Le poesie, Cesare Pavese

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Antologia completa, lunghissima, ampia, dalle raccolte più famose ‘Lavorare stanca’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, alla produzione meno “visitata”, quella giovanile, quella più arrabbiata, immatura, ma più spontanea.
Non tutto mi piace, soprattutto non tutto capisco, ma di certo lui era un grande.
Non posso non volergli bene.
Un poeta, un uomo che ha dimostrato sempre il doppio degli anni che aveva.
A vent’anni era come un quarantenne.
Ha sofferto da ragazzino, da adolescente, non si è goduta la spensieratezza che dovevano avere quegli anni, già troppo adulto in un corpo da ragazzo:

“Stupefatto del mondo mi giunge un età
che tiravo dei pugni nell’aria e piangevo da solo
ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria”

Sempre arrabbiato, sempre deluso, vendicativo, nei confronti di una vita che amava ma che non riusciva a possedere come avrebbe voluto. Troppi pensieri lo tormentavano.
La sua ricchezza senza fine, l’enorme sensibilità, è stata anche la sua rovina, perchè ha voluto dire solo allontanamento dagli altri esseri umani, il suo sentire gli ha solo causato incomprensione del mondo. Quando ti senti inadeguato, allora nemmeno fai, nemmeno agisci, e allora tutto fallisce, impossibile avere rapporti umani. Le idee di suicidio cominciano presto a farsi strada, quel “vizio assurdo” lo accompagnerà per sempre, il pensiero che uccidersi sarebbe stato l’unico modo per uscire da una recita insoddisfacente, un modo che lui vedeva glorioso, e le vicende private personali non lo aiutano, quando è addirittura condannato al confino a causa del suo amore per una donna, comunista. E lì si sente estraneo al mondo, impossibilitato a far tutto, anche ad amare, oltre che a scrivere e continuare il suo lavoro. Lontano da lei, lontano dai suoi amati paesaggi e costretto in mezzo a gente che non conosce e sente estranea. E’ una condanna nella condanna.

“Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardali dai vetri.”

“L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino :
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.
L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. “

I sentimenti sono come le lepri, glieli hanno rubati. Nulla ha un senso, è solo, nulla gli dà piacere, l’unica consolazione è il ripensare alla sua terra, ai suoi campi amati.
L’esilio lo affossa, non ha amici, non sente nulla in comune con quella nuova gente nè col paesaggio. Versi terribili.

“Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani”

«Ho imparato a scrivere, non a vivere». La scrittura come rifugio, unica soddisfazione, unico modo per sentirsi davvero se stesso, per star bene, unica possibilità per sentirsi vivi e, anche solo per un secondo, felici. “Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno”.
Ovviamente “Verrà la morte avrà i tuoi occhi” è la raccolta che più colpisce, quelle dieci poesie per l’attrice americana Costance Dowling, la fine del loro amore forse è stata il pretesto finale e decisivo per arrivare a compiere finalmente l’atto che aveva rimuginato da sempre, quel vizio assurdo trova sbocco, infine.

Non sono nessuno per dare un giudizio più approfondito, nè ho voglia di farlo. Bisognerebbe parlare della sua infanzia, di tutto quello che gli è accaduto nella vita, per capire meglio la sua produzione letteraria e poetica. Ma preferisco restare nel campo dell’emozione pura. Ho già detto troppe cose razionali.
Cesare, ci sarebbe voluta una bella stretta di mano, un bell’abbraccio, una carezza sul viso, per farti capire che i tuoi dubbi, i tuoi dolori, le tue strade buie, non erano solo tue, ma di gran parte del mondo. E anche mie…io qualcosa ho capito, di te, eh, in qualche maniera mi sono specchiato…
Ma proprio perchè ho capito, penso che, sicuramente, nessun abbraccio ti sarebbe bastato. Eri affamato di vita e di amore, nulla ti bastava, nulla che fosse in questa vita e in questo mondo.

Amore a prima vista

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Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wisława Szymborska

La Notte, di Elie Wiesel

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Ogni storia che racconta del genocidio ebreo sa essere diversa dalle altre.

Ognuna aggiunge un tassello di conoscenza. Di dolore. Di disperazione. Di orrore. Questa storia mi ha scavato un buco nero nell’anima, e non è stato possibile impedire alle lacrime di scendere. Non basterebbero mille pagine per descrivere quello che ho provato. Rendo omaggio alla Giornata della Memoria in questo modo.

Questa è la Notte dell’Umanità. Il punto più basso dell’Inferno in cui sono capaci di arrivare gli umani.

