Il tempo é un bastardo, di Jennifer Egan

il tempo è un bastardo

 

(lettura del 2015)

Lo dico subito, non ho riscontrato tracce di capolavoro, come da più parti avevo letto.
Di sicuro parecchio originale, come struttura narrativa. Non si capisce se sia una raccolta di racconti o un romanzo, è diviso in capitoli, e ad ogni capitolo si parla di un personaggio, che, nel capitolo successivo, non è più il protagonista ma è visto come da altra angolazione, cambio di prospettiva continuo e continuo salto temporale. Quindi è coralità di protagonisti. Salto nel presente, salto nel passato, salto nel futuro, scopriamo come sono diventati e come erano. E spesso veniamo avvertiti con largo anticipo dei loro rispettivi sviluppi ed epiloghi futuri. I personaggi sono tutti legati tra di loro, e la scrittrice ci richiede lo sforzo di memoria necessario a ricordarli tutti, al variare dei capitoli, si passa poi dal racconto in prima persona, a quello in seconda e a quello in terza, si arriva al capitolo ricco di note e a quello addirittura composto di slide di Power Point. Spiazzante, parecchio. Per chiudere con una previsione del futuro discretamente superficiale, tecnologia, uso dei social network, bambini sopraffatti dai cellulari…
Il tema è il tempo che passa, di certo non una ventata di originalità, in letteratura. Il tempo bastardo, che sorprende, uccide, fisicamente e psicologicamente, delude, ci porta al fallimento, ma anche in grado di sorprendere positivamente, rimescolando le carte e dandoci nuove possibilità. Un romanzo che parla anche di musica e di come sia cambiato il rapporto con essa, dai vinili al download “in punta di dito”, roba da neonati…ho provato ad immergermi in questo stile fantasioso ed innovativo, ma ho avuto la conferma di essere troppo vecchio e troppo legato a certa tradizione. O troppo impreparato. Anche se il ritmo mi ha tenuto lì. Questo glielo riconosco.

Musica: Time, Pink Floyd


https://youtu.be/rL3AgkwbYgo

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Molto forte, incredibilmente vicino – J. Safran Foer

