La metamorfosi , Franz Kafka

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Il Regno assoluto della Metafora.
Un essere umano che si trasforma in insetto, Kafka stesso che si autodescrive nell’apatia, nella stanchezza e nella difficoltà di svolgere il proprio lavoro, una vera autobiografia.
Un paradosso assoluto, svegliarsi al mattino e ritrovarsi ad essere un animale, ma comprendere che proprio in questa condizione si riesca a “sentire” più degli umani stessi, ad essere più amorevole dei propri familiari, e alla fine capire che sono loro, i veri alieni, quelli che non comprendono, non sentono, non amano. Gregor cresce e vive come un oppresso, solo, nella sua stanza, il suo unico interesse, imposto, è il lavoro, deve portare soldi alla famiglia, non si diverte, non si distrae, non si innamora, non c’è tempo per quelle che sono considerate frivolezze, e che invece rappresentano il vero istinto dell’uomo. Non apre la porta della sua camera e l’unica preoccupazione del mondo esterno è che lui non vada al lavoro, molto prima delle sue eventuali condizioni di salute. Centrale è il rapporto con il padre, e anche qui c’è tutto Kafka, il vero Kafka. Inadeguatezza assoluta, tanto amore ma inadeguatezza assoluta del ruolo di figlio.
I temi dunque sono questi, oppressione della famiglia, figura paterna autoritaria e insensibile, solitudine, emarginazione del “diverso”, che diventa un vero rifiuto della società, e solo con la sua eliminazione fisica la società stessa si sentirà rifiorire. Incredibile quanto sia attuale, tragicamente attuale, questo racconto, sia storicamente che individualmente. La tristezza che viene dalla consapevolezza di quanto l’uomo sia disarmato di fronte alla sua condizione è qualcosa che colpisce, che stordisce. I più sensibili sono quelli destinati a soffrire, di nuovo una conferma.

Musica: Cats In The Cradle-Harry Chapin

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Primo amore e altri affanni, di Harold Brodkey

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“Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi – un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu – che è la mia infanzia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università. Quella gradazione di mattoni rossi e fogliame verde è St. Louis in estate (l’inverno è soltanto un cielo grigio e un autobus affollato e impronte umide sul pavimento di linoleum della scuola), e quei mattoni e un cielo pallido sono la primavera. Sono anche la solitudine e lo strano, mortificato stupore del bambino la cui famiglia è stata colpita da una serie di sventure”.

Questo l’incipit,inizia così il primo dei dieci racconti di questo libro. Tutti i racconti misurano la nostra esistenza, dall’infanzia alle prime amicizie, ai primi tormenti amorosi, al primo viaggio da soli, dalla gravidanza alla maternità, per finire con il rapporto di coppia e tutte le sue declinazioni di sofferenza più o meno espressa e più o meno taciuta.  Insomma, i sentimenti umani. L’argomento principe, in letteratura. Ma Brodkey ce ne parla in modo sostanzialmente nuovo, diverso, sorprendente. Dettagli precisi, fotografici, fotografie di cose normali, ma da angolazioni mai sperimentate, calcolando che questi sono scritti degli anni cinquanta. America, sempre America. Il suo dopo guerra , le sue villette a schiera con giardino, i campus,  i ragazzini, gli adolescenti, gli studenti, le giovani coppie la loro educazione sentimentale, il fuoco amoroso iniziale, la presa di coscienza dei momenti di passaggio, delle tante porte che si nascondono dietro quella che si credeva fosse l’unica, la tristezza infinita, che corrode la vita, come il non saper comunicare, ma anche quegli attimi di pura felicità, che tutti vorremmo congelare o ripetere all’infinito. E soprattutto il bello delle prime volte. La loro unicità. Vivere quel momento magico, non sapendo ancora che sarà irripetibile, anche negli errori, anche nei pensieri cattivi, inconfessabili. Ma quando lo capisci…quella voglia che a volte ti prende di riavvolgere disperatamente il nastro, e andare a prendere a calci in culo quel te stesso che eri: “Avevo solo tredici anni. Non c’è molto che si possa rimproverare a un ragazzo di tredici anni, ma non penso ai rimproveri; penso a tutti gli anni che avrebbero potuto essere…se soltanto avessi saputo quello che so adesso. Lo spreco, l’orribile spreco. Ecco, la storia è tutta qui. Il ragazzo che ero, il bambino che era Edward. Questo, e il terribile desiderio di volgermi di colpo e di correre indietro, gridando, per i corridoi del tempo, urlando al ragazzo che ero, cercandolo fino a scovarlo e picchiandogli forte sul petto: “Amalo, maledetto idiota, amalo”.

I personaggi sono tutti delicatamente tratteggiati, e delicati sono loro, molto fragili, siamo tutti un po’ vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, la vita va così, siamo tutti un po’ impacciati, commettiamo sciocchezze, come bambini appena nati ci muoviamo incerti, senza appoggi sicuri, fino a comprendere che non ci sono regole, non ci sono aiuti, e che solo il tempo forse farà chiarezza di questo ammasso indefinito di pensieri e di incertezze e di sogni e di paure che ci riempiono il cuore e la mente. Le storie sono separate, ma c’è un filo conduttore unico, che porta a pensare che sia un romanzo unito, non una raccolta di racconti. Amore e affanni che si intersecano di continuo, così vanno le cose, e farsi delle domande, andare a scandagliare, a rimestare nel marcio delle coscienze personali vuol dire capire di più, aprire mente e orizzonte, ma anche aumentare il dolore a dismisura. Perchè non sempre troveremo risposte a donarci serenità, anzi..la felicità sfugge via, il dolore invece persiste, ci soffoca, a tratti, ma non sappiamo spiegare il senso di inutilità o di insofferenza che abbiamo nei confronti della nostra vita e del mondo.

