Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, di Cees Nooteboom

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Lo dico subito: libro stupendo. Ho appena girato l’ultima pagina e già mi manca.

Cees Nooteboom, questo scrittore e poeta olandese, ha avuto un’idea che è una meraviglia e un omaggio sterminato insieme.

E’ una Spoon River dei poeti estinti. Un viaggio interminabile che Nooteboom ha compiuto per tutto il globo terrestre, alla ricerca delle tombe di scrittori e poeti del cuore, del suo e anche del nostro, almeno in parte. Lo ha fatto per se stesso, prima che per noi, ma è un grande regalo.Quindi non tombe comuni, ma tombe davvero speciali. Tombe con cui puoi dialogare, da cui puoi ancora ascoltare, potenti, commoventi, le voci di chi è sepolto lì sotto. Persone uniche. Persone elette.

Persone che non abbiamo mai avuto la fortuna di conoscere personalmente, ma con le quali qualcuno di noi sente un legame comunque fortissimo. E Nooteboom in più le ha conosciute, diverse di loro. Quindi i suoi ricordi sono in molti casi potenti, e le sue sensazioni acuite, si avverte ammirazione sconfinata, si avverte anche il legame dell’amicizia strappata, ma eternamente viva, unita a un’inestinguibile debito di riconoscenza, letteraria e umana.

E’ un viaggio che costruisce una biblioteca dell’ideale. Che quasi mette in comunicazione tra di loro poeti e scrittori, è un filo rosso, questo viaggio, che unisce, sorprende, regala.

E’ anche un viaggio che è autobiografia, di Nooteboom e anche di sua moglie, è anche autobiografia di coppia, è Simone Sassen, infatti, la fotografa e la sua compagna, ad immortalare le tombe e le lapidi visitate. E’ bello anche per questo particolare, il libro, le immagini delle lapidi aprono il discorso sui poeti, sono come un portale verso le loro voci, è qui, la vera magia: si viaggia alla ricerca dei sepolcri, si pronunciano i nomi che vi sono incisi, e si spalanca il mondo magico delle loro opere. Non è un viaggio verso la morte, è un’apertura alla vita, i loro scritti saltano fuori dalla terra e si dispiegano nell’universo, immortali.

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Siamo lì con Nooteboom, mentre cita, mentre si emoziona, mentre si commuove, mentre ironizza con rispetto, siamo lì in raccoglimento profondissimo.

“Rendere visita alla tomba di un poeta è un pellegrinaggio alle sue opera complete. E anche questo è un paradosso, perché per avere accesso alle opere non c’è bisogno di andare sulla sua tomba”.

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Vediamo le tombe e conosciamo particolari inediti, a volte sorprendenti, siamo di fronte a sepolcri sontuosi ma anche a tombe quasi dimenticate, nascoste, come se qualche poeta fosse stato davvero dimenticato un momento dopo la morte. Ci sono poeti che si mostrano, altri che giocano a nascondersi, più o meno come in vita, si celano dietro piante, fiori, arbusti, erbe.  Molti riposano uno accanto all’altro, e magari chissà quanto sparleranno di noi e del nostro mondo attuale.

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Ma sono gli epitaffi, a farli rivivere, comunque.

Nooteboom  commenta in modo personale ogni foto della sua compagna, appunti di viaggio, ricordi personali, oppure inserisce brani di altri scrittori, o sceglie un brano del defunto,  il più adatto a commemorare se stesso, in certi casi. Perchè molti di loro han preparato in vita la loro stessa dipartita

Non so proprio come spiegarlo, ma mi sono emozionato come se fossi lì con lui, a scostare rami e foglie, per leggere il nome del poeta defunto sulla lapide, mentre magari pioveva a dirotto,e fa un freddo cane, perché “i cimiteri hanno qualcosa a che fare con le previsioni meteorologiche” oppure a Napoli, travolto e infastidito dal frastuono del traffico che oltraggia la tranquillità che avrebbe desiderato Virgilio, sono lì a trasalire di sdegno per gli insulti neri nazisti sulla tomba di Brecht,

