La Notte, di Elie Wiesel

la notte

Ogni storia che racconta del genocidio ebreo sa essere diversa dalle altre.

Ognuna aggiunge un tassello di conoscenza. Di dolore. Di disperazione. Di orrore. Questa storia mi ha scavato un buco nero nell’anima, e non è stato possibile impedire alle lacrime di scendere. Non basterebbero mille pagine per descrivere quello che ho provato. Rendo omaggio alla Giornata della Memoria in questo modo.

Questa è la Notte dell’Umanità. Il punto più basso dell’Inferno in cui sono capaci di arrivare gli umani.

Elie Wiesel lo capì subito, che quella era la Notte.
Capì subito che veniva condotto all’Inferno insieme ai suoi familiari, ai suoi amici, ai suoi conoscenti. E che nulla sarebbe stato più come prima.
La Notte insensata, angosciosa, crudele, dell’Umanità.
E durata tanto, durata troppo, ne sentiamo il peso ancora oggi. La luce dell’intelletto che si spegne. Per noi che leggiamo oggi, che abbiamo letto ieri, è impossibile comprendere il perché di tutto questo, e comprendere il dolore che milioni di persone innocenti hanno patito. Un’ora di lager equivarrebbe a cento volte l’intero dolore che potremmo immaginare.
Wiesel racconta la sua storia, la sua e di suo padre, divisi subito dalla parte femminile della famiglia, madre e sorella. Il suo racconto è intimo e personale, ma è rappresentativo di tutto un popolo, e del mondo. Lui e suo padre. Il loro rapporto, il loro amore, ognuno sostegno e bastone dell’altro. Non avevano altro che loro due, che se stessi, per sopravvivere.

Non è una storia di morte fisica e basta, l’Olocausto.
E’ la storia della privazione totale come esseri umani. L’orrore visivo, in un secondo capisci l’orrore e resti annientato, un camion che scarica cadaveri di bambini. Da quel momento in poi perdi lo status di essere umano. Ti viene tolto tutto, strappato tutto. Sei solo un corpo. Sei solo uno stomaco che cerca cibo.

“Ormai non mi interessavo ad altro che alla mia scodella quotidiana di zuppa, al mio pezzo di pane raffermo. Il pane, la zuppa: tutta la mia vita. Ero un corpo. Forse ancora meno: uno stomaco affamato. Soltanto lo stomaco sentiva il tempo passare.”

E che per questo è disposto ad uccidere, uccidere altri esseri umani disperati e anche a uccidere tuo padre, se necessario. Libertà, dignità, fisicità, tutto ti viene portato via. Sei un automa. Senza un cuore, senza emozioni, un pezzo di carne semovente che cerca un po’ di zuppa, di pane, una buccia di patata e anche la neve, da mangiare.

“Un’altra volta dovevamo caricare dei motori Diesel su dei vagoni, sotto la sorveglianza di soldati tedeschi. Idek (il kapò) aveva i nervi a fior di pelle e si tratteneva a stento. Improvvisamente il suo furore scoppiò: la sua vittima fu mio padre.
“- Razza di vecchio sfaticato! – si mise a urlare; – tu lo chiami lavorare questo?
E cominciò a picchiarlo con una spranga di ferro. Mio padre prima si piegò sotto i colpi, poi si ruppe in due come un albero secco colpito dal fulmine, e crollò.
Io avevo assistito a tutta quella scena senza muovermi. Tacevo. Pensavo piuttosto ad allontanarmi per non ricevere anch’io dei colpi.
Ancora di più: se in quel momento ero in collera, non era con il kapò, ma con mio padre. Gliene volevo per non aver saputo evitare la crisi di Idek: ecco cosa aveva fatto di me il campo di concentramento…”

Il vero crimine contro l’Umanità è la privazione della dignità, prima ancora che di tutto il resto.
Non conosci più tuo padre, non conosci l’uomo, non riconosci più il tuo Dio. Non capisci. Il dolore e l’orrore tracimano, e un animo umano non è progettato per reggere un simile trabocco di sangue e di crudeltà. Sospensione dell’umanizzazione, annullamento di se stessi. E’ troppo, non si può reggere.

“Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?”.

Questo libro fa tanto male. Come tutti i libri che parlano di questo Orrore.
Ogni pagina trasuda terrore, e follia, e dolore. E rabbia.

Il nostro dovere è leggere. E non scordare una virgola. E tramandare.

Elie Wiesel, e tutti quelli come lui, sono sopravvissuti e hanno scritto non per lamentarsi o parlare solo del genocidio del proprio popolo, ma per far sì che si possa evitare di ripetere quell’Orrore, affinché nessun altro popolo possa mai dover subire tanta disumanità. E’ doveroso rendergli omaggio. E combattere contro chi addirittura nega la loro verità, la verità.

Non molliamo.

Musica: naturalmente Auschwitz, Francesco Guccini
https://youtu.be/GaR_1K2uGUs

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