Canone inverso, di Paolo Maurensig

 

Canone inverso

Uno stile di scrittura elegantissimo.  Puro, semplice, diretto, scivola via come su velluto. Una roba di altri tempi, come se fosse stato scritto da uno scrittore di due o tre secoli prima. Lontano dalla contemporaneità, e lontano anche da ambientazioni nostrane.

Un romanzo davvero complesso e complicato. Una struttura narrativa che è come un labirinto, fatto di continui salti nel passato, dove c’è grosso rischio di perdersi.

La musica, il motivo principale del romanzo. La musica, che accompagna ogni gesto e ogni sentimento umano:

“La musica è la mia consolazione. Quest’arte, nella sua essenza sfuggente, nella continua vanificazione di se stessa assomiglia all’idea che mi sono fatto della vita”.

La musica è come una magia, che sospende la storia  tra realtà e sogno.

La musica ossessionante, quasi, che segna una storia di amicizia e anche quella di un amore idealizzato a distanza. La musica è “un dono dello spirito”.  Grandi dissertazioni filosofiche, in cui la musica viene vista come unico tramite per arrivare ad uno stato di grazia. E il tema della contrapposizione tra chi possiede una visione della musica vista come  talento innato e chi invece pensa che sia una questione di ereditarietà, di sangue familiare, questione di superiorità genetica, che riporta a ben altri riferimenti tragici.

“Per me a evocare l’immortalità era stata sempre e solo la musica. La musica era una delle tante vie che portano alla conoscenza, una via ignota alla maggior parte degli uomini, ma che Kuno e io stavamo percorrendo da tempo. La musica preesisteva alla creazione del mondo e non si sarebbe estinta. Eppure era anche la più labile delle arti, quella che si dissolve nota dopo nota. Consacrare la propria vita alla ricerca della perfezione nella musica era per me l’unica strada per tentare di raggiungere l’ineffabile stato degli immortali”

La narrazione è plurale, anche questo un espediente che solo il finale del libro ci rivela come funzionale e funzionante.  Questo romanzo è come un brano classico, basato su alternanza di ritmi e di sensazioni, c’è la speranza, la gioia, la sofferenza, il dolore, l’amicizia, l’illusione e la delusione, il tradimento. La scrittura, seppur elegantissima, è semplice. Ma la comprensione no, i temi trattati no.  C’è un’inquietudine che permea il romanzo dalla prima all’ultima pagina, una tensione, quel senso di angoscia che non ti abbandona mai, una ricerca spasmodica della perfezione:

“Ma che cos’è la perfezione? E’ il punto di fuga di una strada senza fine, è il miraggio che si sposta davanti a noi, è l’ultimo piolo di una scala circolare. La perfezione ha a che fare con l’infinito, ma l’infinito non è solo infinitamente grande. C’è anche l’infinitamente piccolo. La perfezione può richiamare l’idea di movimento, ma anche l’idea di rallentamento. La ricerca della perfezione procede con un ritmo che rallenta all’infinito. E’ una progressione continua che tuttavia si riduce a mano a mano che si avvicina alla meta.”

Un romanzo che svelerà i suoi misteri solo all’ultima pagina. Un finale che mi ha quasi spinto a riprendere la lettura da capo.

Ben congegnato.

Un bel libro.

Musica :Canone inverso,  Di Ennio Morricone

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Isola grande isola piccola, di Francesca Marciano

Jpeg

Jpeg

Francesca Marciano è una scrittrice (e sceneggiatrice) italiana che scrive in inglese. Un dato che mi ha proprio incuriosito. Negli Stati Uniti ha avuto un discreto successo, con questo libro è stata finalista per il premio The Story Prize. Come si fa a non esser curiosi di questa cosa, un’italiana che scrive in inglese e che poi deve farsi ritradurre nella propria lingua (dalla brava Tiziana Lo Porto), nonchè anche faticare per trovare un editore italiano disposta a pubblicarla qui?

Ho letto che alla presentazione italiana di questo libro ha detto: «scrivere in un’altra lingua dà maggiore libertà, ci si autocensura di meno, è come quando si è piccoli e s’inventa un linguaggio segreto per non farsi capire dai grandi».

