Io e Mabel, ovvero l’arte della falconeria. Di Helen McDonald

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“Stavo per uscire, quando suono` il telefono. Risposi. Di fretta, le chiavi di casa gia` in mano.
– Pronto? – Una pausa. Mia madre. Le basto` una frase, questa: – Hanno chiamato dal St Thomas’Hospital, –e io capii. Che mio padre era morto. Lo capii perche´ dopo la pausa disse quella frase, e la disse con una voce che non le avevo mai sentito. Morto. Mi ritrovai per terra. Mi avevano ceduto le gambe ed ero seduta sulla moquette, il telefono schiacciato contro l’orecchio destro, ero li´ che ascoltavo mia madre e fissavo il ciuffo di lichene sulla mensola, così impossibilmente leggero, un groviglio evanescente di ramificazioni dure e grigie dalle punte polverose e affilate, separate da calmi spazi d’aria, mentre mia mamma diceva che in ospedale non c’era stato niente da fare, il cuore, credo, niente da fare, non c’e` bisogno che vieni stasera, non ti precipitare, e` un viaggio lungo e ormai e` tardi, cosa ti metti in macchina adesso, non c’e` nessun bisogno, e naturalmente erano frasi prive di senso; ne´ io ne´ lei sapevamo che cosa potevamo o dovevamo fare, o che diavolo era successo, e sapevamo solo, e con noi mio fratello, che stavamo ancora tutti aggrappati a un mondo che non c’era gia` piu´.”

Ancora una storia, vera, di una perdita. La più dolorosa, la perdita di un genitore.

«Niente di tutto ciò aveva significato per me. Per settimane ebbi la sensazione di stare sordamente fondendo, come metallo, tanto che a un certo punto arrivai a pensare, non esagero, che se mi fossi seduta su un letto o una sedia avrei finito per fondere anche loro».

C’è chi al dolore reagisce chiudendosi, chi fa passare il tempo sperando che lo guarisca. Ma ci sono persone che comprendono che il far passare il tempo può solo far precipitare tutto, è solo una diga che fa venir giù tutta l’acqua che contiene e che perpetua e peggiora la sofferenza. E allora si tenta la risalita in ogni modo.

Helen deve risalire la china durissima della perdita, e per farlo si affida ad un’impresa d’altri tempi, in ogni senso, allevare un astore, un giovane rapace femmina, “uno psicopatico in giacca di piume”. Una passione che coltiva fin da bambina. E l’unica che le resta, adesso, come scialuppa per non farsi travolgere dalla piena del lutto.

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I tentativi a volte disperati di instaurare una relazione con questo stupendo animale sono i tentativi di Helen di rientrare in un mondo che l’ha ferita e gettata a terra, un mondo in cui suo padre è scomparso. Addestrare Mabel è addestrare se stessa alla vita, quei voli servono al falco e a lei, che nel falco si annulla, per avere una prospettiva diversa, meno coinvolta, più distaccata, ma nello stesso tempo più serena.

E’ la storia di Helen, del suo dolore, «il mio viaggio di andata e ritorno dagli inferi», dice, è la storia di suo padre, grande fotografo e amante della natura, è la storia di Terence Harbury White, scrittore e falconiere , autore di un libro che la Helen bambina adorò. Tre storie intrecciate tra loro, in un continuo rimando tra passato e presente,
tre storie dialoganti tra di loro, che alla fine sfociano in un unico racconto.
È commovente osservare, sentire questa disperazione, questa sofferenza, questo disperato tentativo necessario di far tabula rasa della propria esistenza, un voler tornare secoli indietro, cancellare tutto per tentare di riavere indietro la propria capacità di essere umana. È un percorso nel posto più buio dell’inconscio, arranchiamo insieme a lei che ci porta in boschi mai esplorati, con il coraggio e la paura mescolati insieme. Un percorso in cui comprendiamo quanto contino le nostre origini, e quanto è difficile tornare ad avere uno sguardo fiducioso nel mondo.

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Helen bambina e suo padre

Ci si deve smarrire e si deve entrare nel buio più inquietante, per riuscire a ritrovare la strada giusta, illuminata. Se ci si nasconde dal dolore, non se ne uscirà mai più, e ci si perderà davvero.

Musica : Go slowly, Radiohead

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