Oggetto d’amore, di Edna O’Brien

OGGETTO D'AMORE
Edna O’Brien. Nata a Tuamgraney, Irlanda, 1930.
Lo stereotipo della famiglia irlandese, la sua. Padre che beve, tanto, troppo. Padre che rifiuta responsabilità da padre. Madre che ti sta sempre addosso, fiato sul collo, coda tra le gambe col marito ma leonessa severa con la figlia. Irlanda fatta di pub e di bigotti cattolici, oltre che di paesaggi splendidi. Edna spedita dalle suore, educazione in convento, nessuna esperienza di vita, è lì dentro che si apre alle prime pulsioni e fa nascere la propria rivolta interiore. Si innamora di un suora, poi di un uomo già sposato, lascia il suo lavoro da farmacista e si imbarca in una vita tutta nuova, con incoscienza mista a coraggio, si sposa e ha due figli. Sua madre e tutta la sua famiglia non accettano, la braccano, fino a volerla rinchiudere in manicomio, va da uno psicologo per lungo tempo e ne esce rinforzata nelle sue convinzioni di libertà, invece che frenata e messa all’angolo, non diventa la brava moglie che tutti volevano fosse, diventa una donna.
Proprio il matrimonio la conduce a scrivere, ma, paradossalmente, il marito, appena legge il suo primo libro, non sopporta :“Sai scrivere, non te lo perdonerò mai”.
Separazione inevitabile. In mezzo, tutta una lotta con la società, con i cattolici, col suo Paese, quello che scrive è cosa potente, evidentemente, tanto che i bigotti escono pazzi, i suoi libri finiscono sul rogo, rogo vero, fiamme ardenti e vere, troppo sesso esplicito, troppa verità amara.
Oggetto d’amore è una raccolta di suoi racconti, scritti tra il 1968 e il 2011, ed è veramente un’autobiografia, qui dentro c’è praticamente tutta Edna, la sua vita, le sue esperienze, le sue difficoltà, il suo dolore e la sua lotta, la sua eterna ricerca della felicità che sembra sempre sfuggire via

«In quel momento capii chiaramente che la mia versione del piacere era inestricabile dal dolore e che le due cose esistevano fianco a fianco in un rapporto di interdipendenza simile a quello delle due forze della corrente elettrica»

Racconti spesso brevissimi, che sanno parlarci alla perfezione di quel che era l’Irlanda precedente allo sviluppo economico, la noia e anche lo squallore della vita di campagna, l’aria che si respirava a Dublino, ristretta, gretta, provinciale.
Il predominio del mondo maschile, il conflitto tra i sessi, la sottomissione della donna, serva, quasi schiava, condannata ad una vita segnata su un tabellone luminoso con la croce cattolica che svetta al di sopra, lavora, spezzati la schiena e allarga le gambe, allargale sempre di più.

«Aggrappata al copriletto – la madre – ricordava che fra quelle stesse lenzuola tutte rappezzate aveva dovuto spalancare le gambe a viva forza, di continuo, senza una parola, senza un briciolo d’affetto, sfondata e basta con l’ordine di aprirle di più. Sposandosi era sfuggita a un destino da serva, forse a una vita in qualche lugubre istituto, eppure a mano a mano che il tempo passava e la cassa del corredo si svuotava dei suoi doni, aveva capito di essere destinata a servire in tutt’altro modo».

In tutta questa ossessiva analisi, e precisa analisi, l’infelicità la fa da padrona. La madre di Edna, spedendola dalle suore, ha risvegliato in lei la voglia di ribellione e ha fatto di lei una figura anticonformista per eccellenza, ma nonostante ciò Edna O’Brien ha faticato, e tanto, per andare avanti, per svincolarsi, e non ce l’ha fatta del tutto. L’Irlanda da lei descritta sembra terribile, in larga parte, lei l’ha descritta da un esilio in Inghilterra, dove si è rifugiata, ma le sue parole scritte sembrano sempre legate a quella terra, è un vincolo che non si può spezzare mai.
L’Irlanda, per Edna è terra di “vergogna e sacrificio”.

“Uso questi due termini con amore. La vergogna si riferisce alle donne che ai miei tempi rimanevano incinte senza avere un marito: non poteva esistere nulla di più grave. E potrei aggiungere anche il termine ignoranza: fino al matrimonio ignoravo come nascessero i figli. In gioventù ho visto troppa miseria e ingiustizia, ma questo, parafrasando ancora Tolstoj, è materia ricca per scrivere libri”.
Così come resta difficile affrancarsi del tutto da un’educazione cattolica così pesante e coinvolgente.