Ecco, questi nove racconti ci parlano di ricerca. Ricerca di se stessi, ricerca di comprensione delle proprie vite, accettazione di cambiamento e di trasformazione in altro e in altri. E tutto ciò attraverso la ricerca di una propria lingua, di un linguaggio, anche in senso figurato, con il quale essere davvero a proprio agio. Tutti cerchiamo il modo più giusto, la barca migliore attraverso cui navigare.

In questo romanzo tutti i personaggi descritti si trovano in un momento di trasformazione, di transizione. Tutti che fanno del proprio meglio per trovare la via giusta, la lingua giusta e il posto davvero giusto in cui stare meglio con se stessi ma anche con gli altri. Tante donne descritte nelle loro fragilità, paure, insicurezze, ma anche con il coraggio di entrare nei loro cambiamenti, di superare quella zona paludosa dell’incertezza, del confine tra essere qualcosa ed essere qualcos’altro di totalmente diverso, il coraggio di andare a vedere che cosa c’è “oltre quella porta”. L’autrice ci racconta molto di se stessa, i suoi 12 anni vissuti lontano dall’Italia, e in Paesi diversissimi tra loro, America e Africa. Questo libro è un po’ un giro per il mondo, è come seguire una mappa del cuore, oltre che meramente geografica. E’ una mappa di scelte della vita, di descrizioni di sentimenti, del come si reagisce ad un lutto importante subito da ragazzi, di un vestito di lusso acquistato in un moto di follia, la fuga da se stessi per ripartire non si sa da dove, magari ricostruendo un antico forno, un amore che crolla in un secondo, senza motivi veri, un altro amore che invece non si concretizza mai ma resta vivo per sempre nella mente, un libro che viene scritto per darsi un’identità, l’esigenza di rivivere un passato per darsi la spinta decisiva per affrontare un futuro.
Ci vuole gioia, ci vuole un po’ di follia, per capire che non bisogna aver paura del cambiamento, perchè è la vita che è fatta di questo.

…”Non era tanto il fatto che tutto le sembrasse diverso. Forse era sempre stato così, una versione più brutta di quello che lei ricordava. Ma era proprio questa la cosa importante, pensò: è l’impronta iniziale che ci rende chi siamo, indipendentemente dal paese in cui siamo nati, o dal terreno su cui camminiamo.”

E il sentimento umanissimo di malinconia e di rimpianto per strade lasciate andare ma mai davvero dimenticate, quelle persone che non abbiamo scelto e che magari un giorno ci si ripresentano di nuovo davanti agli occhi, dandoci l’illusione di una seconda possibilità, e ci troviamo così tirati da una parte e dall’altra..la strada vecchia e la strada nuova…a volte tocca incontrare di nuovo un vecchio innamoramento idealizzato per comprendere che le cose sono diverse da come le si sono sognate, e ripartire.

Ho iniziato questa lettura in maniera lenta, questo libro è stato un diesel, non mi è stato subito facile entrare nel meccanismo e appassionarmi. Ma poi ha cominciato a carburare, sono entrato nel ritmo della narrazione, e ho capito che il suo modo di scrivere è davvero efficace, potente. Il suo stile è molto essenziale, ma la capacità di descrivere perfettamente persone e vite in poche pagine è veramente notevole. Tanto che sarà difficile dimenticarli, a prescindere dai paragoni con la Munro o altri maestri del racconto breve.

Musica: I.G.Y. (What a Beautiful World), Donald Fagen

Il meraviglioso viaggio di Octavio, di Miguel Bonnefoy

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Per prima cosa, la copertina. La grafica, bellissima. Le illustrazioni che rendono grande onore alla vista e a ciò che il libro esprime. E il piacere proprio fisico di tenere questo libricino tra le mani.

E’ proprio bello da tenere in mano.

Miguel Bonnefoy è nato a Parigi nel 1986 da padre cileno e madre venezuelana. È cresciuto tra la Francia, il  Portogallo e il Venezuela.

E’ troppo chiaro, troppo ovvio, che la sua scrittura risenta di tutte queste influenze, e soprattutto che il celeberrimo realismo magico sia nelle sue vene di scrittore.

La storia parte dal 1908, da un’epidemia di peste arrivata alle coste del Venezuela, dopo un lungo viaggio per mare. Un’epidemia che realtà e leggenda, che subito si intersecano, vogliono sia debellata da eventi sovrannaturali, la statua di un santo che viene trasportata e venerata, un albero di limone miracoloso che debella la peste,  la costruzione di una chiesa in onore e ricordo.

