L’isola di Arturo, di Elsa Morante

L'isola di Arturo

“La sola ragione che ho avuta (di cui fossi consapevole), nel mettermi a raccontare la vita di Arturo, è stata il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo”.

Ecco, direi una dichiarazione fondamentale, questa della Morante, per comprendere il romanzo. La fortissima misoginia, l’ossessione per la figura materna, ripulsa e attrazione verso le figure femminili, la ricerca di un rapporto, insomma tantissima ambiguità, in questa storia, tanto femminile quanto più il femminile lo si voleva nascondere in apparenza.
Un viaggio di formazione, nel mondo dell’infanzia, dell’adolescenza, l’approdo verso la maturità, verso la vita, attraverso un percorso quasi sognato, idealizzato, mitico, attraverso un paesaggio stesso ideale, isolato dal mondo, sognante, vergine,, per poi arrivare a scoprire la vita vera, il passaggio dal sogno fatto di certezze alla realtà piena di dubbi, di lotte, di rischi. Un bambino solo, ingenuo, che idealizza tutto, padre, madre, vita, che fa di quest’isola tutto il suo mondo, che se ne sente protetto, ma al tempo stesso imprigionato, e la prigione in alto è simbolo chiaro di questo, ed imparerà, anche a sue spese, che per volare via le ali vanno dispiegate, Procida è stata la sua base, ammaliante, con i suoi profumi, i suoi odori, la sua pace, che chi ha letto sembra aver vissuto insieme al protagonista, ma che occorreva uno strattone potente e doloroso, per aprirle, quelle ali, bisogna crollare a terra, a volte, per saper ripartire, imparare a capire che l’uomo è appunto umano, anche basso, pieno di piccolezze e di amari difetti, per poi saperlo amare:

“Spesso certi nostri affetti, che presumiamo magnifici, addirittura sovrumani, sono, in realtà, insipidi; solo un’amarezza terrestre, magari atroce, può, come sale, suscitare il sapore misterioso della loro profonda mescolanza.”

“Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, le perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola e quella mia primitiva felicità non erano altro che una imperfetta notte; anche gli anni deliziosi con mio padre, anche quelle sere là con lei! Erano ancora la notte della vita, in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…”

Per giungere alla maturità finale, si passa attraverso un percorso intriso di misoginia, in questo il romanzo è triste, crudele. Anche cattivo. Le donne sono scartate, recluse, evitate, rinchiuse nelle case, considerate meno di oggetti. Subiscono la violenza, muoiono di parto come capita solo agli animali. E, nel caso venissero amate, il loro destino è di essere abbandonate. Il mito riguarda solo gli uomini. E solo quando questo mito verrà in qualche modo distrutto, e reinterpretato, alla figura femminile verrà restituita la dignità che possiede, e Arturo comprende di quanta forza, vitalità, determinazione sia fatto l’universo femminile, e di quanto ci sia bisogno di esso per arrivare alla piena conoscenza e maturità della vita. La Morante davvero doveva aver desiderato tanto essere un ragazzo, per aver saputo descrivere le sue sensazioni così bene.

Musica: Odysseus, Francesco Guccini

https://youtu.be/m_MwzTC1aPg

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