No Prof (it)

A volte sento il bisogno di ribadire dei concetti, che per me sono chiarissimi, ma a volte, appunto, mi arriva l’intuizione che non lo siano affatto per qualcun altro.

E dunque dico che questo spazio non intende insegnare nulla a nessuno. E’ solo un posto dove io ogni tanto, poco, scrivo quello che mi passa per la testa. Dove copio le impressioni su un libro che ho già scritto in altri luoghi. Dove posto le mie foto, spesso già postate in altri luoghi. Diciamo che mi occorre per quando arriverà il temuto Alzheimer, e non ricorderò quasi nulla di quello che ero stato (e che già di per sè era vicinissimo al nulla, ma lasciamo perdere).

Non insegno nè voglio insegnare niente. Magari da una riflessione personale di poco conto potrebbe venir fuori altro, un dibattito, una riflessione altrui. Come una piccola onda che ne crea altre, e alla fine ci ritroviamo a guardare il nostro piccolo mare che si muove, e magari diventa un piacere. Ma insegnare no. So che tutto questo è praticamente nullo, inutile, qualcosa di cui nessuno sentiva il bisogno.

Bene, ho finito. Buona giornata a tutti.

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Percezioni del Bailando

fisa

Lunedi ero in giro per Roma, classica passeggiata come fossi cittadino tedesco,,olandese, giapponese, i Fori, Altare della Patria, piazza di Spagna, giri fatti duemila volte, di nuovo c’e’ solo la voglia di fare un po’di scatti con la reflex…ma comunque certe cose puoi anche averle viste mille volte,ma la bellezza ti colpisce sempre, perchè la vita evolve, tu cambi, e anche la percezione di ció che osservi cambia, le sensazioni e le emozioni cambiano. E nom parlo solo di monumenti, di piazze e di fontane. Eŗo soddisfatto, stavo andando via, sono entrato nel cunicolo della metropolitana e subito arriva la musica, come sempre…e niente…io non resto mai indifferente. Un anno fa, tra Pincio e Trinità dei Monti, un tipo suonava Albano con la chitarra..chi mi conosce un minimo sa cosa penso di Albano…ma lo stesso mi sono sorpreso a cantare,mentre gli passavo davanti…una settimana fa in metro ho trovato un emulo di Santana…e sempre mi incanto…sempre mi rallegro, sempre dò soldi volentieri…e lunedi..lunedi mi toccano le note di Enrique Iglesias, mi tocca sentire Bailando. Appena metto piede in quel cunicolo riconosco il motivo, stavolta è fisarmonica, e stavolta non percepisco solo la mia allegria, percepisco anche quella del musicista… e succede che canto..succede che vorrei anche ballare,ma la vergogna mi frena. Però rallento il passo. Subito, istintivamente. Perchè voglio ascoltare più che posso, perchè so che una volta superato il musicista, la magia finirà, quei secondi in cui ti senti finalmente leggero, felice, finiranno, e verrai di nuovo risucchiato in un vortice di indifferenza e di meccanicità, nel tuo mondo del previsto e del prevedibile. Mi avvicino, e non c’è solo un uomo con la fisarmonica che suona e balla a tempo. C’è una donna. E intravedo altro. Un fagotto attaccato alla sua pancia. E’ un bambino, piccolissimo, che dorme. Dorme in mezzo a Bailando suonato a manetta, dorme in mezzo alla musica alta e dorme nonostante la madre balli. Sì, pensiero immediato, quasi di tutti: oddio, povero piccolo. Oppure oddio, povero piccolo, genitori sciagurati. Oppure, politicamente più corretto, oddio, accidenti alla povertà. Magari tutta questa roba l’ho pensata anch’io, per un centesimo di secondo. Ma la musica ha il potere di rallegrarmi, di commuovermi, di scuotermi, di cancellare la mia mente, cancellare il brutto e infilarci solo il bello. E allora niente, non ho visto miseria, non ho visto povertà. Ho visto la gioia. Magari ad uso e consumo dei frettolosi passanti, ad uso e consumo del riempire di soldi quel bicchiere di carta, chi lo sa. Può darsi. Eppure li ho guardati. Specialmente lui che suonava. Era felice. Chi sono io per decidere della sua infelicità? A noi non basta mai niente, a certe persone magari basta essere vivi, e comunque lui sapeva fare qualcosa che io non saprò mai, e questo lo rende già infinito, ai miei occhi. Non me ne frega niente se fosse Rom, zingaro, albanese, rumeno, polacco, ungherese, cinese, australiano, filippino…ho visto un regalo a me, ho infilato monete nel bicchiere, ho apprezzato quella versione di quella canzone, è la migliore che abbia ascoltato, e quando mi ricapiterà di ascoltarla via radio, nella versione originale, non potrò fare a meno di pensare a quel bambino pacioso e ballerino suo malgrado, e non potrò fare a meno di sorridere. Le percezioni che cambiano.

