La campana di vetro, di Sylvia Plath

 

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19 anni. Nata e vissuta in provincia, ma grazie al tuo rendimento scolastico ti ritrovi catapultata a New York, per fare un bel praticantato per una rivista di moda, e hai un bel po’ di benefit, oltre al lavoro, hai le cene, hai le feste, puoi fare shopping, è tutto pagato. Teoricamente la situazione ideale per un giovane, la vita improvvisamente ti si spalanca in tutte le direzioni, dovresti sentirti la Regina del Pianeta. Praticamente immortale. Ti mettono davanti vassoi ricolmi di possibilità dorate, e tu devi solo sceglierne uno.

Ma tra la teoria e la pratica, tra sogno ed esperienza reale, c’è un abisso cupo, scuro.

“Sì, credo che avrei dovuto trovarla un’esperienza eccitante, come facevano quasi tutte le mie compagne, ma non riuscivo a provare niente. Mi sentivo inerte e vuota come deve sentirsi l’occhio del ciclone: in mezzo al vortice, ma trainata passivamente.”

La prima della classe inizia a sentirsi fuori dalla competizione, improvvisamente. Nessuno stimolo. Il libro, sotto questo profilo, è veramente terribile. Esther, l’alter ego della Plath, si vede spegnersi da sé, pagina dopo pagina, riga dopo riga assistiamo alla sua autodissoluzione, alla sua autodistruzione, l’arrivo del momento che tutti temiamo, quello in cui si è assolutamente convinti di non essere parte del mondo, di non essere parte di niente, di essere un minuscolo granello distorto in un ingranaggio enorme che quel granello non lo prevede. Sei inutile, sei inadeguato, non ce la puoi fare.  Quando si rende conto che da quella macchina da scrivere non viene più fuori una parola, c’è il crollo definitivo.

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“…mi sentii un’incapace totale. E il guaio era che lo ero sempre stata, solo che non mi ero mai fermata a pensarci….”

“Mi sentivo come un cavallo da corsa in un mondo senza ippodromi, o come un campione di calcio dell’università che si trova tutt’a un tratto di fronte Wall Street e al doppiopetto grigio, i suoi giorni di gloria ridotti alle dimensioni di una piccola coppa d’oro sulla mensola, con su incisa una data, come una lapide di cimitero.”

In quel periodo, negli anni ’50, in quell’America, una donna troppo intelligente, una poetessa, probabilmente era una stonatura. Un’anomalia. O ti sposi, da vergine, con un marito “brillante”, carriera avviata, ma non certo vergine come te, oppure conduci una vita più spensierata, libera, indipendente, anche sessualmente, ma finisci per pagarla cara, dando scandalo. Ovunque si girasse, la Plath vedeva scelte insopportabili, come gli uomini. O sei schiava del matrimonio, o sei schiava del tuo corpo.

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio».

Era una poetessa, era convinta di questo, era una scrittrice, ed era quello il suo Sogno. Ma si è scontrato con i voleri della società, che la volevano moglie e madre. E non c’era possibilità di far coincidere queste scelte, o prendevi una direzione oppure l’altra, e sempre saresti stata destinata alla sofferenza.

“Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto.Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi.”

Tutti volevano che lei fosse come dicevano loro. Tua madre ti vuole  sana e felice, anche se non conosce il senso di queste definizioni, e rifiuta ogni responsabilità personale, le amiche ti vogliono accondiscendente, sempre sorridente. Poi arrivano i medici, che pretendono di curarti da folle e pretendono da te la risposta ai loro dubbi e ai tuoi, a colpi di elettroshock e di ipnosi, e poi ti rispediscono alla tua vita nello stesso punto in cui l’avevano interrotta. Sylvia ha dovuto ricominciare ad imparare a leggere e a scrivere.  In un certo senso un’impresa sovrumana, per una persona che ha vissuto 31 anni in altalena perenne, tra l’entusiasmo e la disperazione.

