La vita perfetta di William Sidis, di Morten Brask

 

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Che bel romanzo…
Non credo che, teoricamente, a molti interessi leggere della vita di un bambino prodigio.
Per timore di non comprendere ciò che è troppo lontano da noi.
Ed è proprio questo, che è accaduto a Billy.
Non essere compreso.
Parlare e pensare in un modo diverso, in una lingua diversa, non è stato di aiuto a Billy.
Un talento smisurato, ma incapace di potersi relazionare sentimentalmente col Pianeta le cui leggi fisiche e matematiche invece lui amava tanto.
Infanzia, gioventù, maturità, tre universi temporali in cui Brask ha diviso questa storia, una scelta per me felicissima. Ci ha presentato una storia vera, un ragazzino vero, un uomo vero. Non è solo una cronaca giornalistica, è stato molto ma molto di più.
La storia di un bambino che voleva non deludere. I suoi genitori, gli amici, la donna che ha amato, il mondo intero. Un bambino che voleva solo imparare. E insegnare, aprire uno sguardo nuovo agli altri. Ma il mondo non ti perdona la tua diversità. Non la perdona mai a nessuno. I tuoi stessi genitori pretendono di forgiarti a loro immagine o a immagine di quello che avevano sognato di essere. I tuoi compagni ti deridono, ti molestano. Tu non sai come dire ti amo a qualcuno. Nessuno ti ha mai parlato davvero.
E allora l’unico momento di pace per te è quando scappi via in cima a una collina a guardare il mondo dall’alto, e a guardare le stelle, l’unico momento in cui ti senti in linea con l’Universo.


“Vorrei vivere la vita perfetta. L’unico modo per avere la vita perfetta è viverla in solitudine.”


Billy voleva solo amare. Il sapere, la conoscenza, erano una sete da soddisfare in lui, innata.
Billy voleva spiegare, insegnare, capire e far capire.
Ma, alla fine, voleva solo stringere la mano di una donna, per capire cosa si provava.
Billy, con la foto della donna dei tuoi sogni sempre in tasca.
Billy, il cuore non pronto alla vita.
Billy, che voglia di abbracciarti, leggendo.


Musica: Space Oddity, David Bowie

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La notte ha la mia voce, di Alessandra Sarchi

 

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“Presto ho scoperto di essere morta. Siccome però mi toccava continuare a vivere, ho tirato avanti. Credo che capiti a molti, se non a tutti, e i più fanno come me: tirano avanti, senza cedersi la tentazione di voltarsi indietro. Tentazione che prima o poi arriva.”

Credo sia difficile parlare di disabilità, nella vita, e anche in un romanzo.
La gente fugge via, oppure non vuole avere la pazienza di ascoltare, di capire fino in fondo, oppure non ce la fa proprio, a capire.
E tu che scrivi corri sempre il rischio di inspirare solo pietà, che però tocca solo la superficie di quel che intendevi dire. Non c’è molta voglia di infilarsi in profondità in qualcosa che ci spaventa. Ed è anche difficile mantenere alta l’attenzione del lettore, dopo che hai scritto che ti manca una gamba, o che hai perso l’uso di entrambe, che cos’altro dirai, per catturare l’interesse del lettore?
Non è facile parlare del passaggio dalla “normalità” alla perdita, alla sensazione di vuoto, di materia che scompare e che però ancora vive nel ricordo dei movimenti. Non è facile far comprendere la disperazione, il rimpianto, la fine di una vita e il tentativo di ricominciarne un’altra.
Non è facile far capire quanto ci si sentiva perfetti, quella sensazione del “non sarò mai più perfetta di così”, e il percorso doloroso attraverso cui si torna alla superficie, a riemergere, a vivere, a desiderare.
Non è facile descrivere la lotta a tratti selvaggia tra una mente che continua a pensare come prima e un corpo che non è più lo stesso e viaggia in altra direzione.
Non è facile descrivere l’invidia per gli altri, che sfocia nel rimpianto assoluto di ciò che prima si conosceva bene, e di come sia terribile la perdita.