Si mis manos pudieran deshojar

“Pronuncio il tuo nome nelle notte buie,
quando gli astri vanno
a bere alla luna
e dormono gli alberi
delle foreste cupe.
Ed io mi sento vuoto
di passione e di musica.
Orologio impazzito che canta morte ore antiche.
Pronuncio il tuo nome
e in questa notte buia,
il tuo nome suona
più lontano che mai.
Più lontano delle stelle,
più dolente della spiaggia quieta.
Ancora ti amerò
come allora? Quale colpa
ha il mio cuore?
Se si alza la nebbia
quale nuova passione m’attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!”

Federico Garcia Lorca,  (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936)

Stirpe – Marcello Fois

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Ancora un romanzo in cui storia personale di una famiglia si interseca alla Storia pubblica. Dalla fine dell’800 fino alla fine della seconda guerra mondiale. La famiglia Chironi, nata dal nulla, da due orfani, Michele Angelo e Mercede, “lui fabbro e lei donna”, e tanto basta. Un amore particolare, due caratteri particolari e diversi, che danno vita alla “stirpe”. Tanta fatica, tanta onestà, per riuscire ad arrivare ad una prosperità economica, ad una saldezza di vita. Ma questa agiatezza viene messa a durissima prova, «la felicità non piace a nessuno che non ce l’abbia». Come se la felicità e l’infelicità fossero sempre su di una bilancia, e quando pende dalla parte positiva devi sempre attenderti il rovescio della sorte. E non sai con chi prendertela. Se con un Dio che non ascolta, o con un cielo che è troppo bello, troppo terso, rispetto alla crudeltà di ciò che accade su questa misera terra, abitata da uomini malvagi e stupidi. Il mestiere di fabbro è l’emblema di un uomo e di tutta la sua famiglia, sempre incastrata tra incudine e martello, sempre costretta a piegarsi, a soggiogarsi come metallo, una volta a indurirsi, l’altra a piegarsi, l’altra ancora a fondersi, per resistere strenuamente ai colpi della vita. Le domande sono tante, perché soprattutto una felicità domestica, una fortuna guadagnata con lavoro onesto, debba subire questa durissima legge del contrappasso, che ci fa capire quanto siamo appesi ad un filo…. “guardare una parte di sé che cresce e si sviluppa era come avere la certezza di non morire mai. Ma, allo stesso tempo, anche avere la certezza che per sopravvivere bisogna rassegnarsi a morire”, “perché non c’è genia, da che mondo è mondo, che sia nata forte e invincibile se nutrita di lacrime”. Un dolore immenso e rassegnato, perché la vita è questa, e tocca adattarsi. I temi della paternità, della maternità, arrivare a dire che i genitori hanno il solo compito di amare i propri figli, qualunque cosa accada, non aspettandosi altro in cambio, anzi mettendo in conto ogni colpo della sorte avversa. E resistere, sempre. Prima non capendone i motivi, poi cedendo, rassegnandosi alla sconfitta, quasi. Ma in fin dei conti mai mollare, perché tutto potrebbe mutare ancora, e trovare infine un senso a tutto.
Stirpe è scritto con una prosa meravigliosa, che ti fa amare la lingua italiana, antica, ricca di metafore, molto raffinata però, con gli intermezzi del dialetto sardo molto ben usato e diluito. Una scrittura che non ti stanca mai. Una precisa descrizione dell’animo umano e anche della Sardegna intera, e della storia.
Mi hanno commosso tanti brani del libro, ma soprattutto il finale. La descrizione della lavorazione del metallo paragonata alla crescita di un figlio, di un essere umano, pagine che copierei e incollerei per intero. E l’incontro finale che apre alla speranza della vita.

