L’estate del cane bambino, di Mario Pistacchio e Laura Toffanello

estate

«Menego aveva quattordici anni, io, Michele e Ercole dodici, Stalino quasi, e il cane nero chissà. Era l’estate del 1961. Il nostro mondo di allora era fatto di morti che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti. Era un tempo in cui le leggende erano vere, e se qualcuno ci avesse detto che non era possibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene».

In questo incipit c’è praticamente sintetizzata tutta la storia.
Copertina bellissima, carta bellissima, già tenerlo in mano, questo libro, è stata esperienza appagante.
Anche questo commentato da tante persone, molte delle quali mie conoscenze, quindi penso di poter aggiungere poco.

Commovente. Triste. Doloroso.
L’Italia degli anni Sessanta. Una storia ambientata in uno dei nostri paesi, nella nostra provincia, un’ambientazione unica, riconoscibile solo a noi, con anime e personaggi e luoghi solo nostri, tutti italiani, con pregi e difetti. Soprattutto difetti. Un’Italia arretrata, piena di dicerie, segreti, cose da nascondere ad ogni costo, piena di connivenza, anche, di follia da far passare come normale, di facciate da mostrare. La parrocchia, il bar, il lavoro nei campi, le donne, i matrimoni combinati, forzati, i silenzi pesantissimi, la sopportazione quasi come segregazione e schiavitù..l’ignoranza che vince..non ne esce bene, l’Italia.. Beh, alla fin fine…non che cinquant’anni dopo siamo radicalmente mutati…
Adulti che si nascondono dai bambini, che non mostrano sentimenti, come se l’amore fosse da nascondere sempre, come fosse una colpa…mi ha fatto male leggere questa separazione di mondi, che in realtà è naturale e giusto che esista, ma è lo stacco brutale, il salto, che fa male. Sono due universi paralleli, che non si incontrano quasi mai e, quando lo fanno, lo fanno nel modo sbagliato.
L’unica vera alleanza è tra bambini e nonni. Gli estremi. Solo quando la vita è agli estremi si può ricongiungere, trovare un punto di approdo comune, e si vedono le stesse cose anche senza parlarsi.

Una bellissima amicizia, quelle che forse solo da bambini possiamo aver avuto. Quelle dove nulla è in discussione, dove le diversità si annullano, non c’è litigio che tenga, ci si ritrova, ci si sveglia al mattino e si sorride subito, al pensiero che ci sono ragazzini come te al mondo, uniti, disposti a tutto pur di passare un’ora insieme. Un campetto di calcio che diventa il Maracanà, un bambino che diventa Mariolino Corso oppure Liedholm, le passeggiate sul fiume, i pesci da pescare, il quartier generale dove riunirsi a parlare, fumare, crearsi il proprio microcosmo di felicità…Sarebbe bello che certe cose non si modificassero, nella vita, con la crescita. Sarebbe bello essere sempre così felici, senza saperne nemmeno spiegare il motivo, felici e basta, felici di esserci. E invece tutto finisce, e per questi bambini finisce in modo improvviso, tremendo, come peggio non si potrebbe. Finisce con la perdita improvvisa dell’innocenza, in mezzo ad un’estate che si prospettava la più felice, e diventa invece il peggiore degli incubi. Si perde l’innocenza, l’infanzia, e anche la fiducia negli adulti, tutto in un colpo solo. E’ un libro che ti strazia, per l’ingiustizia verso i deboli. Un libro dove il dolore è ineluttabile, e contro il quale si può solo resistere aggrappandosi a qualcosa, ma le cui ferite restano, incancellabili, profondissime. Non lo so, come atmosfera visiva ho fatto una strana associazione, mi è venuto in mente il film Sleepers.

Il libro è scritto tanto bene, ma tanto…emoziona, tanto. Ripeto lo stupore di molti, pensando che sia stato scritto a quattro mani, davvero non ci riesce a capire come sia stato possibile fondere due menti, due cuori e quattro mani in questo modo direi perfetto, senza sbavature. Impossibile distinguere, impossibile pensare che non sia una sola persona ad averlo scritto, non si notano stacchi e strappi e divergenze. L’atmosfera è totalmente realistica, siamo lì in quelle vie, siamo lì sugli argini del Brenta, siamo lì in mezzo a quella campagna, siamo lì nel chiuso di quelle case, siamo lì nel mezzo tra genitori e figli. Siamo lì, perfettamente uniti a quei ragazzini, sentiamo i loro cuori, camminiamo con loro.