“Noto lo scivolare altrui di un piede accaldato fuori dal sandalo, verso la libertà del contatto con il fresco, il sollievo dei passi calcati in quella promiscuità costante che la pianta mantiene col suolo, e ancora di più quando mi trovo in una situazione insolita, sulla sella di una moto, o al mare quando rimango prigioniera di un lettino sulla sabbia finché qualcuno non mi porta in acqua, in quei rapidi momenti di passaggio fra l’essere ferma e il ritrovarmi accelerata, all’improvviso mi rendo conto di quanta vita perdo, e ho perso”.

Alessandra Sarchi l’ha fatto, e l’ha fatto anche bene, con onestà, senza pietismo, in modo anche molto crudo, diretto, anche clinico, senza tergiversare in sconti.
Alessandra ha descritto se stessa, ha descritto il suo percorso, il suo approdo verso una via nuova, una via che le ha consentito di respirare ancora, di camminare in modo diverso, perché la vita è un cammino “Mi sembra così evidente, ora, che camminando non facciamo altro che scrivere chi siamo”. Lei lo ha scritto, chi è.

 

Musica: Il lago dei cigni, Pyotr Ilyich Tchaikovsky – Nureyev & Fonteyn – Scène Finale Act4

La forma minima della felicità, di Francesca Marzia Esposito

 

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Una storia di un’infinita crisi di panico, agorafobia, claustrofobia, allergia al mondo, alla vita, al dolore, insofferenza e indifferenza.
Luce è così, con un nome che è l’antitesi della sua realtà.
Lei ama il buio, lei vive al di dietro delle tapparella, la vita non la vive, la spia, la guarda di nascosto.
Conta i passi che fa per uscire di casa, segna le impronte che lascia per poi calpestarle a ritroso, rientrando il più presto possibile.
L’aria le è nemica, la soffoca. Il tempo non esiste, il giorno si mescola con la notte, due minuti possono equivalere a due giorni.
L’amore è un pallido ricordo, il lavoro è perduto, il destino avverso.
Luce sceglie di mantenersi in vita, e di confonderlo col vivere davvero.
Unica voce che si concede di ascoltare, quella di un canale tv e di una televendita di bigiotteria, questo è il suo universo.
Le persone la soffocano, i consigli e le verità altrui la disturbano, le convenzioni ipocrite la allontanano dalla vita.
L’unico modo per abbandonare quest’apatia è quello di una convivenza forzata, arriva una bambina, Bambina con la maiuscola. Lei non le darà ordini né consigli. Lei le starà affianco, silenziosa. Il suo mutismo è un’altra reazione alla sofferenza che la vita infligge.
In questo dato comune le due si riconoscono, si accettano. Luce riesce a ritrovare il contatto col pianeta grazie a questo piccolo angelo custode, che, per converso, riceve da Luce il modo per tornare ad esprimersi.

«Bambina si era girata, ora formava una esse con il corpo. Mi misi all’altro capo del divano, la imitai incastrando le gambe nel vuoto delle sue. Aveva un respiro pesante, profondo. Il mio era leggero, superficiale. Pesante contro leggero. Profondo contro superficiale. Gonfiava affondava sgonfiava. Lenta, ritmata. Prova anche tu, Luce, copiala, prova a fare come fanno gli altri, prova a fare come fa lei, lei fa bene, alla sua età sa già come si fa, tu no. Copia lei, le cose si imparano per imitazione”