E Octavio è lì, abita lì, in questo piccolo grande paese.

E’ uno uomo massiccio, fisicamente.

“A vederlo, era l’incarnazione di un paese intero di manghi e battaglie. Come i mostri o i geni, Octavio avrebbe lasciato il mondo senza discendenza. La sua robustezza e il suo slancio nei confronti della vita gli venivano direttamente da quella massa di libertà che non poteva trasmettere a nessuno. Era uno di quegli uomini che, come gli alberi, non possono che morire in piedi”.

Ma alla sua forza fisica fa da contraltare una debolezza enorme. Octavio è analfabeta. Non legge, non scrive. E vive isolato, per questo. Per questo vive di silenzi, parla solo se costretto, e guardingo, come una preda braccata dal mondo intero. La sua forza fisica lo rende superiore agli altri, ma è una superiorità effimera, perchè il non saper leggere e scrivere lo costringe all’inferiorità reale, a chinare la testa. Ma l’incontro fortuito con Venezuela, una donna con un nome non scelto a caso, una donna strana, una donna che capisce senza bisogno di parole, una donna che non possiede pregiudizi, gli aprirà la porta del mondo che credeva rimanesse chiusa per l’eternità. Venezuela sa, Venezuela è sicura che Octavio abbia una potenzialità umana enorme, inespressa, Venezuela sa che Octavio è in grado di liberarsi dal giogo dell’analfabetismo. Lo accoglie nella sua casa senza fare domande, e passeranno ore, e giornate insieme, lei gli apre il mondo, lei gli insegna a leggere e a scrivere. Loro due si capiscono. Loro due finiscono inevitabilmente con incrociare i loro cuori. Sarà un incontro troppo breve, ma Octavio ne esce rivoluzionato, la sua vita è completamente rivoluzionata. Scopre la parola, scopre la letteratura, scopre l’arte.

“Erano diversissimi. Eppure, senza capirlo, stava forse cominciando a decifrare un alfabeto che non conosceva, una promessa originale, come sulla pietra, dove prima c’è il nulla e poi tutto sembra avere inizio”.

“Pensò a Venezuela. Pensò che la letteratura non poteva somigliare a una figura tanto distante dalle donne. La letteratura doveva tenere la penna come si tiene una spada, mescolarsi all’immensa e tumultuosa comunità degli uomini, in una lotta ostinata in difesa del diritto di nominare, impastata nella stessa creta, nello stesso fango, nella stessa assurdità di coloro che la servivano. Doveva essere eroica e piena di ferite, avere i capelli sciolti, un machete alla cintura o uno schioppetto in spalla. La letteratura doveva rappresentare anche chi non la leggeva, per esistere come l’acqua e come l’aria, e sempre in modo diverso.”

Ma Octavio custodisce altri segreti, che lo costringono alla fuga. Inizia il suo viaggio, la sua magica avventura. Attraversando il Paese, ne scoprirà miserie, vergogne, segreti, incontrerà poveri, fuggiaschi come lui, reietti, eremiti, tutto un mondo alla ricerca di una vita migliore. La sua storia è una metafora del Venezuela stesso. E’ la storia di un riscatto, di una rivalsa, di un cambiamento, del far vedere al mondo una potenzialità enorme che può essere sprigionata. Il suo viaggio è immerso pienamente in quel realismo magico di cui abbiamo parlato, è una piena sospensione tra realtà e magia, ed è allo stesso tempo una dichiarazione d’amore per la parola scritta, per la letteratura, e per un Paese intero, una dichiarazione di intenti, l’esaltazione del lavoro attraverso cui il povero si riscatta con fierezza, fino alla magia della metamorfosi finale.

Musica: Alma Llanera – Simón Diaz

La schiuma dei giorni, di Boris Vian

 

LA SCHIUMA

“Musica e letteratura erano di casa, nella famiglia di Vian, che compone le prime canzonette da bambino, a undici anni suona la tromba a meraviglia e mette su un complessino con fratelli e amici. Diciannovenne, sbarca nella magica Parigi degli anni Cinquanta e apre un locale che accoglie celebrità dell’arte e dell’esistenzialismo. Traduce Chandler, Strindberg e Nelson Algren, scrive canzoni e piece teatrali, articoli di jazz, teatro e varietà. Si laurea in ingegneria cartaria, si sposa, si risposa e riesce perfino a pubblicare con Gallimard, grazie a Raymond Queneau.
Ma i suoi romanzi, seri, surreali e struggenti, sono un fiasco. Lo strappacuore, La schiuma dei giorni, L’autunno a Pechino vendono poche centinaia di copie. Celebrità e grande scandalo gli verranno invece da un crudelissimo pulp a sfondo erotico, scritto per scommessa e sotto pseudonimo: Sputerò sulle vostre tombe.
Muore non ancora quarantenne, stroncato da un infarto, durante l’anteprima cinematografica di Sputerò sulle vostre tombe.
Il film tratto dalla Schiuma dei giorni, invece, è uscito nel 2013 con la firma di Michel Gondry.”

