Il defunto odiava i pettegolezzi, di Serena Vitale

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“Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava. Mamma, sorelle e compagni, perdonatemi – non è questo il modo (non lo consiglio ad altri) ma non ho vie d’uscita. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è composta da Lilja Brik, mia madre, le mie sorelle, e Veronika Polonskaja. Se per loro organizzerai una vita tollerabile – grazie. Le poesie già iniziate datele ai Brik, ci penseranno loro. Come si dice – l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari e a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. Buona permanenza al mondo. Vladimir Majakovskij»

14 aprile 1930, a Mosca squillano tutti i telefoni contemporaneamente, alle 11 del mattino Vladimir Majakovskij si è suicidato, con un colpo al cuore, a 37 anni.
Il titolo del libro è una citazione del poeta, una parte del biglietto che ha lasciato prima del suicidio. Serena Vitale prova a ricostruire i fatti avvenuti tra il 12 e il 14 aprile 1930, cercando di capire se davvero si trattò di suicidio oppure no…e cercando così di eliminare i pettegolezzi. Il poeta li odiava, ma ne fu sopraffatto, come si evince da questa lettura.
La sua vita sentimentale è stata confusa, turbolenta, di grande sofferenza. Diverse donne, ma mai ha trovato la soddisfazione che cercava. Un poeta inviso ai colleghi, circondato da gelosie e da critiche, e alla fine emarginato anche dalle gerarchie statali, rimproverato proprio per la sua vita privata, per le emozioni che da questa derivavano e ne “inquinavano” la scrittura.
Un poeta ingombrante, per fisico ma anche per carattere e caratura letteraria. Un poeta che non si piega al regime, che lo irride, lo mette in discussione. Significative le manovre post mortem per presentare all’opinione pubblica un suicidio dettato esclusivamente da motivi personali, psicologici. Non ci si poteva uccidere perché insofferenti rispetto allo Stato, inaccettabile.
La ricostruzione della Vitale è minuziosa, ossessiva. La prosa stessa sembra un’opera di Majakovskij, al limite del futurismo. Ho faticato terribilmente, ci ho impiegato tanto, per concludere questa lettura. Farraginosa, continui salti in avanti e indietro, un’indagine poliziesca, con lettere, documenti, testimonianze incrociate, prove balistiche. E’ un romanzo-indagine, molto analitico, asettico. Non mi attendevo questa freddezza, sinceramente. Manca quasi del tutto la narrazione tipica di un romanzo, questa è una ricerca storica, e quindi risulta di poca attrattività, per il classico lettore. Ma del resto lo scopo della Professoressa Vitale era proprio questo, ristabilire, o tentare di ristabilire, una verità e una memoria di un uomo e di un poeta che voleva essere giudicato solo per la propria Arte, e per nessun’altra cosa. Certo è singolare che un romanzo scritto da una persona così appassionata di questo poeta risulti invece così asettico.
Le parti migliori sono quelle dove c’è la sua poesia, ovviamente. Nonostante la freddezza generale, mi sono sentito vicino all’uomo, oltre che al poeta. Ho sofferto e provato compassione per questo gigante irascibile ma così ironico e soprattutto così fragile, molto più fragile e umano di ogni altro. Il pensiero è andato subito a Pavese, per forza. Ma non solo. La mia lettura più faticosa degli ultimi anni, non ci sono dubbi, non posso consigliarla a nessuno.

Musica: Sergei Rachmaninoff – Piano Concerto No. 2, Op. 18 I. Moderato (Rubinstein)
https://www.youtube.com/watch?v=M_VCbnqbwwA

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