Voci dalla Luna, di Andre Dubus – Ed. Mattioli 1885 – 136 pagine

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136 pagine. Andre Dubus, scrittore di romanzi brevi o racconti lunghi, ecco. 136 pagine, una giornata nella vita di questa famiglia, ventiquattro ore e basta, ma dense di psicologia, di autoritratti, di percorsi personali. Dubus dà voce a ognuno dei componenti di questo nucleo familiare scombinato, spezzato, sconvolto, almeno in partenza e almeno in apparenza. “E’ colpa del divorzio”, questo l’incipit, grazie al quale veniamo subito trascinati nella storia. Racconto, dicevamo. Dubus, insegnante di lettere, grande ammiratore di Cechov, da qui la maestria nel racconto breve, e credo anche grande maestria di insegnamento e di umanità, date le parole con cui lo ricordano i suoi allievi, tra cui il Peter Orner che scrive la bellissima postfazione di questo libro.Orner scrive: “Questo è un libro gioioso. Di una gioia conquistata con dolore e a fatica. Ma nondimeno una reale, e persino ardente, gioia”. E, ancora: “Il mistero doloroso sollevato da questo libro, non è incentrato su come possiamo evitare di fare del male, risiede piuttosto su come dobbiamo comportarci dopo che lo abbiamo fatto.”

Sì, credo sia così, più o meno.  Questo racconto narra il profondo affetto e amore che lega questi personaggi, nonostante i loro errori , le loro manchevolezze, i loro bisogni che fanno soffrire le persone che amano. E’ una formazione umana, un romanzo di formazione che però non riguarda solo Richie, l’adolescente, ma tutta la famiglia. Tutta la famiglia vive e soffre e cammina, va avanti, attraversando un dolore vero, per poi riuscire a guardare avanti, sempre tenendosi comunque per mano. Due divorzi squassano le fondamenta di questo nucleo, ma da tanto dolore si deve e si può ricostruire. Dubus parla di una vicenda molto privata e poteva farlo in modo torbido, data la situazione mostrata. Ma non ha scelto di fare questo.  Ci mostra che nella vita non sono né la razionalità estrema, né le regole ferree, né il moralismo, a guidare gli esseri umani, ma che se c’è una speranza da coltivare questa va ricercata solo nella purezza di quello che si prova nel cuore, nei nostri sentimenti. C’è un padre che va per una strada impervia, ferisce, ma l’amore per i propri figli non è in discussione, mai, e loro lo sentono, sempre, e sarà questa la chiave che risulterà vincente. Ci saremmo aspettati una descrizione drammatica, dato l’incipit e data la situazione. Ma Dubus prova a farci vedere le cose da altra angolazione. L’angolazione del cuore. Dell’accettazione di come siamo, ma non per vigliaccheria, né per cinica scelta, o istinto di mera sopravvivenza, ma solo perché in noi c’è del buono, non siamo esseri straordinari, siamo normalissimi esseri umani, ma abbiamo comunque in noi una ricchezza potenziale che ci può guidare verso una vita serena, anche felice, se solo riuscissimo a sfruttarla ,  a capire come sfruttarla. Il come risiede nel non erigere muri, ma comprendere chi è intorno a noi, chi ci ama e chi amiamo, allargare la visione, inglobare e non respingere a priori.Ci sono momenti stupendi, descritti in questo racconto. Certi dialoghi e certe scene sono meravigliose. E non solo per le parole dette, anche per i gesti descritti o che Dubus ci fa immaginare. Penso al piccolo Richie e al suo amore nascente Melissa, a quella meraviglia dell’intreccio delle loro mani, al cuore che batte all’impazzata, confuso, incredulo, felice di essere lì a guardare le stelle e a intuire che si tratta del primo amore che sta emergendo. Penso al dialogo tra Brenda e Larry, la comprensione, la compassione, l’amore che, seppur finito, lascia un segno tangibile nell’accettazione del dialogo, il riuscire a capirti, a dirti beh anche se non ti amo più a te ci tengo, ti voglio bene, vieni qui, sfogati, ti comprendo. E soprattutto penso al dialogo finale, uno splendore, tra Joan, la madre, e Larry, il figlio addolorato che viene per sfogare la sua frustrazione. Una madre che sa già tutto, che capisce tutto dallo sguardo del figlio, senza che lui parli, che sa già quello che il figlio stesso non ha ancora capito, perché è così da sempre, una madre è questo: “Quante volte aveva sentito il caldo formicolio della lattazione al seno, quando Larry era già un ragazzo, e lei non lo allattava ormai più da tantissimo tempo, e lo vedeva piangere di dolore?”…. che gli dice “parleremo fino a quando non ti estorcerò un sorriso”.  Una madre che ha lasciato la famiglia e un figlio ancora piccolo, e che vivrà con questo dolore per sempre, “Avrebbe preferito portare di nuovo Richie in grembo e affrontare di nuovo il dolore lancinante del parto, piuttosto di provare ancora il dolore del giorno in cui lo aveva salutato e se n’era andata, piuttosto di ciò che avrebbe dovuto continuare a sopportare per il resto della propria vita”, ma che lo ha affrontato, ha trovato un perché, ha saputo trovare la via giusta, con la frase chiave del libro intero: “Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo”.

