Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci

 

IL CINGHIALE

Immaginario enorme…letteratura, musica, cinema, citazioni di attori, registi come Malick, cantanti come Curtis. Una trama complessa, intricata come un labirinto, dove ci si può perdere. Un continuo intersecarsi di storie di paese, un paese di poche anime, ma ognuna con qualcosa da raccontare, e un paese preda di un attacco di un branco di cinghiali come mai se ne sono visti prima, così vicini fisicamente all’uomo e soprattutto così vicini mentalmente, all’uomo.

52 capitoli, lo spazio temporale va da luglio 1999 a metà del 2000.
Questa storia è qualcosa a metà. Così come si passa da un millennio all’altro, restando in qualche modo sospesi, così le persone e così gli animali. C’è un incrocio di pensieri, sensazioni, sentimenti. E c’è una lingua, soprattutto, mista. Un libro scritto in un modo che dire originale è veramente fargli un torto.
Meacci scrive in modo incredibile. Inventa letteralmente il linguaggio. Un italiano che arriva tra le nuvole, poi scende come da un ottovolante, in picchiata. In picchiata e in mescolanza con i toscanismi, ma senza cozzare, le due cose compongono un mix che si compendia bene. Forse troppo verboso, in diversi passaggi. Le digressioni continue ti portano lontano, troppo lontano dalla storia, a volte. Sembrano descrizioni oniriche, perdi contatto continuamente dalla realtà, è un romanzo sospeso tra realtà e fantasia.

Però ti affezioni ai personaggi, impossibile non farlo. Impossibile non affezionarsi alla vecchia Antonia, al suo ricordo di un amore passato, che le torna alla mente come un ricordo abbacinante (uno dei pezzi più commoventi del libro), impossibile non affezionarsi ad Amedeo, a suo figlio Andrea. Ti affezioni anche ai defunti, alla bella Agnese. A Walter.
L’incontro tra le due vecchie amiche al supermercato. I non detti che sono spettacolari, le coscienze messe a nudo dai gesti, dalle lacrime che si affacciano e vengono tenute lì spingendo come si spingerebbe un mobile che sta per crollare. Una scatola di pomodori per distrarsi e non crollare.
E ti affezioni ai cinghiali, che, alla fine, recitano la parte principale, con quell’Apperbohr al limite del commovente, ai suoi occhi, anche lui sospeso a metà tra due entità, tra due “sentire”, la bestia e l’umano. Lui li comprende, gli umani, lui comprende il significato di parole come amore e morte, ma questo sentire nuovo lo allontana, lo lascia solo, né con i suoi simili né con gli uomini, il suo sapere spaventa entrambi.
La scena dell’accoppiamento tra i due cinghiali che diventa una Poesia romantica.
Mai avrei potuto immaginare.

E’ veramente un romanzo, per me, molto ambizioso. E’ così, talmente “strano” che ancora adesso non so dire se e quanto mi sia piaciuto. Ho letto solo pezzi sparsi di Cortazar, e mi pare di ritrovarlo in queste pagine, in qualche modo. Caleidoscopio, la parola che associo a Cortazar, e caleidoscopio è questo romanzo.
Ripeto, si vede che l’autore è permeato da cultura enorme, che spazia in direzioni diverse, che proviene, da spazi diversi. Che sperimenta, mescola, inventa. A volte sembra invasato. E che conosce bene i luoghi, Corsignano lo inventa di sana pianta, ma è chiaro che conosce bene la regione, ci fa letteralmente vedere i luoghi, le vie, le pietre delle case, la campagna, gli arbusti, i rovi, tutto. Letteralmente corriamo con i cinghiali.
Difficile star dietro a questo direttore d’orchestra così virtuoso.

Musica: Love will tear us apart, Joy Division
https://www.youtube.com/watch?v=zuuObGsB0No

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