La strada, Cormac McCarthy – Einaudi, 2007, pag. 218

 

laStrada

“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo.”

 

Che cosa non è ancora stato scritto, su questo libro? Nulla, credo.
Immaginate di essere alla Fine del Mondo, il giorno dopo, le settimane dopo, l’anno dopo, gli anni dopo. Siete stati così “fortunati” che il vostro biglietto della lotteria è risultato essere il vincente, insieme a quelli di pochi altri. Ebbene sì, il mondo è finito, ma tu sei sopravvissuto. Tua moglie no, ha preferito chiudere i giochi, ma tu e tuo figlio siete ancora vivi, anzi, lui addirittura è un nato dopo la catastrofe. Talmente fortunato da non aver nemmeno un ricordo di come fosse il mondo “prima”. Non ha i tuoi odori, i tuoi colori, le tue immagini. Non sa che il cielo era azzurro, che il mare era blu, che gli alberi erano verdi, frondosi, che c’erano uccelli che cantavano. Conosce solo il grigiore attuale, la cenere che ricopre ogni cosa, l’immobilità, la lotta per la sopravvivenza.
Capitoli brevi, secchi, scrittura asciutta, densa, corposa, descrittiva ad un livello fenomenale, siamo lì con loro due, a camminare senza sosta, alla ricerca di una speranza di vita, pur essendo accerchiati dal nulla, dal grigio, dalla nebbia, dalla pioggia continua, dal nero, dalle stagioni annullate, ne esiste una sola, un freddo, gelido, desolante inverno. Non sappiamo dove siamo e in quale anno siamo, è tutto annullato, perché non ha più importanza, non sappiamo cosa sia accaduto al mondo, se una catastrofe nucleare, una guerra atomica, oppure un disastro naturale, nemmeno questo ha importanza, cosa ce ne importa, del resto, adesso conta solo sopravvivere, conta solo la ricerca del cibo, ossessiva. I colori. Ecco, mancano i colori, in questo racconto. E’ tutto buio.

“Oscurità della luna invisibile. Le notti ora solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.”

Solo a tratti compare un lampo di colore, come quello di una mela, ad esempio. Serve a dare speranza, anche se subito annullata da un nuovo grigio. Il silenzio ci circonda. Un silenzio assordante. Un silenzio che, quando viene spezzato, ci precipita nell’angoscia, molto più che nella speranza. L’angoscia di incontrare un altro sopravvissuto che faccia parte però dei “cattivi”. Perché questo accade, quando il mondo si spegne. Si spengono i sentimenti, si annullano migliaia di anni di crescita sociale e mentale, e tutto viene riportato, resettato al punto di partenza, diventiamo istinto di sopravvivenza, crudeltà pura, la socialità è morta, diventiamo tribù in lotta per un pezzo di cibo e basta. Non ci sono colori, non ci sono date, non esiste spazio né tempo, e non esistono più nemmeno i nomi. Ci sono “l’uomo” e il “bambino”, quasi che l’annullamento del mondo abbia annullato anche il senso e il significato dei dizionari.

“…e gli si sedette accanto abbracciandolo e scompigliandogli i capelli davanti al fuoco perché asciugassero. Tutto questo come un rituale antico. Così sia. Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra.”

Il silenzio, dicevo. E’ un elemento cardine. A noi oggi poche volte è data l’opportunità di viverci. E, quando capita, strabuzziamo gli occhi. Immaginiamo un mondo così. Privo di vita. Ogni rumore, ogni minimo scricchiolio risulterebbe amplificato alla massima potenza. Anche le foglie che volano o la polvere che si posa assumono una vitalità sonora incredibile. E questi rumori generano paura e speranza. Speranza di sopravvivere. I rumori e i colori e gli odori della piccole cose….sono un monito per noi, che ancora li abbiamo davanti agli occhi, e non ci accorgiamo di quanta bellezza sia viva nel mondo, di quanto la cultura, i libri che abbiamo scritto e letto avrebbero dovuto farci camminare e crescere, e di quanto siamo superficiali nel non rendercene conto. Potremmo perdere tutto in un attimo. E ritrovarci al buio.

“L’oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un’oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare.”

“Quanto colore invece nei sogni. In che altro modo poteva chiamarti a sé la morte? Poi ti svegliavi in un’alba fredda e tutto si riduceva immediatamente in cenere.”

“Cercò di pensare a qualcosa da dire ma non gli venne in mente nulla. Aveva già provato quella sensazione, qualcosa che andava oltre l’intorpidimento e la disperazione sorda. Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio. I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso?”

La cosa centrale del libro è il rapporto tra padre e figlio. L’amore tra i due segna davvero l’unica speranza, sia per loro stessi che per il mondo intero, per quel che ne resta. E’ il bambino il fulcro della speranza, la sua innocenza, la sua bontà innata, la sua compassione, la sua pietà per il prossimo, il suo interesse sincero per le sorti degli altri. Lui che non ha conosciuto il vecchio mondo, eppure sa più di tutti, più del padre, cosa significhi amare. Ed è l’ultima ancora di salvezza per il padre, che se non fosse per lui non si distinguerebbe in alcun modo da quelli che chiama “cattivi”. E’ suo figlio a tenerlo in vita, a riscaldare il suo cuore gelato dalla vita e dalla sofferenza e dal freddo gelido del mondo morto. Il loro rapporto è fatto di domande secche e risposte secche, serrate, una specie di partita di ping pong, in cui il padre deve decidere ogni volta se sia meglio illudere per proteggere o essere sincero per stimolare la crescita e fortificare lo spirito, pensando ad un futuro in cui il figlio sarà irrimediabilmente solo.

“Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.”

Questo libro è un’ esperienza extra sensoriale, McCarthy ci guida, ci fa immergere nella storia, siamo su quelle strade con i due protagonisti, sentiamo gli odori, le puzze nauseabonde, il rancido, quando trovano il succo d’uva lo assaggiamo con loro, come se stessimo sentendo la loro stessa fame e la loro stessa sete, il gelo del tempo lo sentiamo nelle nostre ossa, siamo sotto quel telone a morire di freddo, sentiamo il ticchettio della pioggia e ci rannicchiamo con loro, stretti, angosciati, stanchi, confusi, disperati, ma non ancora vinti. Non ancora vinti. C’è ancora battito.
Una scrittura espressiva, davvero molto potente.

Musica: Massive Attack, Teardrop

Annunci

2 pensieri su “La strada, Cormac McCarthy – Einaudi, 2007, pag. 218

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...