Nove racconti, di J.D. Salinger

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Solitudine, alienazione, rimpianto, frustrazione, incomunicabilità, fuga, assenza, senso di vuoto.
Bambini che dialogano con gli adulti, e sembra essere l’unico modo di dialogare al mondo, perchè tra adulti non pare possibile comprendersi. America, baseball, la Guerra.
Tanta ironia, a pacchi, parti comiche che si alternano a quelle tragiche, magari nella stessa riga.
Tanta angoscia, tanta solitudine, tanta infelicità del quotidiano, che fanno da sfondo, sempre.
Ma Salinger riesce a trovarci bellezza e commozione, narrandole.
Lo stile è molto essenziale, e anche moderno, sembra che ci stia parlando, raccontando qualcosa a voce, seduti ad un caffè. I personaggi li vedi davanti, li puoi toccare.
Resta un maestro nella descrizione della psicologia infantile e adolescenziale. E lo “scontro” tra la loro innocenza e l’ipocrisia e il conformismo del mondo adulto. Sembra quasi che ci sia vita solo nell’animo dei bambini.
E Salinger è bravo, veramente bravo, a dipingere quell’istante in cui la giovinezza è pura, anche angosciata, ma pura.
Non sono in grado di dire se questi racconti siano i migliori del Novecento, come ho letto da più parti. Di sicuro sono molto particolari, calcolando che stiam parlando degli anni ’40, penso sia così come dicono, che questa scrittura così priva di retorica era davvero un’innovazione, per l’epoca. Non è stata una lettura semplice, per me, non penso di aver i requisiti per poterla comprendere in pieno, però, come sempre, “non si butta via niente”, ne vale sempre la pena.

Musica: Indifference, Pearl Jam
https://www.youtube.com/watch?v=EmL8XbC6Zmo

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Lettera al mio giudice, di Georges Simenon

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Un uomo che non conosce l’amore. Che muore per la mancanza di amore. Anzi, vive, sopravvive. Ci si è adattato quasi alla perfezione.
A tutto, ci si adatta. Hai una madre, una moglie che non ami, due figlie, un lavoro. E porti tutto avanti con dedizione, come se fosse un destino scritto da una mano esterna e tu fossi solo un attore che deve recitare quel ruolo, senza passione, solo dedizione alla causa. La società si attendeva che tu ti comportassi in questo modo e tu hai soddisfatto le attese della “società”. Sai benissimo che la tua vita è un fallimento, ma esserne consapevole da un lato ti aiuta a vivere sull’orlo dell’abisso.Trovi il tuo angolo buio e ti ci adatti.

“Per anni e anni, insomma, avevo vissuto senza accorgermene.
Avevo fatto tutto quello che mi avevano detto di fare con scrupolo, meglio che potevo: ma senza cercare di conoscerne il motivo, senza cercare di capire.
Un uomo deve avere una professione, e la mamma aveva fatto di me un medico; deve avere dei figli, e io ne avevo; deve avere una casa e una moglie, e io le avevo. Deve svagarsi, e io giravo in automobile e giocavo a bridge, a tennis. Deve prendersi delle vacanze, e io portavo la famiglia al mare.
La mia famiglia! La guardavo, seduta al tavolo della sala da pranzo, e mi pareva quasi di non riconoscerla. Guardavo le mie figlie: tutti dicevano che mi somigliavano.
In che cosa? Perché?
E che ci faceva quella donna nella mia casa, nel mio letto?”

Poi arriva l’amore, quello maiuscolo. E che fai, come reagisci? Come un morto di fame a cui imbandiscono un pranzo luculliano, c’è rischio di morire, per il “troppo” che ti arriva davanti, è un paradosso incredibile, ma potrebbe accadere. Come il povero che improvvisamente vince miliardi alla lotteria. Bisogna essere in grado di gestire il cambiamento radicale.
Lo sconvolgimento di una vita sociale, allo stesso modo di quella sentimentale e psicologica. E provi a fare il salto, provi a superare quel baratro della tua esistenza e cercarne finalmente un’altra, la tua, quella vera.

“Era soltanto la forza irresistibile della vita, di quella vita che mi veniva finalmente concessa dopo che ero stato per tanto tempo un uomo senza ombra.”

