Pastorale americana, Philiph Roth (1997, 427 pag.)

roth

Uno strano libro.Uno stranissimo libro.Un faticosissimo libro. Che mi ha bloccato per un mese, impedendomi di leggere altro. Leggevo, e vedevo il libro aumentare di pagine, invece che il contrario.Alcune perle disseminate. Ma molta noia, per me, soprattutto. Un libro di sicuro incompiuto. Lascia dei buchi che a tratti sembrano voragini, più che altro. Mancano dei pezzi.Mette insieme tutto e il contrario di tutto.Inizia con l’Epica. La descrizione di un uomo che non è un uomo, visto dagli altri, ma un Superuomo. In America vale forse più che nel mondo, confondere un grande atleta con un grande uomo.E comunque sto Svedese (oddio quante volte ho letto Svedese, quante volte c’è scritta questa parola, in questo libro?? Odio la Svezia, odio anche i fiammiferi, adesso, gli darò fuoco sempre, accendendone uno) è consapevole di essere un uomo, e non un semidio, ma è un uomo diesel, uno che vuol stare “tranquillo”, uno che si crea un bel binario lungo il quale incanalare se stesso e la sua vita, e tutti coloro che ha deciso debbano venire con lui nel suo viaggio.Ma purtroppo per lui non era a conoscenza del fatto che “Tranquillo fece una brutta fine”. Nessuno lo lascerà tranquillo. Nè gli adoratori, nè la moglie, nè la figlia, nè gli amici. Tutti di lui si sono fatti un’idea e un’immagine e lui non potrà corrispondere a quelle immagini, la sua ambizione di piacere a tutti e di essere in pace con tutti e col mondo verrà infranta nel peggiore dei modi. Dalle stelle alle stalle. Questo, il tema numero uno. Lo Svedese da eroe alla polvere. Insomma, un tantinello brusco il contrasto tra l’epica e la storia tutta interno-famiglia che segue dopo.Che dire…personaggi inseriti anche loro brutalmente e senza spiegazione, questa Rita che viene dal nulla, che dovrebbe essere legatissima alla figlia dello Svedese, ma di cui lei nega l’esistenza…cosa sarebbe, una trovata per tappare un buco? Periodi lunghissimi di spiegazione psicologica dei personaggi, ripetitivi, che girano su se stessi di continuo, poi magari arrivano rivelazioni importantissime che spiazzano del tutto, per il contenuto e per come arrivano, tipo il fatto che l’irreprensibile Svedese ha avuto un’amante, notizia che viene così, in sordina, francamente assurdo…come assurdo è il finale, quest’uomo campa fino a 70 anni ma ne vengono raccontati 40, veniamo lasciati ad un crocevia, ci vien fatta solo intuire quale sarà la direzione che prenderà la sua vita, ma non viene in alcun modo descritta, come non fosse importante. Ma perchè?? Forse sarebbe stata la parte più interessante, quella dove finalmente quest’uomo avrebbe potuto mostrare davvero come era fatto, vivere appieno la sua vita.Insopportabili, per me eh, le descrizioni infinite sulla tecnica di lavorazione dei guanti, questo realismo portato all’eccesso, come dilungarsi, è stato veramente una palla al piede.La scrittura è pulita, non ridondante, ci sono seminate perle, come dicevo, qua e là, belle riflessioni sulla vita, ma mi pare che tutta la struttura generale sia divagante e troppo stramba.Il punto numero uno, il dubbio vero, è che non si capisce come il narratore sia a conoscenza della vita dello Svedese. E’ un racconto immaginario, il che la dice lunga. Zuckerman conosce lo Svedese solo da bambino, lo adora per le sue imprese sportive, ma poi lo perde di vista per una vita, lo incontra dopo tantissimi anni, e viene a sapere solo frammenti. Poi incontra Jerry, il fratello, da cui viene a conoscenza della morte dello Svedese, mentre sono a questo party di ex alunni della stessa scuola. E da questo party non se ne esce più eh, fino alla fine del libro, quindi mettetevi comodi, prendete un’aranciatina, pizzette e patatine, e mettetevi l’anima in pace. Da questi frammenti il narratore scrive questa presunta biografia dell’Eroe, in cui le certezze svaniscono e arrivano ondate di dubbi e di cose dette e pensate a metà. Non avremo alcun puntello, davvero tutte domande senza alcuna risposta chiara. Solo un uomo che passa tutta la vita a giocare in difesa, in aperto contrasto col suo rendimento e comportamento sui terreni di gioco calcati, spavaldo nel gioco, incerto e timoroso nella vita, si crea una bolla di sicurezza che però gli scoppia in faccia. E non muove un passo nemmeno quando questa bolla scoppia e lui osserva la realtà. Può solo piangere la sua ambizione di controllo naufragata nel più profondo del mare, tutto quello che voleva andasse dritto procede nella maniera più storta possibile. Ma mi rendo conto senz’altro che tutte le critiche io ho posto al romanzo possono diventare, e diventano, pregi, per chi questo romanzo lo ama. Le digressioni noiose e slegate, per altri sono funzionalissime alla narrazione, spiegano, e non confondono, introducono, e non ci allontanano. I personaggi senza costrutto, senza un perchè, diventano anch’essi fondamentali, invece, sono i fallimenti che si presentano in faccia a chi riteneva tutto spiegabile e controllabile, sono le bombe sotto la costruzione solida, sono fango al posto del cemento. Il fratello,la figlia, Rita, gli gridano in faccia “sei un fallito”, “credevi di poter sopportare tutto e controllare tutto, e hai fallito”. E non c’è comunque solo lo Svedese, nel fallimento. E’ totale, riguarda tutti, tutti abbiamo voglia di gridare chi siamo, e tutti invece recitiamo una parte che ci sembra ineludibile. Il finale è….una cosa davvero emblematica del tutto…un assurdo vero. Grottesco, una macchietta, una cesoia che lascia senza parole. E anche qui mi chiedo la ragione. Per me il tutto resta una buona idea, ma spiegata in modo spesso incomprensibile.”La sua capacità di soffrire non esiste più”. Bene, non resta più niente dei punti di partenza. E allora, che si fa, adesso? Si va avanti, ma come, e dove, e con chi? Oppure non vale la pena, possiamo anche crepare subito, tanto non ci capiamo nulla e ci facciamo solo del male? Ho ragione io, a dire, spesso, che non si ottiene nulla, che è fatica vana? E che per affrontarla, la vita, ci vogliono due coglioni da pachiderma, e se non ce li hai è meglio che togli presto il disturbo?Le non risposte. Sono un pregio per tanti lettori. Ma per me no. Io, appunto, sono un semplice lettore, non ho gli strumenti per vedermi gettata addosso tutta questa molteplicità di domande senza risposta, di interrogativi senza motivo, di argomenti trattati a metà e lasciati in sospeso. I miei mezzi sono limitatissimi, e non posso essere soddisfatto del bilico. A ognuno il suo, Roth non fa per me.

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