molto forte

Avevo evitato questo libro perché parlava dell’11 settembre. Non avevo voglia di punti di vista americani, di nuovo, dopo anni e anni di continue celebrazioni, come se questa fosse stata la più grande tragedia dell’umanità, come se quelle precedenti, e quelle che sarebbero seguite, non fossero mai esistite o mai degne di essere narrate. L’assoluta incapacità di vedere al di là del proprio naso, questo mi dava fastidio, il dare la colpa agli “altri”, a una follia tutta esterna al proprio mondo, ecco quello che mi ha sempre allontanato dall’11 settembre. Ma questa è questione personale, tralasciamo.Ci voleva una persona amica, un regalo, per farmi provare a leggere questo romanzo. Grazie, Alessandra.E non ne sono pentito. L’autore narra la Storia, ma soprattutto la storia. Il dramma personale, l’elaborazione di una perdita, la ricerca del modo con cui uscire da un dolore e ricominciare a vivere. La struttura narrativa è su più livelli, e mi ha disorientato, all’inizio. Non capivo chi narrasse, e perché lo facesse, e da quale tempo, lo facesse. E’ un rompicapo, devi trovare il ritmo e devi trovare le chiavi di lettura. E poi si va. Si va con Oskar, questo bambino speciale, sensibile, che cerca in ogni modo di sopravvivere e di dare un senso alla follia umana, e soprattutto di vincere il suo grande dolore. E’ veramente difficile non cadere nel banale, nel retorico, nel già sentito e già letto, quando si va a toccare un avvenimento contemporaneo e lo si infila in un romanzo. Ma Safran Foer ce la fa, a non cadere nel banale. Lo fa grazie al linguaggio e alla mente di Oskar, al suo essere bambino, alla sua originalità, alla sua immaginazione fervida, alle sue invenzioni, al suo continuo chiedere il perché delle cose, alla sua sensibilità ed empatia, al suo tamburello che gli fornisce il ritmo del coraggio che ci vuole per trascinare quelle scarpe pesanti di dolore, sempre più pesanti. La sua visione del mondo, il suo modo di agire, sono tutte caratteristiche personali, singolari. Ma spesso ci si può ritrovare anche un adulto. Specialmente quando lui vuol reagire urlando, spaccando, distruggendo e anche facendo del male fisico a chi gli si para davanti, ma poi tutto resta nell’ambito della mente, del desiderio inconscio, la sua educazione e la sua bontà gli impediscono di passare ai fatti. Come spesso capita a noi. Anzi, a me è più la vigliaccheria, a frenarmi, non la bontà.Safran Foer interseca la voce di questo bambino speciale con quelle dei nonni e del padre, costruendo un coro familiare, in cui, ripeto, all’inizio ci si confonde, ma poi comincia a sentirsi un suono completo, e si comprende il senso del tutto. E’ la storia di un dolore che parte da lontano, e attraversa come una lama più generazioni, tutti narrano se stessi e le proprie incapacità, legando il proprio sentire, il proprio cuore, ai propri affetti, come una catena. Così il bombardamento di Dresda trova corrispondenza con le Torri Gemelle, un dolore familiare, tutto interno, ma anche universale, i tanti singoli dolori, le tante singole storie di perdite e lutti si intrecciano con quelle altrui, con quelle del mondo, una follia planetaria che valica il tempo, che si ripete, di cui nessuno ha spiegazione, e non resta che parlarci, stare uniti. Di fronte alla pazzia della Storia ci sono le piccole gentilezze quotidiane, le mille porte aperte al prossimo, i piccoli gesti delle nostre giornate, i caffè presi insieme, le chiacchiere, le confidenze, tutto quello che Oskar incontra nel suo percorso di ricerca, essendone lui il motore, con la sua ingenuità e la sua pulizia. Ecco che nel finale abbiamo la spiegazione della presenza di tanti personaggi “piccoli” in questa storia.Tutti abbiamo amore da dare, amore da ricevere, tutti abbiamo difficoltà nell’esprimerlo, c’è chi ha perso addirittura l’uso della voce, e deve trovare altre vie. Tutti cerchiamo la nostra strada per arrivare alla vita. Ma di vita ce n’è una sola, ed è un peccato:

“Dover vivere è triste, ho pensato, ma è tragico poter vivere una sola vita, perché se avessi due vite una l’avrei passata insieme a lei.”

Il libro è coraggioso anche per l’inserimento di immagini, pagine scritte, disegni, pagine con una sola parola, pagine bianche che però senti cariche di pensieri e di sofferenza. E’ un diario, un fotolibro, un puzzle, le tante foto presenti ti trascinano ancor di più nella storia, ti coinvolgono e ti tengono incollato. E’ lacerante, è coinvolgente. Ti senti insieme a quel bambino, che riavvolge le immagini all’indietro, sognando di poter tornare alla felicità che provava prima che il mondo gliela strappasse di mano. Non siamo mai pronti a dire addio a qualcuno, non riusciamo spesso a dire ti voglio bene a chi amiamo. Prendiamo tempo, pensando di averne. Ma la vita è una…e te le strappa di colpo, spesso. E il tempo che sembrava infinito di colpo ti lascia solo. “Papà…” “dimmi”…”niente…”…..

La lacrima scende, alla fine. E forse anche prima, ma non certo perché sia un romanzo da innamorati. E’ un libro doloroso, che parla di morte, di guerra. Ma anche di amore, certo, di malinconia, di rimpianti, rimorsi. E che alla fine fa comunque vincere la speranza, come accettazione, come voglia finalmente di esistere e non più di sopravvivere. Anche se a me ha lasciato un vuoto tremendo di nostalgia e di dolore. Un disperato desiderio di alleviare il peso di quelle scarpe e di togliere quei lividi a quel bambino, e nello stesso tempo di condividere il nostro peso e i nostri lividi. Ho amato Oskar, ma ho amato allo stesso modo la sua nonna e il suo nonno, le loro magnifiche imperfezioni, il loro modo di amare.