E’ un omaggio non agli eroi tradizionali, gli esseri quasi sovrannaturali, ma un omaggio a chi resiste, chi si piega al vento forte per evitare di essere spezzato, a chi volta la pagina di un pesante libro e continua a vivere. Un omaggio alla vita. Scritto da una persona che ha passato gli ultimi 13 anni della sua vita immobilizzato su una sedia a rotelle, per essere stato travolto da un’auto nel tentativo, riuscito, di salvare un’altra vita umana. Lui ha trovato il modo di girare quella pagina, e lo ha fatto con energia incredibile.

Musica: Frank Sinatra – I Get A Kick Out Of You

La strada, Cormac McCarthy – Einaudi, 2007, pag. 218

 

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“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo.”

 

Che cosa non è ancora stato scritto, su questo libro? Nulla, credo.
Immaginate di essere alla Fine del Mondo, il giorno dopo, le settimane dopo, l’anno dopo, gli anni dopo. Siete stati così “fortunati” che il vostro biglietto della lotteria è risultato essere il vincente, insieme a quelli di pochi altri. Ebbene sì, il mondo è finito, ma tu sei sopravvissuto. Tua moglie no, ha preferito chiudere i giochi, ma tu e tuo figlio siete ancora vivi, anzi, lui addirittura è un nato dopo la catastrofe. Talmente fortunato da non aver nemmeno un ricordo di come fosse il mondo “prima”. Non ha i tuoi odori, i tuoi colori, le tue immagini. Non sa che il cielo era azzurro, che il mare era blu, che gli alberi erano verdi, frondosi, che c’erano uccelli che cantavano. Conosce solo il grigiore attuale, la cenere che ricopre ogni cosa, l’immobilità, la lotta per la sopravvivenza.
Capitoli brevi, secchi, scrittura asciutta, densa, corposa, descrittiva ad un livello fenomenale, siamo lì con loro due, a camminare senza sosta, alla ricerca di una speranza di vita, pur essendo accerchiati dal nulla, dal grigio, dalla nebbia, dalla pioggia continua, dal nero, dalle stagioni annullate, ne esiste una sola, un freddo, gelido, desolante inverno. Non sappiamo dove siamo e in quale anno siamo, è tutto annullato, perché non ha più importanza, non sappiamo cosa sia accaduto al mondo, se una catastrofe nucleare, una guerra atomica, oppure un disastro naturale, nemmeno questo ha importanza, cosa ce ne importa, del resto, adesso conta solo sopravvivere, conta solo la ricerca del cibo, ossessiva. I colori. Ecco, mancano i colori, in questo racconto. E’ tutto buio.

“Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.”

Solo a tratti compare un lampo di colore, come quello di una mela, ad esempio. Serve a dare speranza, anche se subito annullata da un nuovo grigio. Il silenzio ci circonda. Un silenzio assordante. Un silenzio che, quando viene spezzato, ci precipita nell’angoscia, molto più che nella speranza. L’angoscia di incontrare un altro sopravvissuto che faccia parte però dei “cattivi”. Perché questo accade, quando il mondo si spegne. Si spengono i sentimenti, si annullano migliaia di anni di crescita sociale e mentale, e tutto viene riportato, resettato al punto di partenza, diventiamo istinto di sopravvivenza, crudeltà pura, la socialità è morta, diventiamo tribù in lotta per un pezzo di cibo e basta. Non ci sono colori, non ci sono date, non esiste spazio né tempo, e non esistono più nemmeno i nomi. Ci sono “l’uomo” e il “bambino”, quasi che l’annullamento del mondo abbia annullato anche il senso e il significato dei dizionari.