Un uomo che non vedeva, che non si rendeva nemmeno conto di essere manipolato dalla vita. E che, grazie all’incontro con Martine, grazie all’incontro con l’amore, improvvisamente vede la vita passata in modo nitido. E sarà, nello stesso tempo, l’inizio della felicità e l’inizio della fine. Passerà dall’essere un fantasma ad essere un uomo invaso dal tormento vero di un flusso sanguigno avvelenato.
Charles parla al suo giudice. Ma è a noi, che parla, a noi che leggiamo. E’ a noi che non sta chiedendo perdono, ma solo di essere compreso. Non vuole esser trattato da folle, vuole che la sua follia entri in noi, vuole che comprendiamo in pieno i suoi ragionamenti, le vie del suo cuore. Una spietata autoanalisi, commovente, violenta, che ci fa rabbrividire. E diventa in parte nostra.
Simenon parla di se stesso, della sua vita, ma tutti noi ci sentiamo parte della sua analisi. Lui scriveva in modo frenetico, entrava nel romanzo, lo viveva e ci stava male, e in questo romanzo, in particolare, siamo lì anche noi a soffrire, a dimenarci, per diversi motivi, credo che ognuno troverà il motivo per avvelenarsi il fegato o per commuoversi o per entrare in empatia, per amare o odiare i personaggi.
Uno stile narrativo che non lascia scampo, non lascia tregua.
La sua forza è proprio questa, è una storia di follia, ma non riesci a sentirtene estraneo. Simenon ti porta ad aprire la porta più segreta, quella più in fondo a te stesso.
Ancora una volta la piena consapevolezza di se stessi che può portare alla follia, oppure ad avvicinarsi pericolosamente alla sottile linea di confine tra il bene e il male, tra la ragione e la follia.
Impossibile non essere trascinati, impossibile non sentire un macigno nel cuore, leggendo questo libro.

Musica: Death to the lovers, Skunk Anansie
https://youtu.be/8A2j0sZJjnI

La sottile linea scura, Joe Lansdale

Jpeg

Jpeg

Ironico, divertente, leggero…si fa leggere velocemente, perché ha una storia coinvolgente, vogliamo sapere come va a finire, che fine faranno tutti i personaggi descritti.. ma è una leggerezza abbastanza apparente, dietro c’è l’invito a ragionare, a leggere, a sostenere l’importanza di migliorarsi, nella vita.
Lansdale mi pare molto impegnato socialmente e politicamente, ma si impegna anche molto nel volerlo nascondere bene.
E’ un mix interessante, quello tra questa scrittura così leggera e divertente, questo umorismo distaccato, e la violenza e la crudeltà spesso descritta nel romanzo.
Così come questa nostalgia, malinconia, per i tempi passati, per l’infanzia. Il punto di vista è quello di un ragazzino, e si vede, perché è un punto di vista ancora vergine dalla cattiveria, e pieno di sogni.
Twain, King, Ammaniti, mi sono venuti in mente tanti scrittori, a conferma della sottile linea non scura, ma bella, che corre nella letteratura e nell’immaginario del lettore.
Texas, anni ’50, temi sociali, razzismo, violenza contro i figli, violenza contro le donne, fanatismo religioso.
Odio visceralmente questo Texas, e non solo.
Non penso che dal 1958 ad oggi le cose siano così cambiate.
Per questo resto sempre dubbioso, nel leggere questi romanzi americani dove viene descritta tanta vomitevole realtà, ma sempre poi si tende a mostrare che la singola realtà familiare è fatta in modo totalmente diverso, opposto. Laddove c’è una realtà esterna composta da discriminazione odiosa, esiste sempre un microcosmo familiare pulito, o quantomeno volenteroso di cambiare lo stato di cose generale. Un microcosmo dotato di coscienza, che lotta contro la mancanza di anima del mondo esterno. Un po’ troppo consolatorio, direi. Però ho letto che Lansdale è figlio di un meccanico analfabeta e che da piccolo ha imparato le arti marziali perché costretto a difendersi dai bulli della sua zona. Quindi mi pare chiaro che quel che ho letto sia nettamente influenzato dalla sua vicenda personale, ed è chiaro che suo padre sia stato un punto di riferimento fondamentale nella sua vita, un padre che ha fatto di tutto per farlo crescere sano, esattamente come quello di Stanley in questo romanzo. Avere cultura è cosa diversa dal saper istruire. E comunque Lansdale parla dei mali del Texas come metafora dei mali di tutto il mondo. Ed ha anche ragione, purtroppo.

