Moby Dick e altri racconti brevi, di Alessandro Sesto

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“Caro lettore di quarta di copertina,
cos’hanno in comune un impiegato e un poeta maledetto?
Perché non bisogna mai dire Adios, Scheherazade?
Come mai Leopardi rimpiangeva la vita prima di Facebook, pur vivendo prima di Facebook?
Un irriducibile amante dei Classici cercherà le risposte,
cacciandosi in situazioni surreali ed esilaranti.”

Questo, appunto, è ciò che c’è scritto sulla quarta di copertina, tanto per essere chiari, o comunque provare ad anticipare il contenuto che ci aspetta in questo libro.
In questo divertentissimo libro.
Se avete letto qualcosa sull’Olocausto, di recente, oppure vi siete intristiti e ingobbiti con Kafka, Leopardi e Dostoevskij, allora questo libro fa al caso vostro. Rappresenterà allo stesso tempo uno stacco dalla pesantezza e una visione diversa dei classici che avete appena letto o da come li avete conosciuti e interpretati fino ad oggi.

Questo libro non è solo divertente o leggero, questo libro è intelligente.
E’ un libro che ironizza sui grandi scrittori, a volte in modo dissacrante, ma che fa capire chiaramente quanto l’autore sia innamorato della lettura e dei grandi classici, sapendo benissimo dove andare a “colpire”, grazie alla perfetta padronanza della “materia”.
Una colta ironia e una colta risata, che attraverseranno i secoli, paragonando le vite e i pensieri dei grandi autori del passato a quelli di Aldo Marino, sedicente contemporaneo amico dell’autore, con tanto di piani cartesiani geniali a rappresentare pensieri ed atteggiamenti umani.

Capiremo il legame tra i vili meccanici di Manzoni e quelli odierni, tra i villani passeggeri di Leopardi e i villani urlanti sotto casa di Sesto, così come capiremo che regalare un cavallo di legno ai tempi di Ulisse non sia esattamente come farlo oggi, avvertiremo lo stoico stalker insito in Seneca, paragonandolo a gente importuna nella vita odierna. E capiremo cosa vuol dire schiaffeggiare qualcuno con un pesce se non ti chiami Verlaine.

La passione di Alessandro Sesto traspare in modo evidente, ed è questa a fornire la patente di credibilità al suo scritto.
Per qualche momento tralasceremo lo sguardo grave e impegnato col quale leggiamo Dostoevskij, Saramago, Manzoni, Hemingway, e indosseremo un sorriso che ci accompagnerà dalla prima esilarante pagina fino all’ultima. Ma mai avvertiremo leggerezza impalpabile, quello che avvertiremo sarà sempre intelligenza e cultura appassionate.

Mi sono divertito tantissimo, e ho capito, dopo due pagine, che bisognava leggere questo libro in completa solitudine, in luogo inaccessibile, per evitare di sbottare a ridere di colpo spaventando gli astanti.

“Nel millenovecentosettanta non si poteva scrivere su una copertina Addio, figlio di puttana. Allora Donald Westlake intitolò il suo libro Adios, Scheherazade. Il romanzo è il diario/lettera di licenziamento di uno scrittore di libri pornografici che si conclude con un astioso addio al suo editore. E nel libro glielo dice chiaramente, intendo gli dice: addio, figlio di puttana, ma nel titolo, appunto, usa una perifrasi. Io penso che addio, figlio di puttana, per qualche inspiegabile motivo, sia una delle frasi più magiche al mondo, e ho sempre sognato di poterlo dire a mia volta, ma non l’ho mai fatto. Capita raramente di poter dire addio nella vita, e quando capita magari non si ha voglia di scherzare. Una volta però, in America, ho detto: — Adios, Scheherazade —, nell’accomiatarmi da un barista.
Quello è uscito dal banco bar e mi ha dato la più formidabile e sanguinosa dose di legnate della mia vita, una roba che se ci filmavano avremmo spopolato su youtube. Poi ha detto che conoscere una persona venuta da lontano e incrociata per caso, e scoprire che avete amato gli stessi libri, ti fa sentire che non sei un povero stronzo solitario sparato nell’universo indifferente.
Quindi il mio giudizio personale sulla lettura è: può avere risvolti positivi, come inattesi momenti di comunione con estranei, o negativi, tipo botte molto forti in tutte le parti del corpo.
Insomma, dipende.”