“L’aria mefitica” della campana di vetro si fa sempre più pressante e asfissiante, tenti di sfondarla, ma riesci appena a scalfirla. Non c’è scampo alcuno. La depressione ti stringe alla gola, e ti senti già fuori da questo mondo anche se ci resti ancora con il corpo. E’ un viaggio nella follia, ma talmente lucido e coerente che si resta senza parole. Perché ti trascina, e ti convince, anche. Comprendi che tutto era scritto, da quando perse il padre a otto anni, che il suo destino era segnato, ed era segnato così come lei ho ha intuito e descritto, anche il rapporto con gli uomini è stato una ricerca continua di colmare quel vuoto.  Il tragico epilogo finale non è arrivato per un impulso improvviso di follia, è arrivato dopo un lucido ragionamento, preparato con determinazione fin dal principio della sua vita. Il suo era un equilibrio troppo, troppo fragile. Ogni inezia diveniva un problema ed un macigno. Non si può sempre camminare sull’orlo del baratro e non cadere mai. Leggere di lei e della sua vita, venire a conoscenza della sua personalità, ed era comunque una gran persona, è pericoloso, rischi di rimanere invischiato. E non è una cosa detta tanto per dirla, diverse persone che hanno vissuto a contatto con lei o con la sua opera letteraria sono poi cadute nel suo stesso burrone. Dobbiamo prendere la sua opera e maneggiarla con cura, traendone il meglio, il bello che c’era e che c’è, ed è tanto.

E’ un peccato, un dannato peccato, che il mondo abbia tentato di mettere Sylvia in una gabbia, invece che lasciarla libera di essere solo se stessa. Lasciandola completamente sola, con la testa infilata in quel forno. E quel  pane e burro e due tazze di latte preparati con cura,  sul comodino nella camera dei bambini, il suo ultimo ragionato atto di commiato, terribile e commovente.

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Musica: Dark road, Annie Lennox

Easter Parade, di Richard Yates

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«Nè l’una nè l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori».

Un incipit fulminante, che gioca un po’ con quello più famoso di Tolstoj, in cui c’è già tutto il romanzo.
Nessuna felicità, nessuna felicità nella vita, nessuna felicità nella famiglia, da cui parte appunto tutta l’infelicità delle nostre esistenze.

Un libro in un certo senso chirurgico. Mette sul tavolo operatorio, sotto una luce potente, tutti gli ingranaggi e i difetti del famoso sogno americano, fino a farlo a pezzi, completamente.

Due sorelle segnate dalla nascita, il divorzio dei loro genitori, due persone entrambe piene di difetti, soprattutto la madre, dalla quale inevitabilmente, per Yates, erediteranno il difetto peggiore, la mancanza di coraggio, che segnerà appunto la loro esistenza, per intero. Una, piena di prospettive, di bellezza, sceglierà un matrimonio che la porterà all’asfissia e al subire violenza, l’altra una vita piena di uomini, ma condannata alla solitudine totale. E tra loro due, così in simbiosi da piccole, si scaverà un solco di incomunicabilità totale. Non basta la famiglia, non basta un lavoro soddisfacente, per costruire serenità. Anzi, proprio famiglia e lavoro sono gli inneschi per il baratro.

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Quindi, per Yates, nulla si salva. Il suo non è un racconto cinico, comunque. E’ durissimo, severo, brutale, ma pieno di compassione per le protagoniste. Il destino è qualcosa che non si può combattere, è scritto, non puoi farci niente se non affrontarlo a testa alta. Oppure a testa bassa, mentendo, nascondendo, facendo buon viso a cattivissimo gioco.

Un romanzo angosciante, disperato, in cui avverti la chiusura di ogni porta e finestra, dalla prima all’ultima riga. Ti manca il fiato.
Ed è un romanzo in cui c’è tutta la sua vita. Pookie è la madre di Sarah ed Emily, ma Dookie era il soprannome della madre di Yates. E’ contro Pookie, infatti, e non contro il marito, che Yates si scaglia, non è un caso. E’ lei, quella che immagina un presente e un futuro inesistenti, che si costruisce una vita basata su illusorie apparenze, una vita fatta di traslochi continui, una continua ricerca dell’impossibile, negando le evidenze, ed è tutto questo che le sue figlie assimileranno, loro malgrado. E alla fine il bere diventa il loro vero compagno di strada, l’unico che non fa domande, l’unico che ti fa sentire un’altra persona, con i repentini cambi d’umore e di personalità annessi. Meglio essere centomila altri, piuttosto che se stessi di fronte alla realtà.

