Winesburg, Ohio – di Sherwood Anderson

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“È una storia deliziosa, come le mele bitorzolute che crescono nei frutteti di Winesburg. In autunno si passeggia per i frutteti e la terra sotto i piedi è dura per il gelo. Le mele sono già state raccolte dagli alberi. Sono state messe in barili e spedite in città, dove saranno mangiate in appartamenti pieni di libri, riviste, mobili e gente. Sugli alberi rimangono soltanto poche mele rugose, che i raccoglitori hanno trascurato. Somigliano alle nocche delle mani del dottor Reefy. Vi si affonda i denti e sono deliziose. In un piccolo spazio rotondo sul fianco della mela si è concentrata tutta la sua dolcezza. Allora si corre da un albero all’altro, sulla terra gelata, a cogliere le mele vizze e rugose e a riempirsene le tasche. Soltanto pochi conoscono la dolcezza delle mele vizze”

Ecco, venticinque storie deliziose, ma anche amare, sulla vita. Winesburg è il palcoscenico su cui vanno in scena una miriade di personaggi, questo romanzo è stato spesso descritto come la Spoon river dei viventi, al posto della poesia c’è la prosa.

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Anderson, una vita americana. La povertà di nascita, sei fratelli, subito via a lavorare, da piccolo, e di lavori ne farà molti. Poi, dopo aver fatto l’operaio, va in guerra, poi fa il giornalista. Poi si sposa, ha tre figli, gestisce un’avviata ditta di vernici.

Ma, improvvisamente, una notte viene colto da una specie di visione, un’epifanica visione come quelle che hanno molti dei personaggi da lui descritti in quest’opera, e molla tutto, molla la famiglia, e decide che il suo futuro deve essere la scrittura.

Edgar Lee Masters, la sua Spoon River in cui i morti, donne e uomini, vengono fotografati con epigrammi immortali. Anderson invece descrive i vivi di Winesburg, fotografandoli negli attimi decisivi mentre sono in vita. Una minuscola comunità, in cui tutte le piccole comunità del mondo però possono rispecchiarsi, e in ogni tempo. Pavese scrisse: “da questo mondo Anderson ha tratto le più dolorose e pensose e risolutive rappresentazioni di vita moderna, insieme elementari e complicatissime, cerebrali e illetterate, belle di una bellezza che supera la pagina scritta”.

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George Willard è il giovane cronista che fa da collante a tutte le storie descritte. C’è il fallimento del matrimonio, le insicurezze e il fallimento nella gestione di un’attività commerciale, il lavoro di cronista, l’amore e le sue mille facce, i mille modi per avvicinarsi ad una donna, i mille modi di rappresentare l’universo femminile. E c’è soprattutto la paura del futuro, il contrasto tra la sicurezza di muoversi in un ambito così ristretto e conosciuto, ma nel contempo così asfittico, pieno di margini e di incapacità di crescita. C’è sempre il fischio di un treno, c’è sempre la stazione, che sta lì, richiamo per fuggire via e non tornare mai più. C’è tanta infelicità, incapacità di comunicare con gli altri, fatica nel solo immaginare un futuro diverso e quindi tanta sofferenza di vita. All’improvviso arrivano le crisi, come quelle di epilessia di Dostoevskji, in cui queste persone vengono come colte da ondate di misticismo, e tutto gli appare più chiaro, o comunque diverso da prima.

C’è una grande confidenza e capacità di sentire la natura, descrizioni perfette, siamo nei campi grano, odoriamo la pioggia, abbiamo l’erba bagnata tra i piedi, vediamo quelle stelle. Uno dei racconti finali, Illusioni, è una meraviglia dove Anderson definisce splendidamente lo stacco tra infanzia e maturità, e dove mostra quanto l’uomo sia minuscolo, a confronto dell’universo e della vita millenaria dell’uomo, ma anche così importante. Due ragazzi percepiscono tutto questo all’improvviso, in una notte stellata, seduti in un belvedere pieno di emozione.

Un maestro della narrativa, uno stile asciuttissimo, frasi secche, brevi, una capacità di descrizione psicologica davvero incredibile, considerata l’epoca, amato  e preso come spunto da Hemingway, Faulkner,e tanti altri, per muovere la letteratura americana moderna.

Questi racconti sono come quelle mele vizze, che molti scartano, non sapendo quel che si perdono.

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La prefazione di Vinicio Capossela è una chicca nella chicca.

 

Musica: La faccia della terra,  Vinicio Capossela

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