Di me ormai neanche ti ricordi, di Luiz Ruffato

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“…sotto il letto matrimoniale, una piccola e dimenticata scatola rettangolare di legno. La tirai fuori, la misi sulla coperta di velluto e, nel preciso momento in cui l’aprii, s’interruppero le attività di quel lunedì così eccezionalmente calmo: lì dentro mia madre aveva raccolto i pezzi del suo cuore straziato.”

Inizia così, il romanzo di Luiz Ruffato, ex di ogni cosa, ex venditore di pop corn, ex cameriere, ex commesso, ex operaio tessile, ex tornitore metallurgico, ex libraio, ex giornalista, e ora finalmente scrittore, il suo vero sogno realizzato.
Oggi è lo scrittore contemporaneo più considerato in Brasile.

Dopo la scomparsa della mamma, mentre sta sistemando i vestiti e tutte le cose che le appartenevano, Luiz fa questa scoperta, trova questa scatola che gli apre un altro mondo, le cinquanta lettere che suo fratello Josè Célio spedì a sua madre dopo aver lasciato Cataguases, il suo paese di origine.

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Josè Célio era un emigrato, partito per cercare lavoro e fortuna, come tantissimi giovani della sua epoca, una fortuna che risiedeva nelle fabbriche dei dintorni di San Paolo.
Questo romanzo epistolare commovente mostra la situazione del Brasile degli anni Settanta, la vita durante la dittatura militare, il cambiamento dell’economia, le prime lotte in fabbrica per la rivendicazione dei diritti, e, nel contempo ma anche prima ancora, il senso di solitudine dell’uomo, e il senso di perdita di appartenenza, quel sentirsi estraneo a tutto, la perdita dell’identità.

“Ho contato tre cantieri uno a fianco all’altro. Ho camminato e camminato e alla fine mi sono fermato a vedere una partitella e lì m’è salita una tristezza che non ti immagini, perché senti che non sei del luogo, e guarda che era una bella giornata, il sole alto e gli ambulanti a vendere gelati e un mucchio di ragazzini in giro… Allora ho pensato: anche se ti sforzi per adattarti, il nostro posto è uno solo, non c’è niente da fare.”

Josè si priva di tutto, pur di aiutare i suoi, inizialmente. Rinuncia alla ferie, se le fa pagare, pur di regalare una vita migliore alla sua famiglia. Spedisce soldi, cibo, beni materiali, materiale scolastico per i fratelli, un frigorifero nuovo per sua madre, medicine per il padre ammalato.
Attraverso le missive assistiamo alla crescita del consumismo e ai suoi effetti, a come cambiano le aspettative e i sogni delle persone. Una visione generale che però mai si discosta da quella tutta particolare incentrata sulla persona di questo ragazzo volenteroso, sensibile, generosissimo.

Josè ha in mente solo di migliorare la vita dei suoi cari, ma poi cresce anche la voglia di riuscire a costruire qualcosa di concreto per se stesso, un terreno, una casa nuova, una famiglia, dei figli.
E assistiamo poi alla sua crescita civile, sociale, politica, il suo ingresso nel sindacato, con la paura dei delatori, ma la paura non è più forte del suo coraggio.

“Lo sai mamma che siamo sotto una dittatura che arresta e uccide i lavoratori che vogliono solo cambiare la situazione ingiusta in cui si trova il Paese”.

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Cresce però la sensazione di essere solo. La mancanza dalle sue radici familiari è fortissima, e nello stesso tempo il senso di essere al di fuori anche dal posto in cui vive ora.

“Stavolta sono stato più in giro per la città, ho visto qualche amico, ne ho incontrati altri che stanno lavorando anche loro a San Paolo e la sensazione che mi resta è che non tornerò mai più. Questo è molto triste, perché qui non è casa mia. Ma oramai sento che anche lì non è più casa mia. Ossia, da nessuna parte è casa mia.”

E’ commovente leggere i suoi pensieri, i suoi insuccessi e le sue piccole grandi gioie. E’ un’altalena di situazioni, i fatti descritti sembrano insignificanti, a volte, ma ci rendiamo conto che è vita, che la vita è fatta di questo, e che Ruffato ha voluto descrivere una storia del Brasile che pochi hanno descritto, l’esperienza dell’emigrazione interna. Il momento del cambiamento, dalla dittatura alla democrazia, dalla campagna alla città, dalla piccola e confortevole e amorevole situazione familiare al passaggio nella megalopoli disaffettiva, dal paesaggio rurale a quello industriale, e come questo cambiamento del Brasile abbia influito sul carattere dei suoi abitanti, sui loro pensieri e sui loro sogni. Qui non siamo nelle spiagge famose di Rio, qui siamo nel cuore del Paese, nel cuore che soffre.
Come tante nazioni, anche il Brasile contiene tutto. Soprattutto la grande città, contiene tutto.

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Il passato che diventa futuro, il sogno del successo e nello stesso tempo le zone più emarginate, dove regna la disperazione dell’insuccesso, un posto che contiene il regno della finanza ma anche la favela peggiore, un posto che segna per qualcuno il miglioramento della vita ma anche lo spezzarsi definitivo del legame con le proprie origini.
Josè va a San Paolo, convinto di tornare a casa da vincitore, ma più passa il tempo e più si rende conto che non tornerà mai più, indietro non si torna.
Si vive tra la speranza e la paura.

“Quanto mi mancano, mamma, quanto mi mancano quei giorni in cui, come ripete quella canzone, ero felice e non lo sapevo”

Musica: A Felicidade – Vinicius De Moraes,María Creuza,Toquinho

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