Stanley, tredicenne del tutto ignaro del Male della vita, capirà anche pagando un prezzo personale, che il mondo è pieno di gente che discrimina per razza, per genere, per religione, gente che insulta, picchia, umilia, tortura, uccide. Che il mondo è fatto di gente che è più importante di altra, in vita e in morte, e che il denaro può comprare tutto, cose e persone. Che il Texas era ed è questo, che il mondo era ed è questo.
Un piede che inciampa in una scatola piena di vecchie lettere darà l’innesco a questa specie di giallo, noir, ai misteri da risolvere, e all’ingresso di Stanley nella vita degli adulti.
La sottile linea scura divide il Bene dal Male, ma la vita va affrontata, attraversata, non ci sono altre possibilità. Bisogna entrare nell’agone, e scegliere da quale parte stare. E in base alle scelte personali, ci si troverà da una parte oppure dall’altra. Oppure nel mezzo, perché Stanley scoprirà anche che la differenza tra bene e male non è poi così marcata, è sottile, appunto, la linea di demarcazione, così come tante sono le sfumature del bene e tante quelle del male.
Sapendo che la dignità umana resta e resterà sempre la base, l’appiglio finale, il fondamento dell’esistenza di chiunque e il mezzo unico per migliorare le proprie esistenze e quelle altrui.

Musica: Shake Rattle and Roll, Big Joe Turner
https://youtu.be/eMBZHUhBAYU?list=RDcOfJoSnHIS0

La bambina pugile, ovvero la precisione dell’amore, Chandra Livia Candiani

Jpeg

“… A chi amo, a chi mi ama, ai monaci della foresta, agli indifferenti e agli spaventati dell’amore e dell’amicizia, ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati, animali,… agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,… alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.

La Emily Dickinson italiana, così è stata definita. E lei in parte ha ammesso questa somiglianza, ha sempre detto che la Dickinson è parte dei suoi “poeti maestri”, per il suo essere solitaria, eremita, selvaggia.
A 5 anni ha scoperto di amare la poesia, ha scoperto che la poesia era affascinante, che era come ascoltare e parlare una lingua nuova, diversa, e ha scoperto che da adulta l’avrebbe parlata anche lei. Perchè la poesia faceva e fa vedere, e sentire. La poesia è come una persona amica, la poesia ti protegge e ti custode.
Estrapolo parole da interviste lette su internet, perché sono proprio le sue parole, ad avermi convinto a leggere le sue poesie.
“Vado sempre in cerca di poesia, nutre una mia batteria fondamentale, la cerco nei boschi, nella notte, negli alberi, negli animali, nei libri, negli ascolti, negli sbagli. Soprattutto, nella mancanza. Se accetto di mancare, di assaporare quel mio mancarmi sempre, arriva una brezza di parole”.

Un’altra cosa che mi ha colpito, quando le han fatto notare che c’è chi pensa che la poesia sia noiosa, la sua risposta: «Sì, è la scuola ad averci rovinato, con le note e le analisi, come se lo scopo fosse di “tradurla”. E invece il bello è proprio il suo mistero, non capire tutto». Ecco, proprio così. Mi capita tante, ma tante volte, di non capire la poesia. Ma di restarne comunque affascinato. Coinvolto, trascinato. Mi è parsa una frase bellissima.

Un’infanzia difficile, la poesia l’ha aiutata a dire, a dare voce a quel che voce non aveva, come gli oggetti, che diventano soggetti di molti suoi componimenti, e prendono vita. La poesia vissuta come avvicinamento a tutto l’Universo, che anzi diventa unico protagonista, la sua è solo la voce che lo racconta, che racconta l’amore per la vita, tutta.
In questa raccolta c’è l’amore, c’è il male, c’è il lutto. Per lei il male non va allontanato, respinto, negato, ma va attraversato. Il male va accolto

“Mi è successa questa cosa, ma io non mi lascio sola. Noi ci lasciamo continuamente soli, o andiamo a cercare la soluzione negli altri. Invece io sono nata per incontrare me, io sono il mio grande amore. Quando ci sposiamo con noi stessi, allora ogni male viene custodito e accolto». Come dice Rumi: “La ferita è il luogo in cui la luce entra in te.”

“Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta a pugni alzati: come sono soli gli adulti.”

Aggiungo qualcosa che apparentemente non c’entra, con questo libro.
Va per le scuole ad insegnare poesia ai bambini, specie ai bambini migranti. E’ un lavoro incredibile. Fantastico, commovente. Bambini che non sanno ancora parlare l’italiano, lei li aiuta con gli oggetti, con strumenti musicali, per riuscire a tirar fuori parole. E io ne ho letta qualcuna.
Spesso si inizia con «Il silenzio».

«I bambini conoscono per lo più il silenzio teso, il comando a cui si obbedisce facendosi piccoli, raggrinzendosi. E invece cerco di trasmettere a loro un silenzio che allarga, il piacere del silenzio che è ascolto di sé, del mondo, dell’altro, della sinfonia di cui facciamo parte. È con meraviglia che scoprono il mondo che il silenzio rivela. E alla fine dico: ora vi do un compito che dura tutta la vita. E loro abbassano le orecchie; ma quando affermo: “ascoltare il silenzio, farci tana, aspettare lì le parole”, ridono»

Marius, bambino rom: “«Il silenzio mi passava tra le vene / sembra infinito il silenzio».

Alice, otto anni, italiana: «tranquillità / silenzio / concentrazione / un po’ di pazzia / piacere di ascoltare / il nostro amico silenzio»

«Ho un metodo: porto a scuola delle cose che stimolano i sensi, come piccoli strumenti musicali, e da lì sentiamo le parole e le tiriamo fuori dal corpo. Ci sono bambini che scrivono in altre lingue e con le poche parole che hanno scrivono delle poesie bellissime. Ricordo un filippino che faceva di sì a ogni cosa che dicevo, ma non aveva ancora il linguaggio per esprimersi. Allora ho chiesto una bambina interprete da un’altra classe. Ecco cosa è venuto fuori: “Grazie di avere una casa. Io sono un bambino piccolo, ma sono una briciola spuntata da un gigante”».

A me è sufficiente questo, per definirla una grande persona. E un regalo che la vita ci ha offerto, perchè certe persone sono un regalo.

Le notti bianche, di Fedor Dostoevskij

 

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“Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili ed irosi. Gentile lettore, anche questa è una domanda proprio da giovani, molto da giovani, ma che il Signore la ispiri più spesso all’anima!”


Siamo a teatro.
Panchina, due protagonisti, luci basse, è sera, è notte.
Per la precisione, quattro notti. Indimenticabili, per entrambi.
Per lei, che soffre a causa di un uomo che si fa attendere, troppo, un uomo razionale, che non la stringe, non la bacia, fregandosene di tutto il resto, bensì si mette lì a ragionare con la calcolatrice, non mi bastano i soldi, non sono ancora economicamente stabile nè ancora forse pienamente coinvolto da te, ci vuole un anno, per darti la mia risposta definitiva, e forse dopo l’accendiamo.
Ma soprattutto per Lui, e metto la maiuscola, il Sognatore, l’Eroe. Quello che si rintana dentro se stesso, nel suo angolino più remoto, con la sua anima a fargli da pareti, una tartaruga nel suo guscio, a cui aderisce sempre di più, col tempo che passa, più conosce la vita esterna più decide che non possa fare al caso suo, più conosco gli uomini più amo le tartarughe, insomma.
La vita è troppo mediocre, meglio l’immaginazione, dove tutto è come deve essere, esaltante, e tu sei perfetto e gli altri sono tutti adatti e precisi, come devono essere. E l’immaginazione è talmente potente, trascinante, che Lui non capisce quasi più i confini tra questa e la realtà, non sa più se sia il mondo onirico, quello vero, talmente forti sono le emozioni che prova.

