Giulio,siamo solo parole.

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La politica che vorrei dovrebbe avere il volto della mamma di Giulio Regeni.

Dovrebbe avere quella testa alta, quel coraggio, quella dignità, quella dirittura morale di dire sempre le cose come stanno, di battersi per ottenere quello che non è sovrumano, ma solo quello che è GIUSTO.

Il “composto dolore”.  Tutti stiamo dicendo “ma come fanno, questi due genitori, a rimanere così composti? Io non ce la farei, io urlerei, io spaccherei tutto…”.

Sì, è così che diciamo. La voglia di gridare al mondo e alla politica che siamo stufi, che il dolore ci strozza, ci straccia la pelle, ce la divora, ce la brucia, come un incendio senza fine, in cui la benzina è questo continuo stillicidio di mancate verità, di vergognose pezze bugiarde messe sopra la VERITA’, questa voglia di urlare è troppo forte, insopprimibile.

Eppure queste due persone ce la stanno facendo. Da settimane.

Questa madre da settimane non versa una lacrima. Se le sta tenendo tutte dentro, perchè una massa di persone infami ha scientemente deciso di non restituirle la dignità, insieme al corpo martoriato di suo figlio. Ha deciso di arrivare alla Pasqua senza che Giulio possa trovare una pace, che possa risorgere come Cristo, ma debba restare martoriato nella sua anima. Hanno deciso di restituire a questa famiglia un corpo rimpicciolito dalle botte, spogliandolo del valore che possedeva, e che possiede ancora. Il rispetto è morto, molto prima che sia morto Giulio. Questa madre NON può piangere. Non le è concesso abbandonarsi, mollare, rilasciare il suo dolore per riprendere un cammino. Deve restare lì, accanto al corpo del figlio, perchè morirebbe lei, se lo lasciasse senza giustizia.

Non c’è un solo brandello di umanità e di giustizia, in questa vicenda. E in questo Mondo.

Il pensiero che gli interessi economici siano il Primo ed unico comandamento della società che abbiamo costruito, sinceramente, francamente….mi fa passare la voglia di vivere.

E’ questa la Libertà che abbiamo ricevuto in eredità, e che abbiamo elaborato nel corso dei decenni? Questo, il nostro concetto di Democrazia?

Ma adesso, in questo istante, provo solo ad immaginare come è morto Giulio. Cosa abbia pensato nelle sue ultime ore. Quanto abbia urlato. Quanto dolore abbia attraversato il suo corpo. Quanto abbia pensato alla sua mamma e al suo papà, se abbia immaginato quanto dolore avrebbero provato dopo la sua morte. Un dolore aggiunto al suo personale, fisico e morale.  E solo immaginarlo è terribile.  Provateci, voi che in queste ore blaterate e inveite contro Giulio, su Internet, provateci, ad immaginarvi nella stessa situazione. Provateci, ad immaginare vostro figlio ridotto a poltiglia, dopo giorni di torture senza paragoni. Provateci, ad immaginarvi in un obitorio, a riconoscere vostro figlio solo dalla punta del naso.

Restare umani. L’appello impossibile. Non c’è risposta. Siamo solo parole.

………………………………………………..

L’ODIO

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no-
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.

 

Wislawa Szymborska

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Il paradiso degli animali, di David James Poissant

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Sedici racconti che non dimenticherò. Incredibile capacità di descrizione dei personaggi in venti o trenta pagine appena. Una bellissima raccolta. Mi dispiace che i racconti non riscuotano il successo che a volte meritano.

