Isola grande isola piccola, di Francesca Marciano

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Francesca Marciano è una scrittrice (e sceneggiatrice) italiana che scrive in inglese. Un dato che mi ha proprio incuriosito. Negli Stati Uniti ha avuto un discreto successo, con questo libro è stata finalista per il premio The Story Prize. Come si fa a non esser curiosi di questa cosa, un’italiana che scrive in inglese e che poi deve farsi ritradurre nella propria lingua (dalla brava Tiziana Lo Porto), nonchè anche faticare per trovare un editore italiano disposta a pubblicarla qui?

Ho letto che alla presentazione italiana di questo libro ha detto: «scrivere in un’altra lingua dà maggiore libertà, ci si autocensura di meno, è come quando si è piccoli e s’inventa un linguaggio segreto per non farsi capire dai grandi».

Ecco, questi nove racconti ci parlano di ricerca. Ricerca di se stessi, ricerca di comprensione delle proprie vite, accettazione di cambiamento e di trasformazione in altro e in altri. E tutto ciò attraverso la ricerca di una propria lingua, di un linguaggio, anche in senso figurato, con il quale essere davvero a proprio agio. Tutti cerchiamo il modo più giusto, la barca migliore attraverso cui navigare.

In questo romanzo tutti i personaggi descritti si trovano in un momento di trasformazione, di transizione. Tutti che fanno del proprio meglio per trovare la via giusta, la lingua giusta e il posto davvero giusto in cui stare meglio con se stessi ma anche con gli altri. Tante donne descritte nelle loro fragilità, paure, insicurezze, ma anche con il coraggio di entrare nei loro cambiamenti, di superare quella zona paludosa dell’incertezza, del confine tra essere qualcosa ed essere qualcos’altro di totalmente diverso, il coraggio di andare a vedere che cosa c’è “oltre quella porta”. L’autrice ci racconta molto di se stessa, i suoi 12 anni vissuti lontano dall’Italia, e in Paesi diversissimi tra loro, America e Africa. Questo libro è un po’ un giro per il mondo, è come seguire una mappa del cuore, oltre che meramente geografica. E’ una mappa di scelte della vita, di descrizioni di sentimenti, del come si reagisce ad un lutto importante subito da ragazzi, di un vestito di lusso acquistato in un moto di follia, la fuga da se stessi per ripartire non si sa da dove, magari ricostruendo un antico forno, un amore che crolla in un secondo, senza motivi veri, un altro amore che invece non si concretizza mai ma resta vivo per sempre nella mente, un libro che viene scritto per darsi un’identità, l’esigenza di rivivere un passato per darsi la spinta decisiva per affrontare un futuro.
Ci vuole gioia, ci vuole un po’ di follia, per capire che non bisogna aver paura del cambiamento, perchè è la vita che è fatta di questo.

…”Non era tanto il fatto che tutto le sembrasse diverso. Forse era sempre stato così, una versione più brutta di quello che lei ricordava. Ma era proprio questa la cosa importante, pensò: è l’impronta iniziale che ci rende chi siamo, indipendentemente dal paese in cui siamo nati, o dal terreno su cui camminiamo.”

E il sentimento umanissimo di malinconia e di rimpianto per strade lasciate andare ma mai davvero dimenticate, quelle persone che non abbiamo scelto e che magari un giorno ci si ripresentano di nuovo davanti agli occhi, dandoci l’illusione di una seconda possibilità, e ci troviamo così tirati da una parte e dall’altra..la strada vecchia e la strada nuova…a volte tocca incontrare di nuovo un vecchio innamoramento idealizzato per comprendere che le cose sono diverse da come le si sono sognate, e ripartire.

Ho iniziato questa lettura in maniera lenta, questo libro è stato un diesel, non mi è stato subito facile entrare nel meccanismo e appassionarmi. Ma poi ha cominciato a carburare, sono entrato nel ritmo della narrazione, e ho capito che il suo modo di scrivere è davvero efficace, potente. Il suo stile è molto essenziale, ma la capacità di descrivere perfettamente persone e vite in poche pagine è veramente notevole. Tanto che sarà difficile dimenticarli, a prescindere dai paragoni con la Munro o altri maestri del racconto breve.

Musica: I.G.Y. (What a Beautiful World), Donald Fagen

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