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Ed il matrimonio è sempre e comunque istituzione fallimentare. Non c’è scampo. Qui dentro c’è il compendio della vita dell’autore, il suo determinatissimo pessimismo causato dalle sue esperienze reali, e questo incide parecchio, non ci sono dubbi.

Certi scrittori, come Yates, come Steinbeck, sono stati micidiali nel distruggere l’ipocrisia dell’America, a squarciare il velo dell’ipotetico benessere che nasconde un’infelicità tremenda.
La vita è questa qui, una parata, in cui si cammina, si sorride, si mente, e si beve, si beve fino a perdere coscienza, perché è meglio non aver coscienza della propria mediocrità.

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Questo libro è un Peana alla Sconfitta e alla Solitudine.
Ma è un libro assolutamente meraviglioso.
Yates un maestro nel delineare le persone, un maestro nei dialoghi. Fragili, passivi, incapaci, mentitori. Questo, insegna. Questo, siamo, per Yates. Magari leggiamolo affinché si possa capire quel che non deve diventare la nostra vita.

«Sì, sono stanca», fece lei. «E la sai una cosa buffa? Ho quasi cinquant’anni e non ho mai capito niente in tutta la mia vita».

Musica: Desperado, Eagles

Le cose che non facciamo, di Andrés Neuman

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Per chi ama i racconti, e chi è aperto anche al surreale.

Andrés Neuman, argentino, classe 1977. Direi un mago dei racconti brevi, anzi i racconti flash. Spesso sono lunghi una mezza pagina. Inizio e fine in un lampo. In pochi paragrafi ci si parano innanzi personaggi di ogni tipo, mariti e mogli, amanti, poeti, aspiranti suicidi, genitori e figli, l’attimo iniziale e quello finale di una vita.

I temi universali, che Neuman affronta con diverse maniere, con il surreale, l’ironia, la poesia, con la crudezza ma anche con una grande umanità, descrivendo sentimenti che sono comuni a tutti noi.

E spesso è un lampo di genio. Non tutti i racconti sono allo stesso livello, ma ce ne sono di straordinari.

A volte sono puri esperimenti letterari, ghirighori divertenti. A volte sono fotografie rubate, attimi, frammenti, ma precisissimi. A volte divertentissimi, ironici, come il primo racconto, spettacolare.

Descrizione di rapporti umani, dei rapporti di coppia, molto spesso. La felicità, sempre cercata, la tensione, la ricerca del rapporto ideale, la presa d’atto dell’insofferenza, del volere di più. Una riga tracciata sulla sabbia da una donna, che vieta al compagno di oltrepassarla, fotografia dell’attimo davvero finale di un rapporto, perché è una presa d’atto senza ritorno.

“Io? Se mi contraddico? Se mi rendo conto di fare sempre gli stessi errori? Spesso. Spessissimo. Cosa credi. Tanto per cominciare, sono una stupida. E una fifona. E una rinunciataria. E fingo che potrei vivere una vita che non avrò mai. Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di cere cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato quella riga. Sì. E’ infantile. E’ brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate.”

Un uomo che partorisce suo figlio, in un ininterrotto e febbrile flusso di coscienza senza interpunzioni. Difficile da leggere, ma indimenticabile.

Una coppia perfettamente speculare, e per questo condannata all’incomunicabilità. Siamo talmente uguali che non ci capiamo nemmeno quando uno lascia l’altro.

Una madre e un figlio in ospedale, nel momento che segna il distacco.

Il suicida che fallisce il suo intento.

Surreali racconti, contenenti però precise metafore, lucidissime, molte volte, sulla realtà. Quello stare in equilibrio tra irreale e irreale, tra impossibile e possibile. L’ironia non significa essere lontani dalla realtà, qui. Neuman ti colpisce all’improvviso, magari mentre stai sorridendo ti spedisce al tappeto. Specialmente quando parla d’amore. Anche se polemizza simpaticamente con Cortazar:

“E’ molto più urgente svegliare un lettore che metterlo k.o”…

Illuminazioni che durano un istante, perché, come scrive nei quattro dodecaloghi finali:

“I personaggi appaiono nel racconto come per caso, passano oltre e continuano la loro vita”

“Nel racconto, un minuto può essere eterno e l’eternità durare lo spazio di un minuto.”

“Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;”

E forse le cose più belle sono proprio quelle che non facciamo, e che non faremo:

“Mi piace che non facciamo le cose che non facciamo. Mi piacciono i nostri progetti al risveglio, quando il giorno sale sul nostro letto come un gatto di luce, e che non realizziamo perché ci alziamo tardi per esserceli immaginati tanto.(…) Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati e segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo.”

Musica: My Ever Changing Moods – The Style Council

Parlare da soli, di Andres Neuman

 

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Un padre malato. Un piccolo figlio inconsapevole. Una madre che funge da tramite/spettatore/protagonista.

La capacità di Neuman, prima che letteraria, è quella di costruire un romanzo a tre voci facendoti sentire alternativamente come queste tre persone, facendoti immedesimare in un bambino inconsapevole della tragedia imminente, in un padre affettuoso, preoccupato per la malattia, desideroso di fare tutto quel che può fare per la famiglia nel tempo che gli resta, un padre molto imperfetto e anche molto incarognito verso il mondo e verso la malattia, e facendoti immedesimare anche nella madre/moglie, in tutti i suoi pensieri, le sue ansie, il suo dolore pre e post, la sua voglia di sopravvivere anche un po’ puttana, la sua assoluta inadeguatezza. Tre voci, tre visioni differenti del medesimo problema. E’ Elena,però, il fulcro del romanzo. E’ lei, a rappresentare l’umanità nel modo più preciso possibile. E’ il suo monologo, ad essere al centro di tutto. Marito e figlio sono un po’ comprimari, il riflettore vero è acceso su di lei. E’ il suo senso di colpa mostruoso, totalizzante, a riempire le pagine. Senso di colpa per moltissimi versi irrazionale, ma presente. Per non essere riuscita a fare di meglio, a fare qualcosa. Per non aver previsto, per non aver aiutato, per aver smesso di provare passione,e averla tramutata in compassione, per averla provata con un’altra persona, il senso di colpa per il fatto di respirare, di restare in vita e non sapere che farne, di questa vita.

“Crescere un bambino e curare un malato hanno questo in comune: entrambi gli impegni ti trasmettono un’energia che in realtà non è tua. Te la infondono loro, il loro amore ansioso, la paura in agguato. E te la chiedono come se fiutassero carne fresca. “

E il dolore non trova parole, per essere espresso. Allora ci pensa la letteratura, a dargli voce, almeno una. Elena si rifugia negli amati libri, ci trova dolorosissime e spinose conferme, ma anche conforto. Legge, sottolinea. Vi ci ritrovate, nella fotografia? Ci trova le parole che non riesce a pronunciare.

Virginia Woolf, ad esempio:

“La descrizione della malattia in letteratura è ostacolata dalla povertà stessa della lingua. L’inglese, che è in grado di esprimere i pensieri di Amleto o la tragedia di re Lear, non ha quasi nessun termine per descrivere i brividi e il mal di testa. La lingua si è sviluppata in una sola direzione. Ma se un malato cerca di descrivere a un medico il proprio mal di testa, il linguaggio avvizzisce immediatamente”.

Sembrerebbe un elenco di citazioni, ma non lo è. E’ un dialogo fitto tra un lettore e i suoi libri.

Questo libro mi resterà nella mente. Resterà nella mente di chi lo leggerà, almeno credo. Ti costringerà a riflettere, dopo aver sofferto, e, dopo aver riflettuto, dopo aver pensato, immaginato il “che cosa farei, io, in quella situazione?”, probabilmente si soffrirà ancora. Pensare di vivere un presente già privo del passato e a cui verrà tolta la possibilità di un determinato o sognato futuro non è qualcosa di semplice da digerire.

Ti farà pensare all’imperfezione dei sentimenti, delle persone, alle loro mancanze, a quanto tempo sciupiamo, all’enorme posto in cui stipiamo le parole non dette, ai rimpianti che questo posto poi provocherà, ai debiti che ci portiamo appresso verso le persone che amiamo e che in certi casi non riusciremo mai a saldare. Farà pensare alla divisione tra chi muore e tra chi vive. Al labile confine tra innocenti e colpevoli.