Questa, in breve, la biografia di Boris Vian.
Un uomo pirotecnico, interessato a tutte le arti, interessato ad ogni aspetto del mondo, dell’uomo e delle sue passioni e dei suoi sentimenti.

Al limite dell’impossibile cercare di commentare questo romanzo. Ci sono arrivato grazie alla lettura precedente, Aspettando Bojangles (le vie della lettura sono infinite…).
Daniel Pennac, nella postfazione: “….un libro di questo calibro può essere letto più volte, nel corso degli anni, traendone impressioni e suggestioni diverse. A diciott’anni prevale la griglia della passione amorosa, a quaranta quella della critica sociale, a sessanta quella del pessimismo della tragedia che tutto annulla.”

Dunque un romanzo assolutamente indefinibile. Non è sufficiente parlare di storia d’amore struggente. Qui dentro c’è tanta di quella roba, e tanti riferimenti ad autori che conosco, conosco poco o non conosco, che non ci si raccapezza. Queneau, Chagall, Dalì, Salinger, Alice nel Paese delle Meraviglie, poi Ellington, tanta musica, gastronomia, un miscuglio incredibile, ma ovviamente supportato dalle conoscenze dell’autore, un libro che rappresenta lui, pienamente, lui e le sue invenzioni, il suo surreale portato all’eccesso estremo, le “distorsioni linguistiche”, come dice Fossati, psichedelia allucinata, in diversi punti anticipatore di avvenimenti, movimenti e fatti di molto successivi, dato che questo romanzo è stato scritto nel 1946…è tutto davvero strano e incredibile, un uomo vissuto solo 39 anni e che però sia riuscito ad essere tutto quel che è stato.
Per me è stato impossibile cogliere tutti i riferimenti alla cultura dell’epoca, compreso l’esistenzialismo, compresi i durissimi attacchi a Sartre, menzionato duecento volte e messo duecento volte alla berlina, a partire dalla storpiatura del nome, Jean-Sol Partre, durissimi attacchi a una certa figura di intellettuale, alla sua funzione nel mondo e nella cultura, alla cultura intesa come visione univoca, e questa è una delle anticipazioni del futuro…così come l’attacco alla concezione del lavoro, e alla fruizione della cultura stessa, alla religione, alla politica, alla guerra.

Della storia non sai cosa pensare. E’ un inno alla generosità, alla vita, all’amore, soprattutto. Colin vuole disperatamente innamorarsi. E Colin ci riesce, subito. Incontra Chloe, ed è un fulmine al cuore. L’amore è la parte centrale, non ci sono dubbi. In cui però si innesta di tutto. Come si può descrivere e commentare un romanzo in cui tutto viene raccontato come se a parlare fosse un bambino che racconta una fiaba, dove ci sono la vita, l’amore, la malattia, la morte, in cui gli animali parlano, gli innamorati vengono seguiti e nascosti all’interno di nuvole premurose, un pianoforte suona e crea cocktail, i topi vivono nelle case e interagiscono con gli abitanti, i librai sono mefistofelici, e la malattia viene descritta come una ninfea che abita nei polmoni? Un libro diviso in due parti, essenzialmente, la prima un fuoco d’artificio di parole e immagini, tutta fiori e dolcezza smielata, in cui spesso ho perso senso e significato, e la seconda dove tutto si spegne, ogni colore diventa grigio, perché, quando l’amore termina tragicamente, nulla ha più senso, specialmente le parole, e allora la tristezza può essere affidata solo alle immagini, e il dolore viene raffigurato attraverso la visione di una casa che si restringe, che ti soffoca, perché nulla ha più senso, senza l’amore? E’ una visione tragicamente pessimista, la morte e il dolore l’hanno vinta sull’amore. Ma, nello stesso tempo, il messaggio è anche un altro, e cioè che la vita va vissuta comunque, perché contiene bellezza inenarrabile.