Musica: Cyrano, Francesco Guccini

I know it’s over and it never really began but in my heart it was so real
And she even spoke to me and said
“If you’re so funny, then why are you on your own tonight?”
“And if you’re so clever then why are you on your own tonight?”
“And if you’re so very entertaining then why are you on your own tonight?”
“And if you’re so very good looking, then why do you sleep alone tonight?”
I know – ‘cos tonight is just like any other night – that’s why you’re on
Your own tonight
With your triumphs and your charms
while they’re in each other’s arms

Io non mi chiamo Miriam, di Majgull Axelsson

 

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Vivere per 70 anni celando la propria identità, e soprattutto se stessi, i propri pensieri, il proprio essere più profondo e vero.
Miriam non è il suo vero nome. Miriam non è ebrea, Miriam è una zingara.
All’ingresso in Auschwitz, per un caso del destino, ha colto l’opportunità di passare da zingara ad ebrea.

“Potevano fucilarla per il vestito a brandelli… Senza riflettere, se lo tolse in fretta e si chinò su una ragazza stesa sul pavimento del vagone, le sbottonò il vestito e se lo infilò per poi gettare sulla morta il suo tutto strappato… Un triangolo giallo. Ebrea. Ah. Dunque era diventata ebrea e doveva mettersi tra le altre ebree. Una volta arrivata al campo avrebbe sempre potuto inventarsi una spiegazione…”

“Potrei dire di averlo fatto – si legge nel libro – solo perché desideravo tanto sopravvivere, ma non è vero. In realtà non volevo vivere. Didi, il mio fratellino, era appena morto e Anuscha lo era da tempo. Però volevo essere un cadavere intatto, non volevo morire fucilata o fustigata o uccisa a calci… Non so perché ma era così. Volevo essere un cadavere intatto“.

“Ti dirò – racconta Miriam a sua nipote Camilla – I tedeschi erano abominevoli con quelli che avevano il triangolo giallo, disgustosamente abominevoli, ma le prigioniere, comprese le kapò erano peggio nei confronti degli “zingari”, e in fondo era soprattutto con gli altri prigionieri che si aveva a che fare. Così continuai a essere Miriam”.

Perché l’Olocausto è stato anche questo. Nel mezzo dell’Orrore più grande mai creato dall’uomo, c’era a sua volta un’ulteriore gerarchia. C’è chi ha vissuto un Olocausto ancora peggiore di quello subito dagli ebrei. Gli zingari, i rom. Odiati dai nazisti più degli ebrei, e odiati e scansati da qualsiasi altra etnia, anche gli ebrei detestavano gli zingari.  Il 2 agosto del 1944 tutti i Rom e i Sinti ancora vivi a Birkenau, quasi 3000 persone, tra cui tanti bambini, furono bruciati vivi. Morirono uccisi 500.000 zingari, in totale. Prima di morire si batterono eroicamente ad Auschwitz nello stesso ’44, come descritto anche in questo libro. Solo nel 1980, praticamente ieri, la Germania riconobbe l’Olocausto dei Rom.

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Miriam/Malika decide di erigere questa diga identitaria per tutta la sua vita.
Perché l’Olocausto non finisce mai. E se sei rom, va anche peggio.
Anche la civilissima Svezia può condannarti solo per le tue origini. Nonostante sia stata fuori dalla Seconda Guerra Mondiale, nonostante la sua civiltà e il suo benessere, negli anni ’40 perseguitò i rom. Nulla conta l’integrazione, l’onestà, nulla. Non finisci mai di essere perseguitato, se nasci nelle parti sbagliate del mondo.
Questo è un romanzo in cui la protagonista è inventata, ma si basa su fatti storici reali, in cui si narra l’Olocausto ma anche quello che è avvenuto dopo. E il dopo non è un piatto dorato con rose e fiori.
Raccontare l’orrore, per un sopravvissuto, è un qualcosa di tremendo. E’ stato talmente enorme che chi ne è uscito vivo teme di non essere creduto. E teme di essere emarginato, di nuovo. E non potrebbe mai sopravvivere ad una nuova esclusione. E quindi tace.
E se sei rom, devi mantenere quel silenzio ancora con più forza e determinazione.

