Non sapevamo giocare a niente, Emma Reyes

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Emma Reyes. Prima di acquistare questo libro, nulla conoscevo di lei. Una donna colombiana, una pittrice, per tutta la sua vita. Non è stata una scrittrice, o meglio, ha scritto solo questo libro. Se vogliamo specificare ancora meglio, è morta da non-scrittrice. Il libro è uscito postumo. Questo è un epistolario, composto da 23 lettere che Emma spedì al suo amico Gèrman Arciniegas, dalla Francia alla Colombia, nell’arco di ben trent’anni. Un viaggio a ritroso, le lettere che spedisce al suo Paese natio, e che a ritroso vanno a raccontare la sua infanzia. Infanzia drammatica, dolorosa, incredibile, assurda.
La prefazione di Tiziana Lo Porto è bellissima: “E’ di alcuni scrittori un talento speciale nel raccontare l’infanzia. L’altrui alcune volte, altre volte la propria. I migliori sono quelli che da adulti riescono a essere bambini, credibili in ogni improbabile fantastico accadimento narrato, come credibili sanno essere solo i bambini. Scrivono libri per dire al mondo la propria infanzia e, al tempo stesso, per prendersi cura di sè stessi bambini”. Bellissimo. Ed è così.

Emma racconta i suoi primi anni di vita, da quando aveva 4 anni, con sua sorella, di un anno e mezzo più grande. C’è una donna, con loro, non sappiamo se fosse la mamma, ma da madre non si comporta. Non c’è nessun padre. C’è una stanza, in cui vengono recluse per tutto il giorno. Povertà assoluta, i migliori momenti sono quelli dove si gioca con altri bambini in una discarica, in mezzo al fango. Sono buttate in un angolo come oggetti, con pochissimo cibo, una povertà spaventosa. Costrette a lavorare. Ma sono bambine, Dio santo, sono solo due bambine. Nessuno le ama. Nessuno le considera non solo come figlie, ma anche solo come esseri umani. Sono due pesi, due pacchi da esibire e da portare in giro solo quando serve, e ogni volta che si sposteranno saranno rinchiuse dietro ad una porta, ad un cancello, ad un lucchetto. Ed ecco il convento.

“Faceva tutto parte del mondo eccetto noi… Non ci era permesso chiedere spiegazioni su niente, qualunque cosa riguardasse il mondo era peccato punto e basta; per questo nelle nostre preghiere, sia in quelle prima di iniziare a lavorare sia in quelle della sera, dicevamo sempre un paio di Ave Maria per i nostri clienti peccatori che ci beneficiavano perché noi potessimo mangiare e salvarci l’anima.”
Faceva tutto parte del mondo…eccetto noi…

In questi lunghissimi anni ci saranno momenti belli, ma sono troppi, i momenti di sofferenza, di dolore vero. Ma è qui che la Reyes mostra la sua originale bravura. Non penso che la maggioranza di noi, avendo passato quel che ha passato lei, avrebbe la forza di raccontarlo. Lei ce l’ha, e riesce a farlo con lo sguardo della bambina che era, con la curiosità che aveva a quel tempo, con lo stupore che aveva, l’incoscienza che aveva. E’ Emma bambina, che ci scrive, ed è terribilmente magnifico. E ci mostra quanto i bambini riescano a trovare rifugio nelle illusioni, nei sogni, nella fantasia, quando la realtà si mostra malvagia verso di loro. Bambini pieni, ricolmi di paura, paura in massima parte causata dagli adulti. E’ una storia che è lontanissima da noi, temporalmente, eppure siamo lì con lei, sentiamo il suo dolore. E’ faticoso, leggere. E’ faticoso ascoltare quel dolore. Ma colpisce il come ce lo descriva, non tanto la sua quantità. Ogni lettera si conclude con una frase che è uno stiletto al cuore. La numero otto per me è stata la più dura da mandare giù, e finisce, infatti, con una frase che spiega bene i sentimenti provati dalla scrittrice e anche dal lettore: “Mio caro, sono triste perchè questa lettera non è venuta come avrei voluto, ma non ho il coraggio di riscriverla”.
“Non piangevo, perchè le lacrime non sarebbero bastate, non urlavo perchè il sentimento di ribellione era più forte della mia voce”. Non la dimenticherò mai, la lettera numero otto.

Questa donna ha imparato a leggere e a scrivere da adulta. Riflettiamo su questo, su quanta forza abbia avuto nel cuore per arrivare a questi livelli. Chiudo, di nuovo attingendo alla prefazione:
“Non sempre devi voler essere scrittore per diventarlo. Nè devi scrivere molti libri. Emma Reyes non voleva diventare una scrittrice, e di libro ne ha scritto solo uno, questo. E tuttavia basta leggere poche pagine per capire che la scrittura è un’arte di cui è stata padrona tanto quanto lo è stata della vita. Poi, a cercare ancora un po’ tra quel che resta di Emma Reyes, si scopre che la cosa che scriveva soprattutto erano amorose impareggiabili lettere agli amici. Lettere comiche, affettuose, dolorose, che scriveva e mandava senza mai ostentare nulla, solo per dare notizia di sé e mantenere vivo il sentimento nella distanza dalle città vissuteo di passaggio e dalle persone amate o anche semplicemente rispettate che in un modo o nell’altro avevano migliorato la sua vita, come capita sempre quando si vive sparsi per il mondo. A oggi non ci sono biografie di Emma Reyes e tutto quello che si sa di lei lo abbiamo appreso dagli amici. Che è un bel modo di sapere. Dicono che di lettere ne abbia scritte a centinaia. Dicono che le lettere le scriveva su una stupenda carta di seta dai colori pastello. Dicono che aveva una calligrafia curiosa, piena di errori di ortografia forse dovuti al fatto che aveva imparato a leggere e scrivere adolescente, forse alla noncuranza. Ma gli amici erano innamorati di quegli errori, mai difetto e sempre valore aggiunto, qualcosa non da compatire ma quasi da invidiare. Uno spagnolo calpestato e scritto a mano, con qualche s in meno e alcune parole francesi in più. Nessuno più scrive così”.

Musica: Jeremy, Pearl Jam
https://youtu.be/MS91knuzoOA

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