“Perché in quei momenti già inizia a sembrarmi che non sarò mai capace di cominciare a vivere una vera vita; perché ho già avuto l’impressione di aver perso ogni misura, ogni senso della realtà, della autenticità,; perchè infine ho maledetto me stesso; perché dopo le mie fantastiche notti mi capitano ormai momenti di ritorno alla realtà che sono terribili. Nel frattempo senti rumoreggiare e turbinare in un vortice vitale una folla di gente intorno a te, senti, vedi la gente vivere, vivere nella realtà, vedi che la vita per loro non è proibita, che la loro vita non si dilegua come un sogno,come una visione…”

Dosto. Il più grande esploratore dell’animo umano, delle sue passioni e di quello che accade quando queste si incontrano, anzi si scontrano con la realtà, con la società. Il disagio di vivere, oggi così vivo, come tema, ma già sentito ai suoi tempi. Un delicatissimo anticipatore e psicologo.
Struggente, malinconico, romantico, poetico in quasi tutti i passaggi e descrizioni, siamo in quella città, sentiamo e vediamo le strade, siamo in un quadro. E siamo in Lui, ne sentiamo perfettamente la sofferenza, gli alti e bassi del suo animo, le speranze subito sopraffatte dalla realtà, la sua corsa a rifugiarsi in se stesso e nei suoi sogni, per non perire in un lago di dolore:

“Io non posso non venire qui domani. Sono un sognatore; ho una vita reale talmente limitata che mi capitano momenti come questo, come adesso, tanto di rado che non posso non ripercorrere questi momenti nei miei sogni. Sognerò di voi l’intera notte, l’intera settimana, tutto l’anno. Verrò immancabilmente qui domani, proprio qui, in questo stesso punto, proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando il giorno passato”.

Un solo varco. L’incontro con una ragazza. La sola possibilità di mostrarsi per come si è. La meraviglia di quel che accade quando incontri un’anima che ti è affine, che ti capisce, e, anche se non riesce a farlo, comunque ti tiene accanto, sente il tuo dolore e se ne fa carico, come della tua gioia. I dialoghi sono così intensi da sembrare che i due siano colpiti da una febbre, un’ansia di donarsi, di mostrarsi, di confidarsi, di sentirsi importanti l’uno per l’altra.
Ancora una volta poi la realtà arriva, e travolge, spezza, sventra le illusioni.
E’ paradossale, o forse no, forse è significativo, che l’unico personaggio che sogna, che vive al di fuori della realtà, riesca a fare l’unico gesto davvero Reale, vivo, fattivo, altruista, in tutto il romanzo, un gesto che gli costa la sconfitta.
E siamo qui a sperare che Lui, da sconfitto, riesca a tornare nel suo guscio rivivendo i sogni allo stesso modo di prima dell’incontro con lei, che sopravviva, che quel breve spazio di luce lo accompagni e gli dia forza, invece che affondarlo definitivamente, se lo merita. E forse molti di noi ci auguriamo che un breve attimo di luce riesca a darci la spinta per affrontare i tanti tunnel della vita.

“Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”

Musica: In my place, Coldplay
https://youtu.be/gnIZ7RMuLpU

La festa, di Margaret Kennedy

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La quarta di copertina dice testualmente:
“L’idea de La festa, forse l’opera più originale della Kennedy, venne all’autrice durante un incontro letterario in cui si discuteva dei Sette peccati capitali. Si ipotizzava che sette diversi autori potessero scrivere sette racconti da riunire in un unico romanzo. L’idea tramontò, ma la Kennedy riprese il tema anni dopo, concependo una storia che riuniva i Peccati sotto lo stesso tetto di un albergo in Cornovaglia, gestito dall’infelice moglie di un accidioso.”

Scritto nel 1950, Astoria ce lo ha fatto conoscere in Italia nel 2014.
Un libro che ha la sua fine come preambolo. Un espediente che, contrariamente a quanto si possa pensare, rende la storia più interessante, e il lettore più curioso del solito.
Sappiamo subito che ci sarà un finale tragico, ma non sappiamo quante vittime ci saranno e i loro nomi.
Ed ecco il perchè della curiosità che spinge a voltare velocemente le pagine.
Ma non è un libro drammatico. Ed è questa la prima sorpresa. E’ un libro fatto di piccoli pacchetti-sorpresa.
Potrebbe sembrare tutto noioso. Lo stile risente della sua epoca, l’ambientazione è una sola, un albergo sulle scogliere della Cornovaglia, a Pendizack, una sfilza di personaggi e di dialoghi, questo libro è pieno di dialoghi. Insomma, poteva apparire quasi claustrofobica, la cosa. E l’inizio è lento. Carburazione lentissima, non sembra possibile che ci si appassioni. Invece no, la cosa accade, lentamente ma inesorabilmente.
L’autrice, con uno stile molto garbato, ironico, molto pulito ma molto brillante, anche, riesce a non far succedere nulla ma anche tutto, nello stesso tempo, puntando sulla descrizione dei personaggi, delle loro personalità, dei loro caratteri, scavando nel loro passato, sono tutti diversissimi tra di loro, alcuni anche opposti, ma si conosceranno piano piano, e quel che era all’inizio non sarà più alla fine, scopriremo che molti di loro non erano quel che sembravano, ma soprattutto, la loro interazione cambierà se stessi e la loro vita. Si troveranno ad un bivio della loro vita che mai avrebbero immaginato di poter incontrare, prima di fare il loro ingresso in questo alberghetto in Cornovaglia.