“Sì, certo che era stata costretta! Perché chi sarebbe stata se non avesse mentito? Come avrebbe potuto vivere? Come a Ravensbrück, come ad Auschwitz, con la sola differenza che l’avrebbero cacciata di luogo in luogo, di città in città, di villaggio in villaggio. Non era capace di vivere così. Ma come avrebbe potuto sopportare la menzogna per un’intera lunga vita?”

Miriam crolla solo il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. Le menzogne crollano, salta la sua copertura, la verità deve venire fuori, anche se sarà solo sua nipote a conoscerla.

Due anni e mezzo di studi su fonti bibliografiche e testimonianze orali, e sulle condizioni dei deportati e sulla cultura rom. Questo ha fatto la Axelsson, e solo grazie a questo enorme studio ha potuto scrivere questo romanzo accuratissimo, sia storicamente che psicologicamente, un romanzo che ti ti tiene avvinghiato alle sue pagine, nonostante il dolore e le sofferenze atroci, descritte benissimo, non riesci mai a distogliere lo sguardo, mai senti il bisogno di una pausa, il ritmo vola alto e tu segui col fiato sospeso tutta la vicenda, come fossi affamato anche tu di verità.

Miriam si chiede il perché abbia lottato tanto per continuare a vivere.
Ecco, leggiamo, e tramandiamo, continuiamo a farlo, diamo noi la risposta a quel perché. Facciamo in modo che la scelta di tanti sopravvissuti di non gettarsi sulle reti elettrificate dei campi di concentramento sia stata una scelta con un senso compiuto.

Non cadiamo nell’errore di giudicare questi fatti come parte del passato, di un passato che mai tornerà. Perchè oggi, in questo momento esatto, milioni di persone stanno bussando alle nostre porte in cerca di aiuto, milioni di persone di razza e religione diversa dalla nostra, e la nostra risposta non è dissimile da quella del mondo di 70 anni fa. Non basta piangere e commuoversi, bisogna fare qualcosa di diverso, bisogna fare di più.

Musica:Rudolf Karel – Symphony No. 4, “Symphonie renaissance” (1921)

(Rudolf Karel, nacque il 9.11.1880 a Plzen (Cechia). Dopo gli studi di Legge (1891-1899) studiò all’Università Carlina e al Conservatorio di Praga con Karel Knittl, Josef Klicka, Karel Stecker e Karel Hoffmeister; durante l’ultimo anno di Conservatorio (1904) fu allievo di Antonin Dvoràk. Allo scoppio della 1a Guerra Mondiale, trovandosi in vacanza a Stavropol (Russia) e non potendo rimpatriare, insegnò musica a Taganrog e a Rostov sino al 1917. Sospettato di essere una spia austriaca fu imprigionato ma riuscì ad evadere. Nel 1919 fondò l’Orchestra Sinfonica della Legione Ceca. Tornato in Cecoslovacchia insegnò al Conservatorio di Praga sino al 1941 allorquando le autorità tedesche d’occupazione lo costrinsero ad abbandonare la cattedra. A causa della sua partecipazione alla Resistenza cecoslovacca come membro del gruppo Kvapil-Krofta-Làny fu arrestato nel 1943 dalla Gestapo e incarcerato nella prigione di Pankràc (Praga). Nei 2 anni di prigionia Karel compose numerose opere (tra le quali un Nonet e l’opera I tre capelli del vecchio saggio, completata da Zbynek Vostrak e rappresentata a Praga nel 1948) grazie alla collaborazione di un guardiano che gli forniva fogli di carta igienica incollati tra loro che successivamente nascondeva fuori dal carcere, su cui scriveva grazie a del carbone vegetale, fino a che entrambi furono scoperti. Nel febbraio 1945 fu trasferito nella Piccola Fortezza di Theresienstadt, il campo di concentramento dove morì di dissenteria il 6.3.1945).

 

“La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere . . . I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo.”