Tanti silenzi, tanti sguardi, alti, bassi, di traverso, tanti gesti, piccoli e grandi, un flusso di pensieri ininterrotto, illogico, sgrammaticato, come solo può essere quello di qualcuno che soffre fisicamente e psichicamente. Qualcuno che si trova fermo nella palude in cui la vita può gettarti. Qualcuno che non riesce più a sostenerne il peso, non ce la faccio, mi fermo, mi chiudo, mi rannicchio, lasciatemi stare anzi venitemi a prendere, anzi no, fermatevi, voglio stare sola…
E non c’è una verità, una soluzione definitiva. Bisogna solo trovare il linguaggio giusto per andare avanti, sopportare, ma anche accettare di stare con gli altri.
In questo libro improvvisamente ti trovi davanti a frasi che possono essere tue, le riconosci, è magnetico, è strano, a volte sembra impossibile, eppure non ti fermi, perchè la tensione non cala mai. E sei lì che te le segni tutte.
Ho adorato questo stile. C’è sofferenza ma si sorride e si ride, anche. C’è una grande ironia.
Ho adorato la storia. Ed è stato difficile accettare che sia finita.

 

Musica: Don’t panic, Coldplay

Fondamenta degli Incurabili, di Iosif Brodskij

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Questo libro è una lettera d’amore.
Prima di ogni altra cosa, è questo.
Un uomo che ha mollato gli studi da adolescente e che è andato a prendersi il Nobel.
Dunque l’elogio massimo del massimo dei Sogni fattosi realtà.
Quale altro Sognatore poteva scrivere meglio della città che più di ogni altra rappresenta un Sogno?
Chi altri poteva dire che Venezia è più bella che mai in inverno?
Perché “l’inverno aiuta l’occhio a studiare il mondo esterno con un’intensità superiore a quella della lampadina elettrica che la sera ti aiuta a esaminare la tua fisionomia. Se questa stagione non ti calma necessariamente i nervi, li subordina però ai tuoi istinti: alle basse temperature la bellezza è bellezza.”
Quando entri e passeggi in Venezia, automaticamente cerchi di apparire più bello, cerchi di stare al passo, di tener testa, metterti in pari con questa meraviglia.

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Perché “questa è la città dell’occhio, il più autonomo dei nostri organi”, l’occhio ha la predilezione per l’arte, ha l’appetito per la bellezza, e in Venezia trova il massimo del suo appagamento, in Venezia trova uno specchio perfetto per assistere e per ricreare, immaginare, forgiare a suo piacimento, andare oltre, anche molto oltre, rispetto a quello che osserva.

“In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore a una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi, nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non s’identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore, e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.”

Come si può restare indifferenti di fronte a questa dichiarazione di amore assoluto, amore fedele, mai venuto meno? Un cantore così appassionato, poetico, il malato più Incurabile che l’abbia mai guardata e amata.

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Musica: Venezia, di Francesco Guccini

Spesso sono felice, di Jens Christian Grøndhal

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In cento pagine un concentrato di emozioni, di segreti, di dubbi, di dolori, di cambiamenti, dalla gioventù alla vecchiaia,attraverso una scrittura poetica e malinconica come poche.
Ellinor a settant’anni si libera di ogni legame e di ogni legaccio, fisico e psicologico, e scrive alla sua migliore amica, scomparsa, tutto quello che non ha mai scritto e detto a nessuno, la verità. Senza sconti, anche dura, ma senza rimpianti, anche quelli volano via, e dovrebbero volare via, per tutti, ad un certo punto. Arriva il momento in cui è giusto vivere per se stessi e basta.

“Bisogna scegliere il dolore che ti si addice, e io non sono mai stata il tipo che si guarda indietro”

Ma c’è un prezzo da pagare, per questa libertà.
Ellinor lo ha pagato, e volentieri.
Questa storia narra di una vita lunga, ma la vita è lunga solo in apparenza, alla fine dura un battito, come questa narrazione.
Dopo la nostra dipartita, chi si ricorderà di noi? Cosa avremo lasciato, di intangibile, di duraturo, di eterno, di indimenticabile, negli altri? Forse nulla, e allora che si viva l’attimo, e basta, il passato non c’è più, il futuro è una nebulosa non nelle nostre mani.