Un libro colmo di citazioni profonde, fortissime, profonde, potenti, che sono ormai da tempo un po’ storia della letteratura, tanto che ho avuto l’impressione di sapere già molto di questo libro quando ancora non lo avevo letto…

«Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?» «Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»

«E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l’ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. »

«io le ho spiegato come mi sentivo, gliel’ho spiegato in questo modo: le ho sollevato le mani di lato, le ho puntato gli indici l’uno verso l’altro e lentamente, molto lentamente, li ho avvicinati, e più si avvicinavano e più lentamente li spingevo finché, quando erano lì lì per toccarsi, quando erano solo a una pagina di dizionario dal toccarsi, premendo i lati opposti della parola «amore», li ho fermati, li ho fermati e tenuti lì»

«mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell’universo, ma anche straordinariamente solo. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c’è di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e fare sogni? »

«Il tempo passava come una mano che saluta da un treno sul quale avrei voluto essere. »

Musica: Where the streets have no name, U2

Pastorale americana, Philiph Roth (1997, 427 pag.)

roth

Uno strano libro.Uno stranissimo libro.Un faticosissimo libro. Che mi ha bloccato per un mese, impedendomi di leggere altro. Leggevo, e vedevo il libro aumentare di pagine, invece che il contrario.Alcune perle disseminate. Ma molta noia, per me, soprattutto. Un libro di sicuro incompiuto. Lascia dei buchi che a tratti sembrano voragini, più che altro. Mancano dei pezzi.Mette insieme tutto e il contrario di tutto.Inizia con l’Epica. La descrizione di un uomo che non è un uomo, visto dagli altri, ma un Superuomo. In America vale forse più che nel mondo, confondere un grande atleta con un grande uomo.E comunque sto Svedese (oddio quante volte ho letto Svedese, quante volte c’è scritta questa parola, in questo libro?? Odio la Svezia, odio anche i fiammiferi, adesso, gli darò fuoco sempre, accendendone uno) è consapevole di essere un uomo, e non un semidio, ma è un uomo diesel, uno che vuol stare “tranquillo”, uno che si crea un bel binario lungo il quale incanalare se stesso e la sua vita, e tutti coloro che ha deciso debbano venire con lui nel suo viaggio.Ma purtroppo per lui non era a conoscenza del fatto che “Tranquillo fece una brutta fine”. Nessuno lo lascerà tranquillo. Nè gli adoratori, nè la moglie, nè la figlia, nè gli amici. Tutti di lui si sono fatti un’idea e un’immagine e lui non potrà corrispondere a quelle immagini, la sua ambizione di piacere a tutti e di essere in pace con tutti e col mondo verrà infranta nel peggiore dei modi. Dalle stelle alle stalle. Questo, il tema numero uno. Lo Svedese da eroe alla polvere. Insomma, un tantinello brusco il contrasto tra l’epica e la storia tutta interno-famiglia che segue dopo.Che dire…personaggi inseriti anche loro brutalmente e senza spiegazione, questa Rita che viene dal nulla, che dovrebbe essere legatissima alla figlia dello Svedese, ma di cui lei nega l’esistenza…cosa sarebbe, una trovata per tappare un buco? Periodi lunghissimi di spiegazione psicologica dei personaggi, ripetitivi, che girano su se stessi di continuo, poi magari arrivano rivelazioni importantissime che spiazzano del tutto, per il contenuto e per come arrivano, tipo il fatto che l’irreprensibile Svedese ha avuto un’amante, notizia che viene così, in sordina, francamente assurdo…come assurdo è il finale, quest’uomo campa fino a 70 anni ma ne vengono raccontati 40, veniamo lasciati ad un crocevia, ci vien fatta solo intuire quale sarà la direzione che prenderà la sua vita, ma non viene in alcun modo descritta, come non fosse importante. Ma perchè?? Forse sarebbe stata la parte più interessante, quella dove