Risposta multipla, di Alejandro Zambra

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Il libro più originale. Il libro più strano. Il libro più “non libro”.
Test a risposta multipla. Apri la prima pagina e pensi sia uno scherzo.
E intanto cominci a guardarti intorno, nel casino della tua scrivania, e cerchi una matita.
Comincia a rispondere a queste domande, per lo più strane.
Prima di iniziare l’autore ti avvisa che il suo libro si basa sulla Proba de Aptitud Acadèmica nazionale adottata in Cile fino al 2002.
In pratica ogni studente che avesse voluto iscriversi all’università doveva sostenere questo test. Che lo avrebbe collocato in una graduatoria nazionale, segnando il suo percorso, la sua intera vita. Da lì avrebbe saputo se poteva farcela, e in che modo. Quale facoltà, e addirittura quale Università. Se i test andavano bene, potevi avere la scelta migliore. Altrimenti, dovevi accontentarti delle “retrovie”.
Questo “avviso” iniziale, te ne accorgi subito, ti mette ansia. Ti accorgi della “cappa” che copre questo libricino. L’atmosfera è resa subito pesante.
Perchè è così. Quelle domandine, e quelle risposte, fanno capire l’atmosfera cilena. Si sente la dittatura. Si sente la libertà oppressa. Perchè si facevano queste domande? Qual era lo scopo di quelle risposte ambigue? Essere parte o meno della classe dirigente cilena dipendeva davvero da una risposta al posto di un’altra? Riuscivano a decidere chi potesse essere parte attiva di una dittatura in base a quelle domande?

All’interno di questi test ci sono diverse citazioni più o meno nascoste. Ci sono anche frasi pronunciate da Pinochet. E ci sono le parole, in generale. E i loro significati. E tu stai lì con la matitina, convinto di saper rispondere. E dopo poche domande ti trovi a posare la matita. Perchè capisci quel che c’è dietro a quelle domande. Capisci che la vita è fatta di domande che non prevedono, quasi sempre, una sola risposta esatta. Magari ce ne sono due. Tre. Oppure sono tutte giuste. Oppure sono tutte inesatte, insufficienti per esprimere quel che tu volevi esprimere.
Capisci che “pegar” vuol dire incollare. Ma anche picchiare. Affiggere. Ma anche colpire. Appiccicare, ma anche pestare. Un continuo doppio senso, con la tara plumbea dovuta al fatto che, mentre leggi, senti Pinochet che ti guarda.
Personalmente mi sono sentito a disagio, mi sono sentito male, ecco, al solo leggere le alternative de L’intruso. C’è molta ironia, ma c’è anche tanta tristezza, e anche tanta durezza, in quelle multiple risposte. Poi vai avanti, e la cosa si fa più articolata, complessa. Ma capisci anche di più. Ne “L’organizzazione del discorso” devi mettere in ordine i paragrafi in maniera tale che il testo diventi comprensibile, logico. E anche qui, all’inizio provi a fare come ti dice. Ma poi leggi, leggi e basta. E capisci che atmosfera c’è. Anche nel Nuotare. Uno sport che dovrebbe essere allegria, complicità, sorrisi.

“L’istruttrice è autoritaria, non ha una voce dolce. I bambini sono tutti seri”.
“Da bambino eri innamorato del silenzio. Poi avresti voluto che le parole ti inondassero e ti sommergessero. Però sapevi nuotare, nessuno te l’ha insegnato. Noi, pensi, ci hanno buttati in acqua da piccoli e abbiamo imparato come i cani.”
“O forse sì che te l’hanno insegnato, a scuola.Forse è stata l’unica cosa che ti hanno insegnato. Non a nuotare, ma a muovere braccia e gambe. E a trattenere il fiato per ore”.

