memoria a quando avevi letto quel dato libro, a com’eri, a cosa facevi, a cosa avevi provato leggendolo. Come un album di vecchie foto.
Ho provato tanta invidia per la sua cultura e per tutto quello che ha letto. Ma soprattutto ammirazione per la sua passione e la capacità di trasmetterla.

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Ti invita a rileggere e ti invita a leggere, a lanciarti in una nuova avventura, a prendere anche tu un treno e viaggiare. Ho trovato analogie con Tumbas, e tanto mi basta.
Chi ama senza freni la letteratura ed è in grado di “passarti” questo amore, è autore che va considerato e preservato.


 

“Gabriella”

“Dicono di me che non mi si può spiegare, basta sapere che esisto. Dicono che odoro di garofano e ho colore di cannella, che domo i gatti stringendoli al seno, che la mia pelle brucia, che non sono fatta per un solo uomo. Dicono anche che ho una bocca di rosa, che cucino salse inimitabili, che non sono mai stanca sonnolenta sazia.
Arrivai un giorno scalza e danzante in una vecchia provincia e, dopo, nulla da quelle parti rimase uguale. L’amore, come per miracolo, tornò a essere allegria, invito, febbre, disordine e mai più colpa e delitto. Solo esuberanza africana, voce di canto, luce lunare del desiderio.”

Jorge Amado, Gabriella garofano e cannella, 1958

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“METELLO SALANI”

“Anche quando pascolavo pecore mi chiamavano il cittadino. Perché mia madre era morta nel consegnarmi alla luce di Firenze e l’Arno mi aveva portato via il padre, anarchico e renajolo. La città mi riconobbe quando vi tornai, con un ciuffo nero fuori dal berretto, l’ombra dei baffi che mi sarebbero cresciuti, le scarpe di vacchetta, il gilè… Non avevo quindici anni e non sapevo ancora di carcere, né di cantiere, né di donne. Ci pensarono una vedova, un vecchio operaio e una ragazza di San Frediano a insegnarmi tutto ciò che serviva.
Il secolo, intanto, finiva tra case stonacate, quartieri di manovali e sigaraje che vociavano. Sulle mie spalle ormai larghe pesavano le settimane di sciopero e la sera il futuro mi tremava nelle mani da muratore insieme alla speranza che mio figlio crescesse libero come voleva il nome che gli avevo dato.”

Vasco Pratolini, Metello, 1955
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Musica: Last train home, Pat Metheny

Fine pena: ora. Di Elvio Fassone

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Un maxiprocesso per mafia. Tanti mesi in cui giudici, accusati e loro amici e parenti vivono a stretto contatto. Un giudice illustre condanna Salvatore all’ergastolo. La storia dovrebbe finire qui. Ma non va cosi per questo giudice. Che sente il bisogno di scrivere a Salvatore in carcere. E di regalargli un libro , Siddharta, augurandosi che Salvatore non si stanchi subito di leggerlo e arrivi alle ultime parole:
“Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore”.
Inizia cosi una corrispondenza epistolare che durerà 26 anni. Nemmeno due amanti potrebbero durare cosi a lungo. E’ un libro che ci parla del destino, forse segnato dalla nascita, per ognuno di noi.


«“Presidente, lei ce l’ha un figlio?” Ne ho tre, e il maggiore ha solo qualche anno in meno di Salvatore. (…)“Glielo chiedo perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”».

E’ un libro che parla di un uomo. Un uomo che mostra una resistenza indicibile. Un uomo che capisce il valore della propria vita. Che non perde la speranza della redenzione fino all’ultimo, la speranza di uscire dal carcere e di lavorare, di farsi una famiglia. Ma anche un uomo che vede tutte le sue lotte e le sue speranze frustrate sia da una pigra e cieca e sorda burocrazia, che da un’opinione pubblica terrorizzata, che finisce col condizionare ancora di più le decisioni di quella burocrazia. E quindi tutta questa paura impedisce di giudicare caso per caso, uomo per uomo, e finisce col chiudere le porte a tutti, compresi gli speranzosi, i volenterosi, i pentiti.