“Adesso spiegami. Tu. Il padre. L’uomo. Che diavolo può fare una donna in questi casi? Cosa ti raccontava tuo figlio della scuola? Tu come reagivi? Cercavi di fargli discorsi pacifistici? Gli mentivi? Gli insegnavi a fare a botte? Gli raccontavi quanto ti piaceva azzuffarti? Perché te ne stai lì, morto? “

Non è solo la storia di una famiglia e di un dolore. E’ un libro in cui Neuman vuole parlare di chi sostiene un malato, un libro che vuole parlare di quello che accade durante e dopo un dolore. Vuole parlare dei ricordi, di cosa accade loro dopo una perdita, delle percezioni che abbiamo, delle loro mutazioni, anche del sesso, dell’erotismo, del nostro modo di fare l’amore e di leggere un libro dopo aver subito una perdita affettiva. Perché è così, tutto cambia, dopo un dolore.

 

Musica: Babe i’m gonna leave you, Led Zeppelin

Memorie di una ragazza perbene, di Simone de Beauvoir

 

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Lettura difficile, o comunque non semplice, per me.
Ma molto affascinante.
Perche Simone non ha lasciato che la vita la conducesse, ha vissuto conducendo.
In questo primo capitolo della sua autobiografia si vede da subito quanto abbia lottato e faticato e sofferto, per arrivare alla meta che si era prefissa.
Un percorso partito dall’adeguamento alle convenzioni, dall’adeguamento ai limiti borghesi, per poi prendere la consapevolezza sempre più forte del voler diventare altro, dal voler cambiare il binario per le prefissato da famiglia e società, la sua ambizione di cambiare il mondo, partendo dall’orgoglio femminile. La sua intelligenza così precoce, così superiore alla media, la voracità di vivere e la curiosità di vivere, l’hanno portata a voler ribaltare quella via tracciata per la sua vita, e nello stesso tempo a divenire un simbolo per ogni donna dell’epoca.

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La cultura come grimaldello per arrivare alla piena libertà, civile e di espressione, per arrivare a dimostrare che la donna valeva quanto l’uomo, che poteva ambire agli stessi risultati e agli stessi lavori. Una lotta dura, durissima, ma che non le ha mai fatto perdere le speranze.

“C’era tutto da fare; tutto ciò che in passato avevo desiderato di fare: combattere l’errore, trovare la verità, dirla, illuminare il mondo, magari contribuire addirittura a cambiarlo. Ci sarebbe voluto tempo e fatica per mantenere anche solo una parte delle promesse che mi ero fatte, ma questo non mi spaventava. Nulla era risolto, tutto restava possibile.”

La ragazza perbene, perfettina, scuola cattolica, e credente infervorata, la ragazzina che dipendeva in tutto dal giudizio dei suoi genitori, legatissima a loro, che vedeva in loro l’esempio senza macchia, questa la sua partenza. Commovente, direi, la descrizione lucida che fa di se stessa, fino a mostrarci il suo cambiamento così sofferto, quanta sofferenza deve esserle costata l’attraversamento di questo tunnel, rimettere in discussione qualsiasi granitica certezza, un cambiamento lento ma inarrestabile e inequivocabile. In fondo, non si è mai liberata del tutto dalla fede, nel senso che il suo modo di porsi davanti alla vita e al lavoro è stato quello tipico di una persona che si è donata con totale dedizione e sacrificio.
Sono commoventi i passaggi in cui arriva a mettere in discussione la Fede cattolica, la certezza che esistesse un Dio.

“Una notte intimai a Dio, se esisteva, di dichiararsi. Restò muto, e mai più gli rivolsi la parola. In fondo, ero molto contenta che non esistesse. Avrei trovato odioso che la partita che stava svolgendosi quaggiù avesse già la sua conclusione nell’eternità.”

Da persona granitica si scopre persona piena di “crepe”. Il dubbio investe qualunque aspetto della vita. E’ un momento in cui si vacilla sul serio, e si può finire male.
Ma è in questo momento che comprende che solo la sua mente è davvero ferma, indistruttibile, se saprà coltivare la sua mente, nulla la potrà fermare, spaventare o distruggere.
Non è che non abbia patito. Era un essere umano. Ha sofferto di paura, di solitudine, di incertezze notevoli. Ma è andata avanti, ha disperatamente lottato contro i pregiudizi, voleva disperatamente essere giudicata solo per ciò che era, togliere da davanti il fatto di essere femmina per dimostrare quanto poteva essere potente essere femmina.