Queneau: “Il più straziante dei romanzi d’amore contemporanei”.

Pennac: “…da questo punto di vista l’amore non salva mai, perché gli amori finiscono con i divorzi o con la morte di uno dei due amanti. L’amore non salva la gente dal proprio destino, ma salva la loro esistenza nel momento in cui esistono. Le storie d’amore finiscono sempre, ma valgono sempre la pena di essere vissute, senza remore e senza risparmio.”

Il messaggio è bellissimo. La mia difficoltà è stata tutta nella comprensione e soprattutto nell’accettazione dello stile, traboccante di neologismi, metafore, e chi più ne ha più ne metta. Molto più che surreale. E’ un romanzo che non posso consigliare a nessuno, se capiterà che lo leggiate vorrà dire che doveva andare così… 🙂  E’ tutto molto poetico, e tutto perfettamente corrispondente al modo con cui Vian ha vissuto la sua vita, a velocità massima, godendosi tutto, non facendosi piegare dal pensiero della morte imminente, anzi il contrario, ha divorato ogni istante che gli restava, non si è lasciato divorare, ha voluto arrivare alla fine suonando la tromba, invece che ascoltare rassegnato la musica altrui.

Musica: Chloe, Duke Ellington
https://youtu.be/6YKWKIfEN8Y

La perla, di John Steinbeck

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E’ Steinbeck. Sempre. Che sia un romanzo lungo oppure un breve racconto, è sempre Steinbeck.
Questo piccolo racconto è una perla anche nei contenuti, non solo nel nome.
E’ sempre lui perchè in ogni cosa che scrive ci mette una profondità immensa. E scatena riflessioni, sempre, nonostante lui si ponga sempre al di fuori delle vicende narrate, sempre al di sopra delle parti, in apparenza. Uno stile sempre asciutto, che forse sembra freddo, eppure è magma. Pochissimi riescono a descrivere così bene l’insieme, che si tratti della natura, del paesaggio o, soprattutto, dell’animo umano, della psicologia dei personaggi. E noi siamo lì ad immedesimarci, a soffrire con loro, a sentire quello che sentono loro.
La storia, che sembra banale, e forse lo è. Ma è proprio per questo che stupisce come l’autore ne cavi fuori tanta bellezza, e tanta profondità di riflessioni.
Kino, un misero pescatore di perle. Una moglie e un figlio nato da poco. Un figlio che viene punto da uno scorpione, si ammala. Un medico che rifiuta di curare questo bambino perchè la famiglia non ha soldi. E allora a Kino non resta che sperare nel colpo di fortuna tanto atteso da lui e da tutto il suo villaggio, pescare una perla preziosa, per poter pagare.

E Kino trova la Perla.

La Perla del Mondo. La metafora della condizione umana, la descrizione del mondo diviso nei compartimenti stagni delle classi sociali, tra loro nessuna compatibilità, nessuna empatia, nessuna possibilità di interazione linguistica e soprattutto umana.
Un mondo dove conta solo il denaro, lo scalare di posizioni, anche calpestando o uccidendo, non ha nessuna importanza, e ci sono enormi differenze sociali ma comunque anche chi sta in alto è solo una macchina, recita un ruolo preordinato.

Kino e il suo sogno. Il sogno della felicità attraverso il denaro. Sposarsi, far studiare il figlio, far sì che esca da quel villaggio, impari a leggere e a scrivere, e si crei una vita diversa, fuori dalle capanne di stoppa, dentro ad una casa vera. E comprarsi un fucile. Eccola, la felicità. Il segno della differenza di posizione.

“Mio figlio leggerà e aprirà i libri, e mio figlio scriverà e saprà scrivere. E mio figlio farà di conto, e tutto questo ci renderà liberi, perché saprà – saprà, e attraverso lui anche noi sapremo” “Questo farà la perla” disse. E mai nella sua vita aveva detto tante parole in una volta sola. E d’un tratto si spaventò di tutto quel parlare, e le mani si chiusero sulla perla e ne allontanarono la luce. Kino aveva paura come chi dica “io voglio” e non sappia.”

