Voci dalla Luna, di Andre Dubus – Ed. Mattioli 1885 – 136 pagine

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136 pagine. Andre Dubus, scrittore di romanzi brevi o racconti lunghi, ecco. 136 pagine, una giornata nella vita di questa famiglia, ventiquattro ore e basta, ma dense di psicologia, di autoritratti, di percorsi personali. Dubus dà voce a ognuno dei componenti di questo nucleo familiare scombinato, spezzato, sconvolto, almeno in partenza e almeno in apparenza. “E’ colpa del divorzio”, questo l’incipit, grazie al quale veniamo subito trascinati nella storia. Racconto, dicevamo. Dubus, insegnante di lettere, grande ammiratore di Cechov, da qui la maestria nel racconto breve, e credo anche grande maestria di insegnamento e di umanità, date le parole con cui lo ricordano i suoi allievi, tra cui il Peter Orner che scrive la bellissima postfazione di questo libro.Orner scrive: “Questo è un libro gioioso. Di una gioia conquistata con dolore e a fatica. Ma nondimeno una reale, e persino ardente, gioia”. E, ancora: “Il mistero doloroso sollevato da questo libro, non è incentrato su come possiamo evitare di fare del male, risiede piuttosto su come dobbiamo comportarci dopo che lo abbiamo fatto.”

Sì, credo sia così, più o meno.  Questo racconto narra il profondo affetto e amore che lega questi personaggi, nonostante i loro errori , le loro manchevolezze, i loro bisogni che fanno soffrire le persone che amano. E’ una formazione umana, un romanzo di formazione che però non riguarda solo Richie, l’adolescente, ma tutta la famiglia. Tutta la famiglia vive e soffre e cammina, va avanti, attraversando un dolore vero, per poi riuscire a guardare avanti, sempre tenendosi comunque per mano. Due divorzi squassano le fondamenta di questo nucleo, ma da tanto dolore si deve e si può ricostruire. Dubus parla di una vicenda molto privata e poteva farlo in modo torbido, data la situazione mostrata. Ma non ha scelto di fare questo.  Ci mostra che nella vita non sono né la razionalità estrema, né le regole ferree, né il moralismo, a guidare gli esseri umani, ma che se c’è una speranza da coltivare questa va ricercata solo nella purezza di quello che si prova nel cuore, nei nostri sentimenti. C’è un padre che va per una strada impervia, ferisce, ma l’amore per i propri figli non è in discussione, mai, e loro lo sentono, sempre, e sarà questa la chiave che risulterà vincente. Ci saremmo aspettati una descrizione drammatica, dato l’incipit e data la situazione. Ma Dubus prova a farci vedere le cose da altra angolazione. L’angolazione del cuore. Dell’accettazione di come siamo, ma non per vigliaccheria, né per cinica scelta, o istinto di mera sopravvivenza, ma solo perché in noi c’è del buono, non siamo esseri straordinari, siamo normalissimi esseri umani, ma abbiamo comunque in noi una ricchezza potenziale che ci può guidare verso una vita serena, anche felice, se solo riuscissimo a sfruttarla ,  a capire come sfruttarla. Il come risiede nel non erigere muri, ma comprendere chi è intorno a noi, chi ci ama e chi amiamo, allargare la visione, inglobare e non respingere a priori.Ci sono momenti stupendi, descritti in questo racconto. Certi dialoghi e certe scene sono meravigliose. E non solo per le parole dette, anche per i gesti descritti o che Dubus ci fa immaginare. Penso al piccolo Richie e al suo amore nascente Melissa, a quella meraviglia dell’intreccio delle loro mani, al cuore che batte all’impazzata, confuso, incredulo, felice di essere lì a guardare le stelle e a intuire che si tratta del primo amore che sta emergendo. Penso al dialogo tra Brenda e Larry, la comprensione, la compassione, l’amore che, seppur finito, lascia un segno tangibile nell’accettazione del dialogo, il riuscire a capirti, a dirti beh anche se non ti amo più a te ci tengo, ti voglio bene, vieni qui, sfogati, ti comprendo. E soprattutto penso al dialogo finale, uno splendore, tra Joan, la madre, e Larry, il figlio addolorato che viene per sfogare la sua frustrazione. Una madre che sa già tutto, che capisce tutto dallo sguardo del figlio, senza che lui parli, che sa già quello che il figlio stesso non ha ancora capito, perché è così da sempre, una madre è questo: “Quante volte aveva sentito il caldo formicolio della lattazione al seno, quando Larry era già un ragazzo, e lei non lo allattava ormai più da tantissimo tempo, e lo vedeva piangere di dolore?”…. che gli dice “parleremo fino a quando non ti estorcerò un sorriso”.  Una madre che ha lasciato la famiglia e un figlio ancora piccolo, e che vivrà con questo dolore per sempre, “Avrebbe preferito portare di nuovo Richie in grembo e affrontare di nuovo il dolore lancinante del parto, piuttosto di provare ancora il dolore del giorno in cui lo aveva salutato e se n’era andata, piuttosto di ciò che avrebbe dovuto continuare a sopportare per il resto della propria vita”, ma che lo ha affrontato, ha trovato un perché, ha saputo trovare la via giusta, con la frase chiave del libro intero: “Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo”.

E’ un omaggio non agli eroi tradizionali, gli esseri quasi sovrannaturali, ma un omaggio a chi resiste, chi si piega al vento forte per evitare di essere spezzato, a chi volta la pagina di un pesante libro e continua a vivere. Un omaggio alla vita. Scritto da una persona che ha passato gli ultimi 13 anni della sua vita immobilizzato su una sedia a rotelle, per essere stato travolto da un’auto nel tentativo, riuscito, di salvare un’altra vita umana. Lui ha trovato il modo di girare quella pagina, e lo ha fatto con energia incredibile.

Musica: Frank Sinatra – I Get A Kick Out Of You

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