I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews

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“Elf mi dice che dentro di sè ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettersi che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata. Ma più di tutto la terrorizza l’idea che si possa rompere dentro di lei. […] Quando sente il rumore delle bottiglie gettate nel camion dei rifiuti, o uno scacciapensieri o perfino un certo tipo di uccelli cantare pensa immediatamente che sia il piano che si sta rompendo. Stamattina ho sentito una bambina ridere, dice, una ragazzina venuta a trovare suo padre, ma non sapevo fosse una risata, ho pensato a un rumore di vetro infranto e mi sono presa la pancia tra le mani pensando oh no, ci siamo.”

Mi sono avvicinato a questo libro perché Marcos Y Marcos mi ha sempre regalato gioie, e perché giro intorno a questa autrice da mesi e mesi, senza però aver avuto la ventura di averla incontrata. L’ho scelto senza sapere quasi nulla della storia. Ed è stato sorprendente. Credevo fosse altro. Ma mi sono sbagliato. Forse è stato il titolo ad ingannarmi, forse anche la copertina. E poi la scrittura. Che è sì leggera, delicata, ma costringe a pensare, e tanto, a ragionare, e tanto. E colpisce, spesso anche duro. Eppure non è il classico modo strappalacrime di raccontare un tema fortissimo e tragico, c’è tantissima ironia, e si ride anche tanto. La vita, che, in qualche modo, prende in giro la morte.C’è una famiglia unita, unita come poche, una famiglia “stramba”, originale, una famiglia che si ama. Ma una famiglia che contiene due anime, una che vuole vivere e l’altra che vuole morire. Un filo nero lega generazioni. Genitori e figli, suicidi e “resistenti”. Componenti che non resistono alla vita e componenti che oppongono resistenza strenua. Persone che non si fanno mai abbattere dai temporali furiosi, al massimo gettano via l’ombrello inservibile e corrono sorridendo. Ma persone che comunque soffrono, e si tengono per mano, sempre, i resistenti non possono fare altro che lasciarsi attraversare dal dolore, per poi ricominciare la battaglia quotidiana. Ma soprattutto è la storia di tre donne, due figlie e una madre. Due sorelle legatissime. Una incasinata con la vita, col lavoro, con gli uomini, con i figli. Un’altra geniale, nella musica, nel successo, con un marito che la venera. Eppure…eppure Yoli, l’incasinata, fa parte dei resistenti, e Elf invece di coloro che non hanno più voglia di lottare, che ha un pianoforte di vetro dentro si sé. È convinta che la vita sia dominata dalla tristezza, a cui tutti dovrebbero abbandonarsi, lasciarsi vincere, e invece lottano per contrastarla. E che forma assume l’amore, in questo contesto? Come si esplica, di fronte a chi ci chiede di porre fine alla sua vita? Qual è il modo giusto di amare?Attraverso gli occhi stanchi e a tratti disperati di Yolandi, assistiamo ai ricoveri di Elf, dentro e fuori dai reparti di psichiatria. Tramite la sua ironia comprendiamo l’incomunicabilità tra le due sorelle, ma anche l’amore incondizionato che le lega. E siamo inevitabilmente con Yoli, con la sua sofferenza e la sua incrollabile forza.

“Non avremo forse sostanzené vere e proprie finestre nelle nostre spelonche,ma almeno abbiamo la rabbia,e con quella costruiremo imperi, signori miei.”

Che ci fa capire quanto possa essere dura la vita di chi è al fianco di qualcuno che vuole porre fine alla sua esistenza. E’ di una leggerenza intelligente, ci sono poi tante citazioni letterarie e anche musicali, citazioni colte, direi. E i protagonisti, le donne, sono personaggi direi indimenticabili, perfettamente descritte. E’ un libro che invita alla comprensione, al dialogo, all’ascolto altrui, anche quando riteniamo tutto difficilissimo o anche impossibile.

“Perché ci dicono sempre che se crediamo in lui Dio risponderà alle nostre preghiere? Perché non può essere lui a fare la prima mossa?”

La storia è autobiografica. Ma nessun sentimentalismo. E’ alla fine un inno alla vita. Ma anche un’elegia dei difetti, delle debolezze, perché tutto è vita. Ho riso, ho pianto, mi sono sentito coinvolto in pieno, senza riuscire a staccarmi dalle pagine. Molti obiettano che un libro che parli di questi dolori costringa il lettore a perdere obiettività. Ma sono io, che faccio obiezione all’obiezione. Quando un libro ci piace, non ci ritroviamo, spesso, quello che avremmo voluto dire noi? Quando un libro, invece che di morte, parla di due innamorati, oppure di amicizia, o di qualunque altro argomento, se ci sentiamo coinvolti perdiamo dunque la possibilità di essere giudici imparziali? In ogni caso non mi importa, il libro è bellissimo, è stata una grande emozione.

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3 pensieri su “I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews

  1. Simona ha detto:

    Letto. Sottoscrivo ogni parola che hai scritto. Aggiungo che le descrizioni dell’ospedale dello psichiatra e del personale sanitario sono più vere del vero.
    Se vuoi leggere altro di qs autrice ti consiglio: “mi chiamo Irma voth” che rimane il mio preferito in assoluto.

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