2016. Mi piacerebbe imparare.

impossibile

Imparare.

Ad avere coraggio.

A gettarsi. Almeno a volte. Gli anni passano, i rimpianti aumentano, le possibilità diminuiscono, le porte cominciano a chiudersi.

A costruirmi il tempo per me.

A regalarmi minuti, ore, giorni, per fare quello che mi piace fare.

A non rimandare sempre ad un ipotetico e sempre più indefinito domani.

A non prendermi e a non prendere gli altri troppo sul serio, sempre sul serio.

Ad essere sempre sincero. Che tanto resta sempre la cosa migliore, anche quando non pensi che sia così.

A riuscire ad insegnare qualcosa a qualcuno. Un’ambizione immensa.

A voler bene. Saperlo fare, saperlo far arrivare al cuore degli altri, sul serio.

A farsi ricordare. Penso sempre più spesso alla morte. E, dovesse accadere oggi, non credo di lasciare nulla a nessuno. E penso che non cambierò questo stato di cose, nel tempo che mi resta. Però sì che mi piacerebbe, cazzo.

Ad avere più stima di se stessi. A non farsi prendere dall’ansia di dover dimostrare sempre e comunque qualcosa a qualcuno. A capire che non ci sono gare.  A non sentirmi sempre peggio di qualcun altro, a rotazione. A non vergognarmi di qualunque cosa dico e di qualunque cosa faccio, a non vivere col berretto calato sulla fronte per non farmi riconoscere.  Ad alzare la testa. Ecco, mi piacerebbe imparare ad alzare la testa.

Imparare, tutti, a portare il proprio mattone per migliorare le cose. Che se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno. Far sì che alla fine di un anno solare si possa davvero dire sì, stiamo meglio di trecentosessantacinque giorni fa, abbiamo fatto un passo in avanti.

A non aver più bisogno di liste di buoni propositi. O, almeno, a depennarne qualche punto.

Auguri di cuore a tutti. Buon 2016.

 

Benedizione, di Kent Haruf

benedizione

“Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno.
Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri.”

Ecco, Kent Haruf si descrive con le sue stesse parole. E da queste parole si dovrebbero capire le intenzioni del romanzo. Il desiderio di Haruf è lo stesso di Dad Lewis, il protagonista della sua storia, cioè lasciare un bel ricordo di sé, un ricordo di amore e di compassione. La storia sa di già visto, di già vissuto, di già letto.

“ Succede quando qualcuno sta per morire. Si vuole dimenticare il passato. Perdonare.”

L’intenzione sarebbe ed è buona, ma non di facile e frequente realizzazione, soprattutto se si parla di tempo ristretto a causa di una malattia in fase terminale. Certi peccati, certi errori, non sono emendabili in poco tempo, quando non è bastata una vita. Accanto a Dad restano la sua famiglia e altri tre nuclei familiari, diciamo. È un romanzo corale, e detto così sembra solo positività, commozione. Ma io ci ho visto dolore, rimpianto, chiusura del mondo esterno che vince sull’amore dei singoli. C’è un paesaggio naturale, quello americano, che funge da consolazione sempiterna, ma Holt, questa cittadina inventata, è tragicamente reale nella sua assoluta volontà di conservazione reazionaria verso tutto ciò che di nuovo e di diverso viene dal mondo, che sia un nuovo pastore della chiesa o che sia un fatto politico o sociale universale. C’è più rifiuto che solidarietà, il rifiuto vince nettamente. Che sia all’interno del nucleo familiare, che sia nella comunità religiosa o che sia nella cittadinanza locale. Come sempre, i panni sporchi si lavano in famiglia. Le cose malvagie si nascondono dietro le tendine pulite delle villette. Tutto è apparenza, si va in chiesa ad ascoltare il vangelo ma quando si tratta di metterlo in pratica, allora la frattura causata dalla menzogna e dell’ipocrisia diventa evidente.

Una storia in cui di nuovo vediamo la provincia americana come protagonista, gente chiusa, ostile, appunto storia già letta, tante volte. Anche le vite familiari le abbiamo già lette. La novità di Haruf è il suo modo di raccontarle. Tratteggiando con semplicità estrema, scavando fino all’osso le parole, non ne usa una in più dello stretto necessario, i dialoghi, in questo senso, sono la cosa migliore del romanzo, e sono questi a rendere i personaggi più vicini a noi.
A me è restata una sensazione di grande rabbia, per ogni cosa, per questa America. Per la vita di tutti noi, che scorre in mezzo ad una prevalenza di errori, anche gravi, di crudeltà gratuite, di incomunicabilità, di chiusura, di paura di affrontare la vita stessa, di fare qualcosa di diverso dal solito, di entrare davvero in comunicazione con gli altri. La sensazione che le tradizioni siano solo una coperta adatta a coprire le manchevolezze, le cattiverie, la povertà d’animo, la vigliaccheria. In questo senso non mi unisco al coro di giubilo su questo libro, non ho visto né redenzioni, né vittoria dell’umano sul disumano, solo sopravvivere al meglio che si può.