Poi ci sono le frasi da estrapolare, la sezione Estrapolazione di enunciati.
E qui fa ancora più male.
Qui c’è la piccola storia e la grande storia che si intersecano. Nelle risposte multiple Zambra inserisce confessioni, storie personali, inserisce il Cile, con il suo male e con il suo bene. I sensi di colpa per aver taciuto o essersi voltati dall’altra parte, per la paura.
Ci sono le parole di un figlio su suo padre. Parole che possono essere dette, da un figlio a suo padre.
Ma se quel figlio è Contreras, è il figlio di Contreras, il generale di Pinochet, il generale di quella polizia segreta che ha sterminato e torturato migliaia di innocenti, allora ecco che la difesa di quel figlio a quel padre ti avvelena, ti stordisce di rabbia.

Questo libro è davvero una scommessa, per questa Casa Editrice. E’ incatalogabile.
Francamente non so se avrà successo, ma lo spero tanto. E’ un libro difficile. Una prova, per chi lo ha scritto e per chi lo ha tradotto, Maria Nicola, di cui ho piacevolmente letto un pezzo in cui spiega appunto tutte le sue difficoltà nel tradurre non solo un testo in sè, ma nel rendere proprio le tante sfumature delle parole contenute. E una prova anche per il lettore. Ripulite le convenzioni, passateci sopra con uno straccio, e poi leggete questo.

Musica: Me gustan los estudiantes – Angel Parra

Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto – Riflessioni sulla scrittura, Virginia Woolf, a cura di Federico Sabatini

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Teoricamente non sarei del partito “Viva la Woolf”. Ho letto praticamente niente, di lei. Un solo romanzo portato a termine, e diversi altri iniziati e non conclusi. Il suo stile non mi si addice. Ho difficoltà a seguire i suoi spostamenti e le sue sperimentazioni. Troppo profonda lei, troppo superficiale io, mi sa che è la paura di fallire nella comprensione, di sentirmi troppo poco intellettuale, quella che mi spinge a scansarla.
Però…c’è un però.
Mi sa che mi piace quel che dice quando si esprime in questi interventi. Quando resta al di fuori dei suoi romanzi. Quando parla di sè. Quando ascolta, consiglia, esprime un parere su amici e su altri scrittori non amici. Quando parla della sua vita.
In questa raccolta di citazioni prese dal suo vastissimo epistolario, Federico Sabatini ci mostra la Woolf forse più vera, e più indifesa, anche.
Qui c’è il suo modo di scrivere un romanzo, qui ci spiega la sua idea di scrittura e anche di lettura, qui ci sono i consigli agli aspiranti scrittori, amici e anche parenti, qui ci sono i suoi commenti e i suoi giudizi su scrittori famosi.
E’ un continuo ping pong costruttivo, lei recepisce critiche ed elogi, e a sua volta dispensa le stesse opinioni nei confronti altrui, non si erge a docente, ma cerca la condivisione per arrivare ad una crescita comune. E’ talmente innamorata della scrittura che fa tenerezza.
Già il suo ritratto, in copertina, è esplicativo. Molto elegante, raffinato, ma anche timoroso, vulnerabile. Un viso perfettamente adatto a ciò che lei era, probabilmente.
Questa raccolta non può riuscire nell’intento di farcela conoscere pienamente, semplicemente perchè credo sia impresa impossibile. La sua personalità si è rivelata troppo complessa per qualunque lente di ingrandimento psicologico.
Era umanissima, e nello stesso tempo disumana, lontana dalle cose terrene.
Quello che si intuisce da questi frammenti di lettere è il suo amore per la vita, ma anche il fascino che la morte esercitava su di lei. Ha camminato sempre sotto queste due spinte contrapposte, un marinaio tra due correnti, tra due acque diverse, come consistenza e come temperatura, il caldo e il gelido insieme.
Fa tenerezza la sua sicurezza presunta a contrasto con una specie di terrore di non essere capita, di essere sempre fraintesa. Il tiro alla fune tra il fastidio di essere interpretata come si voleva, il fastidio che provava quando i suoi personaggi venivano accostati a qualcosa di preciso, alla sua stessa vita privata, e la gioia che provava quando riceveva comunque gli elogi.
Detestava gli accostamenti alla propria vita ma nello stesso tempo scriveva :

“… a volte penso che solo l’autobiografia sia vera letteratura, i romanzi sono ciò che raschiamo da essa per arrivare infine al nucleo, e dunque a noi stessi.”

