Buon Natale

 

Jpeg

Auguro a tutti voi un Natale il più sereno possibile.  Ne abbiamo bisogno tutti.  Abbiamo bisogno di un periodo protetto da male,  cattiveria,  egoismo.  Dura eh…  Dall’Amleto :

Ho sentito dire come al cantare del gallo, gli spiriti vaganti nel mare, nel fuoco e nella terra, ritornano di gran lena ai loro nascondigli. Alcuni dicono che durante il Natale il gallo canti senza sosta, e per qusto motivo gli spiriti non posso girovagare, le notti sono salubri e le fate non possono fare incantesimi, ne le streghe possono fare fatture, tanto quel tempo e’ santo e colmo di grazia.

Io e Mabel, ovvero l’arte della falconeria. Di Helen McDonald

screenshot_2016-12-11-18-11-07

“Stavo per uscire, quando suono` il telefono. Risposi. Di fretta, le chiavi di casa gia` in mano.
– Pronto? – Una pausa. Mia madre. Le basto` una frase, questa: – Hanno chiamato dal St Thomas’Hospital, –e io capii. Che mio padre era morto. Lo capii perche´ dopo la pausa disse quella frase, e la disse con una voce che non le avevo mai sentito. Morto. Mi ritrovai per terra. Mi avevano ceduto le gambe ed ero seduta sulla moquette, il telefono schiacciato contro l’orecchio destro, ero li´ che ascoltavo mia madre e fissavo il ciuffo di lichene sulla mensola, così impossibilmente leggero, un groviglio evanescente di ramificazioni dure e grigie dalle punte polverose e affilate, separate da calmi spazi d’aria, mentre mia mamma diceva che in ospedale non c’era stato niente da fare, il cuore, credo, niente da fare, non c’e` bisogno che vieni stasera, non ti precipitare, e` un viaggio lungo e ormai e` tardi, cosa ti metti in macchina adesso, non c’e` nessun bisogno, e naturalmente erano frasi prive di senso; ne´ io ne´ lei sapevamo che cosa potevamo o dovevamo fare, o che diavolo era successo, e sapevamo solo, e con noi mio fratello, che stavamo ancora tutti aggrappati a un mondo che non c’era gia` piu´.”

Ancora una storia, vera, di una perdita. La più dolorosa, la perdita di un genitore.

«Niente di tutto ciò aveva significato per me. Per settimane ebbi la sensazione di stare sordamente fondendo, come metallo, tanto che a un certo punto arrivai a pensare, non esagero, che se mi fossi seduta su un letto o una sedia avrei finito per fondere anche loro».

C’è chi al dolore reagisce chiudendosi, chi fa passare il tempo sperando che lo guarisca. Ma ci sono persone che comprendono che il far passare il tempo può solo far precipitare tutto, è solo una diga che fa venir giù tutta l’acqua che contiene e che perpetua e peggiora la sofferenza. E allora si tenta la risalita in ogni modo.

Helen deve risalire la china durissima della perdita, e per farlo si affida ad un’impresa d’altri tempi, in ogni senso, allevare un astore, un giovane rapace femmina, “uno psicopatico in giacca di piume”. Una passione che coltiva fin da bambina. E l’unica che le resta, adesso, come scialuppa per non farsi travolgere dalla piena del lutto.

helen-macdonald

I tentativi a volte disperati di instaurare una relazione con questo stupendo animale sono i tentativi di Helen di rientrare in un mondo che l’ha ferita e gettata a terra, un mondo in cui suo padre è scomparso. Addestrare Mabel è addestrare se stessa alla vita, quei voli servono al falco e a lei, che nel falco si annulla, per avere una prospettiva diversa, meno coinvolta, più distaccata, ma nello stesso tempo più serena.

E’ la storia di Helen, del suo dolore, «il mio viaggio di andata e ritorno dagli inferi», dice, è la storia di suo padre, grande fotografo e amante della natura, è la storia di Terence Harbury White, scrittore e falconiere , autore di un libro che la Helen bambina adorò. Tre storie intrecciate tra loro, in un continuo rimando tra passato e presente,
tre storie dialoganti tra di loro, che alla fine sfociano in un unico racconto.
È commovente osservare, sentire questa disperazione, questa sofferenza, questo disperato tentativo necessario di far tabula rasa della propria esistenza, un voler tornare secoli indietro, cancellare tutto per tentare di riavere indietro la propria capacità di essere umana. È un percorso nel posto più buio dell’inconscio, arranchiamo insieme a lei che ci porta in boschi mai esplorati, con il coraggio e la paura mescolati insieme. Un percorso in cui comprendiamo quanto contino le nostre origini, e quanto è difficile tornare ad avere uno sguardo fiducioso nel mondo.

helen-parrot

Helen bambina e suo padre

Ci si deve smarrire e si deve entrare nel buio più inquietante, per riuscire a ritrovare la strada giusta, illuminata. Se ci si nasconde dal dolore, non se ne uscirà mai più, e ci si perderà davvero.