Musica: Stand by me, Ben E. King

Everybody Hurts, R.E.M.

1992, l’album è “Automatic For The People”. Il disco senza dubbio più malinconico, riflessivo, ma di più, intriso di dolore, quasi come si assistesse ad un funerale, e questa fosse la colonna sonora. Sono sempre stati così, controcorrente. Dopo gli esordi di grandioso successo, con album pieni di ritmo, anche allegri, improvvisamente decidono di svoltare. Scegliendo melodie non da primi posti in classifica, poco ma sicuro. Scegliendo di rappresentare il dolore in tutte le sue forme, un dolore meditato, un dolore fatto di ricordi, di gente anziana che sta per lasciare il mondo e vuole essere disperatamente ricordata, un desiderio comune ad ogni essere umano, il dolore per la perdita di un familiare, il dolore per la propria crisi di coscienza, esistenziale, perchè a volte qualcuno non trova collocazione e senso nell’universo, e si lascia andare. Una ballata straordinaria, come le altre del disco, arrangiato da John Paul Jones dei Led Zeppelin e Knox Chandler degli Psychedelic Furs. Questo è un inno e incitamento a non mollare di fronte alla forza disperata interiore che spinge a farla finita. La voce di Stipe è lacerante. Quando vediamo tutti questi talent show musicali, ecco…c’è tanta gioventù dotata, ma l’interpretazione….farsi interprete di sentimenti così universali, caricarseli sulle spalle e in gola, dare voce al dolore di tanti come se fosse il tuo, ecco la differenza tra un cantante e un “mostro”. La canzone è un crescendo di parole, voce e strumenti musicali, fino agli archi e la chitarra finale. E il disperato e coraggioso “No, no, no, you’re not alone”, che condensa tutta la sofferenza universale in una frase.

E tutti soffrono a volte
Quindi aspetta, aspetta, aspetta, aspetta,
aspetta, aspetta, aspetta, aspetta
Tutti soffrono
No, no, no, no, non sei solo

Bohemian Rhapsody, Queen

 

Album “A Night at the Opera”, 1975.

Questo album è forse la vetta della loro produzione. Loro sono sempre stati “accusati” di guardare troppo al denaro, al denaro facile, con canzoni sempre orecchiabili, semplici, da “classifica”. Ma questo è uno dei loro dischi dove è evidente un salto di qualità, dove si vede chiaramente il loro interesse e gusto verso l’espressività teatrale. Qui facilità di ascolto e creatività hanno il loro perfetto dosaggio. In questo album c’è di tutto, opera, operetta, musical, hard rock.
Questa canzone l’hanno piazzata praticamente alla fine del disco, come a regalare il più grande colpo di teatro. E’ difficile descriverla. E’ una specie di compendio di decenni e di secoli, anzi, di storia musicale. Ci sono decine di riferimenti. Quello che è e resta il loro assoluto capolavoro si apre con un coro a cappella. Un brano geniale, un’operetta divisa in tre tempi, per un totale che supera i sei minuti. Per quei tempi, impossibile che passasse molto per le radio private, troppo lungo e troppo particolare. Ma era troppo, veramente troppo meraviglioso per non arrivare al cuore di tutti, e infatti è arrivato in un lampo alla prima posizione in Inghilterra. Il pianoforte, la chitarra di May, nella prima parte. La seconda, la parte corale, incredibile, ci hanno messo 7 giorni per registrarla, le quattro voci che si incrociano, si intrecciano, si inseguono creando effetti strepitosi. La parte finale, l’esplosivo hard rock. La voce di Freddy che arriva in Paradiso, e di nuovo la chitarra di May, stavolta selvaggiamente rock. E dopo questo temporale di suoni forti, ecco il finale da quiete, pianoforte e Freddy, da soli, nothing really matters….cori da chiesa, ballate, opera, operetta, chitarre melodiche e chitarre ruggenti, fiati, cherubini e diavoli insieme, voci una sull’altra come un tiramisù musicale di cento livelli….STREPITOSO.