“Non sono osservante, ma, come dice il proverbio, una volta che sei cattolica lo sei per sempre. La ricerca dell’assoluto è qualcosa che abbiamo tutti e ci sono cose che la scienza non spiegherà mai: è davvero tutto frutto di un Big Bang, o esiste una intelligenza che ci ha creato e ci ama? Per quanto mi riguarda mi sono sempre chiesta da dove vengono i sogni, come nascono le lingue: sono tanti i misteri dell’esistenza, come ricorda il finale dell’Amleto. Mia madre era profondamente religiosa, e so che la fede è una grazia, un salto per cui la ragione è insufficiente. Il mio cattolicesimo si manifesta nei momenti di crisi e paura: non so se questo mi renda un’autentica credente o una persona spaventata che si aggrappa a qualcosa che potrebbe non esistere”

Cosa l’ha allontanata dall’essere osservante?
“L’arroganza e la rigidità di alcuni uomini di Chiesa. La predicazione che era solo una sequela di divieti e repressioni: mi ricordo la paura che ho provato quando ho baciato per la prima volta un uomo, quanto mi sentivo impura. Il fatto che Ragazze di campagna sia stato addirittura condannato al rogo nasce proprio dalla degenerazione di quella cultura. Quando sono scoppiati gli scandali sessuali, ho pensato che queste cose terribili facessero indirettamente male anche al messaggio evangelico e mettessero in crisi i veri credenti”.

La trasgressione, il sesso, l’amore, essere assetate di tutto questo è desiderio ineludibile, la voglia di affrancarsi dal ruolo di vittima sacrificale e del matrimonio è feroce, così come quella di ribellione verso le proprie madri,ma è un dibattersi che sembra alla fine perdente, l’oggetto d’amore è sempre qualcosa di fragile, che può disintegrarsi in un attimo.
Eppure tutti questi racconti parlano sempre di amore. Sempre. E di donne. Sempre loro. Che, nonostante questo lago nero di infelicità in cui sono costrette a nuotare, non vogliono arrendersi. Come ha fatto lei.

Non ho detto forse la cosa più importante: Edna O’ Brien, che oggi ha superato brillantemente gli ottanta, scrive benissimo, scrive proprio benissimo. In uno stile lucidissimo, stringato, essenziale, acuminato. Sa ferire, e spesso con ironia, alternata al dolore. Spettacolare. Non sono un conoscitore nè estimatore di Philip Roth, ma lui la adora. Ha detto che è la più grande scrittrice di lingua inglese. Forse proprio perchè ne riconosce la similitudine nello stile. Poi c’è Alice Munro, «scrive le più belle e doloranti storie di sempre». Poi c’è Colum McCann “sono pazzo di lei” .
Lei è stata accostata a tantissimi scrittori, e da tanti ha preso spunto, Cechov per primo, ovviamente Joyce…le hanno chiesto se tutti questi scrittori e libri del passato influenzassero la sua scrittura più delle persone vere. Risposta:

“No, non puoi scrivere se non frequenti la gente vera. Osservare l’interazione tra le persone è la cosa che ti fa scrivere. Sì, Emily Dickinson c’è riuscita senza frequentare nessuno, ma è stato un caso eccezionale. Direi unico. Noi scrittori dobbiamo mettere un piede nel mondo, osservarlo e trasformarlo in letteratura, prosa o poesia che sia.”

Musica: Someone like you, Van Morrison
https://youtu.be/tIrJK19dADI

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Un amore, di Dino Buzzati

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«Un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato».
Antonio Dorigo, descritto dalle parole stesse di Buzzati.

Un uomo realizzato nel proprio lavoro, un architetto stimato, soprattutto un uomo “rispettabile”, che per un borghese è alla fine tutto quello che conta.
La facciata, stare lì dove si deve stare e recitare il copione alla perfezione, senza mai sgarrare, o almeno senza farsi beccare nello sgarrare.

Un uomo a cui manca solo una cosa, ma decisiva, non riesce ad avere un rapporto con una donna, è bloccato, la figura femminile lo sovrasta e lo ammutolisce.
I suoi contatti con le donne avvengono solo in una casa di appuntamenti.
Perchè solo in questo luogo, squallido per quasi tutto il resto del mondo e anche per noi lettori, Antonio riesce a sentirsi alla pari rispetto agli altri uomini, che con due parole o due gesti riescono ad attirare l’attenzione e il corpo di una donna.