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a scostare l’arbusto che copre il nome di Italo Calvino e a ridargli la luce, a leggere la forza infuriata della firma di Canetti, uno che non avrebbe voluto morire mai, a passeggiare nella via dove è nato Cervantes, dove il tempo sembra essersi fermato, e a sperare che questo Genio  possa ricomparire dar voce a quei “disparati pensieri” derivati dal suo “sterile ed incolto ingegno”, a commuovermi sulla lapide di Cortazar, commosso soprattutto dal racconto di Nooteboom sull’ultimo viaggio di Julio con sua moglie Carol, condannata dalla malattia,  di nuovo a commuovermi per le sue parole sulla Divina Commedia di Dante

“Ho letto molte volte la Commedia..per quanto mi riguarda, mi ha accompagnato per tanti anni e so che appena l’aprirò, domani, scorgerò cose che non ho visto sino ad ora. So che questo libro andrà oltre la mia veglia e le nostre veglie”

..a Napoli, con Leopardi, Napoli che “lo attraeva come la stella attrae il pianeta”, seduto al caffè con lui, che si sentiva a suo agio nell’essere essere anonimo in mezzo alla folla, un gobbo tra la folla sognando  di esserne parte..con Melville, tanto bistrattato e non considerato in vita, in un doloroso contrasto con un presente che lo vede risiedere trionfale in tutte le biblioteche e tutte le librerie del mondo, un bellissimo e terribile contrasto…

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siamo con quei duecento uomini a scavare un sentiero in poche ore per seppellire Stevenson  sul monte Vaea..

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e poi Eliot, Goethe, Holderlin, tutta una fila di emozioni che non sono in grado di mettere su carta. Anche perché ho gli occhi lucidi, da quando ho iniziato a scriverne.

Leggetelo. Leggete la prefazione. Perché è già da lì, che ho capito con chi avevo a che fare.

Da lì ho capito. Ho capito la magia degli scrittori, ho capito che non moriranno mai. Leggetelo, perchè leggendolo vi verrà voglia di leggere ancora di più. Ho capito il paradosso di Nooteboom, che dice che nella tomba di un poeta c’è tutto e non c’è niente. C’è niente, perché il corpo non esiste più, ma c’è tutto, perché basta leggerne il nome e il lettore parte per un viaggio mentale e sentimentale, tutte le parole lette gli si gettano dentro il cuore, e tutto diventa possibile. Ecco perché tanti hanno visitato quelle tombe e hanno lasciato un fiore, una boccetta di profumo, una lettera. E’ il gioco descritto da Cortazar, due persone che giocano a tennis con una palla immaginaria. E lo spettatore che raccoglie la palla inesistente finita in tribuna e gliela rilancia. Chi non crede in questa magia, non lascia fiori, non lascia una bottiglia di vino sulla tomba di un poeta, non lascia ardenti rossetti sulla lapide di Oscar Wilde.

“L’essenziale resta invisibile. Il segreto si nasconde nelle lettere che nessuno leggerà. Una balena a New York, un cacciatore delle Alpi ad Anversa, l’inferno a Ravenna, una chitarra azzurra ad Hartford, Connecticut, la collina dell’infinito a Napoli: il lettore vede sulla tomba del suo poeta quel che non vede nessun altro”.

Musica: Time, The Alan Parson Project

Hasta siempre, Comandante

 

Non mi attendo che tutti comprendano il dolore che provo. E non mi interessa. So che molti stanno festeggiando, in questo stesso momento, la morte di un Uomo che la Storia l’ha fatta, l’ha cambiata, o che comunque ha provato con tutte le sue forze a consegnarcene un’altra, a farci intravedere un percorso diverso da quello che oggi invece più di mezzo mondo ha scelto di intraprendere, con le conseguenze che abbiamo ogni secondo sotto gli occhi. Un sogno così non ha un prezzo, come non ce l’ha la Dignità di un Uomo e di un Popolo che ha tanto sofferto, ingiustamente. Non mi frega niente degli errori commessi durante questo cammino, ci penseranno altri, a sottolinearli, come del resto hanno sempre fatto. Io adesso piango, ho il diritto di farlo. Perchè “Aquí se queda la clara,La entrañable transparencia De tu querida presencia,Comandante”…perchè qui rimane chiara e penetrante la tua cara, carissima presenza, Comandante..spererei di poter dire che “Seguiremos adelante Como junto a tí seguimos”…spererei di poter aver in mano le carte per poter dire che continueremo a seguire il tuo esempio come se tu fossi con noi, ancora, ma tutto quello che vedo, tutta la nostra insipienza, la nostra vigliaccheria, la nostra cecità, la nostra paura del futuro, mi spingono a dire che questo Sogno se ne va via insieme a te. Questa bandiera, oggi, è più triste e sola e stropicciata, e stanca, di quanto non fosse fino a ieri. Ciao, Fidel.