“…e gli si sedette accanto abbracciandolo e scompigliandogli i capelli davanti al fuoco perché asciugassero. Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.”

Il silenzio, dicevo. E’ un elemento cardine. A noi oggi poche volte è data l’opportunità di viverci. E, quando capita, strabuzziamo gli occhi. Immaginiamo un mondo così. Privo di vita. Ogni rumore, ogni minimo scricchiolio risulterebbe amplificato alla massima potenza. Anche le foglie che volano o la polvere che si posa assumono una vitalità sonora incredibile. E questi rumori generano paura e speranza. Speranza di sopravvivere. I rumori e i colori e gli odori della piccole cose….sono un monito per noi, che ancora li abbiamo davanti agli occhi, e non ci accorgiamo di quanta bellezza sia viva nel mondo, di quanto la cultura, i libri che abbiamo scritto e letto avrebbero dovuto farci camminare e crescere, e di quanto siamo superficiali nel non rendercene conto. Potremmo perdere tutto in un attimo. E ritrovarci al buio.

“L’oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un’oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare.”

“Quanto colore invece nei sogni. In che altro modo poteva chiamarti a sé la morte? Poi ti svegliavi in un’alba fredda e tutto si riduceva immediatamente in cenere.”

“Cercò di pensare a qualcosa da dire ma non gli venne in mente nulla. Aveva già provato quella sensazione, qualcosa che andava oltre l’intorpidimento e la disperazione sorda. Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso?”

La cosa centrale del libro è il rapporto tra padre e figlio. L’amore tra i due segna davvero l’unica speranza, sia per loro stessi che per il mondo intero, per quel che ne resta. E’ il bambino il fulcro della speranza, la sua innocenza, la sua bontà innata, la sua compassione, la sua pietà per il prossimo, il suo interesse sincero per le sorti degli altri. Lui che non ha conosciuto il vecchio mondo, eppure sa più di tutti, più del padre, cosa significhi amare. Ed è l’ultima ancora di salvezza per il padre, che se non fosse per lui non si distinguerebbe in alcun modo da quelli che chiama “cattivi”. E’ suo figlio a tenerlo in vita, a riscaldare il suo cuore gelato dalla vita e dalla sofferenza e dal freddo gelido del mondo morto. Il loro rapporto è fatto di domande secche e risposte secche, serrate, una specie di partita di ping pong, in cui il padre deve decidere ogni volta se sia meglio illudere per proteggere o essere sincero per stimolare la crescita e fortificare lo spirito, pensando ad un futuro in cui il figlio sarà irrimediabilmente solo.

“Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.”

Questo libro è un’ esperienza extra sensoriale, McCarthy ci guida, ci fa immergere nella storia, siamo su quelle strade con i due protagonisti, sentiamo gli odori, le puzze nauseabonde, il rancido, quando trovano il succo d’uva lo assaggiamo con loro, come se stessimo sentendo la loro stessa fame e la loro stessa sete, il gelo del tempo lo sentiamo nelle nostre ossa, siamo sotto quel telone a morire di freddo, sentiamo il ticchettio della pioggia e ci rannicchiamo con loro, stretti, angosciati, stanchi, confusi, disperati, ma non ancora vinti. Non ancora vinti. C’è ancora battito.
Una scrittura espressiva, davvero molto potente.

Musica: Massive Attack, Teardrop

Mentre morivo, di William Faulkner – 1930, 231 pagine

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“Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti per tanto tempo”.