“Alzai la faccia – quell’esasperante elemento, la mia faccia – e guardai incantato la notte e le cime ondeggianti degli alberi e i rami che si muovevano avanti e indietro e la luna tonda incastrata nel cielo notturno, che mutava in madreperla i vicini nastri di nuvole. Era tutto assolutamente raro e come senza tempo. Che terribile senso di infelicità!”

“Vuoi piangere sulla mia spalla o vuoi piangere da sola?»”Da sola”, disse Laura. “Ma non andare troppo lontano”.Il mondo era triste, pensò. Oh, l’impossibilità di comunicare gli uni con gli altri. Oh, il guaio di essere donna.Martin sedette nella sua sedia da giardino e bevve il suo whisky. Aveva il cuore gonfio. E sorridendo pacificata nel buio, Laura piangeva.”

Trovare la collocazione giusta, stabile, questo il difficile. Unica arma, tenersi i momenti felici e cristallizzarli in immagini vivide, come fa questo autore con la sua prosa lucida, limpida.

“Come potevi sapere se la felicità sarebbe tornata? E se fosse tornata, sarebbe stata bella come questa? Il guaio della felicità è che ti fa paura.”

“C’è un po’ di minestra”, disse mia madre. “Vuoi che te la riscaldi?” E improvvisamente i suoi occhi si riempirono di lacrime, e tutto a un tratto cominciammo a baciarci, ad abbracciarci e a sorridere e a fare felici pronostici l’uno per l’altro, lì nella bianca cucina piena di luce. Ci conoscevamo l’un l’altro da tanto tempo e c’erano tante cose che tutti e tre ricordavamo…I nostri sorrisi, i nostri sguardi di approvazione vagavano da viso a viso. C’era un senso di estrema cortesia nell’aria. Ci stavamo comportando come ci saremmo comportati, un giorno, alla stazione, al matrimonio di mia sorella, alla nascita del suo primo figlio, alla mia laurea. Era la prima delle nostre riunioni di famiglia.”

Ancora una volta statunitensi mostrati in sofferenza estrema, quanta infelicità, quanta lotta, dietro e dentro quelle villette a schiera e quei bei giardini, dietro quelle tendine tirate, come quei sorrisi..

Musica: She’s gone, Hall & Oates

https://youtu.be/jpR8r0D2EyY

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger

la moglie
Clare è bambina di 6 anni che vive in una grande casa nel Michigan. Vicino c’è un grande prato e una radura, un posto dove lei gioca da sola, lontana da tutti. Un giorno, in mezzo a questa radura, compare dal nulla Henry. Ha 36 anni, è completamente nudo, infreddolito. E gli confessa di venire dal futuro, un futuro dove lui e lei sono amici, anzi molto di più. Lei ci crede. E sente che quello è l’uomo della sua vita . Henry tornerà a trovarla tante volte, nella sua infanzia e nella sua adolescenza, sempre, per starle accanto, vederla maturare ma anche solo per guardarla da lontano. Henry ha una specie di malattia genetica, una cronoalterazione, che lo spedisce nel passato o nel futuro, senza che lui lo voglia o scelga. È così e basta. Il primo vero incontro ufficiale, quello nello stesso spazio temporale, avviene solo quando lei compirà vent’anni, e finalmente Clare saprà tutto di lui, mnetre lui ancora nulla di lei. Fantascienza, vero? Si, ma non pienamente, non si può catalogare questo libro come pura e semplice fantascienza. È chiaramente un incrocio di generi. E molto originale. I continui sbalzi temporali possono mettere in difficoltà chi legge, a me è successo, ci ho messo un po’per abituarmi al ritmo e capire il meccanismo, ma alla fine ce l’ho fatta, e ne è valsa la pena. Questa è una storia d’amore, in primis. Ma anche di sofferenza, di destino, di predestinazione, di morte. Scritta semplicemente, ma con profonda delicatezza. Una storia che ti tiene incollato lì, nella testa e nel cuore dei due protagonisti, perché sono due i punti di vista da seguire. I loro problemi, i loro sogni, i loro terrori. La storia è un continuo aprirsi di possibilità, non sappiamo mai cosa succederà voltando la pagina, pur conoscendo l’epilogo molto prima della fine del libro. Credo che il libro sia affascinante perché tutti siamo colpiti dall’idea di poter viaggiare avanti e indietro, tornare nel passato e vedere noi stessi come eravamo, farci compagnia nei momenti in cui siamo stati soli, in cui nessuno ci stava vicino per consolarci, aiutarci a crescere, tornare a vedere come erano i nostri figli da piccoli, guardare i nostri genitori quando erano ragazzi innamorati, parlare con un padre o una madre che abbiamo perso da tempo…ecco, un libro può essere una cazzata per moltissimi, indecifrabile, melenso, stupido per la maggioranza…ma se un solo paragrafo ti colpisce, te ne freghi di quello che pensano gli altri. Ho perso mio padre senza averlo mai conquistato, diciamo, morì 11 giorni prima che io nascessi, e c’è un punto del libro che mi ha fatto desiderare di essere il protagonista, avere la possibilità di tornare indietro e parlarci sarebbe davvero forse la cosa che più vorrei. Si vive di sogni, anche, eh…e i libri spesso questo fanno, ce ne danno la possibilità, ci fanno volar via dalla pochezza del reale.È un libro che ci dice che il destino è scritto. Ineluttabile, terribile, spesso. Ma anche che i rapporti umani, l’amore, travalicano il tempo e lo spazio. Clare sa che l’amore che sta vivendo è difficilissimo, che Henry può sparire nei momenti in cui a lei servirebbe che lui ci sia, che Henry può anche non tornare più, ma decide comunque di vivere la sua storia, perché quello è il suo destino, quello il suo uomo e nessun altro, anche “normale e stabile”, potrebbe darle quello che lui le dà. “Henry mi bacia. «”Né tempo né luogo / né mutamento né morte /  potranno minimamente piegare / il mio più minimo desiderio.”» ” «Ma lei non pensa» insisto io «che sia meglio essere estremamente felici per poco tempo, anche se quella felicità va perduta, che tirare avanti infelicemente tutta la vita?» Bello. Io, da romantico, non ho potuto che dire “bellissimo”.