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Che tu sia per me il coltello, di David Grossman (semiseria, più seria che semi)

 

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Niente da fare.
Io e il signor Grossman siamo due rette parallele destinate a non incontrarsi mai.

Lui è il Diluvio fattosi scrittore.
Ti fa arrivare addosso una pioggia di parole, per carità, scritte benissimo eh, a tratti più che benissimo, ti fermi e dici “ammazza che roba, perchè io non le ho mai scritte e forse nemmeno pensate?” . Però poi il diluvio è di quelli estivi. Ti fradici tutto e dopo mezzora il sole cocente ti asciuga e tu stai lì a chiederti “ma che cazzo è successo?”.

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Ecco, non ha senso.
Ed è pure peggio. Perchè per centinaia di pagine questa specie di tortura cinese va avanti con la sensazione che si arriverà a quagliare, che arriverà finalmente sto “dunque”, che finalmente arriverà la tanto agognata risposta al tuo quesito “ma che cazzo voleva dire?”.
Per forza deve arrivare oh, sarà mica matto, questo qui, a lasciarmi senza risposte?
Sarà mica matto a farmi leggere un suo interminabile monologo delirante, difficilissimo, sarà mica matto a parlarmi di questo amore infinito per una donna e a non farmi mai leggere che cosa ne pensi lei, eh! E invece per larghissima parte succede proprio questo.
Ci fa leggere le sue lettere a lei e le sue risposte alle risposte di lei. Ma dico, si può?

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Ci racconta dei particolari, dei dettagli minuscoli, e su questi dettagli a sua volta parte con una mitraglia infinita di parole, arzigogolando in maniera pomposamente assurda, partendo di capoccia con la fantasia, immaginando continuamente situazioni tra lui e Miriam, situazioni ovviamente mai avvenute e che mai avverranno, ma questo lo sapremo solo dopo, purtroppo. Deve dire una parola, ne pronuncia venticinque. E su ognuna di quelle venticinque è capace di starci sopra come un patologo forense per ore, a sezionare, dividere, baroccone che non è altro.

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E’ bravo a fare questo, a tirarti addosso sedici vasetti di miele e ad appiccicarti a questa storia, ma purtroppo la storia non esiste, non c’è, non ci sarà mai, non c’è alcuna trama, non c’è un senso. Stai lì a dirti ecco che adesso c’è il quid, adesso arriva sto colpo di scena e io mi precipito a postare su Facebook il mio entusiasmo per un romanzo non solo scritto bene, ma con una storia e un senso magnifici, qualcosa su cui rifletterò per tutta la mia vita, e che tramanderò a figli, nipoti e al mondo intero (vabbè, nessuno mi ascolterà, ma l’entusiasmo sarà tale da farmene dimenticare subito).
E invece un cacchio di niente. Segui il diluvio e ti ritrovi perso nel deserto. Tutto resta interiore, e nell’interiorità del suo animo ci si disperde in mille rivoli, e non vedevo l’ora di uscirne, da sto corpo di Grossman.

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E’ tutta cosa sua, il suo interiore resta suo, non ha nulla a che vedere con il mio, e penserei anche con quello di chiunque altro, se non leggessi di continuo persone entusiaste come dopo una riunione di Scientology sotto anfetamine. Tra i seguaci di Wallace e quelli di Grossman noto poche differenze, ma anche tra loro e quelli di Gigi D’Alessio o dei Pooh, eh, se devo dirlo.
Tutta gente che si sente attraversata dal coltello e ne gode.
Io ho provato solo noia, e non ci ho capito un accidenti. Tu, Grossman, devi comunicarmi qualcosa. Devi trasmettermi qualcosa. Devi provare a parlare nella lingua in cui parlo io lettore. Se invece ti ostini a parlare nella tua lingua, se non esci dalla tua tana, beh per me stai pure lì, eh, tranquillo.