Elie Wiesel lo capì subito, che quella era la Notte.
Capì subito che veniva condotto all’Inferno insieme ai suoi familiari, ai suoi amici, ai suoi conoscenti. E che nulla sarebbe stato più come prima.
La Notte insensata, angosciosa, crudele, dell’Umanità.
E durata tanto, durata troppo, ne sentiamo il peso ancora oggi. La luce dell’intelletto che si spegne. Per noi che leggiamo oggi, che abbiamo letto ieri, è impossibile comprendere il perché di tutto questo, e comprendere il dolore che milioni di persone innocenti hanno patito. Un’ora di lager equivarrebbe a cento volte l’intero dolore che potremmo immaginare.
Wiesel racconta la sua storia, la sua e di suo padre, divisi subito dalla parte femminile della famiglia, madre e sorella. Il suo racconto è intimo e personale, ma è rappresentativo di tutto un popolo, e del mondo. Lui e suo padre. Il loro rapporto, il loro amore, ognuno sostegno e bastone dell’altro. Non avevano altro che loro due, che se stessi, per sopravvivere.

Non è una storia di morte fisica e basta, l’Olocausto.
E’ la storia della privazione totale come esseri umani. L’orrore visivo, in un secondo capisci l’orrore e resti annientato, un camion che scarica cadaveri di bambini. Da quel momento in poi perdi lo status di essere umano. Ti viene tolto tutto, strappato tutto. Sei solo un corpo. Sei solo uno stomaco che cerca cibo.

“Ormai non mi interessavo ad altro che alla mia scodella quotidiana di zuppa, al mio pezzo di pane raffermo. Il pane, la zuppa: tutta la mia vita. Ero un corpo. Forse ancora meno: uno stomaco affamato. Soltanto lo stomaco sentiva il tempo passare.”

E che per questo è disposto ad uccidere, uccidere altri esseri umani disperati e anche a uccidere tuo padre, se necessario. Libertà, dignità, fisicità, tutto ti viene portato via. Sei un automa. Senza un cuore, senza emozioni, un pezzo di carne semovente che cerca un po’ di zuppa, di pane, una buccia di patata e anche la neve, da mangiare.

“Un’altra volta dovevamo caricare dei motori Diesel su dei vagoni, sotto la sorveglianza di soldati tedeschi. Idek (il kapò) aveva i nervi a fior di pelle e si tratteneva a stento. Improvvisamente il suo furore scoppiò: la sua vittima fu mio padre.
“- Razza di vecchio sfaticato! – si mise a urlare; – tu lo chiami lavorare questo?
E cominciò a picchiarlo con una spranga di ferro. Mio padre prima si piegò sotto i colpi, poi si ruppe in due come un albero secco colpito dal fulmine, e crollò.
Io avevo assistito a tutta quella scena senza muovermi. Tacevo. Pensavo piuttosto ad allontanarmi per non ricevere anch’io dei colpi.
Ancora di più: se in quel momento ero in collera, non era con il kapò, ma con mio padre. Gliene volevo per non aver saputo evitare la crisi di Idek: ecco cosa aveva fatto di me il campo di concentramento…”

Il vero crimine contro l’Umanità è la privazione della dignità, prima ancora che di tutto il resto.
Non conosci più tuo padre, non conosci l’uomo, non riconosci più il tuo Dio. Non capisci. Il dolore e l’orrore tracimano, e un animo umano non è progettato per reggere un simile trabocco di sangue e di crudeltà. Sospensione dell’umanizzazione, annullamento di se stessi. E’ troppo, non si può reggere.

“Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?”.

Questo libro fa tanto male. Come tutti i libri che parlano di questo Orrore.
Ogni pagina trasuda terrore, e follia, e dolore. E rabbia.

Il nostro dovere è leggere. E non scordare una virgola. E tramandare.

Elie Wiesel, e tutti quelli come lui, sono sopravvissuti e hanno scritto non per lamentarsi o parlare solo del genocidio del proprio popolo, ma per far sì che si possa evitare di ripetere quell’Orrore, affinché nessun altro popolo possa mai dover subire tanta disumanità. E’ doveroso rendergli omaggio. E combattere contro chi addirittura nega la loro verità, la verità.

Non molliamo.