Mi colpisce molto anche il fatto di aver riso più volte, leggendo. Sapeva essere molto spiritosa, ironica, anche da qui si vede l’amore per la vita, il lato positivo della medaglia. Molto tagliente, molto brillante.

“Ti assicuro che tutti i miei romanzi erano di prim’ordine prima che li scrivessi.”

Sull’Ulisse di Joyce: “al quale mi sono legata come un martire al palo, e ringrazio Dio di averlo finito. Il mio martirio è terminato”.

“Sono così angosciata da tutti quei signori che mi dicono che sono una critica nata e non una scrittrice, e da tutti quei giovani che mi dicono che sono una scrittrice nata e non una critica. Tuttavia, questa volta stiamo facendo un po’ di soldi, ed è proprio divertente.”

Questi frammenti di lettere sono frammenti di una confessione privata. Una confessione totale, sul concetto di scrittura, che per lei non doveva essere “pulita”, ma partire dai lati, anche poco limpidi, per arrivare al nucleo, e un interminabile flusso di coscienza, tante parole forse per coprire un silenzio che ne avrebbe decretata la fine, come in effetti è accaduto. I macigni nell’anima si sono tramutati in sassi nelle tasche, con cui ha scelto di andare a fondo.
Odio e amore per se stessa, sempre, odio e amore per la propria scrittura.

“Riuscirò un giorno a tornare al desiderio di scrivere? Ci potrà mai essere pace e speranza al di là di questo calderone ardente? Mi ripeto: quanto si soffre? E perché? Una ragione per soffrire ci deve essere, senza dubbio”.

“…poiché le nostre frasi sono solo approssimazioni, una rete lanciata su perle di mare che potrebbero svanire; e che, una volta riportate in superficie, saranno completamente diverse da come le avevo viste sott’acqua”.

“E, dopo tutti questi anni, mi è ancora impossibile sapere come chiudere un libro, come continuare: non si vede nient’altro che la pagina successiva; perché mai si ha la pretesa di essere scrittori? Perché non raccogliamo tutte le nostre carte sparpagliate e le mettiamo via…direi che sarebbe saggio”.

Una donna tutta presa e compresa dal suo studio di scrittura, ma anche attratta ed aperta al mondo esterno, con una curiosità irrefrenabile. In questa raccolta c’è solo vita, o comunque c’è nettamente più voglia di vivere che di morire. Empatia, tanta, è quello che si prova. Anche se non si riesce a comprendere i suoi romanzi, si riesce a sentire vicina a noi questa donna maiuscola.

Musica: Pyramid song, Radiohead

1984, di George Orwell

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LA GUERRA È PACE.

LA LIBERTA’ È SCHIAVITU’.

L’IGNORANZA È FORZA.

Quando si arriva a non distinguere più il bene dal male e il vero dal falso, quando non sai più nemmeno se tu stesso sei reale oppure immaginario, quando dubiti delle tue stesse parole e dei tuoi stessi pensieri, quando non hai più memoria del passato, allora ecco che il totalitarismo ha sconfitto l’umanità e l’umano. Missione compiuta.

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Questo non è solo un romanzo profetico, come sempre abbiamo detto, è un romanzo scritto da una persona che il totalitarismo lo ha vissuto sulla sua pelle, quindi è uno sguardo nel passato e nel presente, è un libro critico sul presente dell’autore, e solo dopo un ammonimento severo verso il futuro.

Ecco che allora preservare la memoria, conservare la lingua originaria, così come l’arte, la scrittura, la cultura, divengono obblighi per chiunque tenga alla libertà.