Musica: I need you – America

Uomini e topi, di John Steinbeck (1937)

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Riletto a distanza di tanti anni non perde molto dello smalto iniziale. Anzi, credo che per me, oggi, sia meglio rileggere i classici della letteratura da capo, ne ho letti troppi quando ero troppo giovane, non che oggi sia una “cima”, come Lennie, ma comunque una piccola evoluzione c’è stata, non sono ancora erectus, ma più o meno qualche passetto lo faccio. Una storia di amicizia, prima di altro. Ma una storia di un periodo preciso, una storia di uomini, una storia di fatica, una storia di sogni, una storia di speranze, una storia di realtà e di destino ineluttabili e crudeli. Diversi personaggi, ognuno con la loro dignità ed importanza, tutti tasselli che si incastrano alla perfezione. Tutti alla ricerca della sopravvivenza, in un momento difficile come quello della Grande Depressione, tutti più o meno che cercano di arrivare alla fine della giornata. Sono passati 80 anni, circa, ma non mi pare che la situazione sia poi così diversa…anche oggi viviamo di sogni e di insoddisfazioni, anche oggi siamo tutto un contrasto di sentimenti, e siamo ognuno diverso dall’altro, e mostriamo chiaramente quanto siamo diversi. Come i due protagonisti, uno intelligente, l’altro forte fisicamente, ognuno dei due dà qualcosa all’altro, comunque, anche se sembra ovviamente Lennie quello che sembra appoggiarsi di più al suo amico, è George che gli dà la “parola”, che fa da portavoce ai suoi pensieri, è George che lo difende dal mondo, o che disperatamente ci prova. Il famoso melting pot statunitense, fatto a pezzi dalla storia vera, che parla di disperazione, di emigrazione interna, di discriminazione razziale, di solitudine. Steinbeck ci dice questo e altro, tratteggia alla perfezione i personaggi e soprattutto descrive in modo assolutamente meraviglioso i paesaggi, la natura. Fortissimo il contrasto tra quest’ultima, immutabile, placida, regolare, con la vita umana, sempre irrequieta, sempre tesa, sempre disperatamente alla ricerca di un equilibrio, sempre sul filo della sopravvivenza. Il romanzo inizia con una biscia d’acqua che sbuca fuori e finisce con la stessa scena, ma in mezzo a questo ci sono state cento pagine dense di sforzi umani per sopravvivere al meglio. Anche se non si sofferma molto, nelle descrizioni paesaggistiche. Non era quello il suo intento. E’ uno scritto dalla parte degli umili, perchè solo dalla loro visuale si può capire davvero come gira il mondo. E’ uno scritto dove si percepisce fin dal primo secondo l’atmosfera tragica, il destino avverso e ineluttabile. Ci sono anticipazioni nettissime riguardo a quello che il finale ci riserverà, come lettori, e che riserverà ai protagonisti. Loro sanno quello che li attende, eppure non si sottraggono, il destino è qualcosa a cui siamo assegnati e che non si può combattere. Anche i dialoghi tra i personaggi sono alla fine monologhi, c’è incomunicabilità, tutti parlano ma pochissimi ascoltano, ognuno manifesta il proprio malessere in solitaria. Precarietà, ingiustizia, povertà, solitudine, questa la condizione umana, perpetuata nei secoli, immutabile.Siamo soli, proviamo a stare insieme, spesso ci riusciamo, ma siamo sempre soli, nei momenti più difficili, soprattutto. Un finale meraviglioso, emozionante, durissimo, che conferma quello che ho appena scritto.