Appena letto il primo, sono rimasto colpito al cuore. E ho pensato che fosse impossibile che il seguito mi potesse deludere, e infatti è andata così.
Mancanza, dolore, perdono, lutti. Questi più o meno i temi riscontrati in tutti i racconti. I dati fondamentali che colpiscono sono la bravura stilistica e la profondità. C’è una tensione palpabile, costante, sempre. La bravura di uno scrittore di racconti è proprio quella di dover riuscire ad incollare il lettore alle pagine, andare subito a segno, al fulcro, non sono possibili cali di tensione e vivacchiare di rendita, fermarsi ogni tanto ai box e respirare. No, con i racconti non possibile. E non sono molti gli autori bravi a far questo. Poissant è di sicuro uno di loro. Impossibile non farsi venire in mente la Munro o Carver. Ma qui c’è un’emozione e una partecipazione forse maggiore. E un’empatia irresistibile con i personaggi. Le relazioni umane, ecco di cosa si parla. Genitori e figli, coppie, amici, amanti, animali e uomini, fratelli, bambini, vicini di casa. E già la vastità e diversità è sintomo e simbolo della bravura dell’autore. Non è facile cambiarsi d’abito, uscire da un personaggio e dar voce ad un altro con tanta rapidità e maestria. Tutti rapporti descritti un attimo prima o un attimo dopo un momento decisivo. Essenzialmente un momento doloroso, una cruna di un ago doloroso attraverso il quale necessariamente dovremo passare per poi sperare di ripartire, ricominciare, sperando in un perdono, umano e della vita. Difficilissimo non restare coinvolti, siamo dentro le storie e probabilmente qualcuno di noi rivivrà antiche o recenti esperienze personali, leggendo. Gli animali non sono i protagonisti, come si poteva supporre, ma sono solo un elemento, un espediente, allegorie, e forse, unica critica, a volte non se ne comprende il motivo della loro presenza. Aggiungo solo che uno di questi racconti, Come aiutare tuo marito a morire, è forse il più bel racconto che abbia mai letto nella vita. E in questo sposo alla perfezione le parole contenute nella bellissima postfazione della traduttrice Gioia Guerzoni. Una chicca nella chicca.

Musica: Sorrow, Pink Floyd

La Signora Dalloway, di Virginia Woolf

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Innovazione.

Questo è quello che si pensa, quando si legge il romanzo in questione, e se si va a ripercorrerne la sua genesi. Dico subito una cosa: forse lo avrei detestato in toto, se non avessi saputo nulla del romanzo stesso e di chi l’ha scritto, e del periodo in cui l’ha scritto.
Detestato perchè non sono esattamente un cultore dei flussi di coscienza, in generale.
Detestato perchè ti perdi, o rischi di perderti, dentro una storia che non è la tua, dentro una mente, soprattutto, che non è la tua. Dentro almeno due menti, che non sono la tua.
La Woolf ha scritto qualcosa che riguardava lei stessa. Ci ha messo dentro quello che sentiva dentro di sè, le sue speranze, le sue gioie e soprattutto il suo terrore. E chi sono io, per potermi immedesimare così tanto da riuscire a scriverci un commento, poi? per comprendere quello che voleva dire? Ho letto cento commenti, cento recensioni, su questo libro, ho letto la sua biografia. Di sicuro i commenti aiutano, e sapere della sua vita, anche. Ma resta un mistero insondabile, di fondo, almeno per me. E comunque ho adorato l’introduzione di Nadia Fusini. Uno può anche essere scettico sul libro, ma questa introduzione è una meraviglia, e per forza di cose ti spalanca un mondo.
La Woolf, da quel che ho letto, ci ha messo tanto, per scrivere questo romanzo. Ci ha impiegato non solo del tempo materiale, ma anche tutta la propria energia, fino a doverne attingere in imprecisati luoghi della sua anima. E’ stato uno sforzo sovrumano. Lei stessa non amava il personaggio di Clarissa. E lei stessa era piena di dubbi, lei che lo ha scritto non sapeva nemmeno al cento per cento cosa voleva dire:

“Naturalmente la parte della pazzia mi snerva tanto, mi spreme a tal punto il cervello, che appena oso affrontare il pensiero di spenderci un’altra settimana. Il problema però è nei personaggi. La gente dice che io non so creare, o almeno non ho creato, in Jacob’s room, personaggi che sopravvivano. La mia risposta è che il personaggio -il carattere- si disperde in frammenti, al giorno d’oggi. Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. Ho io il potere di evocare la realtà vera? O scrivo saggi sopra me stessa?”

