Benedizione, di Kent Haruf

benedizione

“Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno.
Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri.”

Ecco, Kent Haruf si descrive con le sue stesse parole. E da queste parole si dovrebbero capire le intenzioni del romanzo. Il desiderio di Haruf è lo stesso di Dad Lewis, il protagonista della sua storia, cioè lasciare un bel ricordo di sé, un ricordo di amore e di compassione. La storia sa di già visto, di già vissuto, di già letto.

“ Succede quando qualcuno sta per morire. Si vuole dimenticare il passato. Perdonare.”

L’intenzione sarebbe ed è buona, ma non di facile e frequente realizzazione, soprattutto se si parla di tempo ristretto a causa di una malattia in fase terminale. Certi peccati, certi errori, non sono emendabili in poco tempo, quando non è bastata una vita. Accanto a Dad restano la sua famiglia e altri tre nuclei familiari, diciamo. È un romanzo corale, e detto così sembra solo positività, commozione. Ma io ci ho visto dolore, rimpianto, chiusura del mondo esterno che vince sull’amore dei singoli. C’è un paesaggio naturale, quello americano, che funge da consolazione sempiterna, ma Holt, questa cittadina inventata, è tragicamente reale nella sua assoluta volontà di conservazione reazionaria verso tutto ciò che di nuovo e di diverso viene dal mondo, che sia un nuovo pastore della chiesa o che sia un fatto politico o sociale universale. C’è più rifiuto che solidarietà, il rifiuto vince nettamente. Che sia all’interno del nucleo familiare, che sia nella comunità religiosa o che sia nella cittadinanza locale. Come sempre, i panni sporchi si lavano in famiglia. Le cose malvagie si nascondono dietro le tendine pulite delle villette. Tutto è apparenza, si va in chiesa ad ascoltare il vangelo ma quando si tratta di metterlo in pratica, allora la frattura causata dalla menzogna e dell’ipocrisia diventa evidente.

Una storia in cui di nuovo vediamo la provincia americana come protagonista, gente chiusa, ostile, appunto storia già letta, tante volte. Anche le vite familiari le abbiamo già lette. La novità di Haruf è il suo modo di raccontarle. Tratteggiando con semplicità estrema, scavando fino all’osso le parole, non ne usa una in più dello stretto necessario, i dialoghi, in questo senso, sono la cosa migliore del romanzo, e sono questi a rendere i personaggi più vicini a noi.
A me è restata una sensazione di grande rabbia, per ogni cosa, per questa America. Per la vita di tutti noi, che scorre in mezzo ad una prevalenza di errori, anche gravi, di crudeltà gratuite, di incomunicabilità, di chiusura, di paura di affrontare la vita stessa, di fare qualcosa di diverso dal solito, di entrare davvero in comunicazione con gli altri. La sensazione che le tradizioni siano solo una coperta adatta a coprire le manchevolezze, le cattiverie, la povertà d’animo, la vigliaccheria. In questo senso non mi unisco al coro di giubilo su questo libro, non ho visto né redenzioni, né vittoria dell’umano sul disumano, solo sopravvivere al meglio che si può.

E se esiste una cosa buona, non lo è mai per tutti. Una benedizione è un’arma a doppio taglio.
“Che tempo fa oggi là fuori? Ancora troppo caldo?
Dicono che verrà a piovere, rispose Lyle.
Potrebbe. In effetti sta diventando scuro.
Ai contadini non farà piacere, vero papà? disse Lorraine.
No, se devono mietere il grano. Per quelli che coltivano mais fa lo stesso.
Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle.
Dad lo guardò. Eh sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto.”

Alla fine restano i fantasmi, gli unici con cui dialogare. O si trova conforto e speranza solo seduti su un dondolo al riparo di un portico, ad osservare lo stesso paesaggio. O a sperare in un temporale estivo, sperare che duri per sempre, quando sappiamo che invece nessun conforto durerà per sempre.
La vita è tutta un susseguirsi di conflitti, mondiali e familiari, al termine dei quali si contano morti, feriti e danni, e si prova ad andare avanti. Con amore, se ancora qualcuno ne possiede…

Musica: Knockin’ on Heaven’s Door, Bob Dylan
https://youtu.be/rnKbImRPhTE

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