E se esiste una cosa buona, non lo è mai per tutti. Una benedizione è un’arma a doppio taglio.
“Che tempo fa oggi là fuori? Ancora troppo caldo?
Dicono che verrà a piovere, rispose Lyle.
Potrebbe. In effetti sta diventando scuro.
Ai contadini non farà piacere, vero papà? disse Lorraine.
No, se devono mietere il grano. Per quelli che coltivano mais fa lo stesso.
Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle.
Dad lo guardò. Eh sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto.”

Alla fine restano i fantasmi, gli unici con cui dialogare. O si trova conforto e speranza solo seduti su un dondolo al riparo di un portico, ad osservare lo stesso paesaggio. O a sperare in un temporale estivo, sperare che duri per sempre, quando sappiamo che invece nessun conforto durerà per sempre.
La vita è tutta un susseguirsi di conflitti, mondiali e familiari, al termine dei quali si contano morti, feriti e danni, e si prova ad andare avanti. Con amore, se ancora qualcuno ne possiede…

Musica: Knockin’ on Heaven’s Door, Bob Dylan
https://youtu.be/rnKbImRPhTE

Lettere a Milena, di Franz Kafka

12375257_10205036569223943_7077335463205632396_oL’angoscia. L’angoscia dello scrittore che diventa angoscia del lettore. Prima di intraprendere questo cammino, il lettore dovrebbe farsi qualche vaccino, oppure seguire qualche corso propedeutico, che lo prepari a ripararsi dal pericolo di farsi coinvolgere. Perché Franz Kafka è un pericolo vero. Lo è stato per se stesso, lo è stato per chiunque gli si fosse avvicinato nella vita, e lo è anche per chi lo legge. Il pericolo di immedesimarsi deve essere assolutamente scongiurato. Fa star male. E’ un vero assassino implacabile, prima con se stesso, ovviamente. Un uomo di 55 chili, ma che dentro di sé contiene tutta la percezione del male del mondo. Un uomo che ha provato disperatamente ad amare, più volte, ma convinto che l’amore non fosse nel suo destino, implacabilmente convinto. Alzi la mano, tra quelli che hanno deciso di intraprendere questa lettura, coloro che si aspettavano tanta disperazione, angoscia, confusione, in questi scritti amorosi. Abbiamo tutti letto le citazioni, prima di leggere per intero. E sono folgoranti.
“Domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”
“Per qualche motivo che ignoro mi piaci moltissimo. Molto, niente di irragionevole, direi quel poco che basta a far si che di notte, da solo, mi svegli e non riuscendo a riaddormentarmi, inizi a sognarti.”
“Oggi, Milena, Milena, Milena… non so scrivere altro”
“Come il mare ama un sassolino sul fondo, proprio così il mio amore ti inonda”
“Mi basta ringraziare che tu sia in questo mondo nel quale in precedenza non avrei supposto che si potesse trovare te. E te ne ringrazio con un bacio.”
“Io sto dietro a te, tu non lo sai – non spaventarti se senti le mie labbra sul collo, non volevo baciarti, è solo amore impacciato.”
Due scrittori, lui e lei. Due che con le parole respiravano, mangiavano, dormivano, anzi più che altro stavano svegli, lui, soprattutto, l’insonne per eccellenza. Lei che si offre di fargli da traduttrice, e così inizia la loro conoscenza, fatta soprattutto di questi carteggi. Carteggi che sono incompleti, non ci sono le risposte di Milena, c’è solo il lungo monologo di Franz. Ci sono tante lettere non pubblicate, tanti tagli, omissioni. Che non fanno altro che rendere ancora più complicata la comprensione. Non ce la facciamo, a comprendere quello che provavano l’uno per l’altra. Ma sappiamo che si capivano, in nome dell’amore : “Ieri ho sognato di te. Non ricordo più quasi i singoli fatti, so soltanto che di continuo ci trasformavamo l’uno nell’altro, io ero tu, tu eri io”. Ma il senso di colpa che lo ha sempre pervaso, la colpa del suo essere ebreo, di essere come una bestia immonda, indegna, indegno di toccare l’amore, la vita che Milena gli offre, impedirà a questo amore di uscire fuori dalla carta. Ci saranno illusioni, slanci incredibili, che abbiamo visto in quelle citazioni, un albeggiare della speranza di vita, ma subito l’angoscia riprenderà il sopravvento. Sono lettere sulla vita e la morte, la malattia, sugli scrittori, sull’insonnia, i sogni, sulla paura di amare
“e ho paura e paura, cerco un mobile sotto il quale posso nascondermi, prego tremando e fuori di me in un angolo, non posso tenere in camera un uragano”.
Un enorme sofferenza interiore che non riesce a trovare mai uno sbocco, una mano tesa e subito ritratta. Il coltello che con cui frugo dentro me stesso (ciao, Grossmann, caro copista….) . Di amore ce n’è poco. Perché forse poco si deve dire, quando c’è l’amore. Perché solo i diretti interessati da questo uragano sanno cosa vuol dire, e non possono né intendono metterlo per iscritto pubblicamente. Lo vivono e basta. Ma soprattutto è Kafka, il colpevole dell’amore rattrappito su se stesso. Lei è sposata, ma lui è sposato con la disperazione. Un topo nella gabbia, un topo che affaccia il suo sguardo al massimo al panorama della finestra del suo ufficio, è malato nel cuore e nel fisico, come nel fisico è malata Milena. Due persone malate, che vivono in due città diverse, due Paesi divisi da una dogana odiosa, a leggerla diventi astioso, solo a leggerla, tutti e due colpiti da esaurimento nervoso, non fanno che leggere e rileggere e studiare orari di treni che non prenderanno mai, alberghi in cui non pernotteranno mai, a parlare di ospedali e case di cura, a spedirsi cartoline vuote e telegrammi. Un uomo ebreo, che vive nel buio, che parla di scarafaggi, un ebreo condannato al buio perché il mondo intero odia gli ebrei. Un uomo che vive solo nel mondo della scrittura, la scrittura non gli concede di aprirsi al mondo, però, lo limita, lo rinchiude in un recinto altissimo, senza possibilità di fuga, lo rende alieno al resto dell’umanità, e invidioso anche delle povere vite degli altri umani. A lui, e solo a lui, non è consentito di godere delle piccole gioie della vita. Milena lo chiama, gli tende la mano, soffre per lui. Ma non c’è niente da fare, il torturatore massimo di se stesso è implacabile :
“Ho deciso che non posso essere felice? Così sia. Non posso essere felice neanche se la felicità mi sta a tre centimetri dalle dita. Ho deciso che felice non posso esserlo, se lo fossi tradirei me stesso, se tradisco me stesso sono perduto per sempre. E allora perché venir meno alla coerenza allungando le dita? Resti pure dove sta, questa felicità. Io non me la merito.”
Terribile, non ho altre parole.
Musica: Nothing in my way, Keane