Ma il Sistema non prevede umanità. Il Sistema prevede che Kino e famiglia diventino prede. La perla non è la ricchezza, la perla rappresenta solo l’apparenza. E’ solo il fantasma, il miraggio di una vita agiata, quella che ti fa precipita nel baratro. Come se l’uomo non potesse mai sperare di poter fare un passo così lungo, più della sua gamba, proprio perchè non ha i mezzi dentro di sè, per poter fare quel passo. Quando abbandoni te stesso, il potere che hai di controllare la tua vita, quando perdi l’equilibrio così strenuamente e dolorosamente conquistato, quando perdi la pace in nome dell’effimero. Quando pensi di poter lottare, tu, povero, contro un mondo più potente di te. Un mondo disumano e spietato, che può rendere anche te disumano e spietato. La ricchezza non è tale, quando ti trasforma in malvagio. Quando perdi la tranquillità, la dignità, e anche l’amore non riesce più a coprire tutto il Male che ti tiri addosso e che ti viene addosso. Sono riflessioni universali, vecchie quanto l’umanità, attualissime oggi, come lo saranno purtroppo domani. E sono i temi cari a Steinbeck, sempre schierato dalla parte dei poveri, sempre con la sua penna pronta ad accompagnare il loro difficile cammino, lastricato di pietre colme di ingiustizia e di sofferenza.

Musica: Mercy, Muse
https://youtu.be/yj8Xpdx60Ws

Aspettando Bojangles, di Olivier Bourdeaut

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Una famiglia particolare. Surreale. Surreale lei, e lui. Che ovviamente si conoscono in un modo surreale. A cui lui non riesce a sottrarsi: trovarsi in cima al toboga e scegliere di fuggire via da lei …”..Oppure potevo lasciarmi andare, mettermi seduto sulla rampa e lasciarmi scivolare con la dolce sensazione di non poter più decidere niente, di affidare il destino a un percorso del tutto nuovo e ancora tutto da scoprire, per sprofondare infine in una vasca di sabbie mobili, sia pure fragranti e dorate”.

Amore folle. Stravagante. Senza regole. Le regole le getta nel cesso. Al bando il consueto, il banale, il già scritto, il già visto, al bando il programma già stabilito, per tutti, compresa l’educazione del figlio, che va avvicinato alla vita non tramite un libro freddo e nozionistico, o tramite un’istituzione scolastica schematica ma gettandolo dentro la vita stessa, tenendolo sempre vicino alla mano di una madre e di un padre, che saranno per lui la vita, la scuola, l’esempio, un esempio sempre vivo di gioia vera, gioia di vivere pura. Al bando anche il lavoro, perché toglie spazio e soffoca l’amore e il piacere di passare tutto il tempo insieme. (non sappiamo di che vivano, ma vabbè, non importa…) Una madre folle che è il baricentro di questa magica ed esotica follia amorosa. Una donna che fugge via dalla realtà e dalle bugie che la realtà comporta. “Andate più veloce, altrimenti le vostre menzogne vi raggiungeranno!”

È una storia guidata da un ballo, una musica che fa sorridere e che fa piangere di commozione allo stesso tempo. Una meravigliosa canzone (che amo, personalmente) cantata da Nina Simone. Una musica che non stanca mai, ma che anzi dà dipendenza e che segna il tempo della gioia di vivere.
La colonna sonora di un’esistenza.
Un libro guidato dalla voce di un bambino a cui fa da contraltare quella del padre.
Un libro che è sorriso e lacrima, che è dolce come un sorriso di un bambino e salato, come le lacrime di un bambino.
Probabilmente troppo forzato, esagerato. Portato all’estremo. Probabilmente troppo folle. Con un finale amaro già intuito dopo poche pagine. E però anche l’amaro stesso travalica il reale e il sopportabile. È tutto al di sopra degli esseri umani. Troppa favola e troppa tragedia. Ho letto che l’autore ha vissuto la sua infanzia in una casa a strapiombo sull’Oceano Atlantico, senza un apparecchio televisivo, un’educazione al di fuori delle convenzioni. Quindi da qui posso capire il motivo di questa fantasia elevata. Questa costruzione di gioia, forzata, a tratti. Anche se non penso abbia inventato tutto..la casa a strapiombo c’è, nel libro, così come il riferimento al televisore come strumento di torture… E ho anche letto che ha scritto questo libro quando già la Francia avvertiva il peso nel cuore di un buio che oggi vediamo ancora meglio. Si è sentito quasi in dovere di voler regalare un attimo di leggerezza, di fantasia, un libro per scacciare via pensieri cattivi, fuggire un po’ dalla realtà. Mi ha fatto pensare a riferimenti strani, compresa La vita è bella di Benigni (e questo non è che sia un gran punto a favore…). Oppure a Emmanuel Schmitt….oltre che a a Vian, di cui ho letto solo paragrafi estrapolati.
Un libro davvero molto francese, nello stile.

