La Signora Dalloway, di Virginia Woolf

Jpeg

Innovazione.

Questo è quello che si pensa, quando si legge il romanzo in questione, e se si va a ripercorrerne la sua genesi. Dico subito una cosa: forse lo avrei detestato in toto, se non avessi saputo nulla del romanzo stesso e di chi l’ha scritto, e del periodo in cui l’ha scritto.
Detestato perchè non sono esattamente un cultore dei flussi di coscienza, in generale.
Detestato perchè ti perdi, o rischi di perderti, dentro una storia che non è la tua, dentro una mente, soprattutto, che non è la tua. Dentro almeno due menti, che non sono la tua.
La Woolf ha scritto qualcosa che riguardava lei stessa. Ci ha messo dentro quello che sentiva dentro di sè, le sue speranze, le sue gioie e soprattutto il suo terrore. E chi sono io, per potermi immedesimare così tanto da riuscire a scriverci un commento, poi? per comprendere quello che voleva dire? Ho letto cento commenti, cento recensioni, su questo libro, ho letto la sua biografia. Di sicuro i commenti aiutano, e sapere della sua vita, anche. Ma resta un mistero insondabile, di fondo, almeno per me. E comunque ho adorato l’introduzione di Nadia Fusini. Uno può anche essere scettico sul libro, ma questa introduzione è una meraviglia, e per forza di cose ti spalanca un mondo.
La Woolf, da quel che ho letto, ci ha messo tanto, per scrivere questo romanzo. Ci ha impiegato non solo del tempo materiale, ma anche tutta la propria energia, fino a doverne attingere in imprecisati luoghi della sua anima. E’ stato uno sforzo sovrumano. Lei stessa non amava il personaggio di Clarissa. E lei stessa era piena di dubbi, lei che lo ha scritto non sapeva nemmeno al cento per cento cosa voleva dire:

“Naturalmente la parte della pazzia mi snerva tanto, mi spreme a tal punto il cervello, che appena oso affrontare il pensiero di spenderci un’altra settimana. Il problema però è nei personaggi. La gente dice che io non so creare, o almeno non ho creato, in Jacob’s room, personaggi che sopravvivano. La mia risposta è che il personaggio -il carattere- si disperde in frammenti, al giorno d’oggi. Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, del suo basso prezzo. Ho io il potere di evocare la realtà vera? O scrivo saggi sopra me stessa?”

Ho apprezzato tanto l’inizio e la fine del romanzo, con lampi, bagliori, al suo interno.
E’ un peccato mortale? E’ un peccato mortale, dire che io il personaggio di Septimus non l’ho “sentito” dentro di me? Che mi sono perso, dietro le sue elucubrazioni, la sua follia? E Septimus è parte reale dei pensieri della Woolf? Probabilmente sì. Quindi io non posso comprendere lei, di sicuro non totalmente.
Posso comprendere che la Guerra, qualunque Guerra sia, rappresenti la massima espressione della Follia umana. E quindi questo reduce ha i migliori/peggiori motivi, per essere pervaso dalla follia. E comprendere quindi che il semplice scoppio di una marmitta o il rumore di un aereo o dei passi che salgono per le scale rappresentino per lui un insopportabile e terribile flashback, un reingresso nel luogo più infernale e buio della sua esistenza, e che per questo la sua reazione immediata sia il tentativo di fuggirne, fino alle estreme conseguenze.

Mi sono innervosito, annoiato, spesso. Ma qualcosa ho capito, e anche apprezzato.
La storia si svolge nell’arco temporale di una sola giornata. Ed ecco la prima cosa che apprezzo, che mi viene subito da dire. Che la scrittrice ha la capacità di non farti capire per niente, che si tratti di sole 24 ore. Intanto l’incipit, che non è un incipit,bellissimo, che ti catapulta subito di fianco a Clarissa, ai suoi fiori e alla sua vita. Così, senza preavviso, appunto senza incipit, sei subito nella storia, una grande innovazione.
E non appena lei mette piede in strada, è l’extrasensoriale che appare, vedi colori, senti voci, odori, profumi. E soprattutto pensieri. Diceva che voleva “scavare caverne” all’interno dei suoi personaggi. Esattamente. La sua passeggiata è una reale camminata, un reale incedere di passi, ma è anche un complicato incrocio di flussi di coscienza, incontrerà fisicamente persone ma soprattutto ne incontrerà i pensieri, le vite stesse. Ognuno camminerà, e si imbatterà in persone e oggetti che lo faranno inoltrare nel proprio personale passato, incrociato col presente. Le “caverne comunicanti”. Londra diventa un dedalo di pensieri e di caverne comunicanti. Tutti questi flussi che rendono complicato il capirci qualcosa, ma che alla fine dovranno divenire un unico percorso. Che condurrà tutto e tutti all’epilogo vagheggiato all’inizio, e menzionato all’interno del romanzo più volte, la festa organizzata da Clarissa.
E sarà lì che tutti i pensieri arriveranno ad una specie di resa dei conti.
Sarà lì che Clarissa e Septimus, pur senza essersi conosciuti, avranno il loro rendez vous. Sarà lì che Clarissa, in modo commovente, sentirà quest’uomo sconosciuto e così diverso da lei, vicino. Sarà lì che i loro pensieri e le loro paure, la paura sia della vita che della morte, si incroceranno, ma alla fine entrambi sceglieranno la liberazione, ognuno a suo modo, con una scelta opposta, la cesoia e l’accettazione della vita, il saperne riconoscere l’estrema bellezza, trovarne il senso e lo splendore anche nelle piccole cose quotidiane.

Musica: Time, The Alan Parsons Project
https://www.youtube.com/watch?v=zhRzORqNa0E

Annunci

2 pensieri su “La Signora Dalloway, di Virginia Woolf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...