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Elisa Springer, detta Lizzi. Nata a Vienna il 12 febbraio del 1918. Morta a Matera, qui da noi, il 20 settembre del 2004.
Una delle persone sopravvissute all’Inferno di Auschwitz. Poi Berger Belsen. Infine Theresienstadt.
Il resto della sua vita lo ha trascorso a Manduria.
Aveva deciso di tenerlo nel suo cuore, nel posto più buio e polveroso e nascosto del suo cuore, il racconto di quell’Inferno.
Anche in Italia aveva trovato gente che diffidava di lei. Il paese piccolo, la gente che mormora. Chi sarà, sta tedesca, una ballerina, una spia, una dama nobile.
Alla fine ha ragionato diversamente. Ha pensato che il silenzio fosse controproducente. Che fosse una specie di colpa, e il sospetto la colpiva:

«Il loro scherno e la loro indifferenza mi ferivano».

Perché esistono diversi inferni, nella vita, triste da dire, ma così è. L’indifferenza può far male tanto quanto una frustata o un calcio al ventre.
E così, dopo tantissimi anni, decide di tirar fuori la sua voce e la sua storia vera. E lo fa scrivendo Il silenzio dei vivi.

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«Il mio silenzio – mi raccontò – è stato causato dal silenzio degli altri. C’è il dolore di coloro che hanno sofferto e soffrono, che hanno subito e subiscono le atrocità della guerra, i massacri in nome di Dio o della razza. E c’è il silenzio che ci continua ad accompagnare».

“Ho provato anch’io a dimenticare, ma qualcosa si è mosso dentro me. Ho finalmente capito che dovevo parlare, prima che fosse troppo tardi. Dare voce al mio silenzio è un dovere: troppe storie esistono nel silenzio e sono rimaste in silenzio, nell’attesa che qualcuno le raccogliesse.”

Elisa Springer nasce a Vienna da una ricca famiglia ebrea di commercianti di origine ungherese, da Riccardo Springer e Sidonia Bauer. Nel 1938 l’Austria viene annessa alla Germania, il progetto della Grande Germania votato dalla quasi totalità della popolazione. Ed è da quel momento che comincia il suo inferno. Da quel momento inizia la persecuzione degli ebrei. Il padre viene arrestato, nel 1940. Ed Elisa fugge a Milano, comincia a lavorare, traduttrice per diverse aziende. Ma una donna fa il suo nome, la tradisce, una maledetta donna fascista e spia. Elisa viene arrestata, come suo padre, nel 1944. Deportata ad Auschwitz, è il 2 agosto del 1944. Scelta da Joseph Mengele in persona. Il Dottor Morte, l’Angelo Nero, la guarda negli occhi e la “sceglie”.

«Con un cenno del pollice ti dava la vita o la morte» – racconta Elisa Springer nel suo libro. «Appena arrivati ti mandava al gas o in campo, e poi faceva le selezioni ogni 15 giorni. Bastava un foruncolo o una piaga per finire nel camino. Una volta mi hanno bruciato con un ferro rovente su una coscia perché avevo sorretto una compagna durante un lungo appello. Mi hanno chiamata fuori dalla fila e mi hanno punita davanti a tutte. Ho scampato il gas solo perché, quando la ferita era ancora aperta, non ci sono state selezioni».

Ma Elisa è forte. E “fortunata”. Lo scrivo tra virgolette. Perché attraversare l’inferno non è una fortuna, nel senso che viene dato da noi al termine.
Attraversa quello di Auschwitz, passa a quello di Berger- Belsen. Lì conosce Anna Frank di persona. Il terzo girone infernale, il suo ultimo, è quello di Theresienstadt, e il 5 maggio 1945 arriva il raggio di sole atteso ma anche insperato, la liberazione.

Nel 1946 è già in Italia, sceglie Manduria, e la sceglie per sempre, la provincia di Taranto. Ed è lì che viene sepolta, è lì che possiamo andarla a trovare.

Nel maggio del 1999 al Teatro Politeama Greco di Lecce furono eseguiti due valzer di Elkan Bauer, il nonno materno di Elisa, morto nel campo di concentramento di Theresienstadt. Le partiture di “Diana walzer” e “Aeroplan walzer” scampate alla notte dei cristalli di Vienna furono affidate al direttore d’orchestra Realino Mazzotta. Il concerto fu presentato dal giornalista televisivo e scrittore Corrado Augias e dall’ambasciatore d’Austria in Italia Günter Birbaum.