Saremo pervasi dalla curiosità di sapere a chi appartengono i peccati di cui parla la quarta di copertina, e quali persone periranno e quali si salveranno. E’ un romanzo sullo scorrere della vita, che va sempre avanti, come un corso d’acqua, e non sappiamo mai quali e quanti affluenti ne potranno deviare, allungare o rendere più corposo e ricco il suo percorso.

Musica: “People Help The People”, Cherry Ghost
https://youtu.be/XYGOLzMgI88

Lessico famigliare

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Utero in affitto. Partiamo da questo, e già capiamo i diversi atteggiamenti, chi offende, degnigra e chi si difende, pretende solo diritti.
Si chiama Gpa, gestazione per altri, oppure maternità surrogata. Ma “utero in affitto” è espressione che affonda la lama nell’immaginario, no? Come se un arbitro corrotto, direi, in campo. Le parole sono pietre, come diceva qualcuno più importante di me.
Detto questo, la stepchild adoption non c’entra un accidenti con la Gpa.
Riguarda infatti solo i bambini GIA’ nati. I bambini che GIA’ VIVONO in una coppia omosessuale. Questa proposta di legge non lede diritti di chicchessia, ma vuole EQUIPARARE i diritti degli omosessuali a quelli degli eterosessuali.
Riconosce ciò che già è tra noi, che già esiste, per far sì che non ci siano sperequazioni che creino sofferenze indicibili.
Poi scendiamo nel tecnico, per parlare del terrore che dalla stepchild si arrivi a legittimare la Gpa, oppure utero in affitto, così non si risente nessuno. Quante coppie gay hanno fatto ricorso alla maternità surrogata? E quante quelle eterosessuali? Oggi, nel nostro Paese, entrambe le coppie sono discriminate, non solo quella omosessuale. Ci sono tante donne che, per problemi fisici, non possono portare avanti una gravidanza e però non possono nemmeno intraprendere il percorso della surrogata. E i dati dicono che comunque sono molte di più le coppie etero, a voler ricorrere all’ “utero in affitto”, rispetto a quelle omosessuali, che hanno sempre preferito l’eterologa.
Poi, quando si parla dell’utero in affitto, ci si va sempre a relazionare col pensiero a Paesi tipo India, Cina, Thailandia, oppure i Paesi dell’Est Europa. Ma molte coppie omosessuali invece si sono recate negli Stati Uniti, ad esempio, dove è tutto legalizzato, non c’è alcuna compravendita sottobanco, non esiste il concetto di prostituzione della donna, di mercificazione del corpo, sono tutte ampiamente tutelate, esiste il solo rimborso delle spese, il resto è solo un atto che diventa un regalo per altri più sfortunati o impossibilitati.
Poi la Tahilandia ha chiuso alle coppie straniere, l’India ha chiuso ai gay, l’Ucraina è un rischio enorme di spesa enorme. E resta il fatto che l’ottanta per cento delle coppie che cerca la strada della Gestazione per altri è ETEROSESSUALE.
Si può sapere di che parliamo? Esistono associazioni serie, a cui si può iscrivere, per arrivare ad avere un figlio in maniera legale, e tutelata in ogni parte, anche a livello sanitario e psicologico. Non esiste una sola obiezione ragionevole, per opporsi a questo. Compresa quella finale, che due genitori dello stesso sesso non siano adatti ad allevare e crescere un figlio.
Ripeto, di cosa stiamo parlando?