Musica: naturalmente Auschwitz, Francesco Guccini
https://youtu.be/GaR_1K2uGUs

Memorie dal sottosuolo, Fëdor Dostoevskij

 

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150 anni fa.
Un libro pieno di intensità, di dolore, di sofferenza. Difficilissimo da sopportare. Un inizio con una salita ripidissima.
Volevo gettarlo nel fuoco dopo trenta pagine, e forse anche un istante dopo aver girato l’ultima pagina.
Non amo moltissimo i flussi di coscienza. Questo è il primo, forse, in letteratura. Impossibile pensare all’effetto che possa aver avuto sui suoi contemporanei, avranno sgranato gli occhi o magari avranno rigettato la cena, chissà…
Il sottosuolo. Non una cantina, non un garage, non una condizione economica, sociale, ma è l’anima dell’uomo. Stupito che siano passati 150 anni e che questo testo abbia cercato di scandagliare qualcosa che poi, oggi, ritroviamo nelle stesse modalità, sofferenze, travagli, ferite.
L’animo umano non muta, e chiede risposte, sempre le stesse, insolute, per lo più. Ci ha provato Freud, parecchio tempo dopo.
Dostoevskij per primo si imbarca in quest’avventura tremenda, scoprire cosa si celi nell’animo dei personaggi.
L’uomo è solo con se stesso. L’uomo si chiude, si ripiega, come una coperta infinita in un armadio gigantesco. Vita di relazione inesistente.
L’incipit è tremendo:
“Io sono una persona malata… sono una persona cattiva…..”

Il protagonista, possiede ogni difetto. Ridicolo, stupido, invidioso, cinico, meschino, despota. Eppure quell’incipit ce lo fa subito sentire vicino, in qualche modo…subdolamente vicino. Un monologo difficilissimo da mandar giù. Ma ho voluto andare in fondo. Vedere dove mi portava quest’uomo così sofferente, eppure così consapevole della sua sofferenza:
“La sofferenza, questa è l’unica causa della consapevolezza. E ancora: Vi giuro, signori, che l’esser troppo consapevoli è una malattia, un’autentica, assoluta malattia.”

Essere consapevoli di avere dentro la propria anima un buco nero di malvagità, ma anche uno scrigno di ricchezze potenziali, ma non sapere a chi donarne, cosa farne, dove andare, e perchè farne uso, a che pro. Continui arrovellamenti, continue domande, un martello di angoscia. E allora forse meglio restare fermi.

“Che cosa è meglio: una volgare felicità o un’elevata sofferenza?”

Il continuo dilemma tra lo scegliere il richiamo di una vita pulsante, ma anche contraddittoria, insensata, un paradiso violento, e lo starsene invece rinchiusi nel proprio sottosuolo, un inferno stagnante.

Sognare azioni intrepide, degne, mirabolanti, e poi invece restarsene immobili. A che serve darsi tanto da fare, specie se dotati più del resto del mondo? Tanto “Una persona intelligente non può diventare sul serio qualcosa, giacché a diventar qualcosa ci riesce solamente l’imbecille.”

“Siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno. Anzi, siamo talmente disabituati che talvolta sentiamo per l’autentica “vita vera” una sorta di ripugnanza, e perciò non possiamo sopportare che ce la rammentino. Infatti siamo arrivati al punto da considerare l’autentica “vita vera” quasi una fatica, poco meno che un lavoro”.

Interrogativi ancora validi, 150 anni dopo. La letteratura ci pone sempre domande, non fornisce risposte, ci porta sempre più nel fondo di noi stessi. Questo è un romanzo cupo, un romanzo nero, un nero burrone. Un romanzo spietato. Saggio e narrativa insieme, una spirale di pensieri senza fine, descritti con un’energia e una vitalità incredibili,ti sembra di vederlo mentre cammina nervoso, avanti e indietro, gesticolando, con la fronte madida di sudore… tremendo, mi è andata in fumo la testa, al confronto della narrativa contemporanea, così precisa, lineare, schematica.
E le domande sono tutte qui, ancora. Ancora oggi noi ci chiediamo come stiamo, davvero, chi siamo, cosa c’è dentro di noi, quali pensieri teniamo nel nostro cassetto più remoto.

Musica: The Final Cut, Pink Floyd

Aquile piangenti

Addio anche a te, Glenn.

“On a dark desert highway, cool wind in my hair”.

Spero tu sia in un posto migliore, un posto che non sia un deserto, ma sia il Paradiso che ti spetta. Un pezzo ce ne hai donato in vita. La tua voce suadente, calda come un velluto, ci resta come un regalo prezioso. Eri un maniaco della perfezione, e si sentiva. Riascoltare oggi, la tua voce, è enormemente differente dall’averlo fatto appena ieri. Questo 2016 sta facendo cadere tante stelle. Grazie di esserci stato. Spero di riascoltarti.

