L’amante, di Marguerite Duras

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Un romanzo che è una sequenza di immagini, più che di paragrafi.
Un flusso di fotografie, rapide, continue, salti temporali tra passato e presente, come frustate, a volte, senza spiegazioni, all’apparenza distaccato, freddo. Dalla prima alla terza persona di continuo, la terza persona serve ad aumentare il distacco da quel che si descrive.
Un’autobiografia cruda e crudele, a tratti. Ma anche lieve e sensuale.

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Una donna-bambina che già attira gli uomini, dotata di occhi che colpiscono ma che soprattutto sembrano già sapere tutto della vita. Della vita sanno che è inutile farsi illusioni, quando si ha una partenza così, con una madre spenta di ambizioni e al limite della follia, con un fratello maggiore cattivo, malvagio, e un fratello minore predestinato a soccombere.

Un giovane ricco cinese che si strugge di passione per lei, una garçonnière dove crearsi un rifugio dal mondo, e un posto dove scatenare e conoscere il proibito, il piacere inconfessabile, un corpo da usare per evitare di usare la mente, e dove anche piangere abbracciati, ma con lacrime individuali, seppur mescolate.

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Perchè alla fine questa è una storia di solitudine, lei con i suoi dolori,lei con il

“discredito per la natura del corpo abbandonato all’infamia di un piacere che fa morire di quella misteriosa morte che colpisce gli amanti senza amore”,

lei quando lascia il suo Paese per un altro lontanissimo continente, sempre lei sul parapetto di quella nave, a guardare la terra e l’amore sparire.

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E’ un urlo di solitudine, un urlo contro la madre e contro il mondo, un urlo silenzioso, e per questo fa ancora più male.

E’ un romanzo che disturba. Che angoscia. Che fa soffrire. Che a volte non ti fa capire niente e che ti spinge anche a voler chiudere questo piccolo libro. Ma che in qualche modo ammalia. Coinvolge. Ti trascina in quelle stanze, in quegli ambienti, con quelle luci soffuse, in quegli odori. In quei silenzi profondi. E sono quei silenzi la chiave, che ti scatenano l’immaginazione.
Che ti fanno percepire quanto deve aver sofferto chi ha scritto queste pagine, la vedi come se sfogliasse mille fotografie prendendole a caso da dentro una scatola, e ognuna la riportasse indietro nel tempo, e poi avanti, e poi di nuovo indietro. Da qui quella sensazione di confusione, e la difficoltà a starle dietro, da lettore.
Una storia che sembra passata, ma che le ha segnato l’esistenza, una bambina che cresce troppo in fretta non porta mai a qualcosa di buono.

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Questa lucidità e questa delicatezza nel descrivere un’intimità così profonda lasciano un senso di disagio amaro. Il disagio che si prova quando si comprende che il passato non conta e che il futuro non esiste, niente appigli, niente sogni, vale solo il presente.

Musica: Solitude, Ryuichi Sakamoto

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