Ho apprezzato tanto l’inizio e la fine del romanzo, con lampi, bagliori, al suo interno.
E’ un peccato mortale? E’ un peccato mortale, dire che io il personaggio di Septimus non l’ho “sentito” dentro di me? Che mi sono perso, dietro le sue elucubrazioni, la sua follia? E Septimus è parte reale dei pensieri della Woolf? Probabilmente sì. Quindi io non posso comprendere lei, di sicuro non totalmente.
Posso comprendere che la Guerra, qualunque Guerra sia, rappresenti la massima espressione della Follia umana. E quindi questo reduce ha i migliori/peggiori motivi, per essere pervaso dalla follia. E comprendere quindi che il semplice scoppio di una marmitta o il rumore di un aereo o dei passi che salgono per le scale rappresentino per lui un insopportabile e terribile flashback, un reingresso nel luogo più infernale e buio della sua esistenza, e che per questo la sua reazione immediata sia il tentativo di fuggirne, fino alle estreme conseguenze.

Mi sono innervosito, annoiato, spesso. Ma qualcosa ho capito, e anche apprezzato.
La storia si svolge nell’arco temporale di una sola giornata. Ed ecco la prima cosa che apprezzo, che mi viene subito da dire. Che la scrittrice ha la capacità di non farti capire per niente, che si tratti di sole 24 ore. Intanto l’incipit, che non è un incipit,bellissimo, che ti catapulta subito di fianco a Clarissa, ai suoi fiori e alla sua vita. Così, senza preavviso, appunto senza incipit, sei subito nella storia, una grande innovazione.
E non appena lei mette piede in strada, è l’extrasensoriale che appare, vedi colori, senti voci, odori, profumi. E soprattutto pensieri. Diceva che voleva “scavare caverne” all’interno dei suoi personaggi. Esattamente. La sua passeggiata è una reale camminata, un reale incedere di passi, ma è anche un complicato incrocio di flussi di coscienza, incontrerà fisicamente persone ma soprattutto ne incontrerà i pensieri, le vite stesse. Ognuno camminerà, e si imbatterà in persone e oggetti che lo faranno inoltrare nel proprio personale passato, incrociato col presente. Le “caverne comunicanti”. Londra diventa un dedalo di pensieri e di caverne comunicanti. Tutti questi flussi che rendono complicato il capirci qualcosa, ma che alla fine dovranno divenire un unico percorso. Che condurrà tutto e tutti all’epilogo vagheggiato all’inizio, e menzionato all’interno del romanzo più volte, la festa organizzata da Clarissa.
E sarà lì che tutti i pensieri arriveranno ad una specie di resa dei conti.
Sarà lì che Clarissa e Septimus, pur senza essersi conosciuti, avranno il loro rendez vous. Sarà lì che Clarissa, in modo commovente, sentirà quest’uomo sconosciuto e così diverso da lei, vicino. Sarà lì che i loro pensieri e le loro paure, la paura sia della vita che della morte, si incroceranno, ma alla fine entrambi sceglieranno la liberazione, ognuno a suo modo, con una scelta opposta, la cesoia e l’accettazione della vita, il saperne riconoscere l’estrema bellezza, trovarne il senso e lo splendore anche nelle piccole cose quotidiane.

Musica: Time, The Alan Parsons Project
https://www.youtube.com/watch?v=zhRzORqNa0E

Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci

 

IL CINGHIALE

Immaginario enorme…letteratura, musica, cinema, citazioni di attori, registi come Malick, cantanti come Curtis. Una trama complessa, intricata come un labirinto, dove ci si può perdere. Un continuo intersecarsi di storie di paese, un paese di poche anime, ma ognuna con qualcosa da raccontare, e un paese preda di un attacco di un branco di cinghiali come mai se ne sono visti prima, così vicini fisicamente all’uomo e soprattutto così vicini mentalmente, all’uomo.

52 capitoli, lo spazio temporale va da luglio 1999 a metà del 2000.
Questa storia è qualcosa a metà. Così come si passa da un millennio all’altro, restando in qualche modo sospesi, così le persone e così gli animali. C’è un incrocio di pensieri, sensazioni, sentimenti. E c’è una lingua, soprattutto, mista. Un libro scritto in un modo che dire originale è veramente fargli un torto.
Meacci scrive in modo incredibile. Inventa letteralmente il linguaggio. Un italiano che arriva tra le nuvole, poi scende come da un ottovolante, in picchiata. In picchiata e in mescolanza con i toscanismi, ma senza cozzare, le due cose compongono un mix che si compendia bene. Forse troppo verboso, in diversi passaggi. Le digressioni continue ti portano lontano, troppo lontano dalla storia, a volte. Sembrano descrizioni oniriche, perdi contatto continuamente dalla realtà, è un romanzo sospeso tra realtà e fantasia.