Musica: Lean on me, Bill Withers

Non sapevamo giocare a niente, Emma Reyes

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Emma Reyes. Prima di acquistare questo libro, nulla conoscevo di lei. Una donna colombiana, una pittrice, per tutta la sua vita. Non è stata una scrittrice, o meglio, ha scritto solo questo libro. Se vogliamo specificare ancora meglio, è morta da non-scrittrice. Il libro è uscito postumo. Questo è un epistolario, composto da 23 lettere che Emma spedì al suo amico Gèrman Arciniegas, dalla Francia alla Colombia, nell’arco di ben trent’anni. Un viaggio a ritroso, le lettere che spedisce al suo Paese natio, e che a ritroso vanno a raccontare la sua infanzia. Infanzia drammatica, dolorosa, incredibile, assurda.
La prefazione di Tiziana Lo Porto è bellissima: “E’ di alcuni scrittori un talento speciale nel raccontare l’infanzia. L’altrui alcune volte, altre volte la propria. I migliori sono quelli che da adulti riescono a essere bambini, credibili in ogni improbabile fantastico accadimento narrato, come credibili sanno essere solo i bambini. Scrivono libri per dire al mondo la propria infanzia e, al tempo stesso, per prendersi cura di sè stessi bambini”. Bellissimo. Ed è così.

Emma racconta i suoi primi anni di vita, da quando aveva 4 anni, con sua sorella, di un anno e mezzo più grande. C’è una donna, con loro, non sappiamo se fosse la mamma, ma da madre non si comporta. Non c’è nessun padre. C’è una stanza, in cui vengono recluse per tutto il giorno. Povertà assoluta, i migliori momenti sono quelli dove si gioca con altri bambini in una discarica, in mezzo al fango. Sono buttate in un angolo come oggetti, con pochissimo cibo, una povertà spaventosa. Costrette a lavorare. Ma sono bambine, Dio santo, sono solo due bambine. Nessuno le ama. Nessuno le considera non solo come figlie, ma anche solo come esseri umani. Sono due pesi, due pacchi da esibire e da portare in giro solo quando serve, e ogni volta che si sposteranno saranno rinchiuse dietro ad una porta, ad un cancello, ad un lucchetto. Ed ecco il convento.

“Faceva tutto parte del mondo eccetto noi… Non ci era permesso chiedere spiegazioni su niente, qualunque cosa riguardasse il mondo era peccato punto e basta; per questo nelle nostre preghiere, sia in quelle prima di iniziare a lavorare sia in quelle della sera, dicevamo sempre un paio di Ave Maria per i nostri clienti peccatori che ci beneficiavano perché noi potessimo mangiare e salvarci l’anima.”
Faceva tutto parte del mondo…eccetto noi…

In questi lunghissimi anni ci saranno momenti belli, ma sono troppi, i momenti di sofferenza, di dolore vero. Ma è qui che la Reyes mostra la sua originale bravura. Non penso che la maggioranza di noi, avendo passato quel che ha passato lei, avrebbe la forza di raccontarlo. Lei ce l’ha, e riesce a farlo con lo sguardo della bambina che era, con la curiosità che aveva a quel tempo, con lo stupore che aveva, l’incoscienza che aveva. E’ Emma bambina, che ci scrive, ed è terribilmente magnifico. E ci mostra quanto i bambini riescano a trovare rifugio nelle illusioni, nei sogni, nella fantasia, quando la realtà si mostra malvagia verso di loro. Bambini pieni, ricolmi di paura, paura in massima parte causata dagli adulti. E’ una storia che è lontanissima da noi, temporalmente, eppure siamo lì con lei, sentiamo il suo dolore. E’ faticoso, leggere. E’ faticoso ascoltare quel dolore. Ma colpisce il come ce lo descriva, non tanto la sua quantità. Ogni lettera si conclude con una frase che è uno stiletto al cuore. La numero otto per me è stata la più dura da mandare giù, e finisce, infatti, con una frase che spiega bene i sentimenti provati dalla scrittrice e anche dal lettore: “Mio caro, sono triste perchè questa lettera non è venuta come avrei voluto, ma non ho il coraggio di riscriverla”.
“Non piangevo, perchè le lacrime non sarebbero bastate, non urlavo perchè il sentimento di ribellione era più forte della mia voce”. Non la dimenticherò mai, la lettera numero otto.

Questa donna ha imparato a leggere e a scrivere da adulta. Riflettiamo su questo, su quanta forza abbia avuto nel cuore per arrivare a questi livelli. Chiudo, di nuovo attingendo alla prefazione:
“Non sempre devi voler essere scrittore per diventarlo. Nè devi scrivere molti libri. Emma Reyes non voleva diventare una scrittrice, e di libro ne ha scritto solo uno, questo. E tuttavia basta leggere poche pagine per capire che la scrittura è un’arte di cui è stata padrona tanto quanto lo è stata della vita. Poi, a cercare ancora un po’ tra quel che resta di Emma Reyes, si scopre che la cosa che scriveva soprattutto erano amorose impareggiabili lettere agli amici. Lettere comiche, affettuose, dolorose, che scriveva e mandava senza mai ostentare nulla, solo per dare notizia di sé e mantenere vivo il sentimento nella distanza dalle città vissuteo di passaggio e dalle persone amate o anche semplicemente rispettate che in un modo o nell’altro avevano migliorato la sua vita, come capita sempre quando si vive sparsi per il mondo. A oggi non ci sono biografie di Emma Reyes e tutto quello che si sa di lei lo abbiamo appreso dagli amici. Che è un bel modo di sapere. Dicono che di lettere ne abbia scritte a centinaia. Dicono che le lettere le scriveva su una stupenda carta di seta dai colori pastello. Dicono che aveva una calligrafia curiosa, piena di errori di ortografia forse dovuti al fatto che aveva imparato a leggere e scrivere adolescente, forse alla noncuranza. Ma gli amici erano innamorati di quegli errori, mai difetto e sempre valore aggiunto, qualcosa non da compatire ma quasi da invidiare. Uno spagnolo calpestato e scritto a mano, con qualche s in meno e alcune parole francesi in più. Nessuno più scrive così”.