«Egli era un fantasma isolato, che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udito, ma finché avesse continuato a proclamarla, in un qualche misterioso modo l’umana catena non si sarebbe spezzata. Non era facendosi udire che si salvaguardava il retaggio degli uomini, ma conservando la propria integrità mentale. Tornò al tavolo, intinse la penna nell’inchiostro e scrisse:

Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto. »

1984

Se verranno distrutte o occultate o modificate le parole, sarà la morte della letteratura, sarà la morte del pensiero libero. Senza pensiero non esiste lettera. Più riduci la capacità di linguaggio, più riduci la capacità di esprimere un concetto e un giudizio, la capacità di riflettere e dunque di agire in conseguenza a quella riflessione.

« Chi controlla il passato controlla il futuro.

Chi controlla il presente controlla il passato. »

Esisterà il bispensiero, la capacità di sostenere due verità opposte tra loro, considerandole entrambe possibili, entrambe sostenibili allo stesso momento.

2+2 farà 4, ma anche 5, se il Grande Fratello deciderà che sia così.

«Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.  Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bispensiero” ne implicava l’utilizzazione.»

Orwell si scaglia contro la politica, che detiene ogni leva del potere. Ma si scaglia soprattutto contro l’Idea di un Cosmo Ideale, da qualunque parte politica arrivi questa proposta. Il Mondo Ideale presuppone libertà per tutti, desideri realizzati per tutti. Ma, nella realtà, si verifica solo un mondo prigioniero, incatenato, un mondo dove ogni aspirazione dell’individuo deve essere cancellata e piegata al volere del Potere dello Stato. Lo Stato immutabile per sempre, l’individuo schiavo e finalizzato al solo mantenimento della stabilità del Potere dello Stato. Non c’è più nemmeno un confronto col passato, il passato viene del tutto cancellato, esiste solo questo presente, e solo a questo si può fare riferimento, non puoi fare paragoni e pensare che prima si stava meglio, perchè il prima, semplicemente e terribilmente, non esiste più.

Non c’è la minima speranza, qui. La speranza è morta, vaporizzata, per essere più coerenti col testo.

Non siamo più ne La fattoria degli animali, dura allegoria, ma pur sempre allegoria, e non del tutto chiusa alla speranza di un cambiamento. No, qui siamo all’angoscia totale, alla chiusura di ogni spiraglio, i protagonisti del romanzo sanno cosa li attende ben prima che questo si verifichi, sanno che falliranno. Conoscono la storia dal primo momento, sanno che tutto quel che vivono è dittatura, sanno che si ribelleranno, sanno che saranno piegati. Ed è questo il vero simbolo della sconfitta.

Pochi altri libri sembrano darti la stessa pesante sensazione di soffocamento.

«Dovevate vivere (e di fatto vivevate, in virtù di quell’abitudine che diventa istinto) presupponendo che qualsiasi rumore da voi prodotto venisse ascoltato e qualsiasi movimento — che non fosse fatto al buio — attentamente scrutato.

Prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi. Anche qui, in caratteri chiari e netti, erano incisi gli stessi slogan. Sul rovescio, la testa del Grande Fratello, i cui occhi anche qui parevano seguirvi. E lo stesso valeva per i francobolli, le copertine dei libri, gli stendardi, i manifesti, i pacchetti di sigarette. Quegli occhi vi seguivano ovunque e ovunque vi avvolgeva la stessa voce. Nella veglia o nel sonno, al lavoro o a tavola, in casa o fuori, a letto o in bagno, non c’era scampo. Nulla vi apparteneva, se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio. »

L’unico vero ed ultimo baluardo al trionfo del Male viene sempre dalla Letteratura.

La traduzione in “Neolingua” dei classici come Shakespeare, Dickens, Byron resterà il compito più difficile da parte del Regime, quello che richiederà più sforzo e più tempo. Fino ad allora la Dittatura non potrà ancora dire di aver vinto.