La parte finale della sua vita la trascorre dedicandosi interamente a tramandare ai giovani tutti gli orrori vissuti in quei maledetti campi.

«Oggi, più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano. È l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere.
Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola libertà».

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L’indifferenza è inferno senza fiamme,
ricordalo scegliendo fra mille tinte
il tuo fatale grigio.

Se il mondo è senza senso
tua solo è la colpa:
aspetta la tua impronta
questa palla di cera.

 

 

Maria Luisa Spaziani

Le cure domestiche, di Marilynne Robinson

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Marilynne Robinson a quarant’anni suonati scrive questo romanzo d’esordio, che le spalanca la via della notorietà e del successo.

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Una trama abbastanza semplice, due bambine alla soglia dell’adolescenza che restano sole, e dopo un periodo di assestamento, in cui, soffrendo,  credono di aver trovato la loro strada e il loro modo di proseguire il difficile cammino, ecco che vengono affidate alla loro zia, Sylvie, che si rivela la vera protagonista della storia.

Una donna piena di mistero, eterea, ribelle, vagabonda, che vive col cappotto addosso, che parla sempre di treni e di autobus, che esce di casa senza dire niente, che riempie la casa di foglie secche, di cianfrusaglie, che fornisce una continua sensazione ed immagine di precarietà assoluta alle due bambine, sempre convinte di poter essere abbandonate di nuovo.

La precarietà è il tema dominante di questo libro.

Il paesaggio, la natura, gli oggetti,  sono gli strumenti con cui l’autrice rende viva la precarietà.

Il lago è lo sfondo ideale di questa storia. Un lago che inghiotte corpi e vite e cose, un lago che è veicolo dell’immaginario, del sogno, dei ricordi del passato, un lago che, visto da due bambine, può rappresentare l’Oceano infinito, il mistero del mondo intero, il suo eterno mutare.

“Camminammo verso nord, con il lago sulla nostra destra. Se lo guardavamo, l’acqua sembrava allargarsi sulla metà del mondo. Le montagne, ingrigite e appiattite dalla distanza, sembravano i resti di una diga crollata, o il bordo sbrecciato di una pentola di ferro, sul punto di ebollizione, che distillava senza fine l’acqua trasformandola in luce”

Un lago che richiama il cambiamento, un lago che accoglie, si apre ma subito si ricompone, un lago che rappresenta la morte, che inghiotte un nonno e una madre e tutto un passato, un lago che riflette la luce e cambia anche l’immagine delle persone che vi si avvicinano.

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Fingerbone, questa cittadina (irreale) del Midwest, si contrappone, o vuole contrapporsi, a questa precarietà, dovrebbe rappresentare l’ancoraggio alla realtà, alle origini di tutti, alle tradizioni, alla consuetudine, all’essere conservatori.

Ma tutto cambia. Il lago esonda, il lago si ritrae, il lago ghiaccia. Il lago mette in pericolo la stabilità, degli abitanti ma anche delle loro stesse abitazioni. Il paesaggio sterminato e invaso dalle acque, dal ghiaccio, dalla neve, dal fango, attacca la vita e la sopravvivenza dignitosa delle persone.

Così come Sylvie, col suo nomadismo innato, col suo camminare oltre le regole, mette in pericolo la conservazione delle idee e delle cose.

Sylvie, che rompe un equilibrio, rompe quel ghiaccio, che ha il coraggio e l’incoscienza di attraversare quel ponte sospeso sul lago, andando incontro all’avventura senza alcuna certezza di riuscita. Perché tanto la morte è l’unica cosa certa, perché

“è meglio non avere niente, perché alla fine crolleranno anche le nostre ossa. E’ meglio non avere niente”

Il romanzo è questo, la lotta, meglio la scelta,  tra adesione al formalismo, alla consuetudine, alla pura apparenza, spesso, e l’adesione alla precarietà delle cose, della vita stessa, la lotta tra chi vuole conservare una costruzione e chi invece vuole metterla in discussione, bruciarla, conservarla solo nel ricordo per poi prendere una strada tutta personale.

I ricordi,

“per loro natura frammentari, isolati, e arbitrari come le visioni fugaci che si hanno di notte da una finestra illuminata”.