Musica: Jeremy, Pearl Jam
https://youtu.be/MS91knuzoOA

“Festa d’amore”, di Charles Baxter

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Una bella storia. Una grande storia. Fatta di altre piccole storie che la attraversano. Una sola storia, infine, narrata da più voci, un coro di voci, che ce la mostrano dai loro diversi punti di vista, dal loro diverso modo di raccontarla e di percepirla. E’ un quadro, come quello dipinto da Bradley, il personaggio-perno, un quadro bello da vedere nel suo insieme ma che occorre scrutare nei particolari. La bravura di Baxter è proprio questa, farci vedere l’insieme e le singolarità. Lui è il primo personaggio presente nel libro, si alza di notte e incontra l’amico Bradley. Da questo momento il fiume di parole.
Sono storie di persone normali che affrontano i momenti difficili e i fallimenti della vita. Baxter ci parla dell’amore,e ci riesce evitando il banale, il già detto, il già letto. Ce ne mostra tanti aspetti, tanti lati, cercando di farci capire che il brutto e il bello di questo sentimento sono facce che non bisognerebbe mai distinguere tra di loro, ma considerarle come l’una espressione dell’altra, come la vita e la morte. E lo fa con uno stile giocoso, ma non superficiale, e i suoi personaggi entrano in noi, c’è immediata empatia. Umoristico e disilluso, esattamente come sa essere la vita, ecco l’amore.
Un libro molto poetico, in grado di mostrare come la vita sia solo in apparenza casuale, che invece in fondo ha sempre un senso, e c’è sempre la possibilità aperta di riuscire ad amare ed essere amati da qualcuno, anche se tutto avrà una fine irrimediabile. Matrimoni durevoli, rocciosi, matrimoni precari, relazioni clandestine precarie, relazioni dettate solo dall’impeto giovanile, rapide come un fuoco nato dalla benzina, relazioni create anche per non restare soli, l’amore descritto è tutto questo, ma c’è sempre il filo comune, quello di provare, e riprovare e riprovare ancora, senza mai arrendersi, perchè conta solo esserci dentro, l’amore, conta solo viverlo, senza rimuginare e farsi frenare dalle possibili conseguenze.
C’è solo da vedere quanto duri, in ogni caso sarà una festa alla quale abbiamo la possibilità e anche il diritto di partecipare.

“Quando sei innamorato, non hai bisogno di fare nulla. Ti basta esserci. Esistere, senza dire una parola. Senza muoversi di un palmo.”

“ci sono solo due realtà: quella della gente innamorata o che si ama e quella di tutti gli altri che ne stanno fuori.”

“Quando fummo nudi, finalmente, in piedi, mi mise le mani sul seno e iniziò a baciarmi. Mi sentivo al settimo cielo. E pensavo: può avere ogni centimetro di me. Gesù, si può prendere pure le mie ossa.”

“Beh,” dissi. “Dato che siamo in vena di consigli e cose di questo tipo, come sei riuscito a restare sposato con mamma così a lungo? Sono trenta…”
“Trentotto anni.”
“Trentotto anni,” dissi. “Come ci sei riuscito?”
“Questa non è una domanda. Non si chiede una cosa del genere. Ma dato che l’hai fatto, ti risponderò. È semplice. Ho tenuto la bocca chiusa.” Si fermò. Una pausa glaciale. “Questo è il segreto.”

“Le mie storie parlano sempre della felicità e della possibilità o meno di esservi inclusi. C’è sempre qualcuno che guarda qualcun altro che è felice e pensa a come potere arrivare fin lì.”

“I peggiori errori che abbia mai commesso sono stati quelli dettati da una dolce speranza”

“l’amore è il primo cugino della morte, si conoscono l’un l’altro, partecipano alle stesse riunioni di famiglia”.

“La passione occupa uno spazio che non viene lasciato libero fino a quando non sopraggiunge un’altra passione.”

“In ogni relazione esiste almeno un giorno felice. Ciò che intendo dire è che, per quanta amarezza vi sia in una storia, quel giorno c’è sempre. Ti appartiene in ogni caso. È quel giorno che ti ricordi e pensi: beh, almeno ho avuto quel giorno. Una volta è successo. Ti convinci che tutte le variabili potrebbero semplicemente allinearsi un’altra volta. Invece no. Non sempre. Una volta ho parlato con una donna che mi ha detto: “Sì, quel giorno c’era un angelo a guardarci.”

