Pedro Lemebel, Ho paura torero – (2001, pagine 208)

Ho-paura-torero-tredici

“La primavera era arrivata a Santiago come tutti gli anni, però questa si portava dietro i colori vibranti che imbrattavano i muri con graffiti brutali, slogan di libertà, mobilitazioni sindacali e marce studentesche disperse con i cannoni ad acqua. I ragazzi dell’università resistevano a pietrate agli schizzi fangosi degli sbirri. E caricavano senza sosta conquistando la strada con le fiamme rabbiose delle molotov. Con un’improvvisa esplosione tagliavano la luce e tutti correvano a comprar candele, a raccogliere candele e ancora candele per incendiare le strade e i marciapiedi, per disseminare di braci la memoria, per frantumare l’oblio con le scintille. Come se la coda di una cometa si abbassasse fino a sfiorare la terra in omaggio a tanti desaparecidos”.

“Lei è la Fata dell’angolo, travestito passionale e canterino, sartina delle signore dei quartieri alti, anima d’artista.
Carlos è un militante del Fronte patriottico Manuel Rodríguez, a caccia di un nascondiglio sicuro per le sue riunioni clandestine.
Per amore, la Fata offre al ragazzo la propria soffitta. Per amore, accetta le mezze verità di Carlos, gli incarichi rischiosi necessari per la Causa: le basta stargli accanto.”
Questo il succo del romanzo. Lo avevo letto anni fa, ma la recente morte di Lemebel mi ha portato a rileggerlo, è un omaggio, anche perché molte cose le avevo dimenticate.
Siamo in Cile, gli anni della dittatura di Pinochet fanno da sfondo alla storia, ma il libro non è un romanzo storico, Lemebel racconta un Pinochet molto privato, il suo intento è quello di mettere alla berlina il dittatore e sua moglie, descrivendo lui come un uomo pieno di complessi, solo e insicuro e lei come una donna frivola e chiacchierona. Puoi anche essere padrone della Nazione, ma dentro di te sai di non essere nessuno. Uno sconosciuto come Carlos raccoglie una marea di bambini per il suo compleanno, rendendolo favoloso, e il contrasto col compleanno di Pinochet bambino, terribile, serve a farci capire questo.
La Fata dell’angolo è la protagonista assoluta del romanzo: come una star, una personalità eccentrica, teatrale, ma profondamente umana, è fragile e forte allo stesso tempo, pronto a rischiare per amore, a mettere in pericolo la sua vita, disillusa, perfettamente conscia di ciò che è la realtà, ma anche capace di innamorarsi, a fregarsene delle sofferenze, in nome dell’amore. Cuce, ricama, e lo fa anche con le parole. La sua tovaglia splendida è un po’ il simbolo del romanzo. Un lino di color champagne, con angeli e uccellini che volteggiano ricamati. La leggerezza del racconto (nonostante la drammaticità del momento storico) la senti e la vedi come la stoffa che vola e si dispiega, il canto, la musica, il bel rivoluzionario, la ribellione del suddito e l’impossibilità di un grande amore, portato via dalla vita come la tovaglia viene inghiottita dal mare.
Una storia d’amore contro pregiudizi e barriere, intrecciata ad una satira per rivendicare il diritto alla vita e alla libertà.
Linguaggio barocco, stracarico, a volte osceno, ma è come un ballo, un tango, forse, ha una musicalità e un ritmo che non ho quasi mai riscontrato in altri scritti. Ancora una volta gli scrittori sudamericani dimostrano di avere un cuore come pochi altri al mondo. Se si riesce a leggere con animo e cuore leggeri e aperti, l’impressione è quella di un piccolo grande libro.
Copio e incollo un ricordo di Lemebel, dalla pagina Libre, Verona:

“Pedro Lemebel è morto questa notte a Santiago. (23 gennaio 2015)
Era nato negli anni Cinquanta, come gli piaceva dire.
È stato un grande artista, un grande scrittore, un militante autentico, coraggioso e leale.
È rimasto in Cile durante la dittatura e ha combattuto il regime con la sua presenza, con le sue parole, con le performance sovversive del collettivo artistico “Yeguas del Apocalipsis”.
È un riferimento fondamentale del movimento internazionale di liberazione omosessuale, ha lottato fino all’ultimo giorno contro ingiustizie e ipocrisia.Era una persona dolcissima, spiritosa, sottile.
L’abbiamo visto a Santiago, dove è un personaggio leggendario, e la gente lo fermava per la strada per stringergli la mano.
Lo ricordiamo al festival di Mantova, con il suo buffo fazzoletto in testa, e in scooter per le vie di Roma.
Ci lascia il suo romanzo straordinario, Ho paura torero, le sue moltissime cronache, poetiche e politiche, e il ricordo indelebile della persona straordinaria che è stato.”
A capodanno ha mandato a tutti un messaggio su facebook, ci ha salutato così:
“Carissimi amici,
la mia malattia non mi permette di scrivere su altra pagina che non sia questa.
Vi mando queste parole in questo ultimo giorno di questo misero e prospero anno.
L’orologio ruota frenetico verso la mezzanotte.
Per alcuni quest’anno è stato fortunato. Per altri non tanto, come per esempio per la mia amica ministro, Helia Molina, che la destra perfida, golpista, ipocrita e vigliacca ha fatto cacciare. Non meritano di essere cileni, perché quel che Helia ha detto l’abbiamo pensato tutti mille volte.
Bene, l’orologio continua a girare.
Non fa né freddo né caldo, e allargo la mia voce come un abbraccio anticipato per tutti voi.
Sarò sempre con voi; con chi se lo merita, naturalmente.
Ho vissuto in questo paese bellissimo che ho tanto amato con Gladys, con mia madre, con Sergio Parra, con la sinistra dura, che non si è mai piegata.
Poi c’è la gente, gli amici, e i miei desaparecidos, che non vanno lasciati fuori da questa lista.
L’orologio continua a girare verso un futuro florido e caldo.
Non sono riuscito a scrivere tutto quello che avrei voluto scrivere, ma potete immaginare voi, miei lettori, che cosa manca, che sfoghi, che baci, che canzoni non ho potuto cantare.
Il cancro maledetto mi ha rubato la voce (stonata o intonata che fosse).
Un bacio a tutti, e a chi ha diviso con me qualche notte torbida.
Arrivederci, ovunque sia.
Pedro Lemebel”

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