finalmente quest’uomo avrebbe potuto mostrare davvero come era fatto, vivere appieno la sua vita.Insopportabili, per me eh, le descrizioni infinite sulla tecnica di lavorazione dei guanti, questo realismo portato all’eccesso, come dilungarsi, è stato veramente una palla al piede.La scrittura è pulita, non ridondante, ci sono seminate perle, come dicevo, qua e là, belle riflessioni sulla vita, ma mi pare che tutta la struttura generale sia divagante e troppo stramba.Il punto numero uno, il dubbio vero, è che non si capisce come il narratore sia a conoscenza della vita dello Svedese. E’ un racconto immaginario, il che la dice lunga. Zuckerman conosce lo Svedese solo da bambino, lo adora per le sue imprese sportive, ma poi lo perde di vista per una vita, lo incontra dopo tantissimi anni, e viene a sapere solo frammenti. Poi incontra Jerry, il fratello, da cui viene a conoscenza della morte dello Svedese, mentre sono a questo party di ex alunni della stessa scuola. E da questo party non se ne esce più eh, fino alla fine del libro, quindi mettetevi comodi, prendete un’aranciatina, pizzette e patatine, e mettetevi l’anima in pace. Da questi frammenti il narratore scrive questa presunta biografia dell’Eroe, in cui le certezze svaniscono e arrivano ondate di dubbi e di cose dette e pensate a metà. Non avremo alcun puntello, davvero tutte domande senza alcuna risposta chiara. Solo un uomo che passa tutta la vita a giocare in difesa, in aperto contrasto col suo rendimento e comportamento sui terreni di gioco calcati, spavaldo nel gioco, incerto e timoroso nella vita, si crea una bolla di sicurezza che però gli scoppia in faccia. E non muove un passo nemmeno quando questa bolla scoppia e lui osserva la realtà. Può solo piangere la sua ambizione di controllo naufragata nel più profondo del mare, tutto quello che voleva andasse dritto procede nella maniera più storta possibile. Ma mi rendo conto senz’altro che tutte le critiche io ho posto al romanzo possono diventare, e diventano, pregi, per chi questo romanzo lo ama. Le digressioni noiose e slegate, per altri sono funzionalissime alla narrazione, spiegano, e non confondono, introducono, e non ci allontanano. I personaggi senza costrutto, senza un perchè, diventano anch’essi fondamentali, invece, sono i fallimenti che si presentano in faccia a chi riteneva tutto spiegabile e controllabile, sono le bombe sotto la costruzione solida, sono fango al posto del cemento. Il fratello,la figlia, Rita, gli gridano in faccia “sei un fallito”, “credevi di poter sopportare tutto e controllare tutto, e hai fallito”. E non c’è comunque solo lo Svedese, nel fallimento. E’ totale, riguarda tutti, tutti abbiamo voglia di gridare chi siamo, e tutti invece recitiamo una parte che ci sembra ineludibile. Il finale è….una cosa davvero emblematica del tutto…un assurdo vero. Grottesco, una macchietta, una cesoia che lascia senza parole. E anche qui mi chiedo la ragione. Per me il tutto resta una buona idea, ma spiegata in modo spesso incomprensibile.”La sua capacità di soffrire non esiste più”. Bene, non resta più niente dei punti di partenza. E allora, che si fa, adesso? Si va avanti, ma come, e dove, e con chi? Oppure non vale la pena, possiamo anche crepare subito, tanto non ci capiamo nulla e ci facciamo solo del male? Ho ragione io, a dire, spesso, che non si ottiene nulla, che è fatica vana? E che per affrontarla, la vita, ci vogliono due coglioni da pachiderma, e se non ce li hai è meglio che togli presto il disturbo?Le non risposte. Sono un pregio per tanti lettori. Ma per me no. Io, appunto, sono un semplice lettore, non ho gli strumenti per vedermi gettata addosso tutta questa molteplicità di domande senza risposta, di interrogativi senza motivo, di argomenti trattati a metà e lasciati in sospeso. I miei mezzi sono limitatissimi, e non posso essere soddisfatto del bilico. A ognuno il suo, Roth non fa per me.