Musica: Jersey girl, Bruce Springsteen

https://youtu.be/xRXhDQXhdXE

Bambini nel tempo, Ricardo Menendez Salmon

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Quando ti nasce un figlio, a cosa pensi? Immediata risposta, sono felice. Poi, dopo qualche secondo, ho paura. O forse le due frasi si mescolano tra di loro dal primo istante. Perchè vita e morte sono apertamente collegate tra di loro. E uno dei significati del libro credo sia questo.
E forse la paura, la paura della morte, arriva proprio quando ti nasce un figlio, quando improvvisamente tutto cambia, non sei più da solo, ma sei responsabile e sei legato ad un’altra vita. E’ una fase di passaggio, passaggio totale, di vita e di pensiero. Ti senti invecchiare, improvvisamente il verbo
invecchiare assume un senso tangibile. Ed ecco che il passaggio di fasi fa nascere pensieri nuovi, riflessioni nuove.
La vicenda narrata è la più tremenda che possa immaginare un genitore. Il dolore più grande e più insopportabile del mondo. Il consolidato da anni che si liquefa in un solo istante. Una coppia, Elena e Antares. Una famiglia. Sicurezze.
“Antares pensò a una fortezza assediata. Per anni aveva protetto l’interno della fortezza dai barbari che erano fuori in agguato: la stupidità, la brutalità, la bruttezza del mondo. Adesso i barbari erano entrati. E avevano usato il più ignobile dei cavalli di Troia: la morte del loro figlio.”
La sofferenza che dilaga come un magma sotterraneo ma inarrestabile. E o ci si arrende, oppure ci si aggrappa alle cose, a quello che si sa far meglio. Nel caso di Antares, scrivere. Ed ecco che parte così il secondo atto del romanzo. La cura, la medicina, lo scrivere come terapia, così come il leggere la rappresenta per un lettore. Un balsamo per l’anima, ma anche una fuga, un guardare da altra prospettiva il mondo, che magari dalla solita nostra non riusciamo più, perchè fa troppo male.
“E si chiese se per caso la letteratura non fosse che un’altra forma di religione, un’altra pratica superstiziosa per combattere la morte con un’arma fantasmagorica: la parola.”
Antares inventa e immagina l’infanzia di un altro bambino, Gesù, e ne tira su un libro.
Un’infanzia negata dalla storia e dalla memoria, perchè quasi nulla o nulla ne abbiamo mai saputo. Cosa avrà provato quando ha visto il mare per la prima volta? Cosa avrà provato la prima volta che si è spaventato? E quando ha conosciuto l’amore? Quanto era felice facendo volare in cielo un aquilone? Con chi ha stretto le prime amicizie? Un bambino come tanti, un’infanzia come tante, ma mai narrata da alcuno. Qui il romanzo prende la sua via più poetica, diventa onirico, in larghe parti.
Poi arriva il terzo atto, segnato da un incontro tra un uomo e una donna in esilio dal mondo, e che segna la ricucitura col mondo, la cicatrice, che lascia un segno, ma consente di ripartire, di ricominciare, senza dimenticare nulla, perchè il dolore è sempre lì sotto, ma è un dolore che in qualche modo torna a donare speranza, si torna a vedere la luce in mezzo a tanto buio.
Vita, morte, dolore, speranza, potere della parola e della letteratura. Questi i temi. E’ uno strano libro, con un inizio che ti massacra il cuore. E che poi sfocia in mondi diversi, come un fiume che, all’ultima ansa, ti rivela un paesaggio inaspettato. Non so se piacerà a tutti, non so nemmeno quanti si sentiranno di leggerlo.

Musica: An end as a start, Editors

https://youtu.be/UBpzJ-TLpbE

Il posto, di Annie Ernaux

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A partire dalla copertina, questo è un libro per me folgorante.
E’ un piccolo grande libro, condensa emozioni, commozione, dolore, disagio, senso di inadeguatezza, sofferenza, incomprensione ed amore, in sole 107 pagine.

La copertina, due ombre. Un uomo con una carriola, che proietta a sua volta un’altra ombra, ma non la sua, bensì quella di una bambina che legge un libro, zainetto in spalla.

La storia è una biografia/autobiografia. Il rapporto tra la scrittrice e suo padre, la loro storia di genitore e figlia. La Ernaux non sceglie di raccontarcela in forma classica, bensì in tono essenziale, raccontando solo i fatti nudi: “Da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di ‘appassionante’ o ‘commovente’. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io. Nessuna poesia del ricordo, nessuna gongolante derisione. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali”.

Le due ombre, dicevo. Il passaggio tra padre e figlia, il lavoro, la fatica, i sacrifici fatti affinchè la generazione successiva non patisse le stesse sofferenze. Ma, nello stesso tempo, quelle diverse ombre sono il solco dell’incomprensione, il “posto” dove risiede la differenza abissale, a tratti, tra le due generazioni,e anche il posto inteso come collocazione sociale diversa a cui i due arriveranno. Le immagini, appunto. Sono essenziali, per l’autrice. Questo libro non è un romanzo, ne cancella la poesia eventuale, è scritto togliendo, scalpellando, ma l’aver tolto non significa aver diminuito il valore, anzi…questa scelta ha significato un linguaggio che arriva al cuore. Questo libro è un album fotografico:
“Nella giacca di tutti i giorni, appesa in cantina, ho trovato il portafoglio. Un po’ di soldi, la patente e, nella taschina interna, un ritaglio di giornale con dentro una vecchia foto dai bordi dentellati. Nell’immagine, alcuni operai disposti su tre file guardavano verso l’obbiettivo, ognuno con il suo berretto. Una tipica foto d’epoca che nei libri di storia viene usata per illustrare uno sciopero o il fronte popolare. Ho riconosciuto mio padre nell’ultima fila, ha l’aria seria, quasi preoccupata. Molti ridono. Il ritaglio di giornale portava i risultati, in ordine di merito, del concorso delle neodiplomate per accedere alla facoltà di Magistero. Il secondo nome era il mio”.