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Sì, frammentari, arbitrari. Ma anche potentissimi, forti, in grado di condizionare le nostre esistenze.

“C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si inscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo”.

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Un romanzo onirico, con descrizioni degli oggetti e della natura davvero spettacolari, commoventi, a tratti. Non il mio genere preferito, lo dico. Ma scritto davvero benissimo. Mi ha trasmesso una malinconia fortissima, ma soprattutto una tristezza e un dolore enormi. Pensare a quanto siano precari i rapporti, i sentimenti, le persone stesse, a quanto siamo più simili a sogni che alla realtà, è un qualcosa che, in questo momento della mia vita, mi procura vero dolore. Anche se qui si parla di rigenerazione, di focolare nuovo che nasce dalle ceneri del vecchio. E’ che mi resta difficile accettare che le persone siano veloce apparizione, che rappresentino un’immagine così fragile nel mio cuore e in quello degli altri.

Musica: Natural beauty, Neil Young

Anno 2012, Cerimonia della consegna dei Grammy. Viene proiettato “Back to the start” , un corto di animazione del regista Johnny Kelly, durata due minuti, risultato della collaborazione tra Steve Ells, il fondatore di “Chipotle Cultivate Foundation“, l’organizzazione no profit che sostiene da anni l’agricoltura eco-sostenibile e due nomi illustri del mondo della musica, Willie Nelson e i Coldplay.
Il video attacca le multinazionali oggi gestiscono il business dell’agricoltura. Il film è letteralmente montato sulla cover di “The Scientist” dei Coldplay, cantata da Willie Nelson, leggenda del country americano. La nuova versione fu poi messa in vendita su iTunes e il ricavato andò  a sostenere la Fondazione di cui sopra.

A parte queste informazioni, necessarie e dovute, questo brano è senza tempo, è magnifico. E questa cover non solo gli rende giustizia piena, ma addirittura la rende forse migliore dell’originale. La voce roca di Nelson e la sua chitarra sono sicuramente altra cosa rispetto alla dolcezza di Chris Martin. Su una cosa si è d’accordo, senza dubbi, e cioè che il brano sia un vero capolavoro, emozionante come pochi altri.

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Works, di Vitaliano Trevisan

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Un monumentale “memoir”.

Vitaliano Trevisan scrive un precisissimo e documentato romanzo della propria storia lavorativa, fin dal primo momento, da quando aveva quindici anni e il padre lo portò in una fabbrica, per fargli capire l’origine dei soldi, quelli che gli occorrevano per comprarsi una bicicletta tutta sua, ed evitare le prese in giro degli amici che lo vedevano arrivare in sella a quella di sua sorella. Il suo primo lavoro, e fin da lì si capisce il motivo principale del lavoro, e cioè il bisogno meramente materiale. Nessun volo pindarico, o comunque non è lo svolazzo ideologico e romantico, il motivo principale, il lato principale da cui viene analizzato il Lavoro.

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E la descrizione della sua storia lavorativa è comunque grimaldello e pretesto per arrivare a parlare d’altro, e di molto altro. Il lavoro che è una parte preminente, e anche fondamentale, della propria esistenza. Fino a trasformare anche fisicamente l’essere umano.

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“ci si dimentica sempre che il lavoro, se anche non è la vita, trasformando nel tempo l’individuo, sia fisicamente che spiritualmente, la influenza comunque in modo determinante”.

Il lavoro, che già nel finire degli anni ’70, epoca in cui Trevisan inizia il suo percorso, già appariva come spogliato dal sogno di “fare quello a cui ambisco”, ma si rivela come costrizione, forzatura, non fai quello che ti piacerebbe fare, nella stragrande maggioranza dei casi, ma fai quello che puoi, quello che ti capita, e lo fai a condizioni bassissime, sotto ogni aspetto. Lavori solo perché sei costretto, lo DEVI fare.

“avrei sempre detto di sì, non perché abbia mai avuto davvero voglia di lavorare, ma semplicemente perché ho sempre avuto necessità di lavorare per nessun’altra ragione che per guadagnarmi da vivere, punto”.