“L’amore era. Non è più? Sì, che è, muore con l’uomo, ma per quanto tempo potrà svolazzare per conto suo, tendersi nella stanza vuota cercando di acchiappare i granelli di polvere in un raggio di sole? A che punto si trasforma nel ricordo di un sentimento, e non è più il sentimento stesso? “

La vita è fatta di segreti inconfessabili, di sofferenze nascoste, di tradimenti, e solo quando ce li lasciamo alle spalle allora davvero è vita che val la pena di essere vissuta? Credo di sì.
I segreti sofferti col passare degli anni finiscono per pesare sempre di più e per asfissiarti sempre di più.
Questa storia insegna che ognuno deve affrontare il dolore e la sofferenza a modo suo.
Libero. Perché comunque, come si sa, nel dolore alla fine si resta sempre soli, e da soli bisogna farcela.

“L’avvocato ha menzionato il patrimonio ereditario indiviso, e mi è venuto in mente il lenzuolo, la trapunta e i guanciali, la fine trama del cotone del copripiumino, che non avevano più tracce olfattive di Georg. Tempo di cambiare. Per qualche lungo, solitario secondo mi sono sentita di nuovo riempire dall’interno, fino al limite, fino a essere compatta e senza fiato, tanto da dovermi aggrappare ai braccioli della sedia. Arriva quando meno me lo aspetto. È comunque una infiorettatura quando la gente pensa che io sia in lutto. È il lutto a essere dentro di me, quel groppo informe che cresce e cresce senza ritegno. Mi riempie e mi comprime, costringendomi a boccheggiare, e nessuno capirà mai, se non quando a sua volta perderà una persona amata e sentirà quella pressione. La massa informe, crescente del lutto. Sì, è proprio vero, non si è più se stessi.”

 

Musica: Across The Universe, Beatles

Una bellissima coppia discorde –  Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi

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“Vorrei essere almeno la mano che ti protegge – una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e con te invece mi e’ naturale come il respiro.”


“Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti. Anzi allora m’immagino di fare le due cose insieme e questa e’ tutta la mia e la tua tenerezza come una cosa sola.”

La tua grande voglia di vivere, di amare, di essere amato, Cesare. E la tua voglia di non vivere, di non amare, di non essere amato. Tu e Bianca. Vi siete attratti, vi siete respinti, sempre, di continuo.
Per te, Cesare, Le donne “sono un popolo nemico, come il popolo tedesco.” Tu e Bianca, “buoni nemici che non si odiano più”. “L’amore è una crisi che lascia avversione”, “sono il tuo amante, quindi tuo nemico”.
La tua vita è stata questo, una lotta tra odio e amore. Un voler essere parte dell’umanità e un sentimento di repulsione verso di essa, un percorso ai limiti del masochismo e dello sprofondo di autostima.
Spesso le persone più sensibili, più vulnerabili, si difendono con l’aggressione.
E così facevi tu, Cesare. Amore, lavoro, sempre rigore, fedeltà estrema al percorso, serietà massima.


“Crudele lo sono ancora certamente, se crudeltà si può chiamare il normale contegno di chi rispetta le donne al punto di non volerne sapere di loro”


“Cara Bianca, lo sai benissimo che quand’io scrivo lettere, maltratto”


E Bianca risponde da par suo. Bianca è più umana, più vulnerabile, sotto un certo punto di vista. Ma sa adattarsi a questo ruvido interlocutore.


“Vorrei sapere qualcosa di te, se stai bene, se sei ancora così crudele”


“la tua ultima lettera, così dura e diffidente, mi ha fatto molto male e mi ha rivoltato contro di te… mi dispiace della tua solitudine. Se fosse una cosa così salutare, così come dici sia per te, non avresti quel tono velenoso parlandone. Mi hai molto offesa”


È terribile osservare il sadismo che Pavese usa contro la persona che più ama e contro se stesso. L’incapacità di trovare pace, serenità, un punto di ancoraggio, un ponte tra i suoi sentimenti così contrastanti. Cesare, che fa continua terra bruciata di tutto quel che di bello incontra.

“Gli volevo bene, ero affascinata dalla sua cultura ma non innamorata. Era un uomo estremamente cerebrale”
“Ho scritto, su queste pagine, che Pavese si è suicidato? Sì, il 28 (sic) di Agosto. Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io forse, adesso, ti potevo aiutare”

«Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest´anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?»