Musica: 2+2=5, Radiohead

Manuale per ragazze di successo, di Paolo Cognetti

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Carver, Munro, Edna O’Brien, anche Poissant. E, viva l’Italia, Cognetti. Beh, se amate i racconti, Cognetti dovete leggerlo. Se non li amate, sarebbe ora di cominciare, e Cognetti va letto.

Questi sono sette racconti, e sono tutte donne, le protagoniste.
Molto diverse tra loro, ad un primo sguardo. Così come diversi sono i racconti, le loro storie.
Eppure hanno molto in comune. C’è un filo che lega questi racconti.
Innamorate, non più innamorate, alla ricerca dell’amore.
Donne in crisi. Donne che sbattono come farfalle impazzite alla ricerca di qualcosa, alla ricerca di se stesse.
Donne che sembrano ferme nelle paludi della vita, in situazioni di crisi o di stallo o di insoddisfazione, da cui sembrano davvero non poter uscire più.
Donne con un lavoro soddisfacente, donne che al lavoro ci rinunciano.

Donne. Il punto focale è la capacità di questo autore di analizzare ed esporre alla perfezione il punto di vista femminile. Forse solo con Coe mi sono imbattuto in una capacità simile, da parte di un uomo.
Tutte queste donne, dicevo, fotografate al bivio della vita, uno dei tanti oppure l’unico.
Il momento più basso, il momento della crisi esistenziale, il momento in cui la vita diventa insopportabile. Potrebbero scegliere di restare ferme, invece scelgono di rovesciare il tavolo. La forza e il coraggio del cambiamento. Perchè è così, è la verità: volendo, le cose possono cambiare.
Al loro cospetto, invece, uomini superficiali, incapaci di comprendere, di reggere il passo.

We are all stars, and we all deserve the right of shine, le parole di Marylin Monroe aprono questo libro, significativamente, non solo è possibile cambiare, ma è un nostro diritto. Lei era una di quelle persone, di quelle donne, che voleva disperatamente brillare, e guardare avanti, perchè guardare avanti era l’unica cosa possibile da fare nella vita.

Non importa se poi le scelte successive si riveleranno errate, conta solo la volontà di spezzare un equilibrio melmoso e frustrante.
La forza e la bellezza del racconto, rispetto al romanzo, è proprio questa: lasciare il lettore ad immaginare il finale, così aperto che davvero puoi immaginare quello che vuoi. Oltre alla capacità fenomenale di condensare una vita in poche righe, arrivare all’essenza del personaggio, e riuscire ad immedesimare il lettore con la storia che hai saputo descrivere e raccontare così bene.
Questi racconti sono bellissimi per la sua capacità di descrivere l’universo femminile, ma sono bellissimi anche per la descrizione delle ambientazioni, della realtà che circonda questi personaggi. Milano, le strade, le autostrade in perenne movimento, e poi, per converso, le case, i tram notturni e gli autogrill. Tutto si muove,al di fuori, mentre i protagonisti sono come cristallizzati in un luogo al di fuori di spazio e tempo, simbolo delle loro vite.

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“Ho staccato dal suo posto accanto al letto anche la bacheca delle foto, perdendo meno di un minuto per salutare i miei amici dispersi e dire addio alle verità provvisorie rivelate dalle nostre pose di mezzi uomini: a sedici anni ero almeno una piccola borghese in rivolta, con la testa piena di nemici e una serie di antidoti alla vita comoda che facevo. Ero un grumo di rancore e orgoglio che affiorava da ogni fotografia: stanca o drogata di notte dentro una macchina piena di fumo, nuda e magrissima in una spiaggia della Grecia, addormentata su una cattedra durante un’occupazione, e poi al parco, sdraiata con un cappello di paglia di fianco alla mia bicicletta, stravolta e sommersa di cuscini la domenica mattina di un pigiama party, pallida al sole sul balcone dei miei, con una tazza di tè e un portacenere, mentre studiavo per la maturità, e poi truccata di nero, aggrovigliata nelle lenzuola di quattro o cinque letti diversi, femminile e minacciosa dentro la cabina di un metrò, fototessera dell’ultimo treno, un sabato notte. Avevo dovuto attraversare tutte quelle forme per diventare tanto insignificante? Mi ero arenata da qualche parte e forse prima o poi sarei stata abbastanza lucida da capire perché: adesso volevo soltanto distruggere tutto e cominciare da zero. “

Ma la voglia di cambiare tutto vince.

