Primo amore e altri affanni, di Harold Brodkey

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“Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi – un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu – che è la mia infanzia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università. Quella gradazione di mattoni rossi e fogliame verde è St. Louis in estate (l’inverno è soltanto un cielo grigio e un autobus affollato e impronte umide sul pavimento di linoleum della scuola), e quei mattoni e un cielo pallido sono la primavera. Sono anche la solitudine e lo strano, mortificato stupore del bambino la cui famiglia è stata colpita da una serie di sventure”.

Questo l’incipit,inizia così il primo dei dieci racconti di questo libro. Tutti i racconti misurano la nostra esistenza, dall’infanzia alle prime amicizie, ai primi tormenti amorosi, al primo viaggio da soli, dalla gravidanza alla maternità, per finire con il rapporto di coppia e tutte le sue declinazioni di sofferenza più o meno espressa e più o meno taciuta.  Insomma, i sentimenti umani. L’argomento principe, in letteratura. Ma Brodkey ce ne parla in modo sostanzialmente nuovo, diverso, sorprendente. Dettagli precisi, fotografici, fotografie di cose normali, ma da angolazioni mai sperimentate, calcolando che questi sono scritti degli anni cinquanta. America, sempre America. Il suo dopo guerra , le sue villette a schiera con giardino, i campus,  i ragazzini, gli adolescenti, gli studenti, le giovani coppie la loro educazione sentimentale, il fuoco amoroso iniziale, la presa di coscienza dei momenti di passaggio, delle tante porte che si nascondono dietro quella che si credeva fosse l’unica, la tristezza infinita, che corrode la vita, come il non saper comunicare, ma anche quegli attimi di pura felicità, che tutti vorremmo congelare o ripetere all’infinito. E soprattutto il bello delle prime volte. La loro unicità. Vivere quel momento magico, non sapendo ancora che sarà irripetibile, anche negli errori, anche nei pensieri cattivi, inconfessabili. Ma quando lo capisci…quella voglia che a volte ti prende di riavvolgere disperatamente il nastro, e andare a prendere a calci in culo quel te stesso che eri: “Avevo solo tredici anni. Non c’è molto che si possa rimproverare a un ragazzo di tredici anni, ma non penso ai rimproveri; penso a tutti gli anni che avrebbero potuto essere…se soltanto avessi saputo quello che so adesso. Lo spreco, l’orribile spreco. Ecco, la storia è tutta qui. Il ragazzo che ero, il bambino che era Edward. Questo, e il terribile desiderio di volgermi di colpo e di correre indietro, gridando, per i corridoi del tempo, urlando al ragazzo che ero, cercandolo fino a scovarlo e picchiandogli forte sul petto: “Amalo, maledetto idiota, amalo”.

I personaggi sono tutti delicatamente tratteggiati, e delicati sono loro, molto fragili, siamo tutti un po’ vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, la vita va così, siamo tutti un po’ impacciati, commettiamo sciocchezze, come bambini appena nati ci muoviamo incerti, senza appoggi sicuri, fino a comprendere che non ci sono regole, non ci sono aiuti, e che solo il tempo forse farà chiarezza di questo ammasso indefinito di pensieri e di incertezze e di sogni e di paure che ci riempiono il cuore e la mente. Le storie sono separate, ma c’è un filo conduttore unico, che porta a pensare che sia un romanzo unito, non una raccolta di racconti. Amore e affanni che si intersecano di continuo, così vanno le cose, e farsi delle domande, andare a scandagliare, a rimestare nel marcio delle coscienze personali vuol dire capire di più, aprire mente e orizzonte, ma anche aumentare il dolore a dismisura. Perchè non sempre troveremo risposte a donarci serenità, anzi..la felicità sfugge via, il dolore invece persiste, ci soffoca, a tratti, ma non sappiamo spiegare il senso di inutilità o di insofferenza che abbiamo nei confronti della nostra vita e del mondo.

“Alzai la faccia – quell’esasperante elemento, la mia faccia – e guardai incantato la notte e le cime ondeggianti degli alberi e i rami che si muovevano avanti e indietro e la luna tonda incastrata nel cielo notturno, che mutava in madreperla i vicini nastri di nuvole. Era tutto assolutamente raro e come senza tempo. Che terribile senso di infelicità!”

“Vuoi piangere sulla mia spalla o vuoi piangere da sola?»”Da sola”, disse Laura. “Ma non andare troppo lontano”.Il mondo era triste, pensò. Oh, l’impossibilità di comunicare gli uni con gli altri. Oh, il guaio di essere donna.Martin sedette nella sua sedia da giardino e bevve il suo whisky. Aveva il cuore gonfio. E sorridendo pacificata nel buio, Laura piangeva.”

Trovare la collocazione giusta, stabile, questo il difficile. Unica arma, tenersi i momenti felici e cristallizzarli in immagini vivide, come fa questo autore con la sua prosa lucida, limpida.

“Come potevi sapere se la felicità sarebbe tornata? E se fosse tornata, sarebbe stata bella come questa? Il guaio della felicità è che ti fa paura.”

“C’è un po’ di minestra”, disse mia madre. “Vuoi che te la riscaldi?” E improvvisamente i suoi occhi si riempirono di lacrime, e tutto a un tratto cominciammo a baciarci, ad abbracciarci e a sorridere e a fare felici pronostici l’uno per l’altro, lì nella bianca cucina piena di luce. Ci conoscevamo l’un l’altro da tanto tempo e c’erano tante cose che tutti e tre ricordavamo…I nostri sorrisi, i nostri sguardi di approvazione vagavano da viso a viso. C’era un senso di estrema cortesia nell’aria. Ci stavamo comportando come ci saremmo comportati, un giorno, alla stazione, al matrimonio di mia sorella, alla nascita del suo primo figlio, alla mia laurea. Era la prima delle nostre riunioni di famiglia.”

Ancora una volta statunitensi mostrati in sofferenza estrema, quanta infelicità, quanta lotta, dietro e dentro quelle villette a schiera e quei bei giardini, dietro quelle tendine tirate, come quei sorrisi..

Musica: She’s gone, Hall & Oates

https://youtu.be/jpR8r0D2EyY

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