Questo bacio vada al mondo intero, di Colum McCann

 

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7 agosto 1974. Un funambolo, Philippe Petit, attraversa lo spazio tra le due torri gemelle di New York su un cavo d’acciaio, al centodecimo piano, a 400 metri di altezza. La città si ferma, per qualche minuto si immobilizza, in contemplazione di una magia, di un attimo di pura bellezza, un regalo inaspettato, un sogno immerso nel vento e nel silenzio.

Questo gesto è il catalizzatore delle vicende raccontate nel romanzo. Nello spazio di quell’attimo di bellezza, tante storie che si toccano, si incrociano, si uniscono. La New York descritta non è quella patinata e luccicante di Manhattan , ma è piuttosto quella del Bronx degli anni ’70, quella delle puttane, dei tossici, della violenza quotidiana, della paura, della lotta per sopravvivere.
La New York fragile, simbolo di un’America fragile, con sullo sfondo Nixon, il Watergate e la guerra del Vietnam, con le sue innumerevoli morti che hanno lasciato ferite indelebili nei sopravvissuti e nei loro consanguinei ed amici. Una città e una nazione impaurita, ferita, addolorata. Una stagione di povertà, di razzismo, di difficoltà nell’amare e nell’essere amati.
Questo libro è un grande mosaico di vite, il gesto di quel funambolo è lo specchio di queste vite sofferenti, che si svolgono tutte su un filo stesso sull’abisso, la loro vita è la continua ricerca di un equilibrio costante, la ricerca disperata di un attimo di felicità assoluta, per contrastare la bruttezza e la difficoltà del vivere quotidiano. L’eterno bilico in cui tutti ci dibattiamo, tra la felicità e il dolore, tra passato e futuro, tra vita e morte.
Non sembra mai a nessuno che un anomalo prete irlandese del Bronx possa avere qualcosa in comune con una prostituta di colore, che una donna borghese abbia qualcosa in comune con donne di estrazione sociale opposta alla sua, non capiamo cosa abbiano in comune un giudice con due artisti giovani e annoiati dalla vita, e cosa tutti abbiano in comune col funambolo stesso… ma la lezione è proprio questa, che tutti abbiamo un filo conduttore comune, tutti possiamo essere maestri e studenti nei confronti degli altri, il libro si apre così:
“Tutte le vite che potremmo vivere, tutte le persone che non conosceremo mai, o che non saremo, sono ovunque. È questo il mondo”.

Colum è un poeta. Questo romanzo è un’immensa poesia. Una poesia di speranza intrisa di ricerca di noi stessi attraverso gli altri, una ricerca dolorosa, spesso, fragile, sempre, eppure è amore, questo.

“C’è chi pensa che l’amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo ci si ferma lì. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po’ sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l’energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, sin dall’inizio.”

“La particolarità dell’amore è che diventiamo vivi in corpi che non sono il nostro.”

Questo romanzo è uno sguardo sull’amore, che vive in alto, molto più in alto delle nostre esistenze. Almeno per una volta abbiamo bisogno di quello sguardo verso l’altro, come ispirazione per capire che qui in basso, alla nostra esatta altezza, c’è una potenzialità enorme da scoprire e da sfruttare. Un invito all’armonia, alla fratellanza. Vite diverse, capacità diverse di esprimersi, ma un cuore solo, si ama in modi diversi, ma tutti sappiamo e possiamo amare.

“Troviamo in altri di che andare avanti. È quasi abbastanza”.

“La sola cosa per cui vale la pena di intristirsi, era sapere che,
a volte, in questa vita c’è più bellezza di quanta il mondo possa reggere”.

Un libro pieno di vita, di dolore, di sofferenza, di amore, di poesia. La vita è tutta qui.
Ho chiuso il 2015 iniziando questa lettura, ho iniziato il 2016 concludendola. In bilico tra una fine ed un inizio, una lettura sospesa in uno spazio di pura bellezza. Un sogno.

Musica: Love’s In Need Of Love Today, Stevie Wonder

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