“Io ho appoggiato le mie cose sul letto. Avevo i sacchi neri per la roba da buttare e gli scatoloni per tutto il resto. Ho dato un morso a una mela studiando i muri della stanza con l’occhio cinico di un demolitore, poi mi sono legata i capelli e ho pensato: provate a fermarmi.”

Uno stile molto minimalista, molto essenziale, così sembra, al primo sguardo. E invece un’immensa capacità di mostrare mondi interi con pochi tratti di penna. Un pittore, un ritrattista dell’animo, fin nei dettagli. Considerando che questa è stata la sua prima pubblicazione (poi di lui ho letto solo Sofia si veste sempre di nero), davvero incredibile la maturità con cui si è subito presentato. Un libricino che è una perla, che ti farà pensare per parecchio tempo. Credo sia questo, il pregio numero uno della letteratura.

Musica: Il talento delle donne, Ivano Fossati

La linea d’ombra, di Joseph Conrad

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Romanzo metafora della vita.
Conrad ci avvisa subito, di questo, nell’incipit.
Il momento della vita in cui si naviga per la prima volta in mare aperto prendendosi le prime responsabilità, senza aiuto di nessuno tranne che di se stessi, il momento in cui paura e curiosità ed entusiasmo si mescolano, il momento in cui non sappiamo se quel che stiamo facendo sia davvero la scelta giusta, il momento del bivio plurimo, quando davanti a noi si parano diverse possibili direzioni e dobbiamo sceglierne una sola, che probabilmente ci renderà insoddisfatti o comunque dubbiosi.
E’ il vero momento magico della vita di ognuno. Perché l’entusiasmo che possediamo quando ci gettiamo nel mare dell’esistenza è ancora candido, vergine, non macchiato da nulla. Già al secondo tuffo avremo perso questa incoscienza, questa pulizia, questa gioia e questa paura. Saremo già invecchiati, saremo più esperti, avremo più sicurezza, sapremo in parte quel che ci attende, un vantaggio che però ci farà perdere la magia iniziale.
Un romanzo tutto interiore, introspettivo, psicologico. E’ stato un uomo di mare, Conrad, quindi questo tema è una scelta obbligata, ma non dobbiamo farci ingannare dai tecnicismi e dai termini marinareschi. Non è un libro sulla navigazione in senso stretto. E’ un libro sulla vita. In cui il protagonista intraprende il suo percorso, attraversando tutti gli stati d’animo possibili, che lo porteranno ad una crescita emotiva e personale. Conrad, un polacco che pensava in francese e poi scriveva in inglese, la sua terza lingua. Una difficoltà in più, un traduttore di se stesso. Anche questo è un motivo di interesse per i suoi scritti, un percorso di crescita dentro l’altro, con molte sofferenze.

“È il privilegio della prima giovinezza di vivere in anticipo sui propri giorni, in quella bella continuità di una speranza che non conosce né pause né introspezione. Ci si chiude alle spalle il piccolo cancello della fanciullezza e si entra in un giardino incantato, dove anche le ombre splendono di promesse e ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. Non perché sia una terra inesplorata. Si sa bene che tutta l’umanità è passata per quella stessa strada. È il fascino dell’esperienza universale da cui ci si aspetta una sensazione non comune o personale: un pezzetto di se stessi.
Riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, si va avanti, eccitati e divertiti, accogliendo insieme la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come si suol dire – il variegato destino comune che ha in serbo tante possibilità per chi le merita o, forse, per chi ha fortuna. ”

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“Sì, era là. Divorai con gli occhi, felice, lo scafo, l’attrezzatura. Quel senso di vacuità della vita che mi aveva reso così irrequieto negli ultimi mesi perse la sua amara ragione d’essere, la sua malefica influenza, dissolvendosi in un fiotto di emozione gioiosa.”