Musica : Go slowly, Radiohead

L’amante, di Marguerite Duras

lamante

 

Un romanzo che è una sequenza di immagini, più che di paragrafi.
Un flusso di fotografie, rapide, continue, salti temporali tra passato e presente, come frustate, a volte, senza spiegazioni, all’apparenza distaccato, freddo. Dalla prima alla terza persona di continuo, la terza persona serve ad aumentare il distacco da quel che si descrive.
Un’autobiografia cruda e crudele, a tratti. Ma anche lieve e sensuale.

duras_amante_

Una donna-bambina che già attira gli uomini, dotata di occhi che colpiscono ma che soprattutto sembrano già sapere tutto della vita. Della vita sanno che è inutile farsi illusioni, quando si ha una partenza così, con una madre spenta di ambizioni e al limite della follia, con un fratello maggiore cattivo, malvagio, e un fratello minore predestinato a soccombere.

Un giovane ricco cinese che si strugge di passione per lei, una garçonnière dove crearsi un rifugio dal mondo, e un posto dove scatenare e conoscere il proibito, il piacere inconfessabile, un corpo da usare per evitare di usare la mente, e dove anche piangere abbracciati, ma con lacrime individuali, seppur mescolate.

jja_lamant-02

Perchè alla fine questa è una storia di solitudine, lei con i suoi dolori,lei con il

“discredito per la natura del corpo abbandonato all’infamia di un piacere che fa morire di quella misteriosa morte che colpisce gli amanti senza amore”,

lei quando lascia il suo Paese per un altro lontanissimo continente, sempre lei sul parapetto di quella nave, a guardare la terra e l’amore sparire.

margueriteduras3
E’ un urlo di solitudine, un urlo contro la madre e contro il mondo, un urlo silenzioso, e per questo fa ancora più male.

E’ un romanzo che disturba. Che angoscia. Che fa soffrire. Che a volte non ti fa capire niente e che ti spinge anche a voler chiudere questo piccolo libro. Ma che in qualche modo ammalia. Coinvolge. Ti trascina in quelle stanze, in quegli ambienti, con quelle luci soffuse, in quegli odori. In quei silenzi profondi. E sono quei silenzi la chiave, che ti scatenano l’immaginazione.
Che ti fanno percepire quanto deve aver sofferto chi ha scritto queste pagine, la vedi come se sfogliasse mille fotografie prendendole a caso da dentro una scatola, e ognuna la riportasse indietro nel tempo, e poi avanti, e poi di nuovo indietro. Da qui quella sensazione di confusione, e la difficoltà a starle dietro, da lettore.
Una storia che sembra passata, ma che le ha segnato l’esistenza, una bambina che cresce troppo in fretta non porta mai a qualcosa di buono.

13481359-_sy540_

Questa lucidità e questa delicatezza nel descrivere un’intimità così profonda lasciano un senso di disagio amaro. Il disagio che si prova quando si comprende che il passato non conta e che il futuro non esiste, niente appigli, niente sogni, vale solo il presente.

Musica: Solitude, Ryuichi Sakamoto

Di me ormai neanche ti ricordi, di Luiz Ruffato

di-me-ormai

“…sotto il letto matrimoniale, una piccola e dimenticata scatola rettangolare di legno. La tirai fuori, la misi sulla coperta di velluto e, nel preciso momento in cui l’aprii, s’interruppero le attività di quel lunedì così eccezionalmente calmo: lì dentro mia madre aveva raccolto i pezzi del suo cuore straziato.”

Inizia così, il romanzo di Luiz Ruffato, ex di ogni cosa, ex venditore di pop corn, ex cameriere, ex commesso, ex operaio tessile, ex tornitore metallurgico, ex libraio, ex giornalista, e ora finalmente scrittore, il suo vero sogno realizzato.
Oggi è lo scrittore contemporaneo più considerato in Brasile.