 

Furore, di John Steinbeck

 

Furore-Steinbeck

Il libro sulla Grande Depressione americana. Questa la descrizione di base che abbiamo sempre letto ovunque . Ma non è solo questo. E io non so da dove cominciare a commentarlo. E non so nemmeno come e dove finire. E’ un romanzo potente, deflagrante, doloroso, violentemente doloroso, che ti sbatte al muro della vergogna, che ti fa vergognare anche del piatto che stai mangiando.
Ti ritrovi con i Joad a percorrere la route 66, a sentire il caldo soffocante, a gioire per un pezzo usato di un vecchio furgone con cui ripartire, a maledire la sorte assassina, a maledire te stesso che sei disposto a dimenticare la morte altrui in nome della tua sopravvivenza, ti ritrovi a sopravvivere come un animale, come loro, e a vivere in un paesaggio descritto superbamente, come credo solo Steinbeck ha mai saputo fare. E ti ritrovi ad odiare i tuoi simili, soprattutto quelli che hanno più di te, contro chi specula sulla povertà, contro chi quella povertà alimenta, contro chi gestisce, quella povertà, contro chi getta benzina sui raccolti affinché gli affamati non si sfamino. Perché la povertà va mantenuta e alimentata come un fuoco di notte, non deve mai calare, mai cessare, perché ci sono soldi da fare, montagne di soldi, sulla fame di un popolo. Vi ricorda qualcosa? Cibo che viene lasciato cadere a terra, affinché molti crepino per far vivere pochi. Affinché molti si azzuffino per vivere un giorno in più di altri. Non vi ricorda niente, un arancio lasciato marcire a terra? Gente della stessa nazione che si odia, connazionali poveri che odiano connazionali che stanno morendo di fame, come su un gigantesco piroscafo che affonda, e dove la conquista di mezzo metro di gradino è vitale, molto più della dignità. E allora non resta che unirsi, lottare insieme, tirare fuori la restante umanità e stringersi.

“Terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.”

E’ il libro dell’Odissea della famiglia Joad. Sì, come si può negarlo? Ma come si può non vedere che è la Storia dell’intera Umanità, di secoli di umanità intera, come non si possono vedere gli italiani che sbarcano in America dai piroscafi, avvistando la statua della Libertà, così come i Joad avvistano le verdi vallate californiane e i ricchi aranceti e le bianche villette, immaginando un radioso e sereno futuro? Come non si possono vedere le speranze degli extracomunitari sui barconi del Mediterraneo di oggi, quando avvistano le nostre coste?
Furore è tutto. Contiene tutto. Le istanze sociali, il contrasto tra ricchi e poveri, il progresso, il profitto, le idee socialiste, lo sciopero come segno e simbolo di rivolta e di riscatto, la presa di coscienza come lavoratori e come esseri umani, l’egoismo meschino e la solidarietà umana senza tempo e senza limiti. E molto altro.

“Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.”

Una famiglia, centinaia di migliaia di famiglie che hanno nella terra il loro mondo, e che quando la perdono, perdono tutto,e si sfaldano senza pietà. E non esiste disgrazia peggiore della disgregazione familiare. Lo sa bene mamma Joad, il fulcro della famiglia e anche del romanzo, in larga parte, una donna che è disposta ad ogni sacrificio e a tutto, persino a spaccare la testa ai suoi familiari, pur di tenerli insieme.

“La gente è il posto dove vive. E la gente non è più intera se l’ammucchi in una macchina e la mandi da sola chissà dove.”

E’ la mamma che tutti amiamo, il centro, perché gli uomini la vita la portano “dentro la testa” mentre le donne “noi, la vita ce la portiamo sulle braccia”.

“Per l’uomo la vita è fatta a salti: se nasce tuo figlio e muore tuo padre, per l’uomo è un salto; se ti compri la terra e ti perdi la terra, per l’uomo è un salto. Per la donna invece è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. Per la donna è così ch’è fatta la vita.”

Un realismo abbacinante, sfolgorante. Una scrittura vivida, crudele, potente, umana al massimo livello. Retorica ZERO. Mentre leggi, ti sale una rabbia senza pari. Hai voglia di mangiarti il mondo, e di imbracciare il fucile. Furore, appunto. Il titolo è perfetto. Il furore è il sentimento che cova in tutti i protagonisti, dalla prima pagina, ed è quello che tutti tentano di tenere sempre a bada, ma che esplode come un fuoco improvviso, a volte, incontrollato, inesorabile. Quando esplode. Troppo poco, sembra. Il finale è il più splendido finale che io abbia mai letto, forse, nella mia povera vita di lettore. Ed è un messaggio così potente, così vivido, che non ci sono parole possibili per spiegarlo. Va solo letto, va vissuto.
Inevitabile colonna sonora….chiedo scusa se non mi sono inventato nulla nel commento, e anche nella musica a corredo…

Musica: The Ghost of Tom Joad, Bruce Springsteen
https://youtu.be/RHOGxHUTxaM