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Se vedemo, Grossman.

Musica: Io sto bene, CCCP Fedeli alla Linea

 

 

 

Winesburg, Ohio – di Sherwood Anderson

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“È una storia deliziosa, come le mele bitorzolute che crescono nei frutteti di Winesburg. In autunno si passeggia per i frutteti e la terra sotto i piedi è dura per il gelo. Le mele sono già state raccolte dagli alberi. Sono state messe in barili e spedite in città, dove saranno mangiate in appartamenti pieni di libri, riviste, mobili e gente. Sugli alberi rimangono soltanto poche mele rugose, che i raccoglitori hanno trascurato. Somigliano alle nocche delle mani del dottor Reefy. Vi si affonda i denti e sono deliziose. In un piccolo spazio rotondo sul fianco della mela si è concentrata tutta la sua dolcezza. Allora si corre da un albero all’altro, sulla terra gelata, a cogliere le mele vizze e rugose e a riempirsene le tasche. Soltanto pochi conoscono la dolcezza delle mele vizze”

Ecco, venticinque storie deliziose, ma anche amare, sulla vita. Winesburg è il palcoscenico su cui vanno in scena una miriade di personaggi, questo romanzo è stato spesso descritto come la Spoon river dei viventi, al posto della poesia c’è la prosa.

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Anderson, una vita americana. La povertà di nascita, sei fratelli, subito via a lavorare, da piccolo, e di lavori ne farà molti. Poi, dopo aver fatto l’operaio, va in guerra, poi fa il giornalista. Poi si sposa, ha tre figli, gestisce un’avviata ditta di vernici.

Ma, improvvisamente, una notte viene colto da una specie di visione, un’epifanica visione come quelle che hanno molti dei personaggi da lui descritti in quest’opera, e molla tutto, molla la famiglia, e decide che il suo futuro deve essere la scrittura.

Edgar Lee Masters, la sua Spoon River in cui i morti, donne e uomini, vengono fotografati con epigrammi immortali. Anderson invece descrive i vivi di Winesburg, fotografandoli negli attimi decisivi mentre sono in vita. Una minuscola comunità, in cui tutte le piccole comunità del mondo però possono rispecchiarsi, e in ogni tempo. Pavese scrisse: “da questo mondo Anderson ha tratto le più dolorose e pensose e risolutive rappresentazioni di vita moderna, insieme elementari e complicatissime, cerebrali e illetterate, belle di una bellezza che supera la pagina scritta”.

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George Willard è il giovane cronista che fa da collante a tutte le storie descritte. C’è il fallimento del matrimonio, le insicurezze e il fallimento nella gestione di un’attività commerciale, il lavoro di cronista, l’amore e le sue mille facce, i mille modi per avvicinarsi ad una donna, i mille modi di rappresentare l’universo femminile. E c’è soprattutto la paura del futuro, il contrasto tra la sicurezza di muoversi in un ambito così ristretto e conosciuto, ma nel contempo così asfittico, pieno di margini e di incapacità di crescita. C’è sempre il fischio di un treno, c’è sempre la stazione, che sta lì, richiamo per fuggire via e non tornare mai più. C’è tanta infelicità, incapacità di comunicare con gli altri, fatica nel solo immaginare un futuro diverso e quindi tanta sofferenza di vita. All’improvviso arrivano le crisi, come quelle di epilessia di Dostoevskji, in cui queste persone vengono come colte da ondate di misticismo, e tutto gli appare più chiaro, o comunque diverso da prima.

C’è una grande confidenza e capacità di sentire la natura, descrizioni perfette, siamo nei campi grano, odoriamo la pioggia, abbiamo l’erba bagnata tra i piedi, vediamo quelle stelle. Uno dei racconti finali, Illusioni, è una meraviglia dove Anderson definisce splendidamente lo stacco tra infanzia e maturità, e dove mostra quanto l’uomo sia minuscolo, a confronto dell’universo e della vita millenaria dell’uomo, ma anche così importante. Due ragazzi percepiscono tutto questo all’improvviso, in una notte stellata, seduti in un belvedere pieno di emozione.