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Commovente anche la sua passione per i libri, anche se non posso proprio essere in grado di scendere nel merito, parlo solo in generale, un amore così grande tanto da elevarla come intellettuale ma anche tanto da condurla, dopo dura fatica, a trovare le amicizie giuste, i rapporti più profondi, quelli con cui poter davvero condividere pensieri ed ideali, sentirsi alla pari, finalmente.

“Io ero intelligente, ma lui era un genio, Sartre rispondeva esattamente ai desideri dei miei quindici anni: era il doppio in cui ritrovavo, portate all’incandescenza, tutte le mie manie. Con lui avrei potuto dividere tutto.”

Il suo compagno. Non esclusivo, ma sempre presente, l’unico vero riferimento.
L’incontro con Sartre, che segnerà in modo decisivo la sua intera vita.

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Spesso si dilunga nei particolari, e questo mi ha un po’ messo in difficoltà, mi hanno reso più pesante e lenta la lettura, ma credo facesse parte del suo modo di affrontare la vita, senza voler tralasciare nulla, un’ansia di precisione e di rigore che non l’ha mai abbandonata.
Ho sempre letto commenti alla sua opera da parte di tante donne, che parlavano di ammirazione sconfinata, di immedesimazione, di gratitudine per aver dato voce ai loro pensieri e ai loro sogni. Ecco, oggi capisco un po’ di più di tutto questo, e gli devo dare ragione.

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Musica: Parigi, Paolo Conte

Lettera a D., storia di un amore – di André Gorz

 

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«Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie».

Con queste parole meravigliose Andrè Gorz, scrittore, studioso,  filosofo e importante ispiratore di movimenti culturali e sociali, apre questo piccolo libro, un misto tra epistola, narrazione e confessione, ripercorre il passato, traccia un bilancio come mai aveva fatto prima, rianalizza con il cuore la sua vita, individuale e professionale, e il suo amore, come mai aveva avuto il coraggio di fare prima.

Rimescola i livelli della sua esistenza, quello tutto individuale, quello nella società, quello letterario, mettendo Dorine, sua moglie, come fulcro esistenziale, come punto essenziale di collegamento, come base di tutto.

Questa lettera è un avvertimento a vivere e godere di quel che si possiede, perché la vita è una sola. Non c’è alcuna consolazione o parola su un dopo consolatore, “bisogna accettare d’essere finito: di essere qui e non altrove, di fare questa e non un’altra cosa, ora e non mai o sempre, d’avere solo questa vita”.

Questa lettera è un risarcimento morale, un atto dovuto e sentito nei confronti di una Musa ispiratrice, di una donna che si è donata con tutta se stessa, che si è sacrificata a volte pesantemente, per lasciare che la penna di Gorz potesse esprimere tutta la sua potenzialità su giornali, riviste e libri, nel mondo. Questa lettera è rimpianto e rimorso, è un togliersi il cappello di fronte alla sovranità della consorte, è una completa riscrittura dei propri successi, rivisti alla luce della completa dedizione di Dorine.

“Tu ti sei data tutta per aiutarmi a diventare me stesso”.

Questa lettera arriva appena in tempo, quando Dorine è ormai da anni sofferente per una grave malattia, ed è ormai alla fine del suo percorso vitale. Perché c’è sempre tempo per rivedere il film della propria vita e ammettere torti, debolezze, e, in questo caso, capire e affermare con forza che una donna è stata letteralmente decisiva in tutte le fasi dell’esistenza. Gorz non sarebbe diventato quel che è diventato senza l’appoggio di sua moglie. Con questa lettera comprende e le dice che questo amore, come scrive Sofri nella prefazione, “..smette di essere scontato, saldo e ovvio e magari greve come una terraferma, e ridiventa il fine, il senso di tutta la vita. Felice l’uomo che arriva ad ammetterlo finché è ancora in tempo per dirglielo, e finché lei ha ancora la forza e la pazienza di sentirlo”. E recupera tutto il romanticismo che non c’è stato per 58 anni.

E il libro si chiude così come si era aperto, con altre parole meravigliose, inizio e fine perfetti, con in mezzo una vita non perfetta, ma pur sempre una vita, degnissima.

«Ciascuno di noi vorrebbe non sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme».

Sono stati insieme tutta una vita, e l’hanno lasciata insieme, abbracciati, dandosi la morte, un anno dopo la chiusura di questa lettera.

 

Musica: Daydreaming, Radiohead