“Un improvviso fremito di impazienza ansiosa mi corse nelle vene e mi diede una tale sensazione dell’intensità della vita come non avevo mai sentito prima, né ho sentito dopo. ”

“La gente ha una grande opinione sui vantaggi dell’esperienza. Ma sotto un certo profilo, esperienza significa sempre qualcosa di spiacevole, i contrasto con il fascino e l’innocenza delle illusioni.”

Musica: Oceans, Pearl Jam

Fahrenheit 451, di Ray Bradbury

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Niente libri. Niente cultura. Tutto inutile. Inutile pensare, dialogare, provare sentimenti. Tutto tempo perso. Dare fuoco, ridurre in cenere tutto ciò che ostacoli il libero non-pensiero. La ricetta della felicità? Creare vuoto pneumatico nei cervelli. Evitare i problemi. Schivarli, ignorarli. Ti viene fornito un grande aiuto, per agevolare questo vuoto pneumatico: quattro pareti tv ricoperte interamente da schermi televisivi. La tv. Cosa c’è di meglio al mondo, per divertirsi, isolarsi, non pensare a niente, mandare in pappa la mente?

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Questo il mondo descritto da Bradbury. Somiglia fortemente al nostro. Un tantino estremizzato, ma non ci sono poi grandi differenze. Ma il bello che tutto ciò questo signore l’ha sognato e scritto nel 1953. Eccezionale visione. Chi riflette in modo autonomo era pericoloso a quei tempi, così come resta pericoloso oggi. Ogni mezzo di “trasporto” delle idee deve essere contrastato, e nulla è più pericoloso dei libri, sotto questo aspetto.
Per converso, nulla è più pericoloso dei media, della tv, quando vengono usati per controllare il potere e dominare il pensiero delle masse.
Montag, questo pompiere che distrugge, invece che salvare, subisce una trasformazione, e comprende il valore del pensiero libero, il valore della cultura, della memoria, della libertà, e dei sentimenti. Camminiamo con lui, soffriamo con lui, speriamo con lui.
Questo romanzo è una vera poesia, un inno a tutto questo, al sapere come chiave per ottenere un mondo migliore. Un incitamento alla lotta per la cultura, per il diritto alla conoscenza, al senso critico. Un invito a costruire e difendere una civiltà che faccia dei rapporti umani, oltre che della cultura, le propria fondamenta. Una dittatura, un potere oligarchico, uno stato oppressivo, possono distruggere i libri, ma non possono fermare la memoria collettiva, che rende i libri inviolabili, e per questo strumenti inarrestabili del vero progresso civile. E anche quando una civiltà dovesse perire, è sempre sui libri, sulla cultura, sull’arte, che bisogna puntare per ricostruire tutto.
Questo libro è “fratello” del 1984 di Orwell, in una libreria devono restare affiancati. Nella mia, almeno, lo sono da sempre.

“Scopo dei libri è ricordarci quanto siamo somari, dissennati. sono i pretoriani di Cesare, i quali mormorano, mentre il corteo trionfale passa rombando: “Ricordati, Cesare che anche tu sei mortale”. La maggior parte di noi non può correre qua e là notte e giorno, parlare con tutto, conoscere tutte le città della terra, non abbiamo tempi, denaro, nemmeno tanti amici. Le cose che voi cercate, Montag, sono su questa terra, ma il solo modo per cui l’uomo medio potrà vederne il novantanove per cento sarà un libro.”

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“Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro, quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro, o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi stessi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita.”

Musica: High Hopes, Pink Floyd