Però ti affezioni ai personaggi, impossibile non farlo. Impossibile non affezionarsi alla vecchia Antonia, al suo ricordo di un amore passato, che le torna alla mente come un ricordo abbacinante (uno dei pezzi più commoventi del libro), impossibile non affezionarsi ad Amedeo, a suo figlio Andrea. Ti affezioni anche ai defunti, alla bella Agnese. A Walter.
L’incontro tra le due vecchie amiche al supermercato. I non detti che sono spettacolari, le coscienze messe a nudo dai gesti, dalle lacrime che si affacciano e vengono tenute lì spingendo come si spingerebbe un mobile che sta per crollare. Una scatola di pomodori per distrarsi e non crollare.
E ti affezioni ai cinghiali, che, alla fine, recitano la parte principale, con quell’Apperbohr al limite del commovente, ai suoi occhi, anche lui sospeso a metà tra due entità, tra due “sentire”, la bestia e l’umano. Lui li comprende, gli umani, lui comprende il significato di parole come amore e morte, ma questo sentire nuovo lo allontana, lo lascia solo, né con i suoi simili né con gli uomini, il suo sapere spaventa entrambi.
La scena dell’accoppiamento tra i due cinghiali che diventa una Poesia romantica.
Mai avrei potuto immaginare.

E’ veramente un romanzo, per me, molto ambizioso. E’ così, talmente “strano” che ancora adesso non so dire se e quanto mi sia piaciuto. Ho letto solo pezzi sparsi di Cortazar, e mi pare di ritrovarlo in queste pagine, in qualche modo. Caleidoscopio, la parola che associo a Cortazar, e caleidoscopio è questo romanzo.
Ripeto, si vede che l’autore è permeato da cultura enorme, che spazia in direzioni diverse, che proviene, da spazi diversi. Che sperimenta, mescola, inventa. A volte sembra invasato. E che conosce bene i luoghi, Corsignano lo inventa di sana pianta, ma è chiaro che conosce bene la regione, ci fa letteralmente vedere i luoghi, le vie, le pietre delle case, la campagna, gli arbusti, i rovi, tutto. Letteralmente corriamo con i cinghiali.
Difficile star dietro a questo direttore d’orchestra così virtuoso.

Musica: Love will tear us apart, Joy Division
https://www.youtube.com/watch?v=zuuObGsB0No

La casa del sonno, di Jonathan Coe

lacasa del sonno

Quanto scrive bene, quest’uomo… è come leggere Agatha Christie, in qualche modo. Uno stimolo continuo per la mente.
Un libro che ti coinvolge, che fa riflettere, un intreccio stupendo, perfettamente congegnato, che ti porta per forza ad immergerti nella storia. E’ un architetto, Coe, un architetto che costruisce in maniera lineare, ma con un’inventiva senza pari.

La trovata è suddividere la storia in spazi temporali diversi, gli anni 1983-84 per i capitoli pari, e l’anno 1996 per i capitoli dispari. I personaggi sono sempre gli stessi, e anche il luogo dove si svolge l’azione. Lo stile della narrazione è vario, si va dallo scientifico, all’umoristico, al sentimentale. E lui smonta la storia in mille pezzi e la ricostruisce alla fine, piano piano, un pezzo alla volta e a modo suo.
E’ la struttura del romanzo, ad essere piena di genio. Le parti della storia sono le fasi del sonno. E più si va avanti, più gli avvenimenti sembrano irreali, quindi è come se si passasse dalla veglia, dalla realtà, al sogno. Davvero geniale.

300 pagine che non paiono finire mai, ma che si “mangiano” nel giro di una giornata, perché questo libro è uno di quelli che non si riesce a posare sul comodino, ti prende e ti porta via, non puoi restare in bilico, in sospeso, vuoi scoprire tutto il meccanismo, non sai attendere.