Come si può commentare una frase simile? Il nichilismo totale, nessuna speranza, né affetti, né amore, nulla ci salva dal nostro destino, che è solo quello di vivere in attesa del vero scopo finale, la morte. Devastante Faulkner. Un romanzo dalla trama che tutti hanno definito scarna, per così dire ordinaria, (non concordo) ma complicato, molto complicato. Mette a dura prova la pazienza. Sarà che fa un caldo mortale, ma le finestre spalancate di casa mi hanno invogliato diverse volte a prendere il libro e tentare un gran lancio da quarterback. Lo stile è arduo, almeno per me è stato denso di ostacoli. Ma è pregno di significati, scandaglia la condizione umana, la solitudine, l’egoismo, la miseria da cui saremmo pervasi.
Faulkner sceglie non la narrazione da Deus ex machina, bensì quella del flusso di coscienza, 59 capitoli narrati separatamente da tutti i personaggi, a rotazione. Tutto il romanzo si incentra sull’imminente morte di questa donna, Addie, e sul viaggio che il marito Anse e i cinque figli dovranno intraprendere per portarla da questa sconosciuta contea del Mississippi a Jefferson, il luogo che Addie aveva scelto per la sua sepoltura. Su di un carro che si regge in piedi per miracolo, in condizioni avverse, con la stessa famiglia che si regge per miracolo. Un corteo funebre non solo perché trasporta la salma di Addie, ma soprattutto perché richiama il fallimento e la pochezza di tutti i partecipanti, delle loro vite tristi, insoddisfatte, egoiste, rabbiose, folli. L’espediente narrativo di volerci mostrare la storia da diversi punti di vista alla fine ci mostra che la storia è solo una, il dramma è uno solo, la fine è una sola. Tutti preoccupati e tesi solo al denaro, all’interesse personale, nessuno ama questa donna, questa moglie e questa madre, non l’hanno amata in vita, non l’amano mentre la guardano morire, non l’ameranno di certo mentre la conducono alla sepoltura, durante una specie di tempesta. E’ solo un impiccio, la vita insieme, e anche la morte, lo diventa, è solo un obbligo da espletare più per “la gente” che per convinzione intima. Cash, un figlio maniacale, che costruisce la bara per la madre con la madre ancora viva, madre che osserva il lavoro per controllare che sia fatto bene….ci sembra di sentirla, quella sega, per tutta la parte iniziale del romanzo, è quel rumore che segna il tempo…Darl, il figlio uscito dalla guerra, visionario, folle, pazzo, non voluto e non amato dalla madre e da tutti, ma la sua è una lucida follia, è quello che meglio vede le cose, infatti Faulkner gli dà voce per 19 capitoli su 59 totali… Jewel, l’unico amato, quello nato da un amore extraconiugale, che si spacca la schiena per comprarsi un cavallo, che sembra la sua unica passione..Dewey Dell, l’apparenza verginale che nasconde la gravidanza: “Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile”, incredibile descrizione di una gravidanza… e Vardaman, il piccolo della famiglia, il bambino che vive il dolore a suo modo, quello per cui la madre diventa un pesce, perché lui si sente nato da un mero rapporto fisico, animale, e basta…quello che pensa che la madre di Jewel sia un cavallo, simbolo della passione infuocata e basta, e che pensa che Darl non abbia affatto una madre, perché non è mai stato amato e voluto..e, nello stesso tempo, coltiva il sogno bambinesco di un trenino da comprare al ritorno, e che è capace di riflessioni così, ancora: “Il pianto fa un sacco di rumore. Vorrei che non facesse tanto rumore”…e poi c’è Anse, il capofamiglia, ottuso come nessun altro al mondo, che ama con un suo modo ottuso quanto lui, che accompagna la moglie per questo ultimo viaggio mettendo a rischio tutta la famiglia, ma non per amore, solo per obbligo contratto con la società che osserva, attonita, questa disgraziata famiglia, assurda famiglia….il capitolo che porta il nome di Addie, che ci fa leggere i suoi pensieri, è il più potente, a livello negativo, e il più veritiero, almeno dal punto di vista dello scrittore. Una madre che ha sempre odiato marito e figli, ed ha passato la vita a tentare di mascherare questo odio, sfogandolo in un privatissimo modo: “Il pomeriggio quando la scuola era finita e anche l’ultimo se ne era andato tirando su col nasino sporco, invece di tornarmene a casa scendevo giù alla sorgente dove potevo starmene in silenzio a odiarli”.
Tremendo.

“Così mi presi Anse. E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c’era una parola o no. Mi resi conto che paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto… Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura.”
Terribile.