Contavi tanto, Cesare. E conti ancora oggi. Peccato, proprio un peccato.


Musica: She, Elvis Costello

 

Andanza, di Sarah Manguso

 

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“Ho iniziato a tenere il diario venticinque anni fa. Ora è di ottocentomila parole. Non volevo perdermi niente, era quello il mio problema. Non potevo affrontare la fine di una giornata senza annotare tutto quello che era successo.”

Jpeg

Un libricino, sembra un piccolo quaderno.
Sembra un diario, non è nemmeno questo.
È la fine di un diario, tenuto per venticinque anni.
Questo libro è per chi ama tenere un diario, per chi ama i pensieri brevi, illuminanti, per chi pensa sempre al senso della sua esistenza, al suo passaggio nel mondo, per chi ha paura di non lasciare il suo segno, ma anche per chi non ha mai pensato di tenere un diario, e per chi vive con più leggerezza.
Ognuno potrà trovarci se stesso in modo completamente diverso da un altro.
Io non ho fatto altro che sottolineare. Come fosse un libro pieno di aforismi, di perle da ricordare, perfetto per essere sfogliato anche a caso, come ogni pagina fosse slegata dalla precedente e dalla successiva, esattamente come le pagine della vita, fatte di momenti, molti da ricordare, altri che si vorrebbero dimenticare.
E sarò curioso di sapere se qualcuno sentirà lo stesso bisogno di sottolineare che ho avvertito io.
Io, che ho il terrore, ogni giorno crescente, e che è divenuto certezza, di lasciare questo mondo senza un piccolo segno qualsiasi del mio passaggio.

Jpeg

Jpeg

“Non volevo barcollare senza meta, mezza addormentata, ignara del compito che dovevo assolvere. Non volevo vivere senza averlo completato”

È un libricino fulminante, illuminante, scritto in prosa che diventa poesia.
È la vita di Sarah, ma dentro ci siamo un po’ tutti.
È il suo percorso, da figlia fino a divenire madre.
Ed è da lì che cambia il paesaggio, fuori e dentro di lei.

Jpeg

Scrive del suo bisogno di scrivere, un bisogno assoluto, di tramandare e di conservare.
Un bisogno irrefrenabile, ma impossibile da raggiungere e completare, perché il torrente dell’esistenza prosegue imperturbabile cancellando i ricordi o rinnovandoli a suo piacimento.
Siamo protagonisti di uno spettacolo che è cominciato prima di noi e andrà avanti nonostante noi, dopo la nostra scomparsa. Uno spettacolo in cui siamo chiamati a danzare, al meglio che possiamo,e a doverlo fare imparando ad essere leggeri, su uno sfondo che invece è imponente, l’Eterno.
Imparando a comprendere che la storia va avanti.
Che non dobbiamo averne il terrore.

Jpeg

Un libricino da regalare, specialmente a chi ha superato i vent’anni da un po’.

Musica: Dance Me to the End of Love, Leonard Cohen

Undici solitudini, di Richard Yates

 

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Undici solitudini, undici sogni infranti.
“Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice. Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia”. Firmato, Richard Yates.

Undici fotografie, undici scatti col flash, che vanno a mettere a nudo, in piena luce, il momento in cui undici vite hanno un sussulto, che sia di orgoglio, di ambizione, di vanità, o di violenza, non importa.
Conta coglierlo, questo attimo. Senza sconti, senza pietà, quasi. Duro, diretto, spietato, molto onesto.
Conta cogliere il momento in cui il sogno emerge e dopo un attimo si infrange, conta cogliere l’attimo in cui il protagonista viene illuminato dalla convinzione di essere un fallito, un mediocre, e quel sussulto si placa, e si torna immersi nelle proprie vite senza ambizione.
Yates ti lascia barcollante, interdetto, senza punti di ancoraggio. Non sai bene cosa pensare, resti con la sensazione che in mezzo a tutti quei difetti dei suoi protagonisti si nascondano anche i tuoi.
E allora resti a pensarci, e, se ne hai coraggio, ad affrontarli.
I finali sono comunque tutti aperti, siamo noi a decidere che cosa fare dei protagonisti.
Probabilmente un invito a fare lo stesso delle nostre vite, uno spiraglio aperto, un piccolissimo pertugio.

