Il tuo volto sarà l’ultimo, di Joao Ricardo Pedro

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Joao Ricardo Pedro, nato nel 1973. Ha vinto il premio Leya, il più prestigioso concorso letterario portoghese per inediti, grazie a questo romanzo, e ovviamente ha cambiato vita. Subito paragonato a Saramago e a Garcia Marquez. Come si può resistere al richiamo della lettura? Troppo curioso, io…è tutta la storia che è incredibile, un ingegnere elettronico che a causa della crisi viene licenziato e si mette a scrivere un libro, sfruttando il forzato tempo libero, la noia e l’amarezza…altro che realismo magico…
E scrive bene. Un romanzo diviso in sette parti.
Inizia il 25 aprile del 1974, giorno della Rivoluzione dei Garofani, la fine della dittatura in Portogallo. Nello stesso giorno Celestino, un uomo con un occhio di vetro, scompare in un paesino nel cuore del Paese. Da qui in poi inizia la storia che si sovrappone alla Storia, le vicende personali che si intersecano alla dittatura, all’epoca coloniale, attraverso tre generazioni di questa famiglia e delle figure degli amici che vi gravitano attorno.
Augusto, Antonio e Duarte Mendes.
Nonno, padre, nipote, tre uomini diversi, ma tre grandi sensibilità. Un nonno medico, che aiuta, cura e ospita uno sconosciuto durante la dittatura, un padre spedito due volte a combattere in Angola, tornato con gli orrori della guerra negli occhi e nella mente, un figlio e nipote pianista nel cuore, ma che sconta il peso delle storie e della sensibilità dei suoi antenati.
Non c’è un ordine cronologico, è un puzzle da ricomporre nel finale, bisogna avere pazienza, a tratti è un dedalo intricato, si possono perdere di vista i personaggi per poi vederli ricomparire all’improvviso. Duarte è il fulcro del romanzo, personaggio incredibile. Quello che ci porta a pensare che l’autore del libro sia un personaggio a sua volta molto poliedrico, che si intenda di musica e di arte, perchè mi sono subito fiondato ad ascoltare la sonata 26 di Beethoven e a guardare un quadro di Bruegel, e non lo avrei mai fatto se questo autore non mi avesse dato lo stimolo di aprire certe finestre mentali… Duarte, che sarà destinato a risolvere l’enigma, a ricomporre i pezzi. Ecco, diciamo che il romanzo resta sospeso, in questo senso. Il finale mi ha lasciato senza una soluzione certa, mi ha lasciato con altre domande. Così come la narrazione resta tra realtà e fiaba, e magia, con una scrittura a volte molto diretta e cruda, a volte tenerissima, commovente. Umanità, malinconia, violenza e delicatezza, tutto in un villaggio “dal nome di un mammifero”, una nuova Macondo…Da pagina 123 si apre la parte davvero indimenticabile, le pagine sulla madre di Duarte sono emozionanti, le migliori.

“Tuo padre fu uno degli ultimi a uscire. Non c’era quasi nessuno sul molo. Sembrava smarrito, come se fosse appena arrivato in una terra che non conosceva. Una terra dove non lo aspettava nessuno. Camminava accanto a un commilitone che lo teneva per un braccio, come se gli indicasse la strada. Per un attimo, temetti che fosse tornato cieco.
“Cominciammo a correre, verso di lui. lo presi per il collo. Lo baciai. Lo guardai negli occhi. Lo baciai sugli occhi, ringraziando Dio che non fosse cieco.
“Ma era come se lo fosse”.
“Ti guardò e domandò: ‘Come ti chiami, piccolo?”.

“Sul volto di Duarte solo gli occhi erano della madre. Ed erano a tal punto della madre che sembrava si fossero conquistati quel posto da soli, con le proprie forze e dopo sanguinose battaglie”.

“Finchè, saranno state le otto di sera, il proprietario della pasticceria mi si avvicinò e mi disse: ‘Signorina, dobbiamo chiudere’, e io, alla fine, capii che ero sola al mondo”.

Musica: Prelude In C major, J. S. Bach
https://youtu.be/gPqJ6gDEgqU

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