La schiuma dei giorni, di Boris Vian

 

LA SCHIUMA

“Musica e letteratura erano di casa, nella famiglia di Vian, che compone le prime canzonette da bambino, a undici anni suona la tromba a meraviglia e mette su un complessino con fratelli e amici. Diciannovenne, sbarca nella magica Parigi degli anni Cinquanta e apre un locale che accoglie celebrità dell’arte e dell’esistenzialismo. Traduce Chandler, Strindberg e Nelson Algren, scrive canzoni e piece teatrali, articoli di jazz, teatro e varietà. Si laurea in ingegneria cartaria, si sposa, si risposa e riesce perfino a pubblicare con Gallimard, grazie a Raymond Queneau.
Ma i suoi romanzi, seri, surreali e struggenti, sono un fiasco. Lo strappacuore, La schiuma dei giorni, L’autunno a Pechino vendono poche centinaia di copie. Celebrità e grande scandalo gli verranno invece da un crudelissimo pulp a sfondo erotico, scritto per scommessa e sotto pseudonimo: Sputerò sulle vostre tombe.
Muore non ancora quarantenne, stroncato da un infarto, durante l’anteprima cinematografica di Sputerò sulle vostre tombe.
Il film tratto dalla Schiuma dei giorni, invece, è uscito nel 2013 con la firma di Michel Gondry.”

Questa, in breve, la biografia di Boris Vian.
Un uomo pirotecnico, interessato a tutte le arti, interessato ad ogni aspetto del mondo, dell’uomo e delle sue passioni e dei suoi sentimenti.

Al limite dell’impossibile cercare di commentare questo romanzo. Ci sono arrivato grazie alla lettura precedente, Aspettando Bojangles (le vie della lettura sono infinite…).
Daniel Pennac, nella postfazione: “….un libro di questo calibro può essere letto più volte, nel corso degli anni, traendone impressioni e suggestioni diverse. A diciott’anni prevale la griglia della passione amorosa, a quaranta quella della critica sociale, a sessanta quella del pessimismo della tragedia che tutto annulla.”

Dunque un romanzo assolutamente indefinibile. Non è sufficiente parlare di storia d’amore struggente. Qui dentro c’è tanta di quella roba, e tanti riferimenti ad autori che conosco, conosco poco o non conosco, che non ci si raccapezza. Queneau, Chagall, Dalì, Salinger, Alice nel Paese delle Meraviglie, poi Ellington, tanta musica, gastronomia, un miscuglio incredibile, ma ovviamente supportato dalle conoscenze dell’autore, un libro che rappresenta lui, pienamente, lui e le sue invenzioni, il suo surreale portato all’eccesso estremo, le “distorsioni linguistiche”, come dice Fossati, psichedelia allucinata, in diversi punti anticipatore di avvenimenti, movimenti e fatti di molto successivi, dato che questo romanzo è stato scritto nel 1946…è tutto davvero strano e incredibile, un uomo vissuto solo 39 anni e che però sia riuscito ad essere tutto quel che è stato.
Per me è stato impossibile cogliere tutti i riferimenti alla cultura dell’epoca, compreso l’esistenzialismo, compresi i durissimi attacchi a Sartre, menzionato duecento volte e messo duecento volte alla berlina, a partire dalla storpiatura del nome, Jean-Sol Partre, durissimi attacchi a una certa figura di intellettuale, alla sua funzione nel mondo e nella cultura, alla cultura intesa come visione univoca, e questa è una delle anticipazioni del futuro…così come l’attacco alla concezione del lavoro, e alla fruizione della cultura stessa, alla religione, alla politica, alla guerra.

Della storia non sai cosa pensare. E’ un inno alla generosità, alla vita, all’amore, soprattutto. Colin vuole disperatamente innamorarsi. E Colin ci riesce, subito. Incontra Chloe, ed è un fulmine al cuore. L’amore è la parte centrale, non ci sono dubbi. In cui però si innesta di tutto. Come si può descrivere e commentare un romanzo in cui tutto viene raccontato come se a parlare fosse un bambino che racconta una fiaba, dove ci sono la vita, l’amore, la malattia, la morte, in cui gli animali parlano, gli innamorati vengono seguiti e nascosti all’interno di nuvole premurose, un pianoforte suona e crea cocktail, i topi vivono nelle case e interagiscono con gli abitanti, i librai sono mefistofelici, e la malattia viene descritta come una ninfea che abita nei polmoni? Un libro diviso in due parti, essenzialmente, la prima un fuoco d’artificio di parole e immagini, tutta fiori e dolcezza smielata, in cui spesso ho perso senso e significato, e la seconda dove tutto si spegne, ogni colore diventa grigio, perché, quando l’amore termina tragicamente, nulla ha più senso, specialmente le parole, e allora la tristezza può essere affidata solo alle immagini, e il dolore viene raffigurato attraverso la visione di una casa che si restringe, che ti soffoca, perché nulla ha più senso, senza l’amore? E’ una visione tragicamente pessimista, la morte e il dolore l’hanno vinta sull’amore. Ma, nello stesso tempo, il messaggio è anche un altro, e cioè che la vita va vissuta comunque, perché contiene bellezza inenarrabile.

Queneau: “Il più straziante dei romanzi d’amore contemporanei”.

Pennac: “…da questo punto di vista l’amore non salva mai, perché gli amori finiscono con i divorzi o con la morte di uno dei due amanti. L’amore non salva la gente dal proprio destino, ma salva la loro esistenza nel momento in cui esistono. Le storie d’amore finiscono sempre, ma valgono sempre la pena di essere vissute, senza remore e senza risparmio.”

Il messaggio è bellissimo. La mia difficoltà è stata tutta nella comprensione e soprattutto nell’accettazione dello stile, traboccante di neologismi, metafore, e chi più ne ha più ne metta. Molto più che surreale. E’ un romanzo che non posso consigliare a nessuno, se capiterà che lo leggiate vorrà dire che doveva andare così… 🙂  E’ tutto molto poetico, e tutto perfettamente corrispondente al modo con cui Vian ha vissuto la sua vita, a velocità massima, godendosi tutto, non facendosi piegare dal pensiero della morte imminente, anzi il contrario, ha divorato ogni istante che gli restava, non si è lasciato divorare, ha voluto arrivare alla fine suonando la tromba, invece che ascoltare rassegnato la musica altrui.

Musica: Chloe, Duke Ellington
https://youtu.be/6YKWKIfEN8Y

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