Darl, il figlio non amato, non voluto, il folle, il pazzo. Ma Cash, il fratello, riflette così, su di lui: “Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”. Darl, che si mette in viaggio cosciente dell’inutilità del tutto, l’unico a farlo, l’unico a ridere di questa vita assurda.

Un libro composto da tante voci, che arrivano ad un coro di desolazione e devastazioni totali. Non c’è salvezza per nessuno, riscatto per nessuno, gioia per nessuno. Sono tutti condannati alla propria esistenza miserevole. Due sole persone lo comprendono e se ne tirano fuori, una scegliendo la morte, l’altra optando per una lucida follia.
Anticipatore di Sartre, Camus, Beckett, amato da Bukowski…queste sono cose troppo letterarie e tecniche, per me. Io dico solo: mettetevi alla prova.

Musica: Mogwai – Take Me Somewhere Nice
https://youtu.be/luM6oeCM7Yw

Giulia 1300 e altri miracoli, Fabio Bartolomei

giulia

Gran parte dell’Italia, pregi e soprattutto difetti, in un romanzo. Paradossale, ironico, divertente. Una lettura di impatto leggero, ma i temi sono comunque importanti. Fallimenti personali, voglia di riscatto, il lavoro, l’integrazione, la malavita, la connivenza, la ribellione almeno tentata, il divorzio, la solidarietà, il razzismo, l’integrazione e, ovviamente, l’amore. Diciamo, di fronte a questi romanzi, sempre la stessa cosa, e cioè che sono libri troppo sognatori, troppo buonisti, troppo ottimistici. Ma lo diciamo solo perchè noi esseri umani ci siamo dimostrati talmente cattivi oppure talmente assuefatti alle cose cattive, che non appena ci imbattiamo nel buono la prima frase istintiva di risposta che ci sorge è “non è possibile che accada, nella realtà”. Eppure ce ne sono, di persone che si sono ribellate, che hanno cercato qualcosa di più giusto, di più bello, e che ce l’hanno anche fatta. Viviamo da narcotizzati, attendendo un risveglio ma non capendo che solo da noi stessi può arrivare, da nessun altro. Qui il prato musicale del libro è una coscienza sotterranea che emerge, che rende migliori, che unisce, che da il la alla speranza. Tre protagonisti inerti, insoddisfatti, falliti, truffatori, meschini, anche. Che però ci provano, a riscattarsi. Evolvono. Cambiano. Escono dalla narcosi. Ansiosi di trovare un luogo, un posto, un modo di vivere che gli faccia dire “io esisto, sono qualcuno, sono diverso”. Quello che dovremmo fare tutti, in questo Paese.

“Siamo la generazione del piano B. Lavorare in questo paese fa così schifo che, anche se fai il miracolo di raggiungere la posizione per cui hai studiato, dopo due anni ne hai le palle piene e inizi a elaborare il tuo piano B. Quasi sempre si tratta di un agriturismo, questo quando allo schifo per il lavoro si aggiunge lo schifo per la città“.

Per ora, leggendo, ci accontentiamo di fare un cenno di consapevolezza, con la testa. Un libro dove si ride moltissimo, ma dove trovi inseriti pezzi molto riflessivi, importanti, sulla criminalità, sull’amore, sulla vita.

“La mafia non è capace di conquistarsi uno spazio proprio, sa prosperare solo dove la società lascia dei vuoti. Se le famiglie lasciano dei vuoti, se la scuola lascia dei vuoti, se lo stato lascia dei vuoti, la mafia conquista terreno…”

“Io sogno di prendermi cura di lei quando sarà vecchia, di massaggiarle le gambe quando saranno gonfie, di dirle che è bella quando nessuno si sognerà più di farlo, di farla viaggiare quando penserà che ormai sia tardi, di farla ridere quando le altre saranno sole alla finestra con lo sguardo triste. Saprò leggerle negli occhi la paura di morire e riuscirò a farla pensare ad altro… Voglio che si senta sicura aggrappata al mio braccio quando non si sentirà più ferma sulle ginocchia, e quando sarà sorda non mi stancherò di ripeterle le cose due volte”

Letto in poche ore, scivola via che è un piacere.

Musica: La tua canzone, Negrita

https://www.youtube.com/watch?v=JJpwy9pAnXs