Un maestro della narrativa, uno stile asciuttissimo, frasi secche, brevi, una capacità di descrizione psicologica davvero incredibile, considerata l’epoca, amato  e preso come spunto da Hemingway, Faulkner,e tanti altri, per muovere la letteratura americana moderna.

Questi racconti sono come quelle mele vizze, che molti scartano, non sapendo quel che si perdono.

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La prefazione di Vinicio Capossela è una chicca nella chicca.

 

Musica: La faccia della terra,  Vinicio Capossela

A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti, di Paolo Cognetti

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“Il racconto, diceva Grace Paley, è un punto di domanda. Il romanzo ha l’ambizione di rispondere, di contenere tutto – se non proprio tutto il mondo almeno tutto un mondo – costruendo per noi una casa in cui abitare: alla fine chiuderemo la porta su un luogo che ci ha accolti per un po’ di tempo, e che conosciamo bene. Il racconto è piuttosto una finestra sulla casa di qualcun altro (o come in una poesia di Carver, «Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare», è una finestra su casa nostra quando abbiamo dimenticato le chiavi).
Da fuori possiamo solo indovinare che cosa c’è dentro, farci un’idea della vita di chi ci abita, riflettere su quante cose non sappiamo. Confessare che non ne sappiamo quasi niente: il racconto è insieme una resa (non provo neanche a scrivere questa storia per intero, perché sarebbe un fallimento) e una sfida (ma ne scrivo un pezzo: tu sei capace di immaginare il resto?).
Something glimpsed, qualcosa d’intravisto – ma anche, nel senso più antico del termine, qualcosa di illuminato solo per un istante – è una definizione che a Carver piaceva motlo. Come accendere e spegnere la luce in una stanza buia, o cogliere una scena da un treno in corsa. E poi, mentre il treno si allontana, restare lì a domandarsi: che cos’ho visto, che cos’era? “

Paolo Cognetti ci racconta il suo amore per i racconti, il suo amore per la letteratura americana, ci racconta quante e quali scoperte abbia fatto leggendo e soprattutto rileggendo autori come Poe, Anderson, Carver, Fitzgerald, Hemingway, Salinger, Cheever, Munro, O’Connor, Dubus, Wallace, D’Ambrosio e altri. I suoi maestri. Ecco, leggere e rileggerli, senza stancarsi. Perchè la lettura è un atto di vera pazienza certosina, e più legge questi autori più gli viene voglia di rileggerli, sono il motore della sua anima e della sua stessa scrittura. Ci racconta la fonte da cui si abbevera per trovare la linfa del suo scrivere.

Alice Munro: “mai smettere di interrogarci su ciò che vediamo e registriamo, mai pensare di averlo capito del tutto”

E per noi che leggiamo le sue parole è lo stesso, veniamo coinvolti, veniamo letteralmente illuminati, le sue sono considerazioni personali ma le avvertiamo come verità, come dei lampi che ci fanno comprendere appieno quel che intendevano dire quegli autori. Non avevamo capito tutto. Anzi, avevamo probabilmente capito pochissimo. E non finiremo mai di capire.
Un solo gesto descritto o una sola parola, che avevamo letto di sfuggita, troppo di fretta, ecco che Cognetti ci spiega e ci incanta, e ci fa soffermare e anche sognare.
Personalmente ho letto diversi autori da lui descritti, ed è stata una meraviglia ritrovare quelle letture in questo libro, ritrovare le sensazioni provate e vederne aggiungere altre da Cognetti, mi spiega i motivi per cui ha adorato un certo autore e un certo racconto, e i suoi motivi si aggiungono ai miei, in un continuo eco di rimandi, di riflessioni, di ripartenze dai punti in cui magari ero rimasto in sospeso.
MI ha fornito una luce nuova, ecco, sotto la quale certe parole e certi autori hanno assunto un nuovo aspetto, che prima non ero riuscito a cogliere.