Lettera di una sconosciuta, Stefan Zweig

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Una storia di 83 pagine, si legge tutta in un colpo, mezzora ed è finita. Un famoso scrittore che riceve una lettera da una sconosciuta, che gli rivela di averlo amato per tutta la sua vita. Un amore assoluto, irraggiungibile, eterno, idealizzante, totalizzante. Ma anche ossessionante, utopico, a senso unico, profondo, assurdo, scriteriato. Patologia pura, idealizzazione dell’altro senza saperlo riconoscere e annullamento di se stessi.Si può amare tutta la vita senza essere mai riconosciuti? Si può arrivare a concepire l’amore come fosse un puro atto di eroismo, ma senza che questo salvi nessuno? Probabilmente no, non è cosa buona e giusta. Pagine piene di passione, ma una passione votata al martirio personale. Una metafora, probabilmente. Due persone che non sanno riconoscersi, una intenta a specchiarsi, l’altra intenta ad annullarsi in un’idea dell’altro, ognuno in pieno delirio di onnipotenza. Forse un invito a fermarsi, a riflettere, a considerare di più chi ci troviamo di fronte.

L’ Iguana non vuole, di Giusi Marchetta

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E’ un libro sulla scuola, ma anche di più di questo. Un insegnante che lascia la sua terra per raggiungere l’obiettivo della sua vita, quello per cui ha studiato. Napoli in cambio di Torino, caldo in cambio di freddo, famiglia in cambio di appartamento condiviso con una sconosciuta, una convivenza amorosa in cambio del nulla, un clima ostile, gelido. E una laurea che devi riconvertire in altro, dal latino all’insegnamento di sostegno. Tutti passi dolorosi, difficili, all’inizio inaccettabili, che ti fanno dubitare di tutto:

“Quest’anno è andata ma l’anno prossimo no. Gli insegnanti non servono. Nessuno serve davvero.Niente di questo è colpa mia. Io ho fatto tutto quello che dovevo: i buoni voti a scuola, la droga di rado, sempre leggera, gli esami in sequenza, la laurea in tempo, il tirocinio serio, la specializzazione col massimo, la scelta ragionata, la partenza, la volontà, il fegato, il cuore, i polmoni. Le ore. Giorni, mesi, anni di tempo in cambio di una preparazione. Un lavoro fatto dignitosamente. La certezza di un affitto sostenibile e di una coscienza pulita alla fine del mese.”

E così ad Emma viene assegnato Andrea, un ragazzo con un handicap dirompente, violento e aggressivo, diventando così anche un pericolo per i compagni ed i docenti, un problema che travolge Emma, l’ultima arrivata. Un tema generale, le enormi difficoltà che incontrano i giovani insegnanti, precari, mal pagati, utilizzati in ruoli che non avevano scelto e a cui spesso non sono preparati. E un tema personale, con Emma che si barcamena tra passato e presente, tra vecchi affetti da abbandonare e nuovi affetti tutti da costruire, e il prezzo psicologico da pagare sarà altissimo. La sua nevrosi, i suoi serpenti che le strisciano continuamente davanti e addosso. Solo l’amore per l’insegnamento spesso è motore che porta queste persone ad andare avanti comunque, mettendo in gioco i loro sentimenti e la loro stessa attività lavorativa, lottando anche contro colleghi ostili e menefreghisti.Lo scopo è far capire che il disabile non è la sua malattia, è altro. Così come il docente non è certo solo ciò che insegna. Un romanzo di grande denuncia sociale, contro chi governa, contro chi mette le mani sulla scuola non capendo, non curando, non amando. Ma esiste ancora una speranza. La ribellione al sistema rappresentata da questo pupazzo, l’iguana, che Andrea costruisce con le sue mani, di cui Andrea si serve per vivere e sopravvivere, il suo totem privato.