“E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

Yates non ha trovato la sua luce. Ha combattuto contro una vita che gli ha dato addosso da subito. Ha combattuto fumando, bevendo e scrivendo. In tutti questi racconti c’è lui, lui che è malato, lui con un matrimonio fallito, lui con la sua bottiglia, lui con le sue sigarette, lui coi suoi lavori malpagati, lui con i suoi sogni, con la sua macchina da scrivere, con tanti fogli di carta stracciati e gettati nel cestino.
Ma senza mai mettersi a piangere, senza mai guardare indietro.

Dalla prefazione di Paolo Cognetti:
Come lettore io ho un nuovo libro nello scaffale dei grandi racconti americani, tra quelli di Salinger e quelli di Cheever, che nel mio cuore gli sono fratelli. Come scrittore ho scoperto un maestro, e vorrei tanto essere tra gli allievi che lo incontrarono, celebri o sconosciuti o per sempre aspiranti, alle cui prove Yates applicava l’onestà e il rigore che riservava alle proprie, e di cui parlava così:

“E dannazione, vorrei che fossero tutti qui adesso, in carne e ossa, così potremmo sederci e bere e litigare e affrontare gli argomenti più selvaggi e violenti della narrativa, e finire a cantare canzoni e raccontare barzellette e fare gli scemi: e poi, quando tutti se ne andranno a casa per riprendersi dalla sbronza e rimettersi al lavoro, mi piacerebbe proprio stringergli la mano e augurargli buona fortuna. Perché la fortuna pura e semplice, dopotutto, è la cosa di cui uno scrittore ha più bisogno. Penso che questo sia il mestiere più duro e solitario al mondo, questa folle, ossessiva faccenda del cercare di essere un bravo scrittore. Nessuno di noi sa mai quanto tempo gli rimane, né come sarà in grado di usare questo tempo, e in ogni caso, anche se lo userà bene, il suo lavoro dovrà sempre affrontare la terribile, inesorabile indifferenza del tempo stesso.”

Gli voglio bene, come a Carver, come a Dubus, come a tutti coloro che hanno il coraggio di guardare nel buio.

Musica: Praying for time, George Michael

I tempi non sono mai così cattivi, di Andre Dubus

 

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È un libro magnifico.
Non c’è altro da dire.
Nove racconti in cui ti senti spettatore partecipe, stai guardando un film, ma nello stesso tempo ci sei dentro. Con una postfazione di Manuppelli stupenda, commovente.
L’America periferica, quella di cui si parlava poco.
Un’America fatta di città definite ricchissime, ma quella è solo una parte.
Ce n’è un’altra, accanto, ed è povera, brutta, sporca. E anche nera, quella da evitare del tutto.
E la devi attraversare fisicamente, per capirlo.
Ci devi passare dentro, magari in bicicletta, e rallentare,
e guardare negli occhi le persone che ci abitano.
Allora lo capisci, e magari ne sei spaventato.
Eppure non sono alieni, sono americani come chi li sta guardando.
Chi è stato fortunato e chi lo è stato molto meno.
Alla fine è il destino, che divide, che segna un confine.
Alla fine, probabilmente, meriti e colpe non sono segni così distintivi.
Alla fine c’è del cattivo e c’è del buono in tutti.
Il violento contiene il tenero, l’innocente contiene un seme di violenza dentro se stesso.
Tutti colpevoli, tutti innocenti.

Probabilmente tutti sconfitti, spesso disperati, ma tutti determinati a proseguire la loro strada, possibilmente senza piangere.