Gli scrittori di racconti adorano i momenti in cui la luce cambia. Passa una nuvola a gettarci un’ombra addosso, e sussultando ci chiediamo cos’è stato; il sole torna dopo il temporale e di colpo il mondo è come nuovo. Una luce che rende il mondo diverso da come era prima: quando succede ci fermiamo a osservare il paesaggio di tutti i giorni e scopriamo, o crediamo di scoprire, qualcosa di noi che prima non sapevamo. Ecco il cuore di alcuni dei miei racconti dell’illuminazione. Mi sembra quasi di vederli, tutti quei personaggi con gli occhi al cielo ai quattro angoli d’America: al tramonto, un vecchio contadino d’Ohio solleva lo sguardo dal suo lavoro, osserva le colline all’orizzonte e per la prima volta le trova bellissime, persino troppo belle per la vita misera che ha fatto (Sherwood Anderson, «La bugia non detta»). Giù in California una donna si alza nella notte, si affaccia alla finestra e si accorge della luna piena, che le mostra il giardino di casa come non l’ho mai visto. Gli altri dormono lei è sveglia e in quel momento le loro vite appaiono insensate e meschine, vite di lumache striscianti sotto la luna (Raymond Carver, «Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio»). In una roulotte scassata, da qualche parte tra Chicago e Detroit, un uomo e una ragazza discutono dopo un temporale. È uno di quei litigi da fine dell’amore: l’uomo è geloso e si sente molto vecchio, la ragazza parla poco ed è come assente. Quando il sole esce dalle nuvole lei guarda dalla finestrella e le sembra che fuori sia tutto verde e nuovo, dentro un posto in cui non è proprio più possibile restare (David Foster Wallace, «È tutto verde»). Quella rivelazione è il momento cechoviano che Carver amava tanto: e all’improvviso tutto gli fu chiaro. 

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E’ un libro molto intimo, è un dialogo con il lettore, è appassionante, coinvolgente, mai freddo, anzi caldissimo, ti dà un senso di pace estrema. Penso che possa far venire una gran voglia di leggere, soprattutto a chi non si è mai confrontato con certi autori. Non ci sono cattedre, piedistalli. E’ un amico che ci parla da amico.
E’ un viaggio di formazione, una passeggiata che riserva incontri inaspettati, persone che non conoscevamo e sorprese continue, questo almeno è l’effetto che è stato riservato a me.

«Per cominciare a mettere una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo».

Questo significa scrivere, per Paolo Cognetti. Un viaggio alla ricerca della capacità di meravigliarsi ancora.

Musica: Perfect simmetry, Keane

Memoria delle mie puttane tristi, di Gabriel Garcia Marquez (rilettura, della serie “In Marquez mi rifugio, cerco riparo dalle pochezze”)

 

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“Mi sembrava incredibile: la primavera precedente avevo letto un bel romanzo di Yasunari Kawabata sui vecchi borghesi di Kyoto che pagavano somme enormi per passare la notte contemplando le ragazze più belle della città, nude e narcotizzate, mentre loro agonizzavano d’amore nello stesso letto. Non potevano svegliarle, né toccarle, e neppure ci provavano, perché l’essenza del piacere consisteva nel guardarle dormire. Quella notte, vegliando il sonno della bella, non solo capii quella raffinatezza senile, ma la vissi pienamente.”

Articolo giornalistico che diventa racconto,  uno dei Dodici Racconti Raminghi.  E che fa da spunto alla storia di questo breve romanzo.

La passione improvvisa che sconvolge la vita monotona e ripetitiva di un vecchio uomo,  un vecchio giornalista e professore,  un uomo che per novant’anni non ha mai conosciuto l’amore.  E che ora ne viene travolto.  Un adolescente vergine  che gli farà vivere le giornate e le ore più febbrili ed intense della sua intera esistenza.

Solo un simile Genio letterario poteva trattare un argomento definito da tutti scabroso  e scandaloso con una leggerezza e delicatezza e ironia sublimi.  Sublimi.  Per lui è “l’inizio di una nuova vita a un’età in cui la maggior parte dei mortali è già morta”.  Un uomo che è stato a letto con cento donne, sempre a pagamento, che ha vissuto di rapporti fisici senza sentimento.  E che ora comprende che non occorre il sesso,  non occorre possedere quel corpo pure bellissimo.