“L’iguana sa che vi sentite un’altra razza, che vi proteggete a vicenda, che pensate di essere immortali e che i vostri figli saranno come voi.Sa che questo Paese è colpa vostra.”

Non c’è scampo, non c’è salvezza.“E voi potete anche andare avanti a vivere come avete sempre fatto, a succhiare avidi tutta la linfa di questo Paese, a rubare spazio, possibilità e speranze, a passare il potere ai vostri figli, trasformando una repubblica in tante monarchie, a farvi Cosa Vostra, a essere i nostri padroni, il nostro inferno terreno. Solo che non potrete farlo per sempre. L’iguana non vuole.”

Esiste ancora un esercito di volenterosi che possono ribaltare le cose, adattandosi al nemico, per poi colpirlo:

«Forse c’è un imperativo naturale che va oltre l’adattati o muori e che è basato sulla fuga. Scappa quando le cose si mettono male. Torna a casa tua e restaci. Solo per un po’, ovviamente, finché non ricomincia a far male di nuovo: allora riparti. Se è il nettare il problema, bisogna copiare l’ape e passare da un fiore all’altro, il più in fretta possibile. Una flessibilità sostenibile. Una felice instabilità».

Lo stile è molto maturo, introspettivo, anche molto difficile da seguire, ci sono tantissimi sbalzi temporali, e un continuo mescolamento di realtà e sogno. Ho voluto leggere questa autrice perché aveva vinto il premio Calvino, ed ero incuriosito. Ne è valsa la pena, non fosse altro che per il tema trattato, che da sempre mi coinvolge.

Mendel dei libri – Stefan Zweig (pag. 53, anno 1929)

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Vienna. Un caffè. Il caffè Gluck, per la precisione. Perchè la precisione è importante, la memoria delle cose è comunque fondamentale. E Mendel, il signor Mendel, di memoria è il Campione Assoluto di categoria.E’ il massimo esperto di titoli e prezzi dei libri che si possa mai desiderare in tutta Vienna e forse in tutto il pianeta. Basta che tu spinga la porta di quel locale, e lo troverai lì, al suo tavolino, dalle sette e mezza di mattina fino all’orario di chiusura, con i suoi libri, chino su di essi. I libri, il suo mondo, il suo unico mondo, il suo unico interesse. Lui non si accorge delle persone intorno, di cosa mangiano in quel caffè, non si accorge nemmeno dei lavori che vi vengono fatti, delle luci che vengono montate, dei rumori, delle voci, e spesso nemmeno si accorge di qualcuno a mezzo metro da lui. Lui i libri non li legge, però, li cataloga come un calcolatore elettronico di precisione. E sa procurateli, tutti quelli che ti occorrono, ne elenca trenta in dieci secondi, un bibliotecario ambulante senza carta e penna. Si offende, se gli scrivi il titolo del libro che ti interessa scovare. Trent’anni lì, seduto a quel tavolino.La sua vita è questa. Scoppia il conflitto mondiale ma lui non se ne accorge. “Perché lui leggeva come gli altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi. Il suo rapimento quando leggeva era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano”.La guerra non c’entra nulla, con i libri, dunque lui la scarta, così come scarta tutto il resto. Lui legge, con i suoi occhiali, il resto è solo rumore ovattato. All’apparenza è burbero, scontroso, ma appena gli chiedi di un libro ecco che i suoi occhi prendono vita, si illuminano, scintillano, fiammeggiano. La sua era pura passione, fino a renderlo quasi infantile, nel senso più puro del termine. Infantile e dunque indifeso. E’ per questo che ci si sente partecipi, ci si sente di doverlo proteggere dal mondo, questa la sensazione che si prova leggendo questo breve racconto. La cattiveria del mondo non avrà pietà nè rispetto di un’anima pura. Questo racconto è la difesa della parola scritta, dei libri, della loro memoria, ma anche la denuncia contro i cambiamenti del mondo, che distrugge l’unicità per abbracciare il conformismo. In queste parole c’è l’amore per la cultura, per “i libri che si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e per difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio”.

