Molto forte, incredibilmente vicino – J. Safran Foer

molto forte

Avevo evitato questo libro perché parlava dell’11 settembre. Non avevo voglia di punti di vista americani, di nuovo, dopo anni e anni di continue celebrazioni, come se questa fosse stata la più grande tragedia dell’umanità, come se quelle precedenti, e quelle che sarebbero seguite, non fossero mai esistite o mai degne di essere narrate. L’assoluta incapacità di vedere al di là del proprio naso, questo mi dava fastidio, il dare la colpa agli “altri”, a una follia tutta esterna al proprio mondo, ecco quello che mi ha sempre allontanato dall’11 settembre. Ma questa è questione personale, tralasciamo.Ci voleva una persona amica, un regalo, per farmi provare a leggere questo romanzo. Grazie, Alessandra.E non ne sono pentito. L’autore narra la Storia, ma soprattutto la storia. Il dramma personale, l’elaborazione di una perdita, la ricerca del modo con cui uscire da un dolore e ricominciare a vivere. La struttura narrativa è su più livelli, e mi ha disorientato, all’inizio. Non capivo chi narrasse, e perché lo facesse, e da quale tempo, lo facesse. E’ un rompicapo, devi trovare il ritmo e devi trovare le chiavi di lettura. E poi si va. Si va con Oskar, questo bambino speciale, sensibile, che cerca in ogni modo di sopravvivere e di dare un senso alla follia umana, e soprattutto di vincere il suo grande dolore. E’ veramente difficile non cadere nel banale, nel retorico, nel già sentito e già letto, quando si va a toccare un avvenimento contemporaneo e lo si infila in un romanzo. Ma Safran Foer ce la fa, a non cadere nel banale. Lo fa grazie al linguaggio e alla mente di Oskar, al suo essere bambino, alla sua originalità, alla sua immaginazione fervida, alle sue invenzioni, al suo continuo chiedere il perché delle cose, alla sua sensibilità ed empatia, al suo tamburello che gli fornisce il ritmo del coraggio che ci vuole per trascinare quelle scarpe pesanti di dolore, sempre più pesanti. La sua visione del mondo, il suo modo di agire, sono tutte caratteristiche personali, singolari. Ma spesso ci si può ritrovare anche un adulto. Specialmente quando lui vuol reagire urlando, spaccando, distruggendo e anche facendo del male fisico a chi gli si para davanti, ma poi tutto resta nell’ambito della mente, del desiderio inconscio, la sua educazione e la sua bontà gli impediscono di passare ai fatti. Come spesso capita a noi. Anzi, a me è più la vigliaccheria, a frenarmi, non la bontà.Safran Foer interseca la voce di questo bambino speciale con quelle dei nonni e del padre, costruendo un coro familiare, in cui, ripeto, all’inizio ci si confonde, ma poi comincia a sentirsi un suono completo, e si comprende il senso del tutto. E’ la storia di un dolore che parte da lontano, e attraversa come una lama più generazioni, tutti narrano se stessi e le proprie incapacità, legando il proprio sentire, il proprio cuore, ai propri affetti, come una catena. Così il bombardamento di Dresda trova corrispondenza con le Torri Gemelle, un dolore familiare, tutto interno, ma anche universale, i tanti singoli dolori, le tante singole storie di perdite e lutti si intrecciano con quelle altrui, con quelle del mondo, una follia planetaria che valica il tempo, che si ripete, di cui nessuno ha spiegazione, e non resta che parlarci, stare uniti. Di fronte alla pazzia della Storia ci sono le piccole gentilezze quotidiane, le mille porte aperte al prossimo, i piccoli gesti delle nostre giornate, i caffè presi insieme, le chiacchiere, le confidenze, tutto quello che Oskar incontra nel suo percorso di ricerca, essendone lui il motore, con la sua ingenuità e la sua pulizia. Ecco che nel finale abbiamo la spiegazione della presenza di tanti personaggi “piccoli” in questa storia.Tutti abbiamo amore da dare, amore da ricevere, tutti abbiamo difficoltà nell’esprimerlo, c’è chi ha perso addirittura l’uso della voce, e deve trovare altre vie. Tutti cerchiamo la nostra strada per arrivare alla vita. Ma di vita ce n’è una sola, ed è un peccato:

“Dover vivere è triste, ho pensato, ma è tragico poter vivere una sola vita, perché se avessi due vite una l’avrei passata insieme a lei.”

Il libro è coraggioso anche per l’inserimento di immagini, pagine scritte, disegni, pagine con una sola parola, pagine bianche che però senti cariche di pensieri e di sofferenza. E’ un diario, un fotolibro, un puzzle, le tante foto presenti ti trascinano ancor di più nella storia, ti coinvolgono e ti tengono incollato. E’ lacerante, è coinvolgente. Ti senti insieme a quel bambino, che riavvolge le immagini all’indietro, sognando di poter tornare alla felicità che provava prima che il mondo gliela strappasse di mano. Non siamo mai pronti a dire addio a qualcuno, non riusciamo spesso a dire ti voglio bene a chi amiamo. Prendiamo tempo, pensando di averne. Ma la vita è una…e te le strappa di colpo, spesso. E il tempo che sembrava infinito di colpo ti lascia solo. “Papà…” “dimmi”…”niente…”…..

La lacrima scende, alla fine. E forse anche prima, ma non certo perché sia un romanzo da innamorati. E’ un libro doloroso, che parla di morte, di guerra. Ma anche di amore, certo, di malinconia, di rimpianti, rimorsi. E che alla fine fa comunque vincere la speranza, come accettazione, come voglia finalmente di esistere e non più di sopravvivere. Anche se a me ha lasciato un vuoto tremendo di nostalgia e di dolore. Un disperato desiderio di alleviare il peso di quelle scarpe e di togliere quei lividi a quel bambino, e nello stesso tempo di condividere il nostro peso e i nostri lividi. Ho amato Oskar, ma ho amato allo stesso modo la sua nonna e il suo nonno, le loro magnifiche imperfezioni, il loro modo di amare.

Un libro colmo di citazioni profonde, fortissime, profonde, potenti, che sono ormai da tempo un po’ storia della letteratura, tanto che ho avuto l’impressione di sapere già molto di questo libro quando ancora non lo avevo letto…

«Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?» «Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»

«E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l’ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. »

«io le ho spiegato come mi sentivo, gliel’ho spiegato in questo modo: le ho sollevato le mani di lato, le ho puntato gli indici l’uno verso l’altro e lentamente, molto lentamente, li ho avvicinati, e più si avvicinavano e più lentamente li spingevo finché, quando erano lì lì per toccarsi, quando erano solo a una pagina di dizionario dal toccarsi, premendo i lati opposti della parola «amore», li ho fermati, li ho fermati e tenuti lì»

«mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell’universo, ma anche straordinariamente solo. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c’è di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e fare sogni? »

«Il tempo passava come una mano che saluta da un treno sul quale avrei voluto essere. »

Musica: Where the streets have no name, U2

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