“Per ventimila lire, anche per meno spesso, avere subito, senza la minima difficolta e pericolo, delle figliole stupende che nella vita solita, fuori del gioco, sarebbero costate una quantità di tempo, di fatiche, di soldi e poi magari al momento buono capaci di bruciare il paglione. Mentre qui! Una telefonata. Un breve percorso in macchina, sei piani di ascensore, ed ecco già la ninfetta stava togliendosi il reggipetto, sorridendo.”

Ma non è solo sesso. C’è altro, tanto altro che forse nemmeno il protagonista può spiegare, anche qualcosa che viene da lontanissimo:

“Ma soprattutto c’era forse in questo suo sentimento la traccia incancellabile dell’educazione avuta: cattolica, severamente avversa ai fatti sessuali. Per cui fra lui e le donne giovani c’era stata sempre una barriera, e le donne erano qualcosa di illecito e l’atto carnale una specie di mito. Di qui la sensazione che per una donna l’andare in letto con un uomo fosse un episodio importantissimo che coinvolgeva per così dire, sia pure per pochi minuti, l’intera sua vita. E il constatare poi che ciò non doveva essere vero, che migliaia di donne erano disposte a praticare, per un esiguo compenso, maschi sconosciuti, e l’averle lui stesso frequentate per decenni, non era servito a distruggere quell’idea. Ogni volta, quando la prostituta si spogliava nuda dinanzi a lui, gli pareva un fatto quasi inverosimile, stupendo, paragonabile a una fiaba.”

Antonio non si stacca mai da questa visione romantica del rapporto uomo-donna. Mai. Anche quando arriva Laide, che gli cambia tutta la vita. Che lo ribalta e lo rivolta come un calzino, che lo ossessiona, gli pianta un chiodo nel cervello e nel cuore, perchè sì, per Antonio ecco che arriva l’Amore, qualcosa che non ha mai conosciuto prima, e che lo costringe a un sommovimento fisico e psichico mai visto e immaginato.

“e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime allora lui trovava pace.”

Antonio viene letteralmente travolto, è costretto a rimettere in gioco tutto, a rivedere i suoi pregiudizi borghesi, tutta la sua costruzione di facciata borghese, non trova più la pace nella routine quotidiana, tutta la sua vita gli appare sbagliata, inadatta, inconcludente. Solo questo amore ossessivo fornisce un senso alla sua esistenza. Da un lato lo strangola, perchè Laide non mostra affetto per lui, dall’altro gli consente di respirare, di prendere l’ossigeno necessario ad andare avanti.

“Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell’ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l’angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del “boulevard” o il “suk” di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita? E l’erma cappelletta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un’allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici?”

Un romanzo che ti fa incazzare. Che istintivamente ti fa prendere Antonio per la collottola e tirartelo addosso, per scuoterlo, per gridargli che è un imbecille, nonché un ipocrita. Laide la cinica, Antonio il romantico oppresso. Una padrona e un servo. Questa, teoricamente, la situazione. Ma io non l’ho esattamente vista così. Alla fine le sfumature prevalgono, e uniscono più di quanto si potesse pensare.
Per me questo è un incontro tra due solitudini immense. E’ una metafora della vita, in cui tutti ci dibattiamo, ci arrovelliamo, quasi sempre sentendoci inadatti e incompresi, vuoti, deboli, anche se sempre speranzosi di trovare la chiave per sopravvivere al meglio possibile contro “la torre nera” di una vita che è crudele, misteriosa, dura. E forse solo l’amore può darci conforto, anche se siamo destinati a non capire mai di cosa veramente si tratti, se un’illusione o una realtà. Forse amiamo quello che vorremmo essere e non siamo riusciti ad essere. Anche la scrittura di Buzzati è così, colloquiale, amichevole, e all’improvviso il flusso di coscienza travolge tutto, anche la punteggiatura, e ci troviamo in un posto che non sappiamo più dove sia, travolti da uno stile inimitabile, troppo preciso per non essere autobiografico, pensando anche che questo romanzo ha ormai più di cinquant’anni e chissà che impatto ebbe, nel 1963. Ma dal quale non riusciamo a staccarci, siamo coinvolti, come Antonio, in un finale che è tutto un interrogativo, tutta una domanda su quale sia il senso della vita, dell’amore, se sia eternità o solo un palliativo dell’esistenza. Forse meglio non guardare fuori dalla finestra, non pensare a quello che c’è fuori. Restare vicini, e confortarsi. Anche se non ci crediamo fino in fondo, ma magari non possiamo far di meglio.

Musica: Quando sarò capace di amare, Giorgio Gaber
https://youtu.be/YNyN–TqIIs