“Penso al bambino che costruisce un castello con le carte, ed è giunto al quarto piano, mai prima edificato, quand’ecco che passa un individuo e urta il tavolo per sbadataggine e tutto crolla. Il bambino piange, noi lo consoliamo, era solo un gioco, non è una tragedia, ora lo rifacciamo. È vero, ma la vita di chi è in galera da venticinque anni non è un gioco”.

 

” …. c’è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di aver pagato il giusto. Sa che doveva “pagare” …. e sente che quella quantita’ corrisponde al dovuto secondo la “sua” idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui …. “

Le parole di Salvatore commuovono, spiazzano, ci spingono al muro. Ci fanno comprendere quanto sia diverso il cielo e quanto sia diverso lo scorrere del tempo, e la concezione del futuro, a seconda che si viva in libertà oppure sotto detenzione.
«Ce lo detto presidente, che dove cammino io non può crescere l’erba… che se io tocco l’oro diventa ferro».

Un libro senza alcuna ambizione letteraria, ma pieno di umanità, pieno di interrogativi su un argomento che le persone tendono a mettere da una parte , evitando scomode risposte. Un delinquente deve pagare, e me ne frego di lui e se secondo la legge il carcere dovrebbe prevedere la sua riabilitazione preparando il suo reingresso nella società. Tanto meno mi interessa se questo essere umano sia cambiato profondamente nel corso dei decenni. Questo è un libro per chi crede nella giustizia e per chi crede nell’uomo, per chi crede nella speranza che una mano tesa può dare. Per chi crede che il buio apparente possa contenere sempre una luce nascosta. E’ un libro che sbatte contro le nostre paure e ci chiede se vorremo e sapremo superarle. Che ci chiede se siamo disposti ad accettare la possibilità che anche un assassino sia in grado di redimersi, o se vogliamo almeno dargli la possibilità di provare a farlo.

“….la comunita’ offesa dal delitto si fa risarcire con fette di vita …. E’ tutto ineccepibile, non si potrebbe accettare un perdono generalizzato, specie a proposito dei delitti piu’ gravi. Il singolo puo’ e deve sforzarsi di perdonare; la collettivita’ deve praticare la giustizia. In fondo, il condannato vive ancora, la vittima non piu’. Eppure si sente che qualche cosa non funziona, non appaga, non ci legittima piu’ ad infliggere questa specie di sofferenza. Ma non hanno ancora inventato un tipo di pena diverso…..”

Non si pensi che il giudice Fassone faccia discorsi garantisti, che dimentichi quello che i colpevoli hanno arrecato alle loro vittime e ai familiari delle vittime. E’ un uomo rigoroso, puntuale, che ha il libro della legge sempre in mano e sotto gli occhi. E nemmeno lo stesso Salvatore nega, è ben cosciente del male, del dolore che ha causato, rinuncia infatti a ricorrere contro la condanna. Ma sa anche di esserne stato vittima. Fassone nemmeno ci prova, a giustificare Salvatore. Ma le lettere di Salvatore non possono far altro che colpire chi legge per il carico enorme di umanità che contengono. Per la sua voglia di imparare, di migliorare, di studiare, per la lotta infinita ingaggiata col sapere, tanto lontano da lui, e arrivare alla licenza elementare, e poi la grande gioia per l’arrivo del primo permesso di semi-libertà, gioia strozzata in gola dal troppo tempo passato in una galera.

«Presidente, non sapevo nemmeno camminare. Fuori anche l’aria che si respira è diversa da dentro. È tutto nuovo per me, le macchine, la roba che c’è nei negozi, la gente come è vestita, anche il fatto di pagare con l’euro».

Leggiamo, riflettiamo. Ci può far bene.

Musica: Nella mia ora di libertà, Fabrizio De Andrè