Coe riesce a costruire una storia davvero travolgente, una specie di vortice in cui si sorride e ci si angoscia, in cui presenta un mondo di temi diversi, la perdita, il ricordo, la costruzione e la distruzione della propria identità, il perdere, il ritrovare e, soprattutto, l’amore. Una girandola appassionante, con personaggi delineati benissimo, come suo solito, così pieni di vita, di sentimenti e di problemi. E’ un autore acutissimo, sembra sempre in pieno controllo, e sa come lasciarti senza respiro.
Il primo tema è il sonno, con i suoi disturbi, le cure, gli esperimenti, e sembra sia questo, il fulcro del romanzo. Il sonno come il momento in cui siamo indifesi, dove possiamo perderci. Ma anche dove sostituire la realtà che non ci rende felici.
E invece si tratta dell’amore, per me il fulcro vero è questo.

L’amore in tutte le sue forme, che cresce e si evolve seguendo il percorso di crescita dei personaggi stessi.
Ma si soffre. E’ un romanzo molto amaro. Tutti sono insoddisfatti, tutti cercano qualcosa che alla fine difficilmente riescono a trovare, tutti vagano nella confusione tra la realtà e ciò che sognano, incerti, incostanti, senza identità precise, compresa quelle sessuali. Ma c’è un filo, sempre, tra eventi passati ed eventi futuri, come quella parola che lega un capitolo all’altro. E seguendo quel filo, si arriva ad un finale sorprendente.
E bravo Coe.

Musica: I’m so tired, The Beatles
https://www.youtube.com/watch?v=FR5TCnok5Ic

Non è un paese per vecchi, di Cormac McCarthy

Jpeg

Questo romanzo ha la facciata del classico thriller, droga, spacciatori, omicidi, sparatorie, inseguimenti, un uomo ne insegue un altro e lo sceriffo che insegue entrambi. Ma non è questo, il succo.
Il succo è la riflessione sulla perdita dei valori, che inizia con movimenti impercettibili per poi arrivare al disastro finale. Il tempo che passa, nella vita, ti fa perdere i contorni netti delle convinzioni che avevi da giovane, le cose in cui credevi le perdi di vista, ti ritrovi in un mondo diverso da quello in cui eri e diverso da quello in cui avevi creduto di poterti trovare un giorno, e ti senti perso, spaesato, e colpevole, per non aver previsto o per non aver fatto nulla di buono o di meritevole o di sensato. E il tuo passato non lo cancelli, sei arrivato in questo presente grazie a tutti i passi che hai fatto prima. E che nessuno può cancellare.

“Tu credi che quando ti svegli la mattina quello che è successo ieri non conta. Invece è l’unica cosa che conta. La tua vita è fatta dei giorni che hai vissuto. Non c’è altro. Magari pensi di poter scappare via e cambiare nome o non so cosa, di ricominciare daccapo. E poi una mattina ti svegli, guardi il soffitto, e indovina chi è la persona sdraiata nel letto?”

La trama ti tiene incollato, questo romanzo si legge in poche ore, non si riesce a staccarsene. Ma è il flusso di coscienza narrato dallo sceriffo Bell, il fulcro e la parte migliore. Ad inizio di ogni capitolo lui riflette, ricorda il passato, ripercorre la sua vita, e si domanda di continuo il perché della violenza e del male. E si flagella, lucidamente, per non essere riuscito a fare quel che doveva e poteva fare. La sua voce è la nostra voce, una coscienza amara, che non trova risposte alle tante domande.
Bell è il buon senso. Moss è l’uomo normale che decide di deviare dalla sua strada priva di guai. Chigurh è il male assoluto, senza remore, senza spiegazioni. E non dimentico di certo le due figure femminili, perché mi hanno commosso. E anche perché è solo nelle mani di una di loro, che si intravede la fiammella della speranza, di una consolazione.
Siamo nel Texas, cornice adatta a questo moderno western, e i cowboy sono sempre pieni di giustizia, nell’anima, ma appaiono demotivati, stanchi, spiazzati. Forse c’è ancora un filo di speranza, ma davvero si fa sempre più fatica ad intravederla, in un mondo dominato dal denaro, dove il Male è sempre nettamente più a suo agio e vitale, rispetto al Bene.
Il Male ha sempre le idee più chiare, non c’è niente da fare.
Ancora una volta il “sogno americano” preso a cazzotti e spedito al tappeto.

“Penso che quando non si dice più “Grazie” e “Per favore” la fine è vicina.”

