Easter Parade, di Richard Yates

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«Nè l’una nè l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori».

Un incipit fulminante, che gioca un po’ con quello più famoso di Tolstoj, in cui c’è già tutto il romanzo.
Nessuna felicità, nessuna felicità nella vita, nessuna felicità nella famiglia, da cui parte appunto tutta l’infelicità delle nostre esistenze.

Un libro in un certo senso chirurgico. Mette sul tavolo operatorio, sotto una luce potente, tutti gli ingranaggi e i difetti del famoso sogno americano, fino a farlo a pezzi, completamente.

Due sorelle segnate dalla nascita, il divorzio dei loro genitori, due persone entrambe piene di difetti, soprattutto la madre, dalla quale inevitabilmente, per Yates, erediteranno il difetto peggiore, la mancanza di coraggio, che segnerà appunto la loro esistenza, per intero. Una, piena di prospettive, di bellezza, sceglierà un matrimonio che la porterà all’asfissia e al subire violenza, l’altra una vita piena di uomini, ma condannata alla solitudine totale. E tra loro due, così in simbiosi da piccole, si scaverà un solco di incomunicabilità totale. Non basta la famiglia, non basta un lavoro soddisfacente, per costruire serenità. Anzi, proprio famiglia e lavoro sono gli inneschi per il baratro.

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Quindi, per Yates, nulla si salva. Il suo non è un racconto cinico, comunque. E’ durissimo, severo, brutale, ma pieno di compassione per le protagoniste. Il destino è qualcosa che non si può combattere, è scritto, non puoi farci niente se non affrontarlo a testa alta. Oppure a testa bassa, mentendo, nascondendo, facendo buon viso a cattivissimo gioco.

Un romanzo angosciante, disperato, in cui avverti la chiusura di ogni porta e finestra, dalla prima all’ultima riga. Ti manca il fiato.
Ed è un romanzo in cui c’è tutta la sua vita. Pookie è la madre di Sarah ed Emily, ma Dookie era il soprannome della madre di Yates. E’ contro Pookie, infatti, e non contro il marito, che Yates si scaglia, non è un caso. E’ lei, quella che immagina un presente e un futuro inesistenti, che si costruisce una vita basata su illusorie apparenze, una vita fatta di traslochi continui, una continua ricerca dell’impossibile, negando le evidenze, ed è tutto questo che le sue figlie assimileranno, loro malgrado. E alla fine il bere diventa il loro vero compagno di strada, l’unico che non fa domande, l’unico che ti fa sentire un’altra persona, con i repentini cambi d’umore e di personalità annessi. Meglio essere centomila altri, piuttosto che se stessi di fronte alla realtà.

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Ed il matrimonio è sempre e comunque istituzione fallimentare. Non c’è scampo. Qui dentro c’è il compendio della vita dell’autore, il suo determinatissimo pessimismo causato dalle sue esperienze reali, e questo incide parecchio, non ci sono dubbi.

Certi scrittori, come Yates, come Steinbeck, sono stati micidiali nel distruggere l’ipocrisia dell’America, a squarciare il velo dell’ipotetico benessere che nasconde un’infelicità tremenda.
La vita è questa qui, una parata, in cui si cammina, si sorride, si mente, e si beve, si beve fino a perdere coscienza, perché è meglio non aver coscienza della propria mediocrità.

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Questo libro è un Peana alla Sconfitta e alla Solitudine.
Ma è un libro assolutamente meraviglioso.
Yates un maestro nel delineare le persone, un maestro nei dialoghi. Fragili, passivi, incapaci, mentitori. Questo, insegna. Questo, siamo, per Yates. Magari leggiamolo affinché si possa capire quel che non deve diventare la nostra vita.

«Sì, sono stanca», fece lei. «E la sai una cosa buffa? Ho quasi cinquant’anni e non ho mai capito niente in tutta la mia vita».

Musica: Desperado, Eagles

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11 pensieri su “Easter Parade, di Richard Yates

  1. simpaxxx ha detto:

    Mi è venuta la pelle d’oca su questa frase: “E’ lei, quella che immagina un presente e un futuro inesistenti, che si costruisce una vita basata su illusorie apparenze, una vita fatta di traslochi continui, una continua ricerca dell’impossibile, negando le evidenze, ed è tutto questo che le sue figlie assimileranno, loro malgrado.” 😰

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    • Carlo Mars ha detto:

      è così…alla fine, o assimiliamo tutto o comunque qualcosa, qualcosa dell’educazione e degli esempi di vita ricevuti ci resta sempre addosso…penso, ad esempio, alla morale cattolica, per molti di noi, anche quelli che alla fine si sono sentiti atei…è dura scrollarsi di dosso davvero tutto. Qualche romanzo che ho letto, tipo quelli di Edna O’Brien, ma anche la De Beauvoir, mi hanno fatto pensare a queste cose. Non dico che il destino sia segnato per tutti, ma una certa impronta altrui la portiamo dietro, quasi sicuramente..

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  2. supergiulis ha detto:

    Io ce l’ho in lista, dopo Revolutionary Road non potrei non leggerlo. Sì sono d’accordo che la famiglia ci influenza tantissimo, è inevitabile, credo sia inevitabile per un genitore, anche se non vuole, ma è possibile un modo diverso di crescere i figli se non cercando di passare loro i nostri valori ?
    La famiglia, a sentire questi scrittori (bravissimi, non lo discuto, piacciono tantissimo anche a me) è da buttare via, è negativa ? E perchè chi non l’ha avuta cerca per tutta la vita le sue radici ? Non ho mai sentito nessuno che non abbia avuto i genitori dire : Che fortuna! Sono libero da condizionamenti, posso fare di me quello che voglio ! E qualcuno lo conosco personalmente, magari che ha perso entrambi i genitori in tenera età.
    Insomma dai genitori non possiamo pretendere di prendere solo il bene, l’affetto, la cura… purtroppo ci passano anche molte delle loro insicurezze, pregiudizi, anche molto di negativo. Starebbe a noi, credo ad un certo punto affrancarcene… senza buttarci nell’alcol.
    Non lo so, questa cosa mi sembra irrisolvibile e penso che alla fine vada solo accettata.

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    • Carlo Mars ha detto:

      Il problema sono i non valori, in questo caso. Yates non parla per partito preso eh.. Dal suo punto di vista, è tutto giusto. E, in generale, osservando la storia americana, statunitense, c’è parecchia verità.

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