La mia famiglia sono io, Chandra Livia Candiani

“Mi sono marito mamma e cane
mi porto a passeggiare timida
in un gracile polveroso parco,
mi accompagno severa
a saldare i conti
del commercio umano,
mi tiro per la manica
se mi avvinghiano di chiacchiere
per non distrarmi dal grande amore
della solitudine
che mi aspetta premurosa a casa.
Sono la tazza di tè
preparata al mattino
vuoto che guarda il vuoto
pozzo profondo
nella torre più alta,
insieme a guardare la corrente,
nella sospensione del senso
delle prime luci senza faccende.
La sera mi sdraio con me intorno
e al fianco, mi tengo lievemente
al lenzuolo non stirato
al bordo dell’abisso della notte,
l’abbraccio che fa silenzio alla montagna,
ore che crollano con la grazia fasulla delle foglie.
Notte –
un fiume senza confluenza,
dice la verità, graffiando dà orientamento,
seguo la ferita appena nata i suoi bordi
come rotaia per la dignità del male,
una stella candida, polare.”
livia

Per ora, per oggi. Domani non lo so. Non v’è certezza.

Neuropsichiatria infantile.

Un padre e una madre di Caserta. Tre giorni di day hospital. Due mattine e un pomeriggio. Un totale di circa 15 ore in ospedale, di cui almeno 10 passate nelle sale d’aspetto. A badare al figlio, che corre e gioca e ride e urla con altri bambini. Un bambino con evidenti problemi di linguaggio. Nessuno lo comprende. Solo i genitori lo sanno fare. Loro e gli altri bambini. E lui è felice.

Un padre e una madre. Secondo me sui sessant’anni circa. Ma quello che temo è che ne abbiano di meno, ma la vita gliene abbia scortesemente e immeritatamente dati altri in più, un bonus assolutamente indesiderato. Un figlio adolescente. Che esce dall’ambulatorio come tramortito. Non si regge in piedi. Loro lo reggono, a turno. Senza emettere un fiato, un lamento, senza nemmeno una smorfia sul viso. E lui si appoggia totalmente a loro. E io mi chiedo, subito, quanto potrà durare.