Dopo la scomparsa della mamma, mentre sta sistemando i vestiti e tutte le cose che le appartenevano, Luiz fa questa scoperta, trova questa scatola che gli apre un altro mondo, le cinquanta lettere che suo fratello Josè Célio spedì a sua madre dopo aver lasciato Cataguases, il suo paese di origine.

cata
Josè Célio era un emigrato, partito per cercare lavoro e fortuna, come tantissimi giovani della sua epoca, una fortuna che risiedeva nelle fabbriche dei dintorni di San Paolo.
Questo romanzo epistolare commovente mostra la situazione del Brasile degli anni Settanta, la vita durante la dittatura militare, il cambiamento dell’economia, le prime lotte in fabbrica per la rivendicazione dei diritti, e, nel contempo ma anche prima ancora, il senso di solitudine dell’uomo, e il senso di perdita di appartenenza, quel sentirsi estraneo a tutto, la perdita dell’identità.

“Ho contato tre cantieri uno a fianco all’altro. Ho camminato e camminato e alla fine mi sono fermato a vedere una partitella e lì m’è salita una tristezza che non ti immagini, perché senti che non sei del luogo, e guarda che era una bella giornata, il sole alto e gli ambulanti a vendere gelati e un mucchio di ragazzini in giro… Allora ho pensato: anche se ti sforzi per adattarti, il nostro posto è uno solo, non c’è niente da fare.”

Josè si priva di tutto, pur di aiutare i suoi, inizialmente. Rinuncia alla ferie, se le fa pagare, pur di regalare una vita migliore alla sua famiglia. Spedisce soldi, cibo, beni materiali, materiale scolastico per i fratelli, un frigorifero nuovo per sua madre, medicine per il padre ammalato.
Attraverso le missive assistiamo alla crescita del consumismo e ai suoi effetti, a come cambiano le aspettative e i sogni delle persone. Una visione generale che però mai si discosta da quella tutta particolare incentrata sulla persona di questo ragazzo volenteroso, sensibile, generosissimo.

Josè ha in mente solo di migliorare la vita dei suoi cari, ma poi cresce anche la voglia di riuscire a costruire qualcosa di concreto per se stesso, un terreno, una casa nuova, una famiglia, dei figli.
E assistiamo poi alla sua crescita civile, sociale, politica, il suo ingresso nel sindacato, con la paura dei delatori, ma la paura non è più forte del suo coraggio.

“Lo sai mamma che siamo sotto una dittatura che arresta e uccide i lavoratori che vogliono solo cambiare la situazione ingiusta in cui si trova il Paese”.

basile-colpo-di-stato

Cresce però la sensazione di essere solo. La mancanza dalle sue radici familiari è fortissima, e nello stesso tempo il senso di essere al di fuori anche dal posto in cui vive ora.

“Stavolta sono stato più in giro per la città, ho visto qualche amico, ne ho incontrati altri che stanno lavorando anche loro a San Paolo e la sensazione che mi resta è che non tornerò mai più. Questo è molto triste, perché qui non è casa mia. Ma oramai sento che anche lì non è più casa mia. Ossia, da nessuna parte è casa mia.”

E’ commovente leggere i suoi pensieri, i suoi insuccessi e le sue piccole grandi gioie. E’ un’altalena di situazioni, i fatti descritti sembrano insignificanti, a volte, ma ci rendiamo conto che è vita, che la vita è fatta di questo, e che Ruffato ha voluto descrivere una storia del Brasile che pochi hanno descritto, l’esperienza dell’emigrazione interna. Il momento del cambiamento, dalla dittatura alla democrazia, dalla campagna alla città, dalla piccola e confortevole e amorevole situazione familiare al passaggio nella megalopoli disaffettiva, dal paesaggio rurale a quello industriale, e come questo cambiamento del Brasile abbia influito sul carattere dei suoi abitanti, sui loro pensieri e sui loro sogni. Qui non siamo nelle spiagge famose di Rio, qui siamo nel cuore del Paese, nel cuore che soffre.
Come tante nazioni, anche il Brasile contiene tutto. Soprattutto la grande città, contiene tutto.

saopaulo

favela_erundina_san_paolo_brasile1

Il passato che diventa futuro, il sogno del successo e nello stesso tempo le zone più emarginate, dove regna la disperazione dell’insuccesso, un posto che contiene il regno della finanza ma anche la favela peggiore, un posto che segna per qualcuno il miglioramento della vita ma anche lo spezzarsi definitivo del legame con le proprie origini.
Josè va a San Paolo, convinto di tornare a casa da vincitore, ma più passa il tempo e più si rende conto che non tornerà mai più, indietro non si torna.
Si vive tra la speranza e la paura.

“Quanto mi mancano, mamma, quanto mi mancano quei giorni in cui, come ripete quella canzone, ero felice e non lo sapevo”

Musica: A Felicidade – Vinicius De Moraes,María Creuza,Toquinho