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Non occorre quasi nemmeno conoscerne il nome di battesimo.  Occorre trovare un ideale,  un motivo per dare spunto alla vita.  Basta l’amore.  È l’amore,  che fa rinascere la casa di quest’uomo  e quest’uomo stesso dalle sue ceneri.  È  l’amore che provoca questa improvvisa vertigine nella vita,  che ti fa volare,  che ti spinge a fare ogni cosa in modo diverso e in funzione solo di questo sentimento.

“Il sangue circolava nelle sue vene con la fluidità di una canzone che si ramifica sino agli anfratti più reconditi del corpo e tornava al cuore purificato dall’amore.”

Ogni parola,  ogni scritto,  il lavoro,  e anche ogni gesto quotidiano,  tutto agisce in base alla spinta potente dell’amore.  Che ti mette di fronte a come sei davvero, ti fa scoprire te stesso.

“Grazie a lei affrontai per la prima volta il mio essere naturale mentre trascorrevano i miei novant’anni. Scoprii che l’ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile, non era il premio meritato di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura. Scoprii di non essere disciplinato per virtù, ma per reazione alla mia negligenza; di sembrare generoso per nascondere la mia meschinità, di passare per prudente solo perché sono malpensante, di essere arrendevole per non soccombere alle mie collere represse, di essere puntuale solo perché non si sappia quanto poco mi importa del tempo altrui.”

Che nello stesso tempo ti fa vedere tutto più  chiaramente ma che ti rende anche confuso.  Ma è una confusione positiva.  È  un sommovimento che ti restituisce la vita,  che trasforma l’ordinario in straordinario.  Che ti fa soffrire, anche.

“Passai anche una settimana senza togliermi la tuta da meccanico né di giorno né di notte, senza farmi un bagno, senza radermi, senza lavarmi i denti, perché l’amore mi aveva insegnato troppo tardi che ci si rassetta per qualcuno, ci si veste e ci si profuma per qualcuno, e io non avevo mai avuto qualcuno per farlo.”

E che ti fa capire che c’è sempre speranza di vedere la luce,  un senso.  Anche dopo cent’anni o novanta di solitudine,  può arrivare la consapevolezza di avere un posto nel mondo, e un obiettivo da raggiungere.

Solo Marquez ha avuto questa capacità di mescolare l’immaginario,  il sognato con il reale.  Mai volgare,  unico nel parlare  di puttane senza essere volgare,  sempre umano,  sempre magico.  Una perla di scrittore.  E questa è una favola delicata.

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“Avevo sempre creduto che morire d’amore non fosse altro che una licenza poetica. Quel pomeriggio, di nuovo a casa senza il gatto e senza lei, constatai che non solo era possibile morire, ma anche che io stesso, vecchio e senza nessuno, stavo morendo d’amore. Però mi resi pure conto che era valida anche la verità contraria: non avrei cambiato con nulla al mondo le delizie della mia sofferenza.”

 

Musica: L’amore trasparente, Ivano Fossati

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace

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Primo contatto con Wallace.
Ho scientemente voluto un approccio “morbido”, dato che ho sempre pensato che DFW sia un autore troppo ostico per la mia comprensione, oltre al fatto che la sua elezione a Genio della Letteratura Mondiale mi è parsa più dovuta alla sua prematura morte che ad altro, ma queste sono solo illazioni personali, non ho mai letto nulla di lui e dunque le deduzioni extrasensoriali non dovrebbero avere alcuna valenza di prova, in un fantomatico tribunale dei lettori..in ogni caso tendo sempre a sfuggire come la peste gli autori presentati da qualcuno con frasi tipo “o leggi questo oppure non sei degno di vivere”..e con Wallace questo è capitato più volte. Un amore postumo che mi è sempre sembrato forzatissimo e troppo smielato, e troppo carico di parole inutili, quindi probabilmente non sincero.

