Il posto, di Annie Ernaux

2015-09-08 08.09.15
A partire dalla copertina, questo è un libro per me folgorante.
E’ un piccolo grande libro, condensa emozioni, commozione, dolore, disagio, senso di inadeguatezza, sofferenza, incomprensione ed amore, in sole 107 pagine.

La copertina, due ombre. Un uomo con una carriola, che proietta a sua volta un’altra ombra, ma non la sua, bensì quella di una bambina che legge un libro, zainetto in spalla.

La storia è una biografia/autobiografia. Il rapporto tra la scrittrice e suo padre, la loro storia di genitore e figlia. La Ernaux non sceglie di raccontarcela in forma classica, bensì in tono essenziale, raccontando solo i fatti nudi: “Da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di ‘appassionante’ o ‘commovente’. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io. Nessuna poesia del ricordo, nessuna gongolante derisione. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali”.

Le due ombre, dicevo. Il passaggio tra padre e figlia, il lavoro, la fatica, i sacrifici fatti affinchè la generazione successiva non patisse le stesse sofferenze. Ma, nello stesso tempo, quelle diverse ombre sono il solco dell’incomprensione, il “posto” dove risiede la differenza abissale, a tratti, tra le due generazioni,e anche il posto inteso come collocazione sociale diversa a cui i due arriveranno. Le immagini, appunto. Sono essenziali, per l’autrice. Questo libro non è un romanzo, ne cancella la poesia eventuale, è scritto togliendo, scalpellando, ma l’aver tolto non significa aver diminuito il valore, anzi…questa scelta ha significato un linguaggio che arriva al cuore. Questo libro è un album fotografico:
“Nella giacca di tutti i giorni, appesa in cantina, ho trovato il portafoglio. Un po’ di soldi, la patente e, nella taschina interna, un ritaglio di giornale con dentro una vecchia foto dai bordi dentellati. Nell’immagine, alcuni operai disposti su tre file guardavano verso l’obbiettivo, ognuno con il suo berretto. Una tipica foto d’epoca che nei libri di storia viene usata per illustrare uno sciopero o il fronte popolare. Ho riconosciuto mio padre nell’ultima fila, ha l’aria seria, quasi preoccupata. Molti ridono. Il ritaglio di giornale portava i risultati, in ordine di merito, del concorso delle neodiplomate per accedere alla facoltà di Magistero. Il secondo nome era il mio”.

Un padre che non ride in nessuna delle tante foto mostrate. La serietà indomita e concentrata ad un solo scopo, lavorare affinchè tu, mia figlia, non soffra quanto ho sofferto io. E il tuo successo ripaga il mio lavoro. E’ un passo commovente, potente. Lo sforzo continuo per fare un passo avanti e soprattutto per non tornare indietro nella scala sociale. Una vita intera consacrata a questo scopo, perdendo di vista ogni altro, un immenso solco tra due generazioni, quello che interessa a me non può interessare te, ci dividiamo anche nel modo di parlare, tornare a trovare i genitori significa ripiombare in un’altra epoca, linguistica, culturale, sociale, immobile nel tempo. Un continuo ricordo del passato, vivido come appunto un’istantanea fotografica, una rassegna, una mostra di immagini vive e spesso dolorose: “Mia nonna aveva persino una certa raffinatezza, alla feste portava una crinolina in cartone e non faceva pipì in piedi sotto la gonna come erano solite fare per comodità molte donne di campagna” – “Un giorno mio padre è scivolato dalla cima dell’albero della cuccagna senza avere afferrato il cesto delle vettovaglie. La rabbia di mio nonno durò delle ore” – “Mia madre la domenica, assieme alle sue sorelle, comprava un cartoccio di briciole di torta dal pasticciere” .
Le costanti abitudini, una scelta di vita ferrea. Non farsi notare mai. Non esibire. Lavorare sempre. Conquistarsi il rispetto. “Imparare a essere felici della propria sorte”.
Vogliosi di liberarsi dal giogo della povertà, vista come una colpa, ma nello stesso tempo orgoglio indomabile, proprio perchè si è iniziato il proprio cammino da un punto così basso.
Un silenzio, una distanza tra padre e figlia, che fanno male: “Pensavo che per me non potesse più fare nulla. Le sue parole e le sue idee non erano quelle che circolavano nelle lezioni di letteratura o di filosofia, nei soggiorni con i divani di velluto rosso dei miei compagni di classe. In estate, dalla finestra aperta di camera mia, sentivo i colpi regolari della sua vanga che appiattiva la terra dissodata. Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci”.

Un rancore, bene espresso. La figlia che ha imparato il modo di esprimersi dei genitori, ma che, frequentando le scuole, ne assimila un altro, quello “corretto”, e non può fare a meno di correggere a sua volta suo padre. E si sente tutta la fatica e la sofferenza di dover stare in questa pericolante zona di mezzo. Come se la figura autorevole del genitore venisse improvvisamente sostituita da un’altra, la scuola, l’istruzione, un’entità indefinita, nemmeno una singola persona.
Credo che sia una piccola storia solo in apparenza, in realtà molti di noi troveranno corrispondenze, ricordi, confluenze, esperienze comuni.

Musica: Nightswimming, R.E.M.

https://youtu.be/O-YHU6BwPR0

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