L’attentato, di Yasmina Khadra

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(15 luglio 2016)

“…l’inettitudine di noi tutti, tutti quanti, ad accedere alla nostra parte di felicità, pronti come siamo a crocifiggere l’amore e la condivisione, lasciando che l’odio, il razzismo, la segregazione, la xenofobia e il misconoscimento dell’Altro ci rendano estranei a noi stessi per poi consegnarci ai vecchi demoni… il mio romanzo ha il solo scopo di puntare il dito contro la nostra immaturità. Come è possibile credere, anche per un istante, che il sacrificio più grande sia morire per un’ideologia, se il vero sacrificio è quello di continuare ad amare la vita, nonostante TUTTO?”.

Molto difficile mettersi a scrivere di questo libro proprio oggi, in mezzo a sentimenti di rabbia, frustrazione, impotenza, e anche in mezzo a tanta voglia di vendetta, che leggo ormai da tanti mesi e che, in occasione di ogni terribile attentato che colpisca l’Occidente, apre e distrugge ogni diga di tolleranza.

Lo scrittore Yasmina Khadra, vero nome Mohammed Moulessehoul, ex membro dell’esercito algerino che usò come pseudonimo il nome della moglie per sfuggire alla censura durante la guerra civile, racconta una storia tragicamente contemporanea.
Un attentato, uno dei tanti, che in questo caso viene visto dalla parte di un uomo, in particolar modo, un chirurgo palestinese trapiantato in Israele, un uomo che ha preferito lasciare la sua casa e i suoi affetti per cercare un’affermazione personale ed economica a casa del “nemico” storico.
Un attentato che sconvolge la sua vita, e che lo costringe a tornare alle origini, anzi saranno le sue origini a rientrare prepotentemente nella sua vita, a rimetterla in discussione, praticamente ribaltandola e distruggendola.
L’autore ha preferito affrontare la Grande questione da un punto di vista totalmente privato, umanizzando in questo modo il racconto e facendocelo sentire più vicino. Anche noi, come il protagonista, saremo costretti a porci domande scomodissime, ad affrontare un nemico terribile, faccia a faccia, a sentire le sue “ragioni”, cercando di capire, mai di giustificare, il motivo per cui un mondo si ribella ad un altro in questo modo assurdo, a costo di sacrificare vite innocenti.
Vedremo Amin dibattersi come un ossesso, lacerarsi psicologicamente e fisicamente, per riuscire a dare una qualsiasi motivazione razionale ad un gesto come quello di un kamikaze, che nulla di razionale avrebbe ed ha, come anche noi facciamo di solito, di fronte a barbare uccisioni quotidiane, preferendo sempre trovarne un senso, uno qualsiasi, per evitare di pensare a ipotesi molto più dolorose e devastanti, a livello di impegno psicologico e morale, nonchè civile.

Saremo con Amin per le strade di Tel Aviv, di Betlemme, di Gerusalemme, di Jenin, assaggeremo l’amaro calice dell’umiliazione personale, delle percosse, delle ingiurie, cercando di capire il motivo dell’odio, la causa scatenante. Che è proprio il disprezzo, la cancellazione della dignità altrui. Amin domanda spiegazioni, la risposta del nemico è:

“Adesso che hai toccato con la punta delle dita le porcherie che il tuo successo professionale ti risparmiava, c’è una possibilità che tu mi capisca. La vita mi ha insegnato che si può vivere d’amore e acqua fresca, di briciole e di promesse, ma che non si sopravvive al disprezzo. Solo questo ho conosciuto da quando sono venuto al mondo. Tutte le mattine. Tutte le sere. Solo questo ho visto per tutta la vita…..(…)..le peggiori tragedie diventano possibili quando l’amor proprio viene deriso. Soprattutto quando ci si accorge che non si hanno i mezzi della propria dignità, che i è impotenti. Credo che la migliore scuola dell’odio si trovi in questo punto preciso. S’impara davvero a odiare nel momento in cui si prende coscienza della propria impotenza. E’ un momento tragico, il più atroce e abominevole di tutti….L’umiliazione. E’ una disgrazia incommensurabile, dottore. Ti toglie la voglia di vivere. Finchè non hai reso l’anima a Dio, hai una sola idea per la testa: come morire degnamente dopo aver vissuto disperato, cieco e nudo?”

Ecco, non è possibile vivere nella propria gabbia dorata pensando di poter tener fuori il Male, sempre e comunque. Questa è una delle “lezioni” di un libro che però tutto vuol fare tranne che impartire istruzioni o lezioni. E’ un libro che è molto privato, nella trasmissione dei sentimenti e delle emozioni, anche molto spaurito, a volte, molto umano. E nel finale anche molto poetico, tenendo ben presente l’importanza del proprio passato, delle proprie radici, la vera pace forse la si ottiene quando il proprio cuore torna alle origini, quando ricorda e fa rivivere il bello, il pulito della vita e degli affetti da cui siamo sempre stati circondati. E’ solo un richiamo a tenere da conto la vita, non una lezione.

La bravura dello scrittore è l’aver affrontato un argomento terribile riuscendo a stare in equilibrio. E’ facilissimo pendere dalla parte degli attentatori, ascoltandone le ragioni, così come è altrettanto facile, logico, demonizzarli. Questo libro, con una tensione crescente da romanzo giallo, pagina per pagina, voleva solo dare uno scossone alle coscienze, che spesso facciamo parlare per luoghi comuni e stereotipi.
Secondo me l’obiettivo è stato raggiunto.

Ma è anche vero che, razionalmente, è un libro che non fornisce speranza alcuna. L’uomo non sembra adatto a spezzare il circolo malefico di violenza e ritorsione, violenza e ritorsione…e stamattina è più triste e senza speranza di ieri, quando l’ho terminato.

Musica: In Any Tongue, David Gilmour

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