Un padre. Un tatuaggio sulla spalla. Pantaloni verde militare con tasconi. Capelli a zazzera. Tipo giovanile. Evidentissimo accento romano. Molto sbruffone, l’impressione è questa. Un figlio in braccio. Movimenti scomposti. Problemi psichici evidenti quanto il tatuaggio del papà.  In pausa mensa, racconta ad un amico la sua storia. Ma ad alta voce, lo sentiamo tutti. Ha bisogno di dirlo. Sua moglie, appena dopo aver avuto quel bambino, ha mollato. La testa non ha retto, il cuore nemmeno. Se n’è andata, per sempre. Lui è restato da solo con quel figlio, da solo per sempre con un amore e con tanti problemi. Un medico lo riconosce, gli chiede come va…”eh…barcollo ma non mollo….ma è dura”.

E’ dura. Tanto. I volti sorridono, i volti improvvisamente ammmutoliscono di espressioni. Sono i pensieri, che arrivano come nuvole ad oscurare il sole. E a volte è così dura che le visite per i figli diventano un modo affinchè padri e madri sopravvivano.

 

Piccola osteria senza parole, di Massimo Cuomo

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Una parte di commedia, una parte di giallo, questo libro si legge velocemente come il protagonista beve velocemente la sua Lemonsoda estiva.
Scovazze, misconosciuto paesino della pianura veneta, dove tutto è immutato e immutabile da sempre, stesse parole, pochissime, molte delle quali bestemmie, stessi gesti, il Bar come unico punto di approdo per i pochi abitanti che han voglia di riunirsi giornalmente. Una storia tutta italiana, insomma. A rompere questa immobilità ci pensa l’arrivo di Salvatore Tempesta, il terrone.

“Da queste parti uno straniero lo riconosci al volo. Anche perché non ne passano mai. L’ultimo, mi hanno detto, risale a una mattinata di novembre di un paio di anni fa. Un agente di commercio che doveva prendere l’autostrada ed era finito sul viottolo di Scovazze. Salvatore Maria Tempesta invece entra al Punto Gilda con l’ultima luce di una giornata estiva che va spargendosi sulla campagna. E’ venerdì diciassette e questo momento lo ricorderò per sempre. Ci siamo quasi tutti, ma il bar è raccolto in un silenzio concentrato. Si sente solo l’inno nazionale della Bolivia.”

Con il suo ingresso, la situazione muta, e muta per sempre. Tempesta è un cognome scelto probabilmente non a caso. Piccola osteria senza parole si legge velocemente, come ho detto, Massimo Cuomo davvero ha adoperato poche parole, quelle strettamente necessarie, periodi corti, quasi fulminei, frasi secche, tantissimi punti. Tante scene e tante storie, i personaggi ruotano sempre, come i punti di vista, perché questa è nettamente una storia corale, che alla fine costruisce un libro molto intelligente, per larghi tratti spassoso e originale. Tempesta, col suo giochino che si porta dietro, il Paroliere, regala appunto le parole, le motivazioni e gli stimoli perduti agli altri personaggi, è empatico ed è curioso, entra in sintonia con gli altri, sa capire quello che provano, e li incoraggia ad interagire, a comunicare. Ecco, il valore della comunicazione umana, è questo lo scopo, capire che si può e si deve parlare con gli altri, anche se ci sono duemila difficoltà, possiamo sempre farcela. Amore, vita, amicizia, verità, e comunicazione. Tante facce, così come i dadi per comporre le parole. Grazie a quel giochino semplice, le persone scopriranno che i sentimenti e le parole non sono né scontate, né contate, né semplici. Un gioiellino, questo racconto. Quando vorrete distrarvi un po’, e riassaporare il senso delle cose vere.