Un romanzo crudo, amarissimo. E un sincero fanculo a McCarthy gliel’ho spedito, perché a un certo punto non mi attendevo la coltellata che mi ha rifilato. Però bravo, adoro la sua scrittura, netta, precisa, senza fronzoli, ti arriva addosso in un secondo e ti entra dentro in mezzo decimo, esattamente come un colpo di pistola, tra i tanti descritti qui. E una capacità meravigliosa di descrizione dei personaggi. Per me anche questo romanzo è un piccolo capolavoro, dopo La strada, a cui penserò per parecchio tempo ancora, stordito.

Musica: Grace, Jeff Buckley

Il defunto odiava i pettegolezzi, di Serena Vitale

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“Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava. Mamma, sorelle e compagni, perdonatemi – non è questo il modo (non lo consiglio ad altri) ma non ho vie d’uscita. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è composta da Lilja Brik, mia madre, le mie sorelle, e Veronika Polonskaja. Se per loro organizzerai una vita tollerabile – grazie. Le poesie già iniziate datele ai Brik, ci penseranno loro. Come si dice – l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari e a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. Buona permanenza al mondo. Vladimir Majakovskij»

14 aprile 1930, a Mosca squillano tutti i telefoni contemporaneamente, alle 11 del mattino Vladimir Majakovskij si è suicidato, con un colpo al cuore, a 37 anni.
Il titolo del libro è una citazione del poeta, una parte del biglietto che ha lasciato prima del suicidio. Serena Vitale prova a ricostruire i fatti avvenuti tra il 12 e il 14 aprile 1930, cercando di capire se davvero si trattò di suicidio oppure no…e cercando così di eliminare i pettegolezzi. Il poeta li odiava, ma ne fu sopraffatto, come si evince da questa lettura.
La sua vita sentimentale è stata confusa, turbolenta, di grande sofferenza. Diverse donne, ma mai ha trovato la soddisfazione che cercava. Un poeta inviso ai colleghi, circondato da gelosie e da critiche, e alla fine emarginato anche dalle gerarchie statali, rimproverato proprio per la sua vita privata, per le emozioni che da questa derivavano e ne “inquinavano” la scrittura.
Un poeta ingombrante, per fisico ma anche per carattere e caratura letteraria. Un poeta che non si piega al regime, che lo irride, lo mette in discussione. Significative le manovre post mortem per presentare all’opinione pubblica un suicidio dettato esclusivamente da motivi personali, psicologici. Non ci si poteva uccidere perché insofferenti rispetto allo Stato, inaccettabile.
La ricostruzione della Vitale è minuziosa, ossessiva. La prosa stessa sembra un’opera di Majakovskij, al limite del futurismo. Ho faticato terribilmente, ci ho impiegato tanto, per concludere questa lettura. Farraginosa, continui salti in avanti e indietro, un’indagine poliziesca, con lettere, documenti, testimonianze incrociate, prove balistiche. E’ un romanzo-indagine, molto analitico, asettico. Non mi attendevo questa freddezza, sinceramente. Manca quasi del tutto la narrazione tipica di un romanzo, questa è una ricerca storica, e quindi risulta di poca attrattività, per il classico lettore. Ma del resto lo scopo della Professoressa Vitale era proprio questo, ristabilire, o tentare di ristabilire, una verità e una memoria di un uomo e di un poeta che voleva essere giudicato solo per la propria Arte, e per nessun’altra cosa. Certo è singolare che un romanzo scritto da una persona così appassionata di questo poeta risulti invece così asettico.
Le parti migliori sono quelle dove c’è la sua poesia, ovviamente. Nonostante la freddezza generale, mi sono sentito vicino all’uomo, oltre che al poeta. Ho sofferto e provato compassione per questo gigante irascibile ma così ironico e soprattutto così fragile, molto più fragile e umano di ogni altro. Il pensiero è andato subito a Pavese, per forza. Ma non solo. La mia lettura più faticosa degli ultimi anni, non ci sono dubbi, non posso consigliarla a nessuno.

Musica: Sergei Rachmaninoff – Piano Concerto No. 2, Op. 18 I. Moderato (Rubinstein)
https://www.youtube.com/watch?v=M_VCbnqbwwA