E ha detto di sì davvero a tutto. Il diploma da geometra, poi operaio, muratore, con le parentesi da spacciatore, consumatore e ladro, disegnatore tecnico, venditore di cucine, magazziniere, lattoniere, gelataio, portiere di notte. Una storia di personale trasformazione e della trasformazione di un Paese, forse inversamente proporzionali, perché l’uomo è arrivato, forse, a coronare la sua aspirazione iniziale, mentre il Paese è precipitato.

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Un libro che parla del lavoro focalizzandone ogni aspetto, e anche se non sapevi nemmeno dell’esistenza di certi termini, che la misura di un’anta fosse fondamentale per milioni di pezzi in serie, finisci con l’annoiarti mai. Un libro che esprime anche l’amore, e l’orgoglio, per il lavoro manuale, l’amore per le “pazienti mani antiche”.

Qui non si tratta solo della sua vita, qui si scoprono meccanismi e costumi tipicamente italici, seppur analizzati attraverso la sola condizione della provincia di Vicenza. Il famoso Nordest, dove il lavoro è qualcosa che sconfina nel fanatismo religioso, e dove alla fine, a furia di lavorare, si è fatto e costruito l’impossibile, l’inimmaginabile e l’inutile. «D’improvviso sembrò che si costruissero solo capannoni», vuoti, senza scopo. L’ebbrezza che diventa alienazione.

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E’ un romanzo in cui sono contenute precise denunce della condizione lavorativa, e figuriamoci, si tratta di un periodo di quaranta o trent’anni precedente all’Era Malefica attuale, quella del Jobs Act, e se c’erano storture incredibili già allora, questo fa capire quale e quanta deriva sia avvenuta fino ad oggi. Si mettono sotto la lente i sistemi schifosi dei raccomandati, dalla politica democristiana a quella socialista dell’epoca, entrambi sistemi definiti appunto schifosi. Si mettono sotto la lente i sistemi di privilegio goduti, anzi arraffati, da alcuni dipendenti pubblici, che trattano il pubblico come se fosse esattamente casa propria. Ma poca differenza c’è col privato, anzi i due settori sembrano assolutamente intercambiabili e interconnessi, col lavoro nero che si erge a vero protagonista e colonna portante. Si mettono sotto la lente soprattutto i sistemi di illegalità, di contratti nemmeno letti, di sopraffazione, di mancata o inesistente sicurezza sul lavoro, dove anche l’estetica acquista più peso rispetto ad un contratto di lavoro (indossare le scarpe di ginnastica di marca è molto meglio che andare in giro con quelle antinfortunistica).

“Ho già quasi 29 anni, lavoro a tempo più che pieno da dieci, e avrò al massimo un anno di contributi”.

Il datore di lavoro sfrutta, ma lo si può davvero condannare, se in molti casi lavora in mezzo ai dipendenti con gli stessi rischi? E si può condannare chi non si mette in regola con le normative, sapendo che se lo facesse finirebbe col fallire in pochi mesi di attività? Dalla parte “opposta” il Pubblico, dove c’è gente che non ha una mansione precisa, non fa niente e sfrutta quel niente per studiare per un concorso, o per un esame universitario, oppure conduce la stessa attività ma privatamente, magari in combutta con una ditta privata? Oppure i lavoratori licenziati da una ditta, messi in mobilità e che vengono chiamati dai comuni a svolgere attività socialmente utili, e questo li fa incazzare, perché nel frattempo si erano organizzati a lavorare e guadagnare in nero?

Lavoro che è vera maledizione, fin dalla nascita.

“Una maledizione che, almeno a leggere la Bibbia, ci meritiamo tutti per il solo fatto di essere venuti al mondo, oltretutto in un Paese che su detta biblica maledizione pretende di fondarsi, e, di nuovo oltretutto, in una regione, il Veneto, e in una provincia, Vicenza, che fa del lavoro una religione”

Eppure lavorare non solo è un dovere, ma anche un bisogno. Perché lavorare consente di evitare guai peggiori. Di salvare famiglie e matrimoni. Di salvare se stessi dall’inattività, che porta solo rogne, e grosse.