Comunque eccoci qui, questo è il famoso saggio/reportage/articolo/racconto che Wallace scrisse su mandato di una rivista, Harper’s. Una cosa che somiglierebbe a una specie di marchetta, ma siccome Wallace scrive subito che lo è, allora viene emendato da tale colpa immediatamente.
Chi ha commentato prima di me ha giustamente scritto che si tratta di critica al capitalismo, al consumismo, ad un modo di vivere superficiale, e che questo tipo di vacanza massificata rappresenta in pieno. E che fa ridere, molto, in diverse situazioni.
Dunque che dire altro?
Solo una cosa. Il fatto che Wallace abbia scelto di porre termine ai suoi giorni prematuramente, mi condiziona. E che dentro e dietro l’ironia, il sarcasmo, la simpatia e le risate che in questo libro ti capita di trovare, c’è un mondo cupo di dolore, disperazione, solitudine. Lo dice lui, non ho dovuto estrapolare reconditi significati.
Siamo deportati, una massa di deportati verso il non-pensiero, dobbiamo divertirci, spegnere la mente, non pensare a nient’altro che al vizio di essere coccolati, massaggiati, spupazzati, in qualsiasi modo. Se ti fermi a pensare, sei già morto. Tutto è programmato alla perfezione, è chiaro che sia tutto artificioso, ci sono migliaia di persone, esseri umani, che non si stanno affatto divertendo, ma stanno lavorando duramente, che stanno sorridendo solo perché pagati affinché tu vacanziere sorrida e sia rassicurato, e perché tu, vacanziere, nonostante sia sicurissimo che è tutto artificioso, non vada in giro a chiederti a cosa serva, se è artificioso. Vieni guidato, vieni incanalato, vieni portato non dove vuoi tu, ma dove vogliono “loro”, e ci vieni portato insieme alla massa, mai da solo. I percorsi individuali, quelli dove potresti scoprire quel che non devi, non sai, e quelli che ti farebbero magari pensare, non sono contemplati. La vacanza, come la vita, va vissuta così, lasciandosi trascinare, magari con musica assordante di sottofondo, perché se ti metti a riflettere c’è il grosso rischio che tu cada nel baratro della depressione.

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Non è un reportage sui croceristi che ha vivisezionato, alla fine ha vivisezionato se stesso. E così mi restano in mente solo questi brani, potevo ricordare diversi pezzi sarcastici e divertenti, e invece no:

“In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste. Come la maggior parte delle cose insopportabilmente tristi, sembra che abbia cause inafferrabili e complicate ed effetti semplicissimi: a bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato. Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave.”

“Ora, io ho trentatré anni, e sento di aver già vissuto tanto e che ogni giorno passa sempre più velocemente. Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su di un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. E’ terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.”

Gli “esperti professionisti” a cui si affida la propria vita e il proprio piacere, in crociera, sono gli stessi esperti professionisti a cui affidiamo, in generale, la nostra vita ogni giorno. Dietro quella bella vita patinata, dove ti viene promesso che non dovrai fare “assolutamente niente”, c’è un sistema perverso, anche malvagio. Ed è proprio la conclusione che alla fine non hai fatto niente, ad essere drammatica. E che ti fa pure sentire in colpa, se fai resistenza nell’entrarvi. Se rifiuti di giocare, di ammassarti con gli altri, sei tu quello strano, non loro. Wallace comunque non si è messo sul piedistallo da intellettuale spocchioso, si è messo in gioco, ha voluto calarsi nell’agone, per vedere gli effetti su se stesso, e più volte poi si è lasciato viziare, e con piacere, pure, comprendendo quanto sia difficile tirarsi fuori da un mondo così maledettamente programmato. Un mondo che è fatto di vuoto pneumatico, e più si rende conto di questo, più costruisce paradisi artificiali per non pensare alla propria pochezza strutturale. Un mondo messo in piedi anche per non pensare alla morte, o a procrastinarne il pensiero. Un motore enorme che ci guida, ma di cui sentiamo solo un sommesso ronzio.
Non penso che Wallace volesse che cambiassimo solo il nostro punto di vista sulla crociera. Penso volesse far capire che in quell’enorme condominio galleggiante ci siamo un po’ tutti, è la nostra vita, che facciamo galleggiare in modo incoerente. Non c’è condanna di nessuno, penso ci sia solo la constatazione che siamo umani, e che spesso non c’è soluzione a niente.

wallace

Musica: Not as we, Alanis Morissette