Sarà probabilmente difficile per molti di noi capirne tutto il senso, immedesimarsi, dato che viviamo spesso ingessati nelle convenzioni e nei sensi del dovere e nel politicamente corretto. Oppure giustamente realisti. Questa favola la devi leggere con spirito libero, slegato, devi volare un po’ alto.
Per una volta si può anche fare, direi. Per una volta.

Musica: Mr. Bojangles, Nina Simone
https://youtu.be/eAW3y5l6Dm4

I gatti non hanno nome, Rita Indiana

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Di nuovo un romanzo di NN, che si conferma una piacevole conferma. (ridondante affermazione che però lascio così).

Questo romanzo non ha una trama precisa,c’è una quattordicenne che passa il tempo ad annotare nomi adattabili ad un gatto, mentre intorno a lei c’è un brulicare di vita, di personaggi e di situazioni talora improbabili, strane, assurde.
Ma siamo a Santo Domingo. Il realismo magico è in agguato. Anche se questo è un po’ diverso da quello di Garcia Marquez. Non una lettura digeribile per alcuni, immagino.
Comunque se vi piacciono i sudamericani vi troverete meglio, di fronte a questo piccolo grande guazzabuglio di umanità, di realtà che si intreccia con il surreale, con la fantasia e l’immaginazione, fino a non capirne più i confini. Tutto ciò che a noi può apparire bislacco, è funzionale e preciso in quel contesto e basta.
E così non appare strano uno zio che diventi buddhista, una zia i cui pensieri appaiono sulla sua fronte come scritte al neon, che una nonna veda una casa spostarsi, che arrivino figli mai conosciuti, che appaiono padri dimenticati, che ci sia chi possiede proprietà taumaturgiche, e che anche i gatti si comportino stranamente, che passato e presente e futuro si intreccino allo stesso modo dell’intreccio tra realtà e finzione.
In tutto questo universo esterno c’è la voce narrante di questa ragazzina, che funge da collante, che sembra una voce vera, una voce che si sente, sembra di sentirla sul serio.
L’abilità dell’autrice mi pare anche questa, rendere viva e credibile la narrazione colloquiale di questa quattordicenne, coadiuvata alla perfezione, nella traduzione italiana, da Vittoria Martinetto, che ha reso magnificamente le tante metafore e lo stile così lineare, fluido, intrecciato sempre, costantemente, con la musica, classica, rock, o rap o caraibico che sia, perfettamente in linea col Paese che ospita la storia, e queste descrizioni, questi inserti, rendono meglio, aiutano nel delineare le psicologie dei personaggi. E non è un caso che Rita Indiana sia anche leader di un gruppo musicale di “alternative merengue”, oltre che blogger e attivista per i diritti LGBT . Un bel personaggino, insomma, ed è chiaro che scrivesse in modo alternativo.

Un romanzo che è in pratica un racconto breve, che consiglio di leggere tutto d’un fiato, senza ragionare per niente, lasciandosi trasportare in un luogo che noi siamo abituati a vedere solo su immagini patinate o con la visione da turista.
Invece siamo lì, a condividere il percorso di crescita di questa adolescente, nel momento decisivo, forse, quello di passaggio tra ingenuità e spontaneità a quello dell’ingresso nell’età adulta.
Un romanzo di formazione, in qualche modo, in cui forse potremo scoprire o ricordare qualcosa di noi stessi. Comunque capace di lasciarti affezionare ai protagonisti.

La chicca vera per me resta la nota che NN lascia alla traduttrice Martinetto, una bellissima postfazione, che ancor di più ti fa entrare nei meandri del romanzo. Un’abitudine, questa di dar voce ai traduttori, che mi sento di esaltare, proprio, e a cui sto cominciando ad abituarmi molto piacevolmente, come già accaduto per Il paradiso degli animali, della stessa NN.

Musica, obbligata: Rita Indiana y los Misterios – Equeibol
https://youtu.be/RYP9d5IaMsY