Bambini nel tempo, Ricardo Menendez Salmon

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Quando ti nasce un figlio, a cosa pensi? Immediata risposta, sono felice. Poi, dopo qualche secondo, ho paura. O forse le due frasi si mescolano tra di loro dal primo istante. Perchè vita e morte sono apertamente collegate tra di loro. E uno dei significati del libro credo sia questo.
E forse la paura, la paura della morte, arriva proprio quando ti nasce un figlio, quando improvvisamente tutto cambia, non sei più da solo, ma sei responsabile e sei legato ad un’altra vita. E’ una fase di passaggio, passaggio totale, di vita e di pensiero. Ti senti invecchiare, improvvisamente il verbo
invecchiare assume un senso tangibile. Ed ecco che il passaggio di fasi fa nascere pensieri nuovi, riflessioni nuove.
La vicenda narrata è la più tremenda che possa immaginare un genitore. Il dolore più grande e più insopportabile del mondo. Il consolidato da anni che si liquefa in un solo istante. Una coppia, Elena e Antares. Una famiglia. Sicurezze.
“Antares pensò a una fortezza assediata. Per anni aveva protetto l’interno della fortezza dai barbari che erano fuori in agguato: la stupidità, la brutalità, la bruttezza del mondo. Adesso i barbari erano entrati. E avevano usato il più ignobile dei cavalli di Troia: la morte del loro figlio.”
La sofferenza che dilaga come un magma sotterraneo ma inarrestabile. E o ci si arrende, oppure ci si aggrappa alle cose, a quello che si sa far meglio. Nel caso di Antares, scrivere. Ed ecco che parte così il secondo atto del romanzo. La cura, la medicina, lo scrivere come terapia, così come il leggere la rappresenta per un lettore. Un balsamo per l’anima, ma anche una fuga, un guardare da altra prospettiva il mondo, che magari dalla solita nostra non riusciamo più, perchè fa troppo male.
“E si chiese se per caso la letteratura non fosse che un’altra forma di religione, un’altra pratica superstiziosa per combattere la morte con un’arma fantasmagorica: la parola.”
Antares inventa e immagina l’infanzia di un altro bambino, Gesù, e ne tira su un libro.
Un’infanzia negata dalla storia e dalla memoria, perchè quasi nulla o nulla ne abbiamo mai saputo. Cosa avrà provato quando ha visto il mare per la prima volta? Cosa avrà provato la prima volta che si è spaventato? E quando ha conosciuto l’amore? Quanto era felice facendo volare in cielo un aquilone? Con chi ha stretto le prime amicizie? Un bambino come tanti, un’infanzia come tante, ma mai narrata da alcuno. Qui il romanzo prende la sua via più poetica, diventa onirico, in larghe parti.
Poi arriva il terzo atto, segnato da un incontro tra un uomo e una donna in esilio dal mondo, e che segna la ricucitura col mondo, la cicatrice, che lascia un segno, ma consente di ripartire, di ricominciare, senza dimenticare nulla, perchè il dolore è sempre lì sotto, ma è un dolore che in qualche modo torna a donare speranza, si torna a vedere la luce in mezzo a tanto buio.
Vita, morte, dolore, speranza, potere della parola e della letteratura. Questi i temi. E’ uno strano libro, con un inizio che ti massacra il cuore. E che poi sfocia in mondi diversi, come un fiume che, all’ultima ansa, ti rivela un paesaggio inaspettato. Non so se piacerà a tutti, non so nemmeno quanti si sentiranno di leggerlo.

Musica: An end as a start, Editors

https://youtu.be/UBpzJ-TLpbE

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