Florence Gordon, di Brian Morton

Florence-Gordon

“Florence non era – è importante sottolinearlo – il tipo di donna che cercava di apparire più giovane. Non si tingeva i capelli; non aveva alcun interesse per il Botox; non si faceva sbiancare i denti. I suoi vecchi denti irregolari, ruvidi, onesti e mai ritoccati, le andavano più che bene così com’erano.
Florence non era il tipo di donna che desiderava riafferrare la giovinezza. In parte questo ero dovuto al fatto che la vita che viveva ora le sembrava molto interessante.
Era una donna forte, fiera ed indipendente, che accettava la vecchiaia ma si sentiva comunque fondamentalmente giovane.
Ed era anche, a sentire dalle molte persone che la conoscevano e persino molto delle persone che l’amavano, un’autentica rompipalle.”

Florence Gordon, anziana ma arzilla signora settantacinquenne, scrittrice e persona scorbutica, orgogliosa, una vita passata sulle barricate del femminismo, ma anche della coerenza, della sincerità estrema, anche al di là del brutale. Ma sempre cercando di essere giusta. Una corazza sempiterna, per consentirsi un percorso autonomo, slegato dalle convenzioni, sincero, per non dover dire grazie a nessuno ma anche, direi, per non farsi del male. Perché legarsi agli altri è farsi del male, spesso e volentieri. Una persona che non esita a dire quello che pensa, ma soprattutto a fare, le cose che vanno fatte, senza pensare alle conseguenze. Che sia una protesta contro un tizio che salta una coda o che ci sia da mettersi di fronte a poliziotti in assetto antisommossa. Lei è la protagonista assoluta del romanzo, è il perno attorno a cui ruotano la sua famiglia e le sue amicizie. Perché spesso detestiamo chi si mostra così brutalmente sincero, ma in fondo proviamo una profondissima ammirazione, vicina all’invidia, verso chi ha questo coraggio, nella vita, quello di vivere sempre come si vuole, come si è deciso, coerenti con se stessi, sputando lontanissimo l’ipocrisia.
Una vita importante, ma una vita non attraversata dalla fama, che però arriva improvvisamente adesso, quando non se lo aspettava più. E le cose cambieranno, volente o nolente, in qualche modo. Anche se lei rimarrà sempre se stessa, cocciutamente, ma dignitosamente.

La sua famiglia sarebbe il contorno, i familiari sarebbero i satelliti. Ma non lo sono, alla fine sono importanti quanto lei, nel romanzo. Sono tratteggiati perfettamente. Il figlio bistrattato, la nuora adorante, la nipote Emily, così giovane, così distante da lei generazionalmente, ma alla fine quella che riuscirà ad aprire un varco in quel cuore apparentemente così chiuso, indurito. I dialoghi, ma soprattutto il loro flusso di pensieri, è qualcosa in cui ci possiamo riconoscere in diversi aspetti e momenti della vita. Le dinamiche familiari spesso sono così. C’è una facciata, da preservare, da mostrare, agli altri ma soprattutto a noi stessi, ma poi ci sono i pensieri, quello che davvero si prova e che forse mai ad alcuno mostreremo, per tutta la vita, e a prescindere dall’amore che proveremo per questo qualcuno. I loro rapporti, i loro pensieri, quel voler immaginare quel che pensa l’altro, quei tentativi disperati, di immaginare i pensieri di chi ci sta accanto, sono stati per me la parte più bella di questo libro. Mi hanno dato molto su cui riflettere. Emily, la sua ostinazione nel cercare un punto di contatto con la nonna, un riferimento certo per la sua vita. E i dialoghi muti tra Daniel e Janine, soprattutto… il rapporto di coppia, quando ti sfugge via, quando gli occhi con cui si vedono le cose diventano quattro e non più due, quando si parlano linguaggi diversi, non più uno solo, quando non è detto che uno dei due sbagli, ma comunque non ci comprende più, non si riesce più a dare stimoli all’altro. In generale ho riflettuto sul quando le persone scelgono di morire dentro, piuttosto che dire davvero quel che provano, si fanno venire un infarto, ma non chiedono aiuto, non provano a gridare, a sfogarsi, a dire la verità, l’implosione come scelta di vita.
E’ un libro all’apparenza leggero, ma scritto con grande sagacia, e alla fine è questo, un altalenarsi tra leggerezza e profondità. Con un finale che lascia amarezza, malinconia, tristezza.

“Se c’è una cosa che ho imparato da lei nelle ultime settimane è che bisogna sempre essere coraggiosi. Cogliere l’occasione. Correre il rischio di rimpiangere di aver parlato perché è comunque meglio che rimpiangere di aver taciuto.”

Musica: Hurt, Johnny Cash

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3 pensieri su “Florence Gordon, di Brian Morton

    • Simona Scravaglieri ha detto:

      E che pensavi di scapparmi?? Guarda che io piano piano arrivo ovunque! Il blogroll mi serve proprio a questo…a tenervi tutti d’occhio! :DDDD

      Mi piace

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