Musica: Please, please, please let me get what i want – The Smiths

https://youtu.be/GaoCEdZnyFk

Il giovane Holden, Jerome David Salinger

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Il disagio giovanile, visto almeno 15 anni prima del suo effettivo esplodere. Un romanzo premonitore, anche nello stile, assolutamente nuovo per l’epoca. Per la prima volta si legge di un giovane che ha qualcosa da dire contro l’epoca in cui vive, ha da dire che le cose non gli stanno bene così come sono, e lo dice in modo a tratti anche violento, anche a livello verbale, pure questa una bella novità di impatto per essere il 1951. Non mi sta bene quello che hai creato, papà. Voglio un mondo diverso, meno ipocrita, meno bigotto, vorrei sempre sapere chi ho davvero di fronte, toglietevi quella maschera, accidenti a voi. Voglio un mondo dove l’arrivismo non sia tra i primi valori. E’ un messaggio di protesta, ma anche rassegnato, a tratti. Holden è un simpatico sbruffone, ma molto tenero, nel fondo del suo animo. Legato al fratello scomparso fino a farne quasi una divinità, che lo protegge dal mondo cattivo. E legatissimo alla sorella più piccola, che lui chiama “vecchia”, e non in senso dispregiativo. Sono i bambini la parte sana e vera del mondo, sono loro gli unici che non usano filtri, che ti fanno subito capire, con un solo sguardo, se sono dalla tua parte o se gli stai sulle palle. E sono loro, infatti, che Holden vorrebbe salvare. Vorrebbe evitare che chiunque cresca, diventi adulto e si perda irrimediabilmente. Eccolo, il senso del titolo, la parte più poetica del romanzo. The Catcher in the Rye: l’Acchiappatore nella segale. Che è l’unica cosa che Holden vorrebbe essere. E doveva essere tradotto alla lettera, sarebbe stato meglio. Acchiappare i ragazzini prima che cadano nel baratro. Salvarli dal crescere. Farli restare puri. Come vorrebbe per sè stesso, non crescere mai. E’ un messaggio disperato, di enorme solitudine. Ma non è solo questo, in lui comunque c’è tanta voglia di vivere, e la tensione del romanzo è qui, in questi due opposti che lottano, che tirano la corda della vita uno da una parte e uno dall’altra. Voglio vivere, ma la vita me lo impedisce. Gli adulti non fanno per me, non vivono come piace a me, non sanno darmi le risposte che io cerco. Non sanno dirmi dove vanno le anatre del laghetto del Central Park quando questo ghiaccia in inverno. Datemi questa risposta, almeno questa, e magari potrò pensare di appartenere al vostro mondo. Ma è chiaro che il tentativo di fuga dal crescere e dall’accettare di avere un ruolo in questo mondo è utopia, Holden andrà avanti come tutti. E come tutti non saprà cosa accadrà. Continuamente in fuga, continuamente alla ricerca di qualcosa di meglio.