“Per parecchio tempo non aveva avuto paura delle persone o di ciò che poteva accadere in una giornata, perché credeva di poter sopportare il normale dolore di essere vivi; il cuore le era stato spezzato da amiche e da ragazzi, e lo aveva sopportato, e anche lei aveva spezzato, sopportando anche questo, e l’imbarazzo , la vergogna, l’umiliazione e il fallimento, e non era una di quelle persone che, una volta o piu’ volte ferite, attendono con paura l’errore successivo o la crudeltà o la propria porzione di sfortuna. Aveva paura invece di ciò che stava attraversando adesso: provare più di un sentimento in una sola volta, cosi che si sentiva contemporaneamente orgogliosa e forte e disperata e rassegnata, la teneva lì seduta, spaventata. Dunque è questo il mondo reale di cui si sente sempre parlare.”

C’è tanta disperazione, c’è l’accettazione della sconfitta, dell’impossibilità di cambiare le cose, spesso.

“Non è difficile sopravvivere a un giorno, se puoi sopravvivere a un momento. Ciò che crea la disperazione è l’immaginazione, che finge ce ci sia un futuro, e insiste a predire milioni di momenti, migliaia di giorni, e ti prosciuga al punto tale che non riesci più a vivere il momento che hai davanti”.

La vita è fatta di esperienze dolorose, che devi attraversare per vedere uno spiraglio di luce.
Gli sbagli che aiutano a crescere.

“A volte,” scrive Dubus in una lettera a un aspirante scrittore, “le storie diventano come ombre e luci dello spirito. Ci saranno sempre ombre nella tua vita, ma spero che continuerai a muoverti verso la luce.”

Siamo spesso tutti una delusione per gli altri, per le loro aspettative.
Dobbiamo imparare a convivere con questo dato di fatto, e ripartire, fare pace con le illusioni finite e crescere.
In questi racconti ci sono i rapporti tra padri e figli, tra coniugi, tra fratelli, tra amici, descritti tutti nel loro piccolo quotidiano, il loro piccolo-grande quotidiano, in cui vengono fuori tutte le debolezze ma anche le gioie della vita. Un cammino verso la conoscenza reciproca e di se stessi, lo specchio della verità, che può far male, ma con cui dobbiamo fare i conti.
L’America a cui viene strappato via il velo che mostra la facciata del benessere, e che ci fa vedere cosa c’è
dietro quelle casette ordinate, dietro quelle tendine tirate e stirate.
C’è la rabbia, c’è la sofferenza, c’è la sopravvivenza, la povertà, ci sono persone che non hanno mai viaggiato e non hanno mai visto più di cento dollari nel loro portafogli. La realtà non è quella della facciata, ma quella che le sta dietro.
C’é il fiume di alcol e c’è la pistola nella fondina e nella borsetta, ogni arma è buona per esorcizzare la paura e sopravvivere alla giornata.
Ma la realtà è anche quella che non è tutto cattivo. C’è la speranza, continua, che si possa trovare il buono in ognuno di noi. Dubus ci crede. Dubus, con i suoi tanti divorzi, Dubus con la sua vita in sedia a rotelle, Dubus colpito più volte dal destino, ma anche Dubus tanto amato dai suoi allievi e circondato sempre da amicizie eterne, come quella di Vonnegut, come quella di Yates, come quella di Stephen King.
Penso che qui, in questi racconti, ci sia tutto Dubus, tutta la sua sofferenza, patita da figlio, alla disperata ricerca di rendere il padre orgoglioso di sè, e di marito e padre, qui c’è descritta la partenza di un figlio per il fronte, e il pianto intimo di un padre militare, una storia molto simile a quella vissuta da Dubus stesso, e c’è la sofferenza di un marito lasciato dalla moglie, un matrimonio finito e dei figli che vanno via, la sofferenza di un padre che resta solo in una casa improvvisamente vuota dopo un fine settimana fatto di risate e di pranzi e cene insieme.
C’è soprattutto Storia di un padre, il racconto finale, che non è possibile definire meraviglioso, perché sarebbe un termine che non darebbe giustizia.
Non so per quale motivo molti si ostinino a definire il racconto come qualcosa di minore, in letteratura.
Non so perché il racconto venga percepito come qualcosa di incompiuto.
E non so perché oggi si esalti tanto Haruf e si dimentichi così tanto uno come Andre Dubus.
C’è una precisione, un lavoro di scavo, una profondità, un’empatia, un coinvolgimento, una perfezione assoluta, in certi racconti, che non posso proprio comprendere le ragioni delle critiche.
Dubus non ha mai avuto paura delle domande, Dubus non ha mai avuto paura delle risposte.
Le ha sempre cercate, per quanto esse siano state nascoste.
Perché l’uomo le nasconde, le mette nel cassetto più nascosto e polveroso della propria casa e della propria vita, per evitare di incontrarle, di averci a che fare. Dubus le trova, te le mette davanti, ma lo fa evitando crudeltà e giudizi, lo fa con amore. L’amore che provava nel leggere e nello scrivere, un amore infinito, che ha battuto la sua sofferenza.
Un essere umano nel vero senso della parola, un grandissimo scrittore ma soprattutto un bellissimo essere umano.

