Le otto montagne, di Paolo Cognetti

 

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Come dice lui stesso, è la storia di due amici e una montagna, anche in questo Cognetti resta fedele alla regola dello scrittore di racconti, il saper sottrarre, e non aggiungere il superfluo. Per me è sempre lui, uno che scrive bene, tanto bene. Perché semplicità, in certi casi, non significa affatto povertà.
Questo romanzo è innanzitutto una boccata d’aria pura. Mi ha donato un senso di pace che mi mancava da tempo.
Con semplicità ma con accuratezza certosina, l’autore ci porta via dal frastuono che fa da sfondo alle nostre vite, ci porta via dall’estrema velocità con cui le viviamo e a causa della quale stiamo perdendo la bellezza stessa della vita, e ci regala una storia in cui la natura e il tempo prendono il sopravvento, in cui la montagna è un simbolo, un sinonimo e un’allegoria, è la Letteratura stessa, è il ghiaccio che si forma “alla quota delle nevi perenni”, quel ghiaccio di cui una parte sa resistere al calore dell’estate, quel ghiaccio che resiste, e che bisogna avere abilità e coraggio di andare a scovare, è la vita che scorre a valle e ritorna a noi lettori, che dobbiamo far ritornare a circolare. È sempre la regola dell’iceberg di Carver, è ciò che resta sotto, quello che conta, che è materia viva da cercare.
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È un libro che ci ricorda di quante salite e discese sia composta una vita, di quante domande possiamo cercare risposta, e quanto sia difficile comprendere l’essere umano che abbiamo di fronte, anche se si tratta di di nostro padre. Una vita che non capiamo, che, come capita al padre del protagonista, ci avvelena.


«Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio». 

È una storia di un padre e di un figlio naturale, una storia di due amici, una storia tra un padre e un figlio adottato. E queste tre storie si intrecciano, come fili di un colore diverso dall’altro, unici ma intrecciati con un senso finale da scoprire.
La montagna rappresenta la stabilità e nello stesso tempo la sorpresa infinita. Un luogo in qualche modo senza spazio e senza tempo, il posto dove ripercorrere i sentieri di tuo padre e capire in qualche modo cos’è che voleva dalla sua vita e cosa voleva lasciarti in eredità. Un luogo dove ritrovare un’amicizia intatta, una sicurezza che però va coltivata, resa stabile, e costruire una casa insieme vuol dire rendere onore alla volontà di chi non c’è più e nello stesso tempo mettere radici nel futuro.

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Questo libro è un invito a mettersi in gioco, a mettersi in cammino per trovare risposte, per trovare uomini e donne, per ritrovare quel senso antico del vivere, a ricoprire modi diversi di stare al mondo, anche a ridare importanza e possibilità alla solitudine e al silenzio, che in questo momento abbiamo messo sempre più da parte.


«Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace»

A capire che c’è sempre un sentiero nuovo da esplorare, anche se la strada sembra sempre la stessa. Che ci fa capire che il tempo della comprensione non muore mai.


«Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito si affrettava a nascondere. Quando mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto di afferrarmi per la cintura dei pantaloni. Quando stavo male sul ghiacciaio e si agitava più lui di me. Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo, e cominciai a pensare che in futuro avrei dovuto, o potuto, fare un altro tentativo con lui».

Camminare insieme, in silenzio, capendosi con un respiro e con uno sguardo. Cadere e rialzarsi. Questa la vita. Fino alla fine.

 

Musica: Landslide, Fleetwood Mac

https://www.youtube.com/watch?v=6yY4bNCx9TY

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