Un padre che non ride in nessuna delle tante foto mostrate. La serietà indomita e concentrata ad un solo scopo, lavorare affinchè tu, mia figlia, non soffra quanto ho sofferto io. E il tuo successo ripaga il mio lavoro. E’ un passo commovente, potente. Lo sforzo continuo per fare un passo avanti e soprattutto per non tornare indietro nella scala sociale. Una vita intera consacrata a questo scopo, perdendo di vista ogni altro, un immenso solco tra due generazioni, quello che interessa a me non può interessare te, ci dividiamo anche nel modo di parlare, tornare a trovare i genitori significa ripiombare in un’altra epoca, linguistica, culturale, sociale, immobile nel tempo. Un continuo ricordo del passato, vivido come appunto un’istantanea fotografica, una rassegna, una mostra di immagini vive e spesso dolorose: “Mia nonna aveva persino una certa raffinatezza, alla feste portava una crinolina in cartone e non faceva pipì in piedi sotto la gonna come erano solite fare per comodità molte donne di campagna” – “Un giorno mio padre è scivolato dalla cima dell’albero della cuccagna senza avere afferrato il cesto delle vettovaglie. La rabbia di mio nonno durò delle ore” – “Mia madre la domenica, assieme alle sue sorelle, comprava un cartoccio di briciole di torta dal pasticciere” .
Le costanti abitudini, una scelta di vita ferrea. Non farsi notare mai. Non esibire. Lavorare sempre. Conquistarsi il rispetto. “Imparare a essere felici della propria sorte”.
Vogliosi di liberarsi dal giogo della povertà, vista come una colpa, ma nello stesso tempo orgoglio indomabile, proprio perchè si è iniziato il proprio cammino da un punto così basso.
Un silenzio, una distanza tra padre e figlia, che fanno male: “Pensavo che per me non potesse più fare nulla. Le sue parole e le sue idee non erano quelle che circolavano nelle lezioni di letteratura o di filosofia, nei soggiorni con i divani di velluto rosso dei miei compagni di classe. In estate, dalla finestra aperta di camera mia, sentivo i colpi regolari della sua vanga che appiattiva la terra dissodata. Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci”.

Un rancore, bene espresso. La figlia che ha imparato il modo di esprimersi dei genitori, ma che, frequentando le scuole, ne assimila un altro, quello “corretto”, e non può fare a meno di correggere a sua volta suo padre. E si sente tutta la fatica e la sofferenza di dover stare in questa pericolante zona di mezzo. Come se la figura autorevole del genitore venisse improvvisamente sostituita da un’altra, la scuola, l’istruzione, un’entità indefinita, nemmeno una singola persona.
Credo che sia una piccola storia solo in apparenza, in realtà molti di noi troveranno corrispondenze, ricordi, confluenze, esperienze comuni.

Musica: Nightswimming, R.E.M.

https://youtu.be/O-YHU6BwPR0

Il tuo volto sarà l’ultimo, di Joao Ricardo Pedro

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Joao Ricardo Pedro, nato nel 1973. Ha vinto il premio Leya, il più prestigioso concorso letterario portoghese per inediti, grazie a questo romanzo, e ovviamente ha cambiato vita. Subito paragonato a Saramago e a Garcia Marquez. Come si può resistere al richiamo della lettura? Troppo curioso, io…è tutta la storia che è incredibile, un ingegnere elettronico che a causa della crisi viene licenziato e si mette a scrivere un libro, sfruttando il forzato tempo libero, la noia e l’amarezza…altro che realismo magico…
E scrive bene. Un romanzo diviso in sette parti.
Inizia il 25 aprile del 1974, giorno della Rivoluzione dei Garofani, la fine della dittatura in Portogallo. Nello stesso giorno Celestino, un uomo con un occhio di vetro, scompare in un paesino nel cuore del Paese. Da qui in poi inizia la storia che si sovrappone alla Storia, le vicende personali che si intersecano alla dittatura, all’epoca coloniale, attraverso tre generazioni di questa famiglia e delle figure degli amici che vi gravitano attorno.
Augusto, Antonio e Duarte Mendes.
Nonno, padre, nipote, tre uomini diversi, ma tre grandi sensibilità. Un nonno medico, che aiuta, cura e ospita uno sconosciuto durante la dittatura, un padre spedito due volte a combattere in Angola, tornato con gli orrori della guerra negli occhi e nella mente, un figlio e nipote pianista nel cuore, ma che sconta il peso delle storie e della sensibilità dei suoi antenati.
Non c’è un ordine cronologico, è un puzzle da ricomporre nel finale, bisogna avere pazienza, a tratti è un dedalo intricato, si possono perdere di vista i personaggi per poi vederli ricomparire all’improvviso. Duarte è il fulcro del romanzo, personaggio incredibile. Quello che ci porta a pensare che l’autore del libro sia un personaggio a sua volta molto poliedrico, che si intenda di musica e di arte, perchè mi sono subito fiondato ad ascoltare la sonata 26 di Beethoven e a guardare un quadro di Bruegel, e non lo avrei mai fatto se questo autore non mi avesse dato lo stimolo di aprire certe finestre mentali… Duarte, che sarà destinato a risolvere l’enigma, a ricomporre i pezzi. Ecco, diciamo che il romanzo resta sospeso, in questo senso. Il finale mi ha lasciato senza una soluzione certa, mi ha lasciato con altre domande. Così come la narrazione resta tra realtà e fiaba, e magia, con una scrittura a volte molto diretta e cruda, a volte tenerissima, commovente. Umanità, malinconia, violenza e delicatezza, tutto in un villaggio “dal nome di un mammifero”, una nuova Macondo…Da pagina 123 si apre la parte davvero indimenticabile, le pagine sulla madre di Duarte sono emozionanti, le migliori.

