Fahrenheit 451, di Ray Bradbury

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Niente libri. Niente cultura. Tutto inutile. Inutile pensare, dialogare, provare sentimenti. Tutto tempo perso. Dare fuoco, ridurre in cenere tutto ciò che ostacoli il libero non-pensiero. La ricetta della felicità? Creare vuoto pneumatico nei cervelli. Evitare i problemi. Schivarli, ignorarli. Ti viene fornito un grande aiuto, per agevolare questo vuoto pneumatico: quattro pareti tv ricoperte interamente da schermi televisivi. La tv. Cosa c’è di meglio al mondo, per divertirsi, isolarsi, non pensare a niente, mandare in pappa la mente?

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Questo il mondo descritto da Bradbury. Somiglia fortemente al nostro. Un tantino estremizzato, ma non ci sono poi grandi differenze. Ma il bello che tutto ciò questo signore l’ha sognato e scritto nel 1953. Eccezionale visione. Chi riflette in modo autonomo era pericoloso a quei tempi, così come resta pericoloso oggi. Ogni mezzo di “trasporto” delle idee deve essere contrastato, e nulla è più pericoloso dei libri, sotto questo aspetto.
Per converso, nulla è più pericoloso dei media, della tv, quando vengono usati per controllare il potere e dominare il pensiero delle masse.
Montag, questo pompiere che distrugge, invece che salvare, subisce una trasformazione, e comprende il valore del pensiero libero, il valore della cultura, della memoria, della libertà, e dei sentimenti. Camminiamo con lui, soffriamo con lui, speriamo con lui.
Questo romanzo è una vera poesia, un inno a tutto questo, al sapere come chiave per ottenere un mondo migliore. Un incitamento alla lotta per la cultura, per il diritto alla conoscenza, al senso critico. Un invito a costruire e difendere una civiltà che faccia dei rapporti umani, oltre che della cultura, le propria fondamenta. Una dittatura, un potere oligarchico, uno stato oppressivo, possono distruggere i libri, ma non possono fermare la memoria collettiva, che rende i libri inviolabili, e per questo strumenti inarrestabili del vero progresso civile. E anche quando una civiltà dovesse perire, è sempre sui libri, sulla cultura, sull’arte, che bisogna puntare per ricostruire tutto.
Questo libro è “fratello” del 1984 di Orwell, in una libreria devono restare affiancati. Nella mia, almeno, lo sono da sempre.

“Scopo dei libri è ricordarci quanto siamo somari, dissennati. sono i pretoriani di Cesare, i quali mormorano, mentre il corteo trionfale passa rombando: “Ricordati, Cesare che anche tu sei mortale”. La maggior parte di noi non può correre qua e là notte e giorno, parlare con tutto, conoscere tutte le città della terra, non abbiamo tempi, denaro, nemmeno tanti amici. Le cose che voi cercate, Montag, sono su questa terra, ma il solo modo per cui l’uomo medio potrà vederne il novantanove per cento sarà un libro.”

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“Ognuno deve lasciarsi qualcosa dietro, quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro, o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi stessi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato noi saremo là. Non ha importanza quello che si fa, diceva mio nonno, purché si cambi qualcosa da ciò che era prima in qualcos’altro che porti la nostra impronta. La differenza tra l’uomo che si limita a tosare un prato e un vero giardiniere sta nel tocco, diceva. Quello che sega il fieno poteva anche non esserci stato, su quel prato; ma il vero giardiniere vi resterà per tutta la vita.”

Musica: High Hopes, Pink Floyd

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