Musica: Canzone quasi d’amore, Francesco Guccini

L’amore sporco, di Andre Dubus III

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SPOILER (non so se leggero o pesante, comunque SPOILER)

Andre Dubus III, figlio d’arte. L’amore sporco è una raccolta di quattro racconti, mediamente lunghi. Il paesaggio descritto è quello della provincia americana, il New England, meglio, una parte di esso. Un paesaggio crollato, rispetto al passato, un paesaggio inquinato, a livello ecologico, malato, come un nobile decaduto, con i suoi enormi malesseri sociali. E soprattutto malesseri di generazioni, di generazioni contro, matrimoni in piena crisi, adulti immaturi e senza responsabilità, e gli adolescenti senza un futuro certo, che si gettano nella musica rap, si stordiscono con l’alcol e con il fumo, e con una vita sessuale vissuta in modo gratuito, regalato e vissuta anche attraverso le nuove tecnologie, le chat e i social network. C’è la perdita, in primo luogo, del valore dell’amore.
Dubus III sa di cosa parla, quando tratta dei traumi familiari. Il più famoso padre, grande scrittore, ha lasciato la famiglia quando lui aveva 11 anni. La sorella entra nel giro dello spaccio, il fratello tenta il suicidio. Il ragazzino si trova presto a dover fare i conti con responsabilità enormi, si prende carico di tutto, subisce pestaggi in continuazione e allora si getta nelle palestre, scolpisce il fisico per autodifesa. Ma improvvisamente scopre la scrittura, e questa lo salva, definitivamente. E gli restituisce il padre, l’affetto mancato. Leggete la biografia di Dubus III, è commovente. E, appunto, fa capire il perchè sappia scrivere così bene di determinati argomenti.
L’adulterio, la crisi di mezza età, la solitudine, la voglia di stare con qualcuno, i tradimenti, i compromessi necessari, gli assestamenti necessari, come nel secondo racconto, dove Marla deve “assestare e sincronizzare” la sua vita, i suoi comportamenti e le sue abitudini con l’uomo che ama.

I finali dei racconti sono tutti aperti, lasciano speranza,comunque, o la lasciano quantomeno intravedere, e sono bellissimi: Un uomo e una donna, il tradimento, lo struggimento, l’ossessione, e l’approdo finale.
«Il cuore una volta ancora dentro la testa perché di nuovo non sa se è all’altezza di tutto questo, questo cambiamento del cambiamento, mentre la porta si apre verso l’interno e lui si sistema e il viso di sua moglie, bello e sorpreso e in attesa».

Lo sporco che resta alle spalle:
«Entrò nell’ingresso caldo. Aveva la fronte sudata. Sentì la porta chiudersi alle sue spalle e la grossa mano di lui sulla schiena. La ciocca di capelli le cadde di nuovo. Allungò la mano e la sistemò saldamente al suo posto, poi salì le scale una alla volta e giunse dov’erano le altre coppie, tutte quelle altre coppie sorridenti e felici»

L’adulterio, la tragedia appena sfiorata, un percorso di dolore anche fisico, che sfocia nella prospettiva di un perdono:
«quelli che aveva ricevuto in dono grazie a una poesia mai scritta e che, ora lo sapeva, probabilmente non avrebbe mai scritto, occhi che non meritava, ma che sperava di guadagnarsi un giorno – occhi di nera speranza».

L’ultimo, il racconto che fornisce il titolo al libro, è sicuramente quello più complesso, elaborato, difficile. Uno scontro/incontro generazionale, una disperata richiesta di aiuto da una ragazza al prozio, bypassando il padre non adatto al confronto, alla comprensione. Un anziano che ripensa alla sua vita matrimoniale, il rimpianto fortissimo per gli errori commessi, nonostante i compromessi, le tante cose che ha sopportato, piccole cose, prese singolarmente, ma che insieme hanno contato molto, perchè “un tifone non è niente di più che singole gocce di pioggia trascinate da un po’ di vento”. E un’adolescente smarrita, un video che va in rete e sembra distruggere la sua reputazione, ma soprattutto la sua capacità di amare, di avere un rapporto vero con un altro ragazzo. E finisce con prendere l’unica decisione che forse, di nuovo finale aperto, potrà salvarla. E’ il racconto più malinconico e disperato, questo.
“I suoi occhi sembravano splendere di una tristezza dolce, del tipo che viene solo quando si sa che qualcosa di buono non potrà mai, mai durare. Ma tu continui ad andare avanti comunque. Tutto quello che puoi fare è andare avanti e non arrenderti mai.”

Tutti personaggi legati tra loro, trasmigrano da un racconto all’altro, una volta comparse una volta protagonisti, tutti disperati, incapaci di tirarsi fuori dalla palude emozionale ed esistenziale, incapaci di non commettere errori, nonostante siano chiarissimi di fronte a loro, incapaci di fuggire via da essi, e dalle loro vite, oppure sempre incerti sul da farsi, come se fuggire fosse identico al restare. I sentimenti prima forti, dritti, sicuri, e poi si sfaldano, mutano, si sgretolano subito di fronte ad una difficoltà, ad un’incomprensione, ad una sirena tentatrice. Dubus III scrive bene, descrivendo e sezionando alla grande le emozioni, fino in fondo.

Musica: The Space Between, Dave Matthews Band