Musica: Sometimes we cry, Van Morrison

 

 

 

 

 

 

 

 

Una solitudine troppo rumorosa, di Bohumil Hrabal

 

solitudine troppo rumorosa

“A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero”

La trama è questa.
Ma conta poco.
Qui conta di più la scrittura. Le metafore, l’immaginario che può scaturire da una parola, da un pensiero.
Per me è stata una lettura molto, molto impegnativa.
Non so, mi attendevo qualcosa di più lineare e quindi per un po’ sono rimasto disorientato. Mai attendersi qualcosa di preciso, quando intraprendi una lettura.
Questo piccolo libro è un romanzo, è un racconto, è un trattato di filosofia, è flusso di coscienza ininterrotto, ed è poesia, poesia vera, almeno in parte.
L’alienazione dell’essere umano e del lavoro che conduce. La solitudine pura.
La claustrofobica solitudine, l’incomunicabilità, i sentimenti repressi.
Da tutta questa cupezza disperata cosa ci può salvare?
La letteratura. La bellezza. L’arte. I libri. Sempre.

“e io divenni bello a me stesso, per aver avuto il coraggio di non diventar folle per tutto ciò che in quella mia solitudine troppo rumorosa avevo veduto, sperimentato e vissuto con il corpo e con l’anima.”

 

“… non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualcosa che ancora non so.”

I libri aprono, spalancano, la porta della bellezza che teniamo chiusa dentro di noi.
I libri aprono un varco nel cielo e ci mostrano le stelle.
Ci elevano ad altezze che non potevamo immaginare di raggiungere.

“… mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me.”

Basta la capacità, l’intuizione di poter sognare, per sentirci degni dell’Universo e di capire che tutto ha un senso.

“… guardai la macchina con quel sorriso spasmodico e poi sentii lo scatto della macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito…”

Niente resta fermo, immutabile, se noi non lo vogliamo. La bellezza del mondo sta nella volontà di poterlo cambiare, trasformare.

“L’unica cosa di cui si può aver terrore al mondo è ciò che si è calcificato, il terrore delle forme rigide, morenti”.

Penso di aver compreso il senso, almeno in parte. È un piccolo libro in cui sono disseminate tante perle, e per questo sono rimasto colpito. E sono queste parle, che in parte ho citato, ad avermi tenuto lì, anche quando la lettura sembrava troppo, troppo complessa, troppo onirica, troppo difficile per me. È stata una sfida di resistenza, in ogni caso ne valeva la pena.

“… tutti gli amanti della lettura, dei libri, conoscono bene quella tendenza al vagheggiamento che li accompagna per l’intera giornata, come se oltre alla verità tangibile e lavorativa ce ne fosse sempre un’altra al di sopra, sospesa, all’interno della quale si trova costantemente un cantuccio confortevole.”.

Musica: Talking book, Lou Reed