Uomini e topi, di John Steinbeck (1937)

uomini

Riletto a distanza di tanti anni non perde molto dello smalto iniziale. Anzi, credo che per me, oggi, sia meglio rileggere i classici della letteratura da capo, ne ho letti troppi quando ero troppo giovane, non che oggi sia una “cima”, come Lennie, ma comunque una piccola evoluzione c’è stata, non sono ancora erectus, ma più o meno qualche passetto lo faccio. Una storia di amicizia, prima di altro. Ma una storia di un periodo preciso, una storia di uomini, una storia di fatica, una storia di sogni, una storia di speranze, una storia di realtà e di destino ineluttabili e crudeli. Diversi personaggi, ognuno con la loro dignità ed importanza, tutti tasselli che si incastrano alla perfezione. Tutti alla ricerca della sopravvivenza, in un momento difficile come quello della Grande Depressione, tutti più o meno che cercano di arrivare alla fine della giornata. Sono passati 80 anni, circa, ma non mi pare che la situazione sia poi così diversa…anche oggi viviamo di sogni e di insoddisfazioni, anche oggi siamo tutto un contrasto di sentimenti, e siamo ognuno diverso dall’altro, e mostriamo chiaramente quanto siamo diversi. Come i due protagonisti, uno intelligente, l’altro forte fisicamente, ognuno dei due dà qualcosa all’altro, comunque, anche se sembra ovviamente Lennie quello che sembra appoggiarsi di più al suo amico, è George che gli dà la “parola”, che fa da portavoce ai suoi pensieri, è George che lo difende dal mondo, o che disperatamente ci prova. Il famoso melting pot statunitense, fatto a pezzi dalla storia vera, che parla di disperazione, di emigrazione interna, di discriminazione razziale, di solitudine. Steinbeck ci dice questo e altro, tratteggia alla perfezione i personaggi e soprattutto descrive in modo assolutamente meraviglioso i paesaggi, la natura. Fortissimo il contrasto tra quest’ultima, immutabile, placida, regolare, con la vita umana, sempre irrequieta, sempre tesa, sempre disperatamente alla ricerca di un equilibrio, sempre sul filo della sopravvivenza. Il romanzo inizia con una biscia d’acqua che sbuca fuori e finisce con la stessa scena, ma in mezzo a questo ci sono state cento pagine dense di sforzi umani per sopravvivere al meglio. Anche se non si sofferma molto, nelle descrizioni paesaggistiche. Non era quello il suo intento. E’ uno scritto dalla parte degli umili, perchè solo dalla loro visuale si può capire davvero come gira il mondo. E’ uno scritto dove si percepisce fin dal primo secondo l’atmosfera tragica, il destino avverso e ineluttabile. Ci sono anticipazioni nettissime riguardo a quello che il finale ci riserverà, come lettori, e che riserverà ai protagonisti. Loro sanno quello che li attende, eppure non si sottraggono, il destino è qualcosa a cui siamo assegnati e che non si può combattere. Anche i dialoghi tra i personaggi sono alla fine monologhi, c’è incomunicabilità, tutti parlano ma pochissimi ascoltano, ognuno manifesta il proprio malessere in solitaria. Precarietà, ingiustizia, povertà, solitudine, questa la condizione umana, perpetuata nei secoli, immutabile.Siamo soli, proviamo a stare insieme, spesso ci riusciamo, ma siamo sempre soli, nei momenti più difficili, soprattutto. Un finale meraviglioso, emozionante, durissimo, che conferma quello che ho appena scritto.

Musica: Lean on me, Bill Withers

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