Lettere a Milena, di Franz Kafka

12375257_10205036569223943_7077335463205632396_oL’angoscia. L’angoscia dello scrittore che diventa angoscia del lettore. Prima di intraprendere questo cammino, il lettore dovrebbe farsi qualche vaccino, oppure seguire qualche corso propedeutico, che lo prepari a ripararsi dal pericolo di farsi coinvolgere. Perché Franz Kafka è un pericolo vero. Lo è stato per se stesso, lo è stato per chiunque gli si fosse avvicinato nella vita, e lo è anche per chi lo legge. Il pericolo di immedesimarsi deve essere assolutamente scongiurato. Fa star male. E’ un vero assassino implacabile, prima con se stesso, ovviamente. Un uomo di 55 chili, ma che dentro di sé contiene tutta la percezione del male del mondo. Un uomo che ha provato disperatamente ad amare, più volte, ma convinto che l’amore non fosse nel suo destino, implacabilmente convinto. Alzi la mano, tra quelli che hanno deciso di intraprendere questa lettura, coloro che si aspettavano tanta disperazione, angoscia, confusione, in questi scritti amorosi. Abbiamo tutti letto le citazioni, prima di leggere per intero. E sono folgoranti.
“Domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”
“Per qualche motivo che ignoro mi piaci moltissimo. Molto, niente di irragionevole, direi quel poco che basta a far si che di notte, da solo, mi svegli e non riuscendo a riaddormentarmi, inizi a sognarti.”
“Oggi, Milena, Milena, Milena… non so scrivere altro”
“Come il mare ama un sassolino sul fondo, proprio così il mio amore ti inonda”
“Mi basta ringraziare che tu sia in questo mondo nel quale in precedenza non avrei supposto che si potesse trovare te. E te ne ringrazio con un bacio.”
“Io sto dietro a te, tu non lo sai – non spaventarti se senti le mie labbra sul collo, non volevo baciarti, è solo amore impacciato.”
Due scrittori, lui e lei. Due che con le parole respiravano, mangiavano, dormivano, anzi più che altro stavano svegli, lui, soprattutto, l’insonne per eccellenza. Lei che si offre di fargli da traduttrice, e così inizia la loro conoscenza, fatta soprattutto di questi carteggi. Carteggi che sono incompleti, non ci sono le risposte di Milena, c’è solo il lungo monologo di Franz. Ci sono tante lettere non pubblicate, tanti tagli, omissioni. Che non fanno altro che rendere ancora più complicata la comprensione. Non ce la facciamo, a comprendere quello che provavano l’uno per l’altra. Ma sappiamo che si capivano, in nome dell’amore : “Ieri ho sognato di te. Non ricordo più quasi i singoli fatti, so soltanto che di continuo ci trasformavamo l’uno nell’altro, io ero tu, tu eri io”. Ma il senso di colpa che lo ha sempre pervaso, la colpa del suo essere ebreo, di essere come una bestia immonda, indegna, indegno di toccare l’amore, la vita che Milena gli offre, impedirà a questo amore di uscire fuori dalla carta. Ci saranno illusioni, slanci incredibili, che abbiamo visto in quelle citazioni, un albeggiare della speranza di vita, ma subito l’angoscia riprenderà il sopravvento. Sono lettere sulla vita e la morte, la malattia, sugli scrittori, sull’insonnia, i sogni, sulla paura di amare
“e ho paura e paura, cerco un mobile sotto il quale posso nascondermi, prego tremando e fuori di me in un angolo, non posso tenere in camera un uragano”.
Un enorme sofferenza interiore che non riesce a trovare mai uno sbocco, una mano tesa e subito ritratta. Il coltello che con cui frugo dentro me stesso (ciao, Grossmann, caro copista….) . Di amore ce n’è poco. Perché forse poco si deve dire, quando c’è l’amore. Perché solo i diretti interessati da questo uragano sanno cosa vuol dire, e non possono né intendono metterlo per iscritto pubblicamente. Lo vivono e basta. Ma soprattutto è Kafka, il colpevole dell’amore rattrappito su se stesso. Lei è sposata, ma lui è sposato con la disperazione. Un topo nella gabbia, un topo che affaccia il suo sguardo al massimo al panorama della finestra del suo ufficio, è malato nel cuore e nel fisico, come nel fisico è malata Milena. Due persone malate, che vivono in due città diverse, due Paesi divisi da una dogana odiosa, a leggerla diventi astioso, solo a leggerla, tutti e due colpiti da esaurimento nervoso, non fanno che leggere e rileggere e studiare orari di treni che non prenderanno mai, alberghi in cui non pernotteranno mai, a parlare di ospedali e case di cura, a spedirsi cartoline vuote e telegrammi. Un uomo ebreo, che vive nel buio, che parla di scarafaggi, un ebreo condannato al buio perché il mondo intero odia gli ebrei. Un uomo che vive solo nel mondo della scrittura, la scrittura non gli concede di aprirsi al mondo, però, lo limita, lo rinchiude in un recinto altissimo, senza possibilità di fuga, lo rende alieno al resto dell’umanità, e invidioso anche delle povere vite degli altri umani. A lui, e solo a lui, non è consentito di godere delle piccole gioie della vita. Milena lo chiama, gli tende la mano, soffre per lui. Ma non c’è niente da fare, il torturatore massimo di se stesso è implacabile :
“Ho deciso che non posso essere felice? Così sia. Non posso essere felice neanche se la felicità mi sta a tre centimetri dalle dita. Ho deciso che felice non posso esserlo, se lo fossi tradirei me stesso, se tradisco me stesso sono perduto per sempre. E allora perché venir meno alla coerenza allungando le dita? Resti pure dove sta, questa felicità. Io non me la merito.”
Terribile, non ho altre parole.
Musica: Nothing in my way, Keane
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2 pensieri su “Lettere a Milena, di Franz Kafka

  1. Alessandra ha detto:

    Dio, mi hai letteralmente travolta!!, sia con le parole che con la musica… Sei bravissimo a trasmettere quello che hai assorbito da una lettura. Un consiglio: comincia a girare negli altri blog letterari, a commentare, a farti un po’ conoscere. E’ un peccato che rimani troppo in disparte 😉

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  2. carlomars ha detto:

    …difficile modificare la propria natura…ma ti ringrazio tanto, come sempre…: ) per il resto…sono le letture, a travolgere il lettore, spesso, anzi sempre, quando colgono qualcosa che è del lettore stesso… è molto probabile che nei miei commenti non ci sia solo l’impressione di quello che ho letto, ma direttamente un pezzo di me stesso. Forse è per questo che il commento colpisce di più….penso sia così…

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