Memorie dal sottosuolo, Fëdor Dostoevskij

 

memorie

150 anni fa.
Un libro pieno di intensità, di dolore, di sofferenza. Difficilissimo da sopportare. Un inizio con una salita ripidissima.
Volevo gettarlo nel fuoco dopo trenta pagine, e forse anche un istante dopo aver girato l’ultima pagina.
Non amo moltissimo i flussi di coscienza. Questo è il primo, forse, in letteratura. Impossibile pensare all’effetto che possa aver avuto sui suoi contemporanei, avranno sgranato gli occhi o magari avranno rigettato la cena, chissà…
Il sottosuolo. Non una cantina, non un garage, non una condizione economica, sociale, ma è l’anima dell’uomo. Stupito che siano passati 150 anni e che questo testo abbia cercato di scandagliare qualcosa che poi, oggi, ritroviamo nelle stesse modalità, sofferenze, travagli, ferite.
L’animo umano non muta, e chiede risposte, sempre le stesse, insolute, per lo più. Ci ha provato Freud, parecchio tempo dopo.
Dostoevskij per primo si imbarca in quest’avventura tremenda, scoprire cosa si celi nell’animo dei personaggi.
L’uomo è solo con se stesso. L’uomo si chiude, si ripiega, come una coperta infinita in un armadio gigantesco. Vita di relazione inesistente.
L’incipit è tremendo:
“Io sono una persona malata… sono una persona cattiva…..”

Il protagonista, possiede ogni difetto. Ridicolo, stupido, invidioso, cinico, meschino, despota. Eppure quell’incipit ce lo fa subito sentire vicino, in qualche modo…subdolamente vicino. Un monologo difficilissimo da mandar giù. Ma ho voluto andare in fondo. Vedere dove mi portava quest’uomo così sofferente, eppure così consapevole della sua sofferenza:
“La sofferenza, questa è l’unica causa della consapevolezza. E ancora: Vi giuro, signori, che l’esser troppo consapevoli è una malattia, un’autentica, assoluta malattia.”

Essere consapevoli di avere dentro la propria anima un buco nero di malvagità, ma anche uno scrigno di ricchezze potenziali, ma non sapere a chi donarne, cosa farne, dove andare, e perchè farne uso, a che pro. Continui arrovellamenti, continue domande, un martello di angoscia. E allora forse meglio restare fermi.

“Che cosa è meglio: una volgare felicità o un’elevata sofferenza?”

Il continuo dilemma tra lo scegliere il richiamo di una vita pulsante, ma anche contraddittoria, insensata, un paradiso violento, e lo starsene invece rinchiusi nel proprio sottosuolo, un inferno stagnante.

Sognare azioni intrepide, degne, mirabolanti, e poi invece restarsene immobili. A che serve darsi tanto da fare, specie se dotati più del resto del mondo? Tanto “Una persona intelligente non può diventare sul serio qualcosa, giacché a diventar qualcosa ci riesce solamente l’imbecille.”

“Siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno. Anzi, siamo talmente disabituati che talvolta sentiamo per l’autentica “vita vera” una sorta di ripugnanza, e perciò non possiamo sopportare che ce la rammentino. Infatti siamo arrivati al punto da considerare l’autentica “vita vera” quasi una fatica, poco meno che un lavoro”.

Interrogativi ancora validi, 150 anni dopo. La letteratura ci pone sempre domande, non fornisce risposte, ci porta sempre più nel fondo di noi stessi. Questo è un romanzo cupo, un romanzo nero, un nero burrone. Un romanzo spietato. Saggio e narrativa insieme, una spirale di pensieri senza fine, descritti con un’energia e una vitalità incredibili,ti sembra di vederlo mentre cammina nervoso, avanti e indietro, gesticolando, con la fronte madida di sudore… tremendo, mi è andata in fumo la testa, al confronto della narrativa contemporanea, così precisa, lineare, schematica.
E le domande sono tutte qui, ancora. Ancora oggi noi ci chiediamo come stiamo, davvero, chi siamo, cosa c’è dentro di noi, quali pensieri teniamo nel nostro cassetto più remoto.

Musica: The Final Cut, Pink Floyd

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7 pensieri su “Memorie dal sottosuolo, Fëdor Dostoevskij

  1. francy6 ha detto:

    “I’m spiralling down to the hole in the ground
    Where I hide ”

    chissà se, invece di nascondersi, dopo tanto “avvitamento” su se stessi, non si riesca a spiccare il volo
    “high in clear blue skies” ….forse meglio non rimanere fermi, dopotutto….

    ottima recensione, come perfetto é l’accostamento musicale

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  2. Alessandra ha detto:

    Ogni volta che ti leggo mi scuoti dentro. E’ un pericolo passare dalle tue parti 😉 Sei conciso e sintetico, ma molto molto incisivo. Intensamente incisivo. Sei capace di estrapolare da una lettura la sua vera essenza, di mettere la punta del coltello là dove ci deve proprio stare, senza dilungarti in tanti rivoletti… Mi hai rimescolato dentro diverse sensazioni che avevo assorbito a suo tempo da questa lettura, per cui penso che un giorno la riprenderò in mano. Ciao, alla prossima.

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