 

Espiazione, di Ian McEwan

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Una storia da cui, alla fine, si esce esterrefatti, sconvolti. Una storia bellissima, ma piena di dolore. Una storia narrata con uno stile al limite della perfezione.
E’ l’immaginazione molto più che fervida di una tredicenne, che muove il romanzo. Una piccolissima donna che è innamorata della scrittura, delle parole, tanto da confondere la narrativa con la realtà. Briony racconta una bugia. E commette un tragico errore che condannerà sua sorella, il suo amante e se stessa. Un errore da cui cercherà di emendarsi per tutta la vita. Metà delle 381 pagine racconta quel giorno d’estate del 1935 nella casa della famiglia Tallis. Un giorno che doveva segnare una svolta positiva, un passaggio felice per Briony, e che invece ne determina la condanna a vita. Gli altri capitoli sono salti temporali che ci portano nella Seconda Guerra Mondiale, alla Briony divenuta diciottenne e, infine, alla Briony ultrasettantenne. Briony, uno dei personaggi più interessanti e più belli che abbia mai incontrato nella mia vita di lettore.La potenza delle parole.
Quel “Sì, ho visto”, detto senza esitazioni, la menzogna che si piega al volere di un essere umano perchè questa storia DEVE andare così, a costo di distruggere la vita di altre persone. Questo andare oltre che diventa qualcosa per cui non esiste espiazione possibile. E arriva un Amore che da quella bugia viene brutalizzato, fatto a pezzi, deflagra, deve lottare con un Mostro enorme, una Calunnia assurda, la peggiore tra quelle possibili. Un Amore costretto a vivere la sua intera esistenza reggendosi su una falsa accusa.

La potenza delle parole.
“Torna da me”. “Torna indietro”. “Ti aspetterò”. Una mano che si aggrappa ad un cornicione fatto di speranza, speranza di poter ancora tornare indietro e riavere quello che è stato ingiustamente strappato. Terribile, ti si ferma il cuore.

La potenza delle parole.
Una lettera inviata per sbaglio, e letta per sbaglio, un’altra lettera tenuta sempre in tasca, durante la guerra, e che è l’unico modo per restare umani, avere lo scopo per resistere. Leggere quel “torna da me”. In mezzo alla brutalità bestiale della Guerra, in mezzo a quel continuo interrogarsi sul perché l’uomo commetta questi errori, una gamba senza un corpo appesa ad un albero, simbolo della vergogna senza spiegazione. Quante lettere, quanti significati, quante parole importanti…

La potenza delle parole.
La bugia, la verità, le parole d’amore, le stesse frasi dette con durezza oppure con umanità, da parte di una caposala, una bugia che distrugge due innamorati, una bugia che invece può consolare un soldato morente, donandogli un ultimo sorriso.

Un amore che resiste a tutto. Nonostante tutto. Ma ci sono cose che non si possono perdonare. Si va avanti. Ma non si perdona. Si va in pezzi come quel prezioso vaso cinese. Alla fine lo scrittore vuole portarci a capire quanto sia enorme il potere della creazione narrativa, che assottiglia il confine tra realtà e finzione, tra buoni e cattivi, ci confonde, ci manda al tappeto.

«Il problema in questi cinquantanove anni è stato un altro: come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere i destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. È la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei. E’ sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto. Si risolve tutto nel tentativo».

Non possiamo perdonare, ma più ancora è difficile convivere con gli errori che sappiamo di aver commesso, cerchiamo di rimediare, ma è un volo impazzito di un calabrone in una bottiglia di vetro. Niente lieto fine.

“Ogni persona è, tra le altre cose, un oggetto facile da rompere e difficile da riparare”.

Musica: Something in the night, Bruce Springsteen

Pane e castagne, Francesco De Gregori

 

Da non ascoltare se si è solo una “‘nticchia” tristi eh….oppure no, da ascoltare sempre…anche la tristezza ha bisogno di sbocchi, di un innesco, di una deviazione dal corso d’acqua di tutti i sentimenti, per evitare che si “ammucchi”, che faccia massa e porti via tutto…è una canzone che ti si mette lì sopra il cuore, si arrampica, te lo circonda…che scatena cose che nemmeno hai. Sarebbe una delle mie famose cinquanta, diciamo la cinquantunesima, guest star…

“Domani ce lo diranno dove dobbiamo andare,
domani ce lo diranno cosa dobbiamo fare.
Ci sta una terra di nessuno, da qualche parte del cuore,
come un miraggio incastrato tra la noia e il dolore. ”
………..
“Aspettami ogni sera davanti a quel portone,
e se verrai stasera ti chiamerò per nome.
Chissà che occhi avremo, chissà che occhi avrò,
ma se mi chiami amore, ti riconoscerò.”

Non erano le ore

2915025012.jpgNon erano le ore che noi perdemmo,

nè il treno che non arrivò.

Fu solo la nave e il gesto dei remi

e la vita che già passò.

 

Tutto ci dava l’impressione di avere

fra traverse errato la via,

e di non trovare l’amore, e di non avere

per la tristezza che la Luna…

 

Tutto questo fu come se non fosse…

Magari fosse durato di meno…

Infine, che importa? Non c’è possesso…

e solo i cieli eterni sono sereni…

 

 

 

Fernando Pessoa