“Tuo padre fu uno degli ultimi a uscire. Non c’era quasi nessuno sul molo. Sembrava smarrito, come se fosse appena arrivato in una terra che non conosceva. Una terra dove non lo aspettava nessuno. Camminava accanto a un commilitone che lo teneva per un braccio, come se gli indicasse la strada. Per un attimo, temetti che fosse tornato cieco.
“Cominciammo a correre, verso di lui. lo presi per il collo. Lo baciai. Lo guardai negli occhi. Lo baciai sugli occhi, ringraziando Dio che non fosse cieco.
“Ma era come se lo fosse”.
“Ti guardò e domandò: ‘Come ti chiami, piccolo?”.

“Sul volto di Duarte solo gli occhi erano della madre. Ed erano a tal punto della madre che sembrava si fossero conquistati quel posto da soli, con le proprie forze e dopo sanguinose battaglie”.

“Finchè, saranno state le otto di sera, il proprietario della pasticceria mi si avvicinò e mi disse: ‘Signorina, dobbiamo chiudere’, e io, alla fine, capii che ero sola al mondo”.

Musica: Prelude In C major, J. S. Bach
https://youtu.be/gPqJ6gDEgqU

L’amore ai tempi del colera, Gabriel Garcia Marquez

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“Non si sentivano più fidanzati e tanto meno amanti tardivi. Era come se avessero saltato l’arduo calvario della vita coniugale, e fossero andati dritti all’essenza dell’amore. Passavano il tempo in silenzio come due vecchi sposi scottati dalla vita, al di là delle trappole della passione, al di là degli scherzi brutali delle illusioni e dei miraggi dei disinganni: al di là dell’amore. Perché avevano vissuto insieme quanto bastava per accorgersi che l’amore era l’amore in qualsiasi tempo e in qualsiasi parte, ma tanto più denso quanto più era vicino alla morte.”

Capolavoro di letteratura, capolavoro di vita. Il Maestro assoluto. Un potere senza pari di rendere una storia immortale, di farci innamorare di tutto, dei personaggi descritti psicologicamente in maniera perfetta, tanto da renderli vivi, dei villaggi, delle città che abitano e che attraversano, dei paesaggi incontaminati, tutto questo è vita che scorre come un fiume e nello stesso tempo come una enorme e lussureggiante foresta, trascinandoci al suo interno, gustando sapori, profumi, odori, sudore, colori, siamo dentro al romanzo, letteralmente, dalla prima all’ultima pagina. Descrizioni superbe.
Marquez è unico. Riesce a farti innamorare dei suoi personaggi. Il suo modo di scrivere è inimitabile, ricco, passionale, magico. Questa è la più bella storia d’amore mai raccontata. Passione, dolore, speranza, vita, che superano anche malattie e il diventare vecchi. Un uomo che ha avuto 622 donne, una donna che ha avuto un solo uomo, e Marquez ci spiega tutte le sfaccettature che l’amore può avere, ci fa sentire Florentino vicino a noi come pochi altri personaggi nella storia della letteratura mondiale. Nonostante le sue stranezze, i suoi errori, le sue innumerevoli avventure, sentiamo la sincerità della sua frase: “Mi sono conservato vergine per te”. E’ sincero. Le donne hanno solo svolto la funzione di colmare quel vuoto decennale, la sua anima è ancora pulita, vergine.
“ L’amore ha gli stessi sintomi del colera”: ti sconvolge con la febbre, ti fa delirare, ti porta ad agire in modo insensato. L’amore mai maturo, o troppo giovanile o troppo senile, affettuoso, pauroso della morte in agguato, c’è sempre da scoprire qualcosa. Vale sempre la pena di aspettare, per qualcosa in cui si crede ciecamente. Una volontà ferrea, indomita, un cuore che conserva un sentimento inattaccabile, un amore che è l’unica cosa per cui valga la pena vivere e l’unica cosa per cui valga la pena di morire. Una danza, un ballo lunghissimo, in cui ci si avvicina, ci si lascia, ci si guarda, ci si riprende, ci si riperde e alla fine ci si ritrova uniti in un invincibile contagio, senza scampo.
Quando c’è la motivazione giusta, è giusto non arrendersi mai, nemmeno dopo 53 anni, 9 mesi e 11 giorni, notti comprese. Un inno alla speranza, alla gioia di vivere, una sfida alla vita e alla morte.

“Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno
è esserci seduto accanto
e sapere che non l’avrai mai.”

“Le venivano in mente di continuo le tante domande quotidiane a cui solo lui avrebbe potuto rispondere.
Una volta lui le aveva detto una cosa che lei non riusciva a concepire: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico, alla gamba che non hanno più.
Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più.”

Musica: Chan Chan, Buena Vista Social Club
https://youtu.be/tnFfKbxIHD0