Musica: Bridge over troubled water, Simon and Garfunkel

https://youtu.be/H_a46WJ1viA

Cassandra al matrimonio, Dorothy Baker

2015-07-13 12.12.30

Quando l’ho acquistato, ormai non ricordo nemmeno quando (giaceva in libreria da mesi, credo), non sapevo nulla nè dell’autrice, nè del contenuto. Non so perchè, credevo fosse cosa di oggi, contemporanea a tutti gli effetti, non credevo che l’autrice fosse defunta nel 1968. E che il libro fosse del 1962. E che trattasse di una storia ambientata un secolo fa, circa. Ingannevole la copertina, ingannevole anche il titolo, che mi faceva pensare a una storia tutta romantica.E, leggendolo, quell’impressione iniziale di contemporaneità si è, come dire, rafforzata. Perchè a me è sembrata una storia senza tempo. Il linguaggio usato, è senza tempo, e di sicuro non appare datato. Sembra scritto adesso, stamattina. E’ veramente una cosa che mi ha colpito.Casa Edwards, la classica famiglia americana all’apparenza impeccabile. Al di sopra delle umane e povere vicende umane. Non dico perfezione assoluta, ma sicuramente tendente a considerarsi migliore di ogni altra esperienza. Un padre filosofo/progressista, che educa con liberalità e intelligenza le due figlie, un ambiente sano, costruttivo, fecondo. Ma sappiamo bene che quasi mai l’ostentata sicurezza della perfezione sia effettivamente tale, nella realtà. Sappiamo bene che scheletri e armadi e paure e lacrime represse siano in ogni famiglia. Lo diceva anche Tolstoj, mi pare.Due gemelle monozigote, la loro storia, 11 minuti di differenza alla loro nascita, per il resto simbiosi assoluta. Cassandra vede la luce del mondo prima di Judith, e forse per questo si prende carico della sorella e del suo destino, anche senza che alcuno glielo abbia richiesto. Le due sorelle sono fuse in un’unica entità, vivono insieme, non concepiscono altro modo di vivere. Ed è proprio la famiglia, il primo problema, quello sprezzante chiudersi in se stessi, considerandosi inimitabili, più in alto del mondo. Poi, improvvisamente, Judith intravede la felicità in modo diverso, conosce l’amore, e decide di spezzare quel cordone che sa anche di incestuoso, in qualche modo, con la sorella, e anche di volerlo conoscere, quel mondo che la famiglia ha sempre tenuto fuori. Prima frequentando una scuola diversa, poi con l’annuncio del suo imminente matrimonio.E questo annuncio provoca il disastro. Due persone che prima si comprendevano con un solo sguardo, come due sposi perfetti, oggi non si capiscono più, oggi una vede l’altra con una lente deformata. E per Cassandra la separazione è un lutto, un dolore immenso, insopportabile. Un oltraggio inspiegabile, dal suo punto di vista. Chiede alla sorella, in pratica, il perchè abbia solo potuto pensare di rompere un’unione che forse lo stesso Dio, voleva indissolubile. Siamo due persone, ma solo biologicamente, in realtà siamo una sola che il destino ha voluto dividere in due. «Avremmo dovuto essere un’unica persona» . E prova a distruggere i piani della sorella.Cassandra non trova il suo posto nel mondo. In questo senso credo che chi legga si trovi attratto dal suo personaggio, pur riconoscendone limiti e follie. Ma siamo uniti anche a Judith, nella sua disperata volontà di far quadrare ogni cerchio, nel disperato tentativo di far felici tutti, di non scontentare alcuno. Il libro è diviso in tre parti, due con la voce di Cassandra, una con la voce di Judith. Una scelta che ho trovato molto azzeccata.Un finale che lascia aperta ogni soluzione, perchè la vita è questa, alle volte per rinascere bisogna morire, per far partire una vita nuova bisogna dar fuoco alla vecchia: “Nella vita, per ricominciare, non c’è niente di meglio di una fine”. Anche se non sappiamo se basterà, quella fine, per ripartire davvero.Un romanzo che sia per la prosa che per il contenuto tiene col fiato sospeso, affascina totalmente,la Baker taglia come una lama, col suo modo di scrivere, è una meraviglia il contrasto tra l’apparente leggerezza della narrazione e la perfezione dello scandagliare l’animo umano, fin nel suo abisso. Non riesco davvero ad immaginare come l’abbiano presa, i lettori del 1962…L’ho letto rapidamente e avidamente, nemmeno noiosi e chiassosi bagnanti sono riusciti a distogliermi dalla lettura. Un libro per me bellissimo.

Musica: The Space Between, Dave Matthews Band

https://youtu.be/emsqUPEves0