Che tu sia per me il coltello, di David Grossman (semiseria, più seria che semi)

 

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Niente da fare.
Io e il signor Grossman siamo due rette parallele destinate a non incontrarsi mai.

Lui è il Diluvio fattosi scrittore.
Ti fa arrivare addosso una pioggia di parole, per carità, scritte benissimo eh, a tratti più che benissimo, ti fermi e dici “ammazza che roba, perchè io non le ho mai scritte e forse nemmeno pensate?” . Però poi il diluvio è di quelli estivi. Ti fradici tutto e dopo mezzora il sole cocente ti asciuga e tu stai lì a chiederti “ma che cazzo è successo?”.

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Ecco, non ha senso.
Ed è pure peggio. Perchè per centinaia di pagine questa specie di tortura cinese va avanti con la sensazione che si arriverà a quagliare, che arriverà finalmente sto “dunque”, che finalmente arriverà la tanto agognata risposta al tuo quesito “ma che cazzo voleva dire?”.
Per forza deve arrivare oh, sarà mica matto, questo qui, a lasciarmi senza risposte?
Sarà mica matto a farmi leggere un suo interminabile monologo delirante, difficilissimo, sarà mica matto a parlarmi di questo amore infinito per una donna e a non farmi mai leggere che cosa ne pensi lei, eh! E invece per larghissima parte succede proprio questo.
Ci fa leggere le sue lettere a lei e le sue risposte alle risposte di lei. Ma dico, si può?

Lost and Confused Signpost

Ci racconta dei particolari, dei dettagli minuscoli, e su questi dettagli a sua volta parte con una mitraglia infinita di parole, arzigogolando in maniera pomposamente assurda, partendo di capoccia con la fantasia, immaginando continuamente situazioni tra lui e Miriam, situazioni ovviamente mai avvenute e che mai avverranno, ma questo lo sapremo solo dopo, purtroppo. Deve dire una parola, ne pronuncia venticinque. E su ognuna di quelle venticinque è capace di starci sopra come un patologo forense per ore, a sezionare, dividere, baroccone che non è altro.

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E’ bravo a fare questo, a tirarti addosso sedici vasetti di miele e ad appiccicarti a questa storia, ma purtroppo la storia non esiste, non c’è, non ci sarà mai, non c’è alcuna trama, non c’è un senso. Stai lì a dirti ecco che adesso c’è il quid, adesso arriva sto colpo di scena e io mi precipito a postare su Facebook il mio entusiasmo per un romanzo non solo scritto bene, ma con una storia e un senso magnifici, qualcosa su cui rifletterò per tutta la mia vita, e che tramanderò a figli, nipoti e al mondo intero (vabbè, nessuno mi ascolterà, ma l’entusiasmo sarà tale da farmene dimenticare subito).
E invece un cacchio di niente. Segui il diluvio e ti ritrovi perso nel deserto. Tutto resta interiore, e nell’interiorità del suo animo ci si disperde in mille rivoli, e non vedevo l’ora di uscirne, da sto corpo di Grossman.

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E’ tutta cosa sua, il suo interiore resta suo, non ha nulla a che vedere con il mio, e penserei anche con quello di chiunque altro, se non leggessi di continuo persone entusiaste come dopo una riunione di Scientology sotto anfetamine. Tra i seguaci di Wallace e quelli di Grossman noto poche differenze, ma anche tra loro e quelli di Gigi D’Alessio o dei Pooh, eh, se devo dirlo.
Tutta gente che si sente attraversata dal coltello e ne gode.
Io ho provato solo noia, e non ci ho capito un accidenti. Tu, Grossman, devi comunicarmi qualcosa. Devi trasmettermi qualcosa. Devi provare a parlare nella lingua in cui parlo io lettore. Se invece ti ostini a parlare nella tua lingua, se non esci dalla tua tana, beh per me stai pure lì, eh, tranquillo.

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Se vedemo, Grossman.

Musica: Io sto bene, CCCP Fedeli alla Linea

 

 

 

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4 pensieri su “Che tu sia per me il coltello, di David Grossman (semiseria, più seria che semi)

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