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Ma è anche un romanzo dove contano e vengono perfettamente descritti gli esseri umani, le persone, nella forma dei compagni di lavoro, e anche datori di lavoro, che rappresentano forse la parte più sentita, anche commovente, della narrazione. Un romanzo dove si parla anche di madri, di padri, di mogli, di famiglia, e dei contrasti enormi in essa, di aspettative mal riposte e mal ripagate, oppure, meglio, ripagate in altri modi, non voluti e non accettati.

“Già il fatto di dedicare molta parte del mio tempo alla lettura era visto come una specie di mania, una sorta di tollerabile eccentricità, che rimaneva comunque una sostanziale perdita di tempo”.

“Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai”.

Della serie, la mela, seppur bacata in vari punti, seppur imperfetta al massimo, non cade mai lontano dall’albero. La paura e il rigetto, e il rispetto, verso una pistola carica e appoggiata su un bancone o mostrata senza ritegno, fanno parte del retaggio educativo di questo autore. E non è poi un esempio da poco.

Da subito Trevisan decide che vuol fare lo scrittore, da subito decide che E’, uno scrittore. E quindi tutte le sue esperienze le vive spesso in maniera dolorosa, se non tragica, ma dicendo a se stesso che sarà tutto bagaglio utile per quando finalmente si deciderà a muovere quella penna.

“in fondo, pensavo, anche se non scrivevo una riga, né tenevo un diario o altro, ero pur sempre uno scrittore, e, in questo senso, niente di ciò che avevo fin lì vissuto era stato buttato via, semmai il contrario”.

E’ un romanzo dove si descrive un territorio e un ambiente ben preciso. In cui molti potranno riconoscersi. Ma anche per noi, che non abbiamo vissuto tutto questo, è qualcosa di molto educativo. E’ una finestra temporale e sociale illuminante. Il ritmo con cui vengono descritte tutte queste cose è sostenuto, incalzante.Più di 650 pagine che, nonostante diverse lunghissime digressioni quasi senza interpunzione, scorrono via velocissime, e alla fine ti dispiace andare così veloce nella lettura. Un monologo, interminabile flusso di coscienza, e le digressioni sono sì lunghe, ma anche perfettamente integrate nel contesto. Un romanzo strapieno di note, come potrebbe fare Wallace, ma non è la stessa cosa. Qui le note sono romanzo stesso, non sono qualcosa da leggere alla fine, o in un dopo non precisato, e non sono nemmeno un vezzo narrativo.

Un romanzo che descrive un uomo, ma anche l’Italia, un’epoca intera, generazioni intere che passano dalla speranza alla frustrazione, compreso tutto il percorso dall’alcol alla droga, alla rieducazione (quando va bene) perché lavorare è dura, perché lavorare non è sufficiente, perché la sensazione che sia tutto inutile è troppo potente per resistere, e il sabato e la domenica devi estraniarti dal mondo, con ogni mezzo, inventarti la vita.

Un romanzo in cui si soffre. Ma anche pieno di ironia, e di invettive, di bestemmie venete e di sarcasmo, anche contro personaggi famosi, Baricco, Servillo (che gusto),  Claudio Magris.

“Essere imbalsamato in vita mi spaventa più di ogni possibile vantaggio. L’idea di dare addirittura una mano alla propria imbalsamazione da vivi mi inorridisce. … C’è chi non l’ha fatto. Prendere sempre esempio da questi ultimi.”

E la scrittura stessa è, per Trevisan, mezzo attraverso il quale attraversare questo dolorosissimo fiume di depressione, follia, disperazione “disperazione, è per questo che scrivo”. Confidenze forti, anche commoventi, per lucidità e sincerità:

“Cominciamo col dire che sono nato melanconico così come uno nasce epilettico”.

E tutto scritto non ergendosi a persona migliore, ma descrivendo perfettamente le proprie contraddizioni e i propri errori.

“Mai riuscito a pensare, mai, neanche una volta, che se tornassi indietro rifarei tutto. Se tornassi indietro, questo libro non esisterebbe”.

E meno male che indietro non si può tornare, almeno in questo caso. Speriamo che libri così contribuiscano a ribaltare questo Paese dalle fondamenta, a ridare diritti e coscienza a chi li ha persi o dimenticati, o a chi se li è visti strappare via con la forza.

Un gran bel libro.

Musica: Lavorare stanca, Il Teatro degli Orrori