Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto – Riflessioni sulla scrittura, Virginia Woolf, a cura di Federico Sabatini

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Teoricamente non sarei del partito “Viva la Woolf”. Ho letto praticamente niente, di lei. Un solo romanzo portato a termine, e diversi altri iniziati e non conclusi. Il suo stile non mi si addice. Ho difficoltà a seguire i suoi spostamenti e le sue sperimentazioni. Troppo profonda lei, troppo superficiale io, mi sa che è la paura di fallire nella comprensione, di sentirmi troppo poco intellettuale, quella che mi spinge a scansarla.
Però…c’è un però.
Mi sa che mi piace quel che dice quando si esprime in questi interventi. Quando resta al di fuori dei suoi romanzi. Quando parla di sè. Quando ascolta, consiglia, esprime un parere su amici e su altri scrittori non amici. Quando parla della sua vita.
In questa raccolta di citazioni prese dal suo vastissimo epistolario, Federico Sabatini ci mostra la Woolf forse più vera, e più indifesa, anche.
Qui c’è il suo modo di scrivere un romanzo, qui ci spiega la sua idea di scrittura e anche di lettura, qui ci sono i consigli agli aspiranti scrittori, amici e anche parenti, qui ci sono i suoi commenti e i suoi giudizi su scrittori famosi.
E’ un continuo ping pong costruttivo, lei recepisce critiche ed elogi, e a sua volta dispensa le stesse opinioni nei confronti altrui, non si erge a docente, ma cerca la condivisione per arrivare ad una crescita comune. E’ talmente innamorata della scrittura che fa tenerezza.
Già il suo ritratto, in copertina, è esplicativo. Molto elegante, raffinato, ma anche timoroso, vulnerabile. Un viso perfettamente adatto a ciò che lei era, probabilmente.
Questa raccolta non può riuscire nell’intento di farcela conoscere pienamente, semplicemente perchè credo sia impresa impossibile. La sua personalità si è rivelata troppo complessa per qualunque lente di ingrandimento psicologico.
Era umanissima, e nello stesso tempo disumana, lontana dalle cose terrene.
Quello che si intuisce da questi frammenti di lettere è il suo amore per la vita, ma anche il fascino che la morte esercitava su di lei. Ha camminato sempre sotto queste due spinte contrapposte, un marinaio tra due correnti, tra due acque diverse, come consistenza e come temperatura, il caldo e il gelido insieme.
Fa tenerezza la sua sicurezza presunta a contrasto con una specie di terrore di non essere capita, di essere sempre fraintesa. Il tiro alla fune tra il fastidio di essere interpretata come si voleva, il fastidio che provava quando i suoi personaggi venivano accostati a qualcosa di preciso, alla sua stessa vita privata, e la gioia che provava quando riceveva comunque gli elogi.
Detestava gli accostamenti alla propria vita ma nello stesso tempo scriveva :

“… a volte penso che solo l’autobiografia sia vera letteratura, i romanzi sono ciò che raschiamo da essa per arrivare infine al nucleo, e dunque a noi stessi.”

Mi colpisce molto anche il fatto di aver riso più volte, leggendo. Sapeva essere molto spiritosa, ironica, anche da qui si vede l’amore per la vita, il lato positivo della medaglia. Molto tagliente, molto brillante.

“Ti assicuro che tutti i miei romanzi erano di prim’ordine prima che li scrivessi.”

Sull’Ulisse di Joyce: “al quale mi sono legata come un martire al palo, e ringrazio Dio di averlo finito. Il mio martirio è terminato”.

“Sono così angosciata da tutti quei signori che mi dicono che sono una critica nata e non una scrittrice, e da tutti quei giovani che mi dicono che sono una scrittrice nata e non una critica. Tuttavia, questa volta stiamo facendo un po’ di soldi, ed è proprio divertente.”

Questi frammenti di lettere sono frammenti di una confessione privata. Una confessione totale, sul concetto di scrittura, che per lei non doveva essere “pulita”, ma partire dai lati, anche poco limpidi, per arrivare al nucleo, e un interminabile flusso di coscienza, tante parole forse per coprire un silenzio che ne avrebbe decretata la fine, come in effetti è accaduto. I macigni nell’anima si sono tramutati in sassi nelle tasche, con cui ha scelto di andare a fondo.
Odio e amore per se stessa, sempre, odio e amore per la propria scrittura.

“Riuscirò un giorno a tornare al desiderio di scrivere? Ci potrà mai essere pace e speranza al di là di questo calderone ardente? Mi ripeto: quanto si soffre? E perché? Una ragione per soffrire ci deve essere, senza dubbio”.

“…poiché le nostre frasi sono solo approssimazioni, una rete lanciata su perle di mare che potrebbero svanire; e che, una volta riportate in superficie, saranno completamente diverse da come le avevo viste sott’acqua”.

“E, dopo tutti questi anni, mi è ancora impossibile sapere come chiudere un libro, come continuare: non si vede nient’altro che la pagina successiva; perché mai si ha la pretesa di essere scrittori? Perché non raccogliamo tutte le nostre carte sparpagliate e le mettiamo via…direi che sarebbe saggio”.

Una donna tutta presa e compresa dal suo studio di scrittura, ma anche attratta ed aperta al mondo esterno, con una curiosità irrefrenabile. In questa raccolta c’è solo vita, o comunque c’è nettamente più voglia di vivere che di morire. Empatia, tanta, è quello che si prova. Anche se non si riesce a comprendere i suoi romanzi, si riesce a sentire vicina